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mercoledì, luglio 27, 2005
Sulle orme di Forrest Gump. Gira gli Usa a piedi per dimagrire
(Copyright "La Repubblica")
Si fa chiamare "The Fat Man Walking", il ciccione che cammina. Il suo punto di riferimento non è, come si potrebbe pensare, "Dead Man Walking", ma un altro film: "Forrest Gump". Steven Vaught, un 39enne californiano, sta diventando una celebrità percorrendo a piedi gli Stati Uniti in una maratona che dovrebbe portarlo, entro la fine dell'anno, da una costa all'altra del paese. Ma differenza del sempliciotto interpretato da Tom Hanks, che si metteva a correre senza dare una spiegazione e radunava intorno a sé un codazzo di discepoli podisti, Steve Vaught ha un motivo molto pratico per mettersi in marcia: vuole perdere peso. Anche lui ha parecchi seguaci, ma quasi tutti virtuali: sono i navigatori che seguono le sue imprese e gli mandano messaggi di incoraggiamento sul sito TheFatManWalking. com. Steve è partito dalla sua casa di San Diego il 10 aprile, dopo un paio di settimane passate ad allenare i muscoli e a raccogliere qualche sponsor per l'impresa. Al via, Vaught pesava 180 chili e prevedeva di percorrere 32 chilometri al giorno. Quest'ultima promessa non è riuscito a mantenerla (il primo giorno ha camminato per 14 chilometri, il secondo per 16, il terzo si è riposato). In compenso, da aprile ad oggi ha perso 22 chili e ha trovato un mucchio di sostenitori, i due obiettivi che probabilmente gli stavano più a cuore. Il sito TheFatManWalking.com è stato letteralmente inondato di visitatori mano a mano che la stampa statunitense (prima quella locale, poi quella nazionale) si interessava al suo caso. All'inizio di questo mese, Steve è finito sulle pagine del Washington Post e del supplemento domenicale del New York Times. Due settimane fa, il popolare Today Show del network televisivo Nbc gli ha dedicato una puntata. A quel punto, le visite al sito sono diventate anche troppe: le pagine web sono rimaste offline per alcuni giorni prima di essere spostate su un server più capace. Fino ad oggi, Vaught ha percorso poco più di 800 chilometri dei quasi 5 mila che lo separano da New York, la meta del suo viaggio. Ogni chilometro camminato, per uno con la sua mole, è una fatica indicibile. Senza contare che Steve ha lasciato a casa una moglie e due figli. L'attenzione degli altri spesso è opprimente, ma è anche una delle molle che lo spingono ad andare avanti: "C'è gente che parte dalla California e arriva in Arizona solo per mangiare qualcosa con me", ha raccontato al North County Times di San Diego. "Altri mi dicono che non fumeranno fintantoché continuerò la mia marcia". Ma quello di Steve, emerge da i suoi racconti, è soprattutto un percorso interiore: Vaught dice di aver cominciato a prendere peso 15 anni fa, dopo aver investito e ucciso una coppia di anziani che stava attraversando la strada. Non ci vuole Freud per scorgere un viaggio di redenzione nel tentativo di perdere camminando i chili accumulati per rimorso. Un viaggio al termine del quale Steve spera di riavere indietro la sua vita: "Se fossi drogato o alcolizzato mi disintossicherei", ha scritto sul suo sito. "Beh, questa è la disintossicazione del ciccione. Non voglio perdermi compleanni, lauree, matrimoni e nipotini per aver scelto di buttare la mia esistenza".
lunedì, luglio 25, 2005
Giappone: in gestazione il super-pc
(Copyright "La Stampa")
E' allo studio in Giappone il super-computer più veloce del mondo. Sarà 73 volte più veloce degli attuali pc più veloci, costerà - se tutto procederà senza intoppi, sottolineano i responsabili del progetto - 100 miliardi di yen, pari a circa 74 milioni di euro e vedrà la luce nel 2010. Secondo quanto hanno annunciato oggi alcuni responsabili ministeriali, il dicastero della tecnologia è impegnato nello sviluppo del super-computer, per cui il governo giapponese prevede un investimento di parecchi miliardi di yen già a partire dal prossimo anno. Secondo il ministero giapponese della Scienza e Tecnologia, il super-pc opererà ad una velocità massima di 10 petaflops al secondo, superando così il record attuale di velocità detenuto dal Blue Gene/L dell'americana IBM. Ma quali saranno i possibili utilizzi del pc più veloce del mondo ? Innanzitutto la simulazione di esperimenti oggi estremamente difficoltosi da eseguire o che richiedono tempi troppo lunghi. Ma i ricercatori sperano di impiegare il super-computer di nuova generazione anche, ad esempio, nei test per la messa a punto di nuovi farmaci. Ed ancora, il super-pc potrebbe risultare decisivo pure nei test di simulazione della formazione delle galassie o per prevedere la traiettoria di un tifone o il verificarsi di eventi meteo come le alluvioni.
giovedì, luglio 21, 2005
Maestra fece sesso con un alunno. "Troppo bella per il carcere"
(Copytight "La Repubblica")
Prima si è dichiarata pazza e adesso i suoi avvocati spiegano che "Debra è troppo bella per finire in galera". Strategia originale per un reato grave punito fino a 30 anni di carcere. La donna si chiama Debra Beasley Lafave, 24 anni, bionda, occhi azzurri. Insegna in una scuola media di Tampa, in Florida, ed è accusata di aver fatto sesso in classe con un suo alunno di 14 anni. Abuso che si è ripetuto anche nel suo appartamento e in auto. Purtroppo per "l'angelo biondo", al volante della macchina c'era anche il cugino del ragazzo sedotto, che ha raccontato tutto alla polizia mettendola, così, nei guai. Adesso Debbie Lafave, insegnante di reading, rischia molti anni di carcere. E i suoi avvocati dovranno essere convincenti con la Corte, che dovrà giudicarla tra qualche mese. Per il momento, il collegio dei legali ha giocato di fantasia, spiegando che la professoressa, sospesa a tempo indeterminato dall'insegnamento, è inidonea anche per un penitenziario femminile. "Sarebbe - hanno detto i suoi difensori - come mettere un pezzo di carne fresca in una gabbia di leoni". E in effetti, Debra è un'avvenente ragazza, anche se alle spalle ha un matrimonio fallito. I dispiaceri del focolare, ha spiegato lei, insieme alla frustrazione di un lavoro di insegnante che non le piaceva, ha fatto scattare la molla del sesso in classe. Ma, alla miscela esplosiva, c'è da aggiungere un pizzico di perversione che lei stessa confessò subito dopo l'arresto, nello scorso aprile: "Provavo attrazione per lui perché avere un rapporto con uno studente è assolutamente off-limits". Frase sincera ma alquanto imprudente se pronunciata davanti a una Corte. E allora, la maestrina a luci rosse, consigliata dai suoi avvocati, ha cambiato linea difensiva. "Quando è successo - ha raccontato Debra qualche giorno fa - non ero in grado di distinguere tra cose giuste e sbagliate". "Un'insegnante completamente sana di mente - ha aggiunto il suo avvocato, John Fitzgibbons - non avrebbe fatto una cosa del genere. La Lafave in quel periodo era fuori di testa, era traumatizzata dal suo matrimonio fallito col marito di 26 anni". In più, secondo i legali della donna, Debra sarebbe è troppo bella per finire in un penitenziario, catalizzerebbe su di sé troppe attenzioni e anche violenti appetiti. Il dibattimento, dopo molto rinvii, è stato fissato per la prima settimana di dicembre. Ma un prima risultato la difesa l'ha già ottenuto: il giudice ha disposto una perizia psichiatrica per valutare la sanità mentale della maestrina pin-up. Comunque sia, la storia a luci rosse della scuola di Tampa rivela una realtà suffragata da un rapporto commissionato dal congresso americano e realizzato dalla Hofstra University School: rapporti illeciti, abusi sessuali e contatti ravvicinati tra adulti e studenti nelle scuole di ogni grado sono molto più frequenti di quanto si pensi. Secondo lo studio, uno studente su dieci (4,5 milioni di bambini e ragazzi) è esposto a molestie sessuali che vanno dalla battuta a sfondo erotico al vero e proprio abuso fisico da parte del personale delle scuole.
lunedì, luglio 18, 2005
Consorte, il Cuccia delle coop all'assalto dell'establishment
di Giuseppe Turani (Copyright "La Repubblica")
Quelli che lo conoscono usano due soli aggettivi per descriverlo: pericoloso e molto determinato. Pericoloso perché non è uno che si ferma davanti a molte cose. Entrato anni fa (ne è presidente e amministratore delegato dal 1996) in una delle province tranquille del mondo "rosso", e cioè la Unipol della Lega delle cooperative, nel giro di pochissimi anni ha trasformato la vecchia società assicurativa in una forza finanziaria. Che aspira a avere il controllo di tutta la finanza rossa, o a esserne, comunque, il soggetto largamente più importante. Giovanni Consorte, nato a Chieti, ma bolognese di adozione, 57 anni, ingegnere chimico, degli ingegneri ha conservato un tratto caratteriale preciso: gli piace comandare e non tollera molto i pareri contrari. E poi è molto determinato. Sono più di dieci anni che conta di trasformare la piccola Unipol in uno strumento finanziario importante e si è mosso secondo linee nette, come un consumato stratega sul campo di battaglia. Per prima cosa ha infilato i suoi uomini ovunque nella grande galassia delle cooperative. Spesso ha usato la liquidità dell'Unipol per aiutare le coop in difficoltà, riuscendo alla fine a metterle sotto la guida di suoi fedeli. Al punto che oggi è certamente il re indiscusso del mondo cooperativo "rosso". Poi ha fatto crescere la Unipol comprando compagnie a destra e a sinistra, senza curarsi molto del prezzo e dei risultati. L'importante era crescere e raggiungere una certa dimensione, in modo da avere i numeri per tentare giochi più grandi. Nel 1989, grazie a un accordo con Mediobanca, la Unipol riesce a aumentare il proprio capitale e a quotarsi in Borsa. Ma questo è solo l'antipasto. Dieci anni dopo, nel 1999, la Unipol viene chiamata (probabilmente da Mediobanca, che un anno dopo gli farà acquistare la quota Generali della Bnl Vita)) a fare parte dell'armata della "razza padana" che dà l'assalto, sotto la guida di Colaninno, alla Telecom. In realtà, la scalata si risolve in un grosso affare per gli scalatori, che due anni dopo vendono tutto alla Pirelli, guadagnando molti soldi. Si dice che la Unipol abbia fatto una plusvalenza di 100 milioni di euro. Ma questo, se si vuole, è quasi solo un dettaglio. In quell'occasione, infatti, fa amicizia con gli uomini della razza padana, e in particolar con Chicco Gnutti e Fiorani della Popolare di Lodi (oggi Popolare Italiana). Fra tutti questi soggetti nascono incroci azionari molto complicati, e l'amicizia è cementata anche da vacanze fatte insieme in barca. In sostanza, Consorte raccoglie intorno a sé quella finanza emergente che è in giro per far soldi e che non è accettata nei salotti buoni. Avendo ormai del tutto conquistata la galassia delle cooperative, si pone come punto di raccolta dei vari Gnutti, Lonati, e compagni. Tutta gente con moltissimi soldi e con tanta voglia di fare affari e così di guadagnarne molti altri. Non si sa se in questo veda anche qualcosa "di sinistra" (gli emergenti contro l'establishment), ma è probabile che Consorte non abbia assolutamente nulla di sinistra. E' solo un finanziere che ha visto nell'area delle coop e della finanza rossa un luogo poco presidiato e dove era facile fare carriera e accumulare potere. Con qualche piccolo errore di percorso, se è vero che lui e il suo vice, Ivano Sacchetti, sono indagati a Milano per insider trading su certe azioni dell'Unipol. Poi c'è anche un'inchiesta per manipolazione dei corsi delle azioni Unipol. E, infine, sempre Milano sta indagando sul via vai di azioni e di soldi che c'è stato intorno alla scalata della Popolare di Lodi all'Antonveneta. Adesso Consorte è arrivato alla sua partita più grossa: la conquista della Bnl. Una partita per la quale il movimento cooperativo non ha i soldi e probabilmente nemmeno interesse, ma che a Consorte interessa moltissimo perché significa l'ingresso ufficiale nel gotha della finanza italiana. Un ingresso che, ovviamente, è visto come un tappa verso altre e più lucrose operazioni, sempre possibili in un capitalismo come quello italiano dalle proprietà così fragili e pericolanti. Sempre nella categoria incidenti di percorso, ha dovuto incassare il no secco del Monte dei Paschi di Siena (tradizionale e aristocratica roccaforte della finanza rossa) a partecipare con lui all'assalto della Bnl, ma non se ne è mostrato molto preoccupato. Probabilmente pensa di regolare più tardi i conti con i senesi. Per ora va avanti nell'assalto alla Bnl con i suoi amici della razza padana e con un pugno di banche di provincia e di banche estere. Fra l'altro è misteriosamente riuscito a portare dalla sua parte, oltre a Massimo D'Alema che gli è sempre stato solidale, anche Piero Fassino, che invece in un primo tempo non vedeva di buon occhio l'operazione Bnl. A sinistra, comunque, Consorte comincia a fare un po' paura perché, se da un lato sta dando testa e gambe a una struttura di "finanza rossa" (che può sempre essere utile), dall'altro cresce il numero di quelli che pensano che Consorte stia diventando troppo potente e troppo incontrollabile. La galassia delle cooperative, come si diceva, è tutta piena di suoi fedelissimi e quindi Consorte è uno che si controlla da sé. E domani Consorte invece di aiutare il partito, cioè, i Ds, potrebbe anche mettersi in testa di dare ordini al partito. Insomma, le coop hanno partorito il loro piccolo Cuccia. Solo che adesso Cuccia guarda lontano e più che servire vuole servirsi della politica.
martedì, luglio 12, 2005
"Colpire anche in Italia". "No, qui vivo bene"
(Copyright "La Repubblica")
E' una intercettazione del 5 giugno 2004 in un appartamento di via Chiasserini, realizzata dalla Digos e depositata soltanto pochi giorni fa: un documento eloquente sulla spaccatura profonda della comunità islamica milanese. Sono passati tre mesi dai massacri sui treni di Madrid. Da una parte la voce dell'estremismo e della violenza, dall'altra quella della ragione e del dialogo. A parlare sono Rabei Osman El Sayed, oggi in carcere per le stragi di Madrid, e il suo amico Khalifa Mahmoud.
Rabei: "Sono immensamente felice che è caduto il governo del cane Aznar. Se in Italia dovesse succedere come è successo là la colpa sarà di Berlusconi perché chi segue quel cane fa male a se stesso. Chi segue il cane avrà solo il terremoto e Madrid è stata la prova. Il governo Berlusconi sta seguendo il metodo del cane, auguriamoci che Dio gli dia un disastro così il suo paese avrà un disastro ! E questo Berlusconi invita il cane figlio di cani (Bush, ndr)".
Mahmoud: "Questo non lo puoi dire, lui invita chi vuole, questo è il suo paese. Vedi, prima che arrivassi qui vedevo che gli americani avevano fatto questo e quest'altro, poi quando sono arrivato ho trovato tutto diverso".
R: "Tu guardi altri telegiornali, sappi che è tutta propaganda".
M: "A me non interessa nulla. C'è chi dice che abbiamo torto, poi ci sono altri che dicono che abbiamo ragione".
R: "Ma sappi che loro sono nemici di Dio".
M: "Ascoltami, Dio è unico. A me sinceramente non interessa che un altro sia ebreo, ortodosso, cattolico, ognuno è libero di pregare chi vuole e non tocca né a me né a te giudicare. Esiste solo un Dio perché tutte le preghiere sono rivolte a Dio".
R: "Perché tu stai con gli ebrei? Ti piace che ammazzano i nostri fratelli ?".
M: "Mi dispiace che tu mi comprenda male".
R: "Per me tu non vedi il sangue che scorre sulla terra del mondo".
M: "Scorre nelle due parti e non solo in una".
R: "E i bambini che stanno morendo ?".
M: "Io ti dico una sola cosa, tutti gli attentati che sono stati fatti c'è sempre la mano di un arabo e dentro questi attentati c'è sempre un egiziano come guida. Mi auguro che in Italia non succeda qualcosa di pericoloso, perché altrimenti abbiamo finito di vivere, e noi paghiamo per loro. Sono molto preoccupato perché tutti siamo venuti qui per lavorare e grazie a questo paese i nostri connazionali hanno creato qualcosa, chi ha comprato casa, chi ha aperto un'attività, chi ha fatto i soldi".
R: "Sono degli asini, sono dei miscredenti. Qui non avete nulla, onore, dignità, è tutto uno sfruttamento. Non ho mai visto uno che lavori per cinque euro, ed hanno dimenticato le loro idee, la loro dignità, la loro religione. Ogni domenica vanno a mangiare con loro, con i nemici di Dio, li trovi con la birra, con la carne di maiale, con le donne, sono diventati come loro".
M: "Ti ho detto che ognuno ha le sue idee".
R: "A questo punto io e te è meglio che non discutiamo perché abbiamo due modi di pensare diversi. Yahia, prepara un caffè che usciamo".
mercoledì, luglio 06, 2005
Senza cervello segni di più
(Copyright "La Stampa")
Era un sospetto, ora ha il timbro della verità provata: l’intelligenza non serve per tirare in porta. "Pensare paralizza. Sul campo lo stupido è in linea di massima il migliore". A dirlo è una giovane autorità in materia di processi decisionali, il professor Oliver Hoener dell’Università di Mainz, arrivato a questa conclusione dopo aver analizzato centinaia di partite. "Nel calcio le buone decisioni hanno poco a che fare con l’intelligenza. Un fuoriclasse anche nelle situazioni più difficili mantiene la visione d’insieme ed è in grado di cambiare strategia all’ultimo istante. Quando ha già passato il Rubicone". Tutta l’intelligenza nei piedi ? Sì, e per fortuna, calcisticamente parlando. Franz Beckenbauer, il "Kaiser", sapeva tirare anche se aveva difficoltà con il calendario: "Un anno ho giocato di seguito per quindici mesi". La geografia non era il forte dell’ex giocatore della nazionale tedesca Andreas Moeller: "Milano o Madrid... l’importante è che sia Italia". L’allenatore della nazionale Juergen Klinsmann non sa contare: "Rizzitelli e io facciamo un magnifico trio... no, volevo dire un quartetto". E il leggendario Lothar Matthaeus proprio non pensava quando disse: "Non dovremmo mettere la sabbia nella testa". Aneddoti istruttivi. Il meglio della vita – successo, fama, denaro, belle donne – arriva anche staccando la spina del cervello. Eliminando sistematicamente il pensiero. Naturalmente, se il gioco è quello del calcio.
lunedì, luglio 04, 2005
Dieghito e Luchino nuovi re del Lussemburgo
di Franco Bechis (Copyright "Il Tempo")
Uno guida la Confederazione degli industriali italiani. L’altro è uno dei simboli del made in Italia. Luca e Diego. Montezemolo e Della Valle. Amici e soci. Uomini-simbolo della generazione dei cinquantenni di questo Paese. Ma non solo in questo, e non è questione di scarpe o di Ferrari. Perché Della Valle e Montezemolo sono anche campioni del Lussemburgo. E' la loro seconda patria. Forse la prima, altro che Stefano Ricucci, che lì aveva domiciliato la sua holding di gruppo, ora in corso di trasferimento nel territorio nazionale. Montezemolo e Della Valle sono di casa in Lussemburgo. E anche in Olanda, altro paese abituato a generosi trattamenti fiscali, non scherzano. Il signor Tod’s presenta nel bilancio consolidato della accomandita di famiglia tre holding lussemburghesi, tre olandesi, un svizzera, una ungherese, una a Madeira, piccolo paradiso fiscale del Portogallo e una nella nostra Repubblica di San Marino. L’erede Fiat si accontenta di due finanziarie lussemburghesi e due olandesi. Insieme però sono soci anche nel cosiddetto fondo di private equity Charme, che in realtà si chiama Charme Investments sociéteé anonyme, che in Italia ha acquisito partecipazioni nella Poltrona Frau e in altri importanti società della moda e del lusso. Non che sia una novità nel mondo imprenditoriale italiano. Prima di chiedere al governo di abbassare Irap e tasse ritenute ingiuste centinaia di imprenditori e finanzieri sono abituati ad eludere il fisco espatriando. Ministri come Vincenzo Visco e Giulio Tremonti si sono spremuti il cervello e dannati l’anima per cercare di fare rientrare quei capitali e impedire attraverso la moltiplicazione delle lussemburghesi e delle holding da paradisi fiscali la sottrazione di imponibile in gran parte dovuto alle casse italiane. Ma poco hanno potuto. Ogni volta che nuove norme stringevano le maglie dei controlli, qualche studio professionale aveva già in mano la ricetta giusta per aggirarle. Elusione, appunto, e non evasione. Anche se il Secit e l’Agenzia delle entrate hanno cercato in ogni modo di combatterla o perlomeno di dissuadere alcuni grandi gruppi dal farne uso così ampio. Nella primavera del 2002 una indagine degli ispettori del Secit in collaborazione con la Consob avevano individuato ben 43 grandi elusori della normativa fiscale italiana fra le società che si erano quotate nel triennio d’oro della borsa italiana, quello 1999-2001. La maggiore parte aveva holding di controllo o subholding strategiche in Lussemburgo. Altre in Olanda, Madeira, in Svizzera, nelle Isole Vergini. Secondo il fisco italiano questa scelta di residenza societaria nella maggiore parte dei casi serviva a "estero-vestire" le partecipazioni dei grandi gruppi al solo fine dell’elusione fiscale. Non una scelta illegale, ma certo nemmeno un esempio di trasparenza e di amore per il proprio Paese da seguire. Stupisce vederne così abbondante utilizzo da parte di due uomini simbolo del "made in Italy" come il presidente degli industriali italiani e l’imprenditore marchigiano che spesso si è distinto per ficcanti prediche sulla trasparenza e la moralità del sistema e delle sue istituzioni.
venerdì, luglio 01, 2005
"Io, ex bimba simbolo del Live Aid. Morivo, domani sarò sul palco"
(Copyright "La Repubblica")
Vent'anni fa c'era anche lei, la sua foto fu proiettata sul palco di Wembley. Fu il simbolo del Live Aid: una bambina etiope di tre anni, avvolta in una coperta, distrutta dalla fame e dalla sete; la bocca semiaperta, gli occhi abbandonati in attesa della morte. Oggi, però, il significato di quella terribile immagine sembra essersi capovolto: non più morte, ma speranza. Perché Birhan è una ragazza di 23 anni. Ed è felice. "Guardatemi", dice, lei stessa incredula parlando con gli amici dell'ong. "Sto bene. Sembro bella", racconta Birhan, gli occhi luminosi, il sorriso aperto. Ma non è tanto la bellezza che conta, non in Etiopia, dove Birhan vive ancora in una casa di pietre vicino a Mekele. Con lei il padre, la madre e sei fratelli. Domani Birhan Weldu sarà di nuovo sul palco del Live 8. Ma non in fotografia. Perché Birhan è viva. E' sopravvissuta alla grande carestia che uccise milioni di persone nel 1985. Ieri è arrivata in Inghilterra. Ha raccontato la sua storia terribile agli amici della Organizzazione non governativa con cui collabora in Africa: "Mio padre mi stava seppellendo. Stavo morendo, le infermiere mi davano pochi minuti di vita. Poi, all'ultimo momento, sentirono un leggero battito. Ero ancora viva". Birhan non ricorda nulla di quel giorno: a parlare per lei, però, è la fotografia scattata dal reporter canadese Brian Stewart. Centinaia di milioni di persone incrociarono lo sguardo perso, ormai spento di Birhan. Provarono disperazione, pietà, rabbia per la sua sorte. "Sono sana. Sono una ragazza forte. E sono orgogliosa di essermi lasciata alle spalle un momento così duro. La mia storia dimostra che anche chi è arrivato sull'orlo della fossa può essere salvato. Si può fare molto". Ma il paradosso di una tragedia come la carestia del 1985 è che tutto si capovolge, la morte diventa normalità, e alla fine ti sembra quasi una colpa essere viva: "A volte mi sembra impossibile di essermi salvata. Perché proprio io in mezzo a migliaia, milioni di persone ?". A raccontare quei giorni è il padre di Birhan, Menameno, che a 57 anni in Etiopia è già un vecchio, perché l'aspettativa di vita è molto più bassa che in Occidente. "Stavano morendo tutti, allora ho deciso di tentare l'unica via di salvezza, ho preso le mie due figlie e sono partito. A piedi. Ottocento chilometri sugli altopiani desertici insieme ad altre centinaia di migliaia di persone. C'erano cadaveri dappertutto. La mia figlia maggiore, Azmara, non ce l'ha fatta. Anche Birhan credevo fosse già morta, ma all'ultimo momento ho sentito un battito leggero. Il suo cuore". Adesso Birhan studia e collabora con le Ong che operano in Etiopia, perché molto resta ancora da fare: "Mancano scuole, strutture per consentire ai contadini di coltivare le loro terre anche quando non piove. E poi industrie e ospedali per non dipendere soltanto dagli aiuti". Già, il denaro donato da stati, associazioni, privati: in tutto 1,9 miliardi di dollari l'anno. Troppo pochi. Soltanto per gli interessi sul debito l'Etiopia paga 140 milioni di dollari l'anno, l'equivalente di quanto viene destinato alle spese mediche. Domani Birhan sarà al Live 8 di Hyde Park anche per questo: "La mia famiglia vive con 50 euro al mese. Io prego ogni giorno perché non succeda mai più, ma la tragedia del 1985 potrebbe ancora ripetersi. Bisogna fare qualcosa adesso. Bisogna ricordarsi dell'Africa".
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