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giovedì, giugno 30, 2005
Lady D, la pagella degli amanti. A Carlo 1, a John-John 10 e lode
(Copyright "La Repubblica")
Niente preliminari, rapido e poi subito a nanna. Questo ciò che il principe Carlo riservava a Lady Diana fra le lenzuola, tanto da fargli rimediare uno striminzito uno in pagella, almeno secondo la loquace cartomante Simone Simmons. Da tre giorni il fiume delle rivelazioni, vere o false che siano, sulla vita spericolata di Diana è di nuovo in piena. Ad alimentarlo, è ancora oggi il Sun che pubblica stralci di un libro scritto dalla cartomante alla quale la principessa sembra avesse accordato la sua fiducia, ricevendola spesso nel suo appartamento a Kensington Palace e raccontandole le sue pene d'amore. Un rapporto di fiducia che, assicura la signora, non si è interrotto neppure adesso che Diana è morta, visto che sarebbe stata proprio la principessa dall'aldilà a chiederle di scrivere il libro per far sapere al mondo la sua verità. Dunque la principessa aveva l'abitudine di dare i voti agli uomini con cui andava a letto. E se bocciava decisamente Carlo, invece promuoveva a pieni punti John Kennedy jr con il quale, sempre a detta della signora Simmons, Diana avrebbe avuto una bruciante notte d'amore nel 1995: voto dieci. Appena la sufficienza, uno striminzito sei, toccò all'antiquario Oliver Hoare, mentre James Hewitt, l'ufficiale di cavalleria con il quale la principessa ebbe una relazione di cinque anni, ottenne un gratificante nove. Non solo. Sempre a detta della Simmons, Diana scoprì i piaceri del sesso proprio fra le braccia del focoso ufficiale. Con lui provò il primo orgasmo e di lui si innamorò perdutamente fino a dimenticare ogni prudenza, tanto da far venire ai Windsor il sospetto che Diana volesse rifilare all'erede al trono di San Giacomo un figlio illegittimo ? Il dubbio nella famiglia reale si sarebbe insinuato dopo la famosa intervista alla Bbc, durante la quale Lady D, ammise pubblicamente di essere stata l'amante di Hewitt. Autorevoli esponenti della famiglia reale, forse il principe Filippo in persona, imposero alla principessa di sottoporre il principino Harry ad un test del Dna. Lei si sentì umiliata, ma accettò nella speranza che la prova genetica avrebbe per sempre messo a tacere i rumours sulla paternità del ragazzino che all'epoca aveva 10 anni. Il test fu fatto e confermò, dice la Simmons, che il padre di Harry - al quale non fu detta la ragione di quel prelievo di sangue - era il principe Carlo. Ma purtroppo i pettegolezzi non sono finiti. Di tanto in tanto, spesso sotto forma di maliziose smentite, i dubbi riaffiorano. Sfortunatamente tra il giovane principe e l'ex amante della madre c'è una vaga somiglianza nella forma del viso, nel colore dei capelli, nel sorriso. Hewitt stesso, pur non essendo certo un gentiluomo visto che praticamente campa di rendita vendendo in giro per il mondo esclusive su Diana, ha sempre smentito, sottolineando che la storia fra loro due cominciò dopo la nascita di Harry.
lunedì, giugno 27, 2005
Siamo tornati, a modo nostro
di Massimo Gramellini (Copyright "La Stampa")
Esiste un mondo parallelo, ne sono certo, in cui il Toro fa cose noiose e banali come pareggiare le partite che gli basta non perdere, amministrando la palla fra gli olè della folla in delirio. Ma in questo mondo in cui ci tocca vivere, il Toro non sa proprio comportarsi come una squadra normale. Chi lo segue con affetto angoscioso da anni pensa ogni volta di aver esaurito il campionario degli orrori. E invece c’è sempre un incubo inedito che si materializza al momento giusto, cioè sbagliato. Quello di ieri è una primizia assoluta: il Toro che fa le barricate per difendere una sconfitta, neanche giocasse al Bernabeu, e invece è a casa sua, davanti a cinquantacinquemila allucinati che si chiedono: perché mi è toccata questa disgrazia meravigliosa nella vita ? I tifosi del Toro sono personaggi ben strani: due anni fa hanno festeggiato in piazza una retrocessione e adesso gli tocca incitare una squadra che perde, affinché non prenda un altro gol nei supplementari e raggiunga in qualche modo la riva della serie A. E' stata una serata bellissima e orrenda, con un pubblico così straordinario da terrorizzare i suoi stessi beniamini, alcuni dei quali mai avevano visto tanta gente sugli spalti. Sorrentino è andato a farfalle come non gli succedeva da tempo, gli altri hanno giocato una partitaccia memorabile. Ma alla fine sono, siamo tornati. Zoppicanti, malvestiti, ma vivi. Chi l’avrebbe detto ? Dovevamo estinguerci, sparire. E invece riusciamo ancora a riempire gli stadi con migliaia di adolescenti che da piccoli non hanno conosciuto il Toro di Valentino Mazzola o Pulici, ma quelli di Nunziata e Ipoua. Loro più di tutti meritano un Toro che non retroceda mai più. Ripartendo dalla A, anzi dalla Z di Zaccarelli, Zeman o Zaccheroni. Non siamo forse un mondo all’incontrario ?
venerdì, giugno 24, 2005
Addio all’inventore del mondo digitale
(Copyright "La Stampa")
"Ciò che muove un ingegnere è la volontà di risolvere problemi, di far funzionare qualcosa e questo è ciò che ho sempre voluto fare, risolvere problemi tecnici perché trovare soluzioni dà grandi soddisfazioni". Così Jack St. Clair Kilby descriveva se stesso e le motivazioni che lo avevano portato nel 1958 ad inventare il microchip aprendo le porte all'era dell'elettronica arrivata nelle nostre case sotto forma di tv digitali, Ipod, cellulari e computer wireless. A causa di un tumore con cui combatteva da tempo Kilby è morto lunedì all'età di 81 anni nella sua casa di Dallas, in Texas, dove arrivò proprio nel 1958 per via del fatto che la Texas Instruments fu l'unica azienda a consentirgli di lavorare sulla miniaturizzazione delle componenti elettroniche. L'idea di creare circuiti integrati sempre più piccoli era frutto di un'educazione iniziata nelle aule di ingegneria elettronica dell'Università dell'Illinois, segnata dalla scoperta del transistor nel 1947 nei laboratori Bell e continuata a Milwaukee, Wisconsin, dove la sera studiave nell'ateneo mentre la mattina lavorava in una fabbrica di televisioni e radio. Nato nel 1923 a Great Bend, Kansas, Kilby quando ricevette il premio Nobel per la fisica nel 2000 si disse orgoglioso di "essere cresciuto fra i laboriosi discendenti dei coloni del West che si insediarono nelle Grandi Pianure" a cominciare dal padre radioamatore ed elettricista che "faceva sempre di tutto per aiutare gli altri nelle zone rurali del Kansas occidentale". La frontiera che Kilby vedeva di fronte a sè era disegnata da quei massicci e fragili tubi di vetro vuoti contenenti fili e componenti elettriche che si trovavano un po' ovunque - dalle aule di scuola alle fabbriche - e la sfida di lasciarseli alle spalle una volta per tutte fu vinta allorché, nel primo anno di lavoro alla Texas Instruments, riuscì a costruire - con materiale preso in prestito - il primo circuito integrato dentro un singolo pezzo di materiale semiconduttore grande la metà di una graffa per documenti. Quattro anni dopo, nel 1962, l'azienda di Dallas vinceva la prima grande commessa di circuiti integrati - destinati al missile nucleare Minuteman - mentre Kilby continuava a sommare invenzioni accumulando oltre sessanta brevetti e creando fra l'altro il calcolatore portatile. "Quest'uomo ha gettato le fondamenta della moderna tecnologia dell'informazione" recitava l'attestato del Nobel ed in effetti dai forni a microonde fino a robot che passeggiano su Marte nulla sarebbe stato possibile senza il primo microchip. Nel giorno della scomparsa sono state le voci dell'"Information Technology" a rendergli omaggio. "Era creativo, inventivo e modesto, sempre un passo avanti rispetto a ciò che stavamo cercando" ha detto Gordon Moore, cofondatore con Robert Noyce della Intel Corp. "Ha trasformato il mondo in cui viviamo come fecero Henry Ford, Thomas Edison ed i fratelli Wright" ha aggiunto Tom Engibous, presidente della Texas Instruments. Il governo americano gli rese omaggio nel 1970, quando alla Casa Bianca c'era Richard Nixon, conferendogli la "National Medal of Science" e nel 1982, con Ronald Reagan presidente, assegnandogli un posto d'onore nella "Hall of Fame" degli inventori più importanti della storia americana. Fama e guadagni non lo hanno mai allontanato tuttavia dal basso profilo che lo distingueva. Spesso ripeteva di essere stato sorpreso da ciò che era seguito alla scoperta del microchip e negli ultimi anni continuò a lavorare come consulente dell'azienda texana con scrupolo e costanza, come faceva dal 1958, credendo nel fatto che "lavorando su progetti interessanti le invenzioni sono una conseguenza naturale".
giovedì, giugno 23, 2005
Innamorarsi con il "buono pasto"
(Copyright "La Stampa")
Anna P., quadro aziendale, madre di due adolescenti, li trasforma in qualche ora tutta per sé: "Due volte alla settimana passo ai ragazzi i miei buoni pasto e uso la pausa pranzo per andare in palestra". Luca B., impiegato regionale, single, li adopera per corteggiare ragazze: "Il ticket è uno status: serve a far colpo sulla cassiera carina che sa subito dove lavora il suo bel cliente; parla chiaro, se il pasto è abbondante, sulla relativa busta paga; ma si può riciclare anche per inviti a cena, naturalmente cercando di non dare troppo nell’occhio al momento del conto". A quante cose servono - ora che sono temporaneamente aboliti, ce ne rendiamo conto - i ticket restaurant ! In caso di tavolata mista o di tete-a-tete maschio-femmina, aiutano a dribblare la querelle su chi debba pagare il conto, questione tuttora aperta e fonte di molti risentimenti tra i sessi. Se si hanno genitori anziani con pensione minima, consentono di aiutarli un po’ ad acquistare i detersivi o il prosciutto dal pizzicagnolo. Magari i ticket salvano qualche posto di lavoro alle cassiere del supermercato, dove le code s’allungano per via degli anziani che si presentano con blocchetti che qualcuno dovrà pur contare, timbrare e controllare; e certo risolvono il problema della beneficenza ("preferisco dare buoni pasto che denaro, almeno sono sicuro che non servono per la droga..."). Un giornale romeno - ma perché non dovrebbe accadere in Italia ? - ha persino riferito di un nuovo modo di pagare le prostitute, un po’ in contanti, un po’ in ticket restaurant. Ma anche per chi li usa davvero per pranzare, i "buonetti" sono piccole occasioni di libertà. Se l’invenzione della "pausa pranzo" aveva permesso agli italiani di sfuggire alla consuetudine del pasto in famiglia, l’abolizione della mensa aziendale consente il fugone dai colleghi, un bel sollievo. Il fatto di non usare denaro poi, ma blocchetti di carta leggera, crea un rasserenante effetto Club Méditerranée, con positive ricadute sull’umore; mentre la fascinosa, ancorché ingannevole, sensazione di non pagare con i propri soldi ma con quelli del datore di lavoro, aiuta a concedersi qualche sfizio. Si sa persino di amori nati davanti a un piattino di caprese e cementati dalla prima spesa comune al supermercato (Luca B: "Una bottiglia di champagne, acquistata saltando qualche pasto"). Indietro, è chiaro, non si torna. Si trovi presto l’accordo e non passi la linea di chi vorrebbe sostituire il ticket con qualche manciata di euro in busta paga. Ci sono cose che non hanno prezzo, si sa.
martedì, giugno 21, 2005
Inossidabile Rafsanjani: un po’ Andreotti un po’ Deng Xiaoping
(Copyright "La Stampa")
Quando una rivoluzione perde il furore e la febbre che hanno infiammato una società e spinto alla rivolta il suo popolo, e il progetto ideologico s'inaridisce progressivamente nella inevitabile istituzionalizzazione, mutando in regime e in apparato le avanguardie che avevano trascinato alla lotta le masse dei disperati, il tempo della sua fine è già arrivato. Può essere una fine progressivamente autodistruttiva, un suicidio che muove dalle tensioni interne irrisolte e in ultimo da queste resta travolto (la rivoluzione francese e la rivoluzione del comunismo bolscevico ne sono un modello storico), può essere una fine che invece fa cambiare pelle alla rivoluzione e però ne assorbe l'eredità nelle nuove forme eterodosse che si vanno consolidando (la rivoluzione di Pechino appare oggi l'esempio più vistoso di questa mutazione). Tenendo conto degli studi che O'Donnell aveva condotto sui processi di transizione, non è ancora certo che anche l'Iran seguirà il modello cinese; ma la scelta di Ali Akhbar Hashemi Rafsanjani a primo dei votati nelle elezioni presidenziali di venerdì fa prefigurare come possibile, forse anche probabile (se alcune variabili si realizzano), uno scenario destinato a cambiare il corso della storia che vent'anni fa s'impiantò sulla sponda sinistra del Golfo e davvero fece temere un contagio inarrestabile all'intero pianeta (mai l'Occidente fu più grato a Saddam per la "seconda Khadissyia", che bloccò l'espansione persiana verso le terre della Mezzaluna e poi le pianure dell'Europa). Aspettiamo venerdì, naturalmente, per sapere se questa sua gara da "front runner" lo avrà confermato alla vittoria, ma il risultato dell'altro ieri proietta comunque, ancora una volta, sulla Rivoluzione khomeinista il segno forte che la storia politica di Rafsanjani ha sempre saputo imporre alla teocrazia iraniana. Sempre, anche quando quest'uomo - il più ricco dell'Iran, il più potente, forse anche il più corrotto - ha dovuto ritirarsi per qualche tempo nell'ombra d'un ruolo defilato dalle lotte politiche più aspre. Taluno ha voluto identificarlo come un "Andreotti iraniano", che è equazione possibile se si tiene conto della diversa gestione del potere su cui debbono misurarsi rivoluzione e democrazia parlamentare, ma che è un'equazione che conta soprattutto per ciò che conferma, d'un legame praticamente mai reciso tra attività politica, controllo del potere, sapiente coagulo d'innovazione e tradizionalismo, e comunque affari e manovre di palazzo macchiate da sospetti gravemente inquinanti. In ogni caso, a differenza di Andreotti, Rafsanjani presidente della repubblica lo è già stato per due volte, negli anni '90, in un tempo politico che seguiva da presso la morte di Khomeini e doveva sapersi inventare la sopravvivenza d'una rivoluzione senza il simbolo - mistico, venerato, inaccostabile - che quella rivoluzione aveva incarnato. Rafsanjani ci riuscì; non fu facile, e ben a ragione a quel tempo veniva chiamato "lo Squalo": l'equilibrio tra conservatori e riformisti s'avvicinò più volte al punto di rottura, le tensioni rischiarono d'esplodere sanguinosamente, però alla fine la spregiudicatezza con la quale guidò la ricostruzione di un'economia venuta fuori spossata dalla lunga guerra con l'Iraq seppe dare un rilancio di passioni alla società, al punto che la successione al suo secondo mandato registrò il successo travolgente di un'opzione a sorpresa riformista (Khatami venne eletto con il 70 per cento dei voti), segno evidente d'un progetto diffuso di rinnovamento che era nato nel corpo della società rivoluzionaria e muoveva impetuosamente dal basso. Con la presidenza Khatami, Rafsanjani si mise da parte. Ma solo formalmente, perchè s'assegnò il ruolo di presidente del Consiglio per il discernimento, che è una delle tante strutture della costituzione khomeinista che ingabbiano il dibattito politico e lo costringono a sottoporsi a un giudizio che conferma l'egemonia della teocrazia su qualsiasi progetto di cambiamento. Se ne stava da parte, dunque, ma da una parte nella quale poteva continuare a far pesare la sua influenza, il suo potere, il suo ampio giro di alleanze, di relazioni strategiche, di traffici tra pubblico e privato. E ora che Khatami se ne va, sconfitto, buttato giù dal treno della riforma, ecco che, su quel treno, ci monta lui, Rafsanjani, di nuovo in campo, pronto a frasi carico di tutti i disagi e le frustrazioni d'una società in maggioranza giovane (il 70 per cento degli iraniani ha meno di 30 anni) per farsene padrino nel nome d'una riconosciuta capacità di gestione della cosa pubblica. "Dobbiamo cambiare, ma un passo alla volta", ha predicato Rafsanjani in questa sua campagna elettorale. Khamenei, che chiuso nel proprio delirio teologico non vuole nemmeno sentir pronunciare la parola "cambiamento", ha fatto di tutto per contrastarlo, dapprima consigliandolo a non candidarsi (e certi "consigli" contano assai), poi lanciandogli addosso una muta scatenata di conservatori e di riformisti. Rafsanjani non ha ottenuto il quorum che sperava, s'è dovuto accontentare di meno; ma guida la corsa. Se vince, per l'Iran s'apre una speranza di modernizzazione che perfino Bush segue con attenzione. Lo Squalo ha confessato di conservare una Bibbia che Reagan gli mandò autografata; per molti, Bush oggi segue una strada ch'è la stessa che Reagan tracciò. Pare che sia la strada del Signore, accompagnata naturalmente da cannoni e missili.
lunedì, giugno 20, 2005
Nagasaki, ecco i reportage censurati dagli USA
di Vittorio Zucconi (Copyright "La Repubblica")
Sessant'anni di lacrime amare e di censure militari sono passati da quando non c'erano che topi negli ospedali e spettri vaganti "senza capelli" e bambini dalle "labbra nere" destinati a morire presto consumati dalle radiazioni, "nel fetore dei cadaveri" dei loro genitori. Sei decenni esatti perché finalmente dal silenzio della censura americana e dalla vanità del maresciallo MacArthur, che le aveva fatte secretare per non sminuire il proprio ruolo trionfale, uscissero le parole del primo uomo non giapponese, del primo giornalista entrato a Nagasaki a vedere l'impronta lasciata da "Fat Man", dal Ciccione, la seconda atomica sganciata il 9 agosto del 1945. Era trascorso meno di un mese dall'esplosione della bomba, in quei primi giorni del settembre '45 quando George Weller, inviato di guerra per il Chicago Daily News entrò senza autorizzazione tra le rovine di Nagasaki. Nello stile freddo, scolorito, cronistico, doverosamente patriottico del giornalismo del tempo inviò quattro reportage al suo giornale, che Douglas MacArhur, divenuto governatore di quel che restava del Giappone, fece appena in tempo a intercettare e stampigliare con il timbro classified, segreto, e nascondere negli archivi. Per sessant'anni, fino a oggi quando il figlio di Weller, Anthony, ha ritrovato le copie in carta carbone di quei pezzi nel appartamento del padre a Roma e il Mainichi Shimbun di Tokyo le ha stampate, le osservazioni del "testimone zero", del primo americano a Nagasaki, erano rimaste sconosciute. Neppure la prima squadra di militari, medici e scienziati americani inviati da Washington aveva ancora messo piede in quella città, temendo giustamente le radiazioni. Weller cammina con l'ingenuità coraggiosa di chi, come tutti, non aveva mai avuto esperienze di un'arma simile dunque precedenti ai quali allacciarsi. Si meraviglia che la radiazioni di cui aveva sentito parlare, non gli brucino gli occhi e la pelle, che il tanfo di cadaveri decomposti sotto il sole estivo "gli dia conati di vomito", ma non provochi sintomi di "debilitazione". La Bomba, osserva nel primo dei suoi dispacci, "è sicuramente un'arma formidabile, ma non particolare", anche se la sua potenza distruttrice è inaudita. Entra in ospedale, nei quindici edifici del Nagasaki Hospital contorti ma ancora in piedi perché costruiti di cemento armato e lontani dal "Ground zero", dal punto della deflagrazione. Passa un'ora in quegli scheletri di palazzi e "non incontro nessuno vivo". "Soltanto topi vivono tra le rovine". E soltanto ricordi dentro il collegio di una missione americana, la American-Japanese Christian Mission, ridotta in spezzoni, come "schiacciata", appiattita è una fabbrica di munizione della Mitsubishi dove lavoravano 1.016 prigionieri di guerra Alleati, americani, inglesi, australiani, un terzo dei quali moriranno per le ustioni radioattive, vittime del "fuoco amico". E' soltanto continuando a camminare nei gironi di Nagasaki che Weller, destinato a morire molti anni più tardi, nel 2002 a San Felice del Circeo, in Italia, comincia a dimostrare nei suoi servizi il sentimento di avere visto qualcosa di più orrendo che un altro carnaio di guerra, il sentimento di uno sguardo sulla fine del mondo che quelle due armi hanno reso per la prima volta tangibile. La prudenza patriottica delle prime righe si attenua, come si attenua l'ammirazione orgogliosa per la "precisione dei bombardieri". "Si può immaginare e calcolare che cosa la forza dell'atomo liberato possa fare a palazzi di cemento e acciaio, ma per capire che cosa esso possa fare alla carne umana si deve trovare un ospedale funzionante". Bambini ovunque, tutti stoicamente in silenzio, mentre osservano brandelli di pelle e ciuffi di capelli cadere. Adulti semicarbonizzati che mugolano nella loro agonia, tra medici che non possono fare altro che guardarli e tamponarli, perché nessuno di loro conosceva sintomi, né possibili terapie, di quella che chiamarono il "Male X", la malattia sconosciuta. "Lo scriverà ? Scriverà quello che vede ?", lo imploravano i funzionari giapponesi, per chiedergli di testimoniare la disumanità di quello che il nemico aveva inflitto, dimenticando in quel momento ciò che i loro soldati avevano inflitto al nemico in tre anni e mezzo di guerra totale. E Weller è straziato, diviso, tra la necessità di raccontare quello che vede e di non tradire la propria bandiera. Guarda una donna che due settimane dopo le ore 11 e 02 del 9 agosto era arrivata all'ospedale per dare una mano come infermiera, apparentemente sana e illesa, fino a quando improvvisamente le labbra si erano annerite, piaghe erano comparse ovunque e ora giace su un "tatami, su un tappetino di foglie di riso, morente, uccisa dal "Male X"". Ne muoiono così dieci al giorno, senza ragioni che i medici possano capire o curare, aspettando che "arrivino gli Americani" con la cura miracolosa. Se hanno inventato quel veleno, sicuramente avranno anche messo a punto un antidoto, dice la voce popolare, con vana logica. Deve arrivare uno specialista giapponese, un vecchio radiologo dalla città di Fukuoka, il dottor Yosisada Nakashima, per spiegare che quella gente sopravvissuta allo scoppio, alle ustioni, ai crolli, sta morendo per radiazioni gamma, come i primi manipolatori di Raggi X, e per loro non ci sono cure. E molti di loro continueranno a morire per anni e decenni, consumati dalle leucemie, dai tumori scatenati dai raggi. Quando la censura militare intercetta gli articoli di Weller e li porta al Comandante Supremo e Governatore del Giappone, Douglas MacArthur, il generalissimo, colui che neppure dieci anni dopo sarà licenziato in tronco dal presidente Truman quando proporrà di sganciare altre bombe A sulla Corea del Nord e la Cina comunista, ordina lo stop. Troppo orrenda è l'impronta lasciata dal "Ciccione" al plutonio e troppo decisivo è stato il suo effetto nel costringere l'imperatore Showa, allora chiamato Hiro Hito, e i militari di Tokyo alla resa senza condizioni perché il "Nuovo Cesare del Pacifico", come lo chiamò lo storico William Manchester, possa accettare di dividere con quegli ordigni la gloria della vittoria. Gli articoli di Weller scompaiono nelle casseforti degli archivi militari, ma le copie riemergono dalle carte del vecchio, onesto e coraggioso reporter Premio Pulitzer, che scelse di finire la propria vita in Italia, per raccontarci, con una voce che neppure 60 anni hanno attenuato, il primo sguardo sulla fine del mondo. Duecentocinquanta mila persone morirono a Hiroshima. Centosettantamila a Nakagaski. Per una sola bomba ciascuna.
venerdì, giugno 17, 2005
Marsala, muore dopo la bocciatura. "Era sano, qualcuno pagherà"
(Copyright "La Repubblica")
Ucciso da una bocciatura a quindici anni. Davanti ai quadri del liceo è crollato a terra, fulminato da un infarto. La mamma minaccia: "I responsabili della morte di mio figlio pagheranno. Mio figlio era sano: è stato il dolore della bocciatura ad ucciderlo". Il dramma stamane davanti al liceo scientifico Pietro Ruggieri di Marsala. Daniele frequentava la seconda D; temeva di terminare l'anno con qualche "debito", ma la bocciatura proprio non se l'aspettava. Con un professore ha iniziato a bisticciare fuorisamente: "Non l'avevo mai visto così - ha detto l'insegnante alla madre del ragazzo - ha avuto come una crisi di nervi. Poi è crollato e ha perso conoscenza". La mamma di Daniele fa l'insegnante elementare: "I professori lo giudicavano immaturo soltanto perché era vivace ed avevano deciso di fargli ripetere l'anno già dal primo quadrimestre. Non si sono mai curati dei progressi che aveva fatto. Daniele non ha retto al dolore della bocciatura ed è morto". Domani mattina l'autospia aiuterà a chiarire molti dubbi. La Procura ha aperto un'indagine ma i genitori sono convinti che il nesso tra la morte del figlio e l'esito degli scrutini sia fin troppo chiaro: "Anche il cardiologo dell'ospedale mi ha detto che è stata l'emozione a fargli fermare il cuore".
mercoledì, giugno 15, 2005
Torna a camminare grazie ad Internet
(Copyright ANSA)
Dopo 23 anni passati sulla sedia a rotelle scopre su Internet di potersi curare e torna a camminare. E' la storia di Stefania Vanini, giovane donna di Baceno, piccolo paese dell'Ossola, che navigando su Internet ha scoperto di non soffrire di atassia spastica, malattia che l'avrebbe portata all'immobilità totale, ma di una patologia curabile con una pastiglia al giorno di "madopar", usato anche nel morbo di Parkinson, tornando così alla vita normale.
martedì, giugno 14, 2005
La Ferrari e le gomme
(Copyright Beppegrillo.it)
Bridgestone/Firestone sono i fornitori delle gomme della Ferrari. Le gomme si fanno con il caucciù. La Firestone è proprietaria della più grande piantagione di caucciù del mondo in Liberia. La concessione per lo sfruttamento, firmata con il governo della Liberia dal Signor Firestone nel 1926, è di 99 anni, e sarà estesa sino al 2061. Un milione di acri di alberi del caucciù per una cifra irrisoria. La Liberia è il terzo esportatore al mondo di caucciù. E non c'è una sola industria della gomma, né un articolo in gomma in tutto il Paese. 20.000 lavoratori incidono gli alberi e riempono secchi di caucciù tutto il giorno per 20 dollari netti al mese, meno di 1 dollaro al giorno. I lavoratori vivono in baraccopoli senza servizi. "I più sono costretti a vivere (con moglie e figli) in povere abitazioni con una singola stanza, in piccoli accampamenti di 50 famiglie, serviti da dieci latrine-bagni comuni, senza acqua corrente nè elettricità..." (Fonte: www.nigrizia.it/doc.asp?id=7022). I dirigenti della Firestone, invece, vivono in quartieri videosorvegliati con guardie armate, campi da golf, centri congressi e pub. I fiumi vengono inquinati da residui tossici (non ci sono leggi ambientali). Cari ferraristi cosa ne dite se cambiassimo le gomme ? O volete far finta di niente, "...tanto è il mercato" ? Schumacher, non e il momento di prenderti qualche responsabilità ? E' bello sentire Montezemolo quando parla dell'etica del lavoro, però prima dia una risposta a Nigrizia.
domenica, giugno 12, 2005
Quando i miscredenti diventano clericali
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Sul referendum procreativo che da questa mattina fino a domani pomeriggio va alla prova delle urne si è già detto quasi tutto. Su alcuni punti si è detto addirittura troppo; su altri, forse, poco. Cercherò dal canto mio di rimediare a questi due inconvenienti di diversa natura. Si è detto troppo sulla natura dell'embrione: se sia fin dall'inizio del concepimento una persona, oppure un progetto di persona che inizia subito la sua evoluzione e la persegue senza soluzione di continuità, oppure una non-persona almeno fino a quando non sarà dotato di un inizio di sistema nervoso. Tutte queste definizioni non derivano dalla scienza, ma da convinzioni soggettive che a loro volta dipendono da che cosa s'intenda con la parola "persona". Si tratta insomma di opinioni e come tali opinabili, sicché fondare su di esse una legge e un qualsiasi comportamento elettorale e giudicare quale sia quello giusto e quello sbagliato è del tutto improprio. Non è dunque il dibattito sulla natura dell'embrione (persona, progetto di persona, non-persona) che può dettare il comportamento degli elettori e il giudizio su di esso, bensì la questione politica che sta sotto a quel dibattito. E' infatti una questione politica che induce gli elettori a votare sì oppure no o scheda bianca sui singoli quesiti o infine ad astenersi non presentandosi al seggio elettorale. Tutta l'infinita chiacchiera su fratello embrione, mamma uovo, papà spermatozoo, che ha attratto o annoiato gli italiani in quest'ultimo mese, può avere avuto il solo valore di incuriosirne le menti e introdurle in un settore della conoscenza finora riservato agli addetti ai lavori e ai diretti interessati. Quindi un risultato positivo ma nulla di più. Le posizioni reciproche sono rimaste quelle iniziali, il dubbio non ha fatto breccia sulle diverse tesi in contesa per la semplice ragione che quel tipo di dibattito oscurava la questione politica che ha determinato la legge 40 e il referendum abrogativo su alcuni articoli della medesima legge. Oggi è arrivato il giorno del voto. Cioè il momento della scelta tra diverse opzioni che non sono di carattere morale, teologico, filosofico, religioso, ma sono di natura politica. E come tali vanno trattate, discusse, risolte dalla coscienza di ciascuno. Di questo si è parlato troppo poco. Forse perché, da una parte come dall'altra, non se ne voleva parlare. Il punto centrale di fronte al quale si trova oggi e domani l'elettore è molto preciso e si chiama clericalismo, potere clericale o se vogliamo esser chiari fino in fondo, potere temporale della gerarchia ecclesiastica sulla vita politica della società e dello Stato. Chi è a favore della vittoria di quel potere e chi è contro di esso. La religione o la miscredenza non c'entrano. Si può essere religiosi oppure no, ma non è questo il punto di discrimine. I valdesi sono religiosi, ma vanno a votare. Gli ebrei sono religiosi, ma il presidente delle comunità italiane li ha esortati a votare. Molti cattolici religiosi, anzi religiosissimi, voteranno, a cominciare dal presidente della Repubblica, Ciampi, e dal suo predecessore, Scalfaro. Per converso molti miscredenti incalliti non voteranno perché, pur essendo miscredenti, sono clericali dichiarati e mobilitati, come Giuliano Ferrara e Oriana Fallaci. Auspicano una società guidata da una gerarchia ecclesiastica militante e tendenzialmente fondamentalista. Mettono sui loro vessilli il Dio degli eserciti e non il Gesù della misericordia. Si battono affinché il peccato divenga reato. E affinché le loro libere e legittime scelte divengano obbliganti anche per chi non le condivide. Utilizzeranno il fatto che l'embrione può vivere e crescere solo dentro il corpo della donna per obbligarla ad accoglierlo dentro il suo ventre anche contro il suo volere. Infine vogliono ignorare il fatto che gran parte dei paesi del nostro continente hanno una legislazione non clericale e dunque più permissiva in materia di procreazione assistita, con la conseguenza che la nostra legge 40 realizza una normativa classista, dove i ricchi possono usare le strutture ospedaliere di Francia, Spagna, Gran Bretagna, per procreare senza gli impedimenti imposti ai medici italiani e alle coppie meno abbienti che vi ricorrono. Analoga situazione riguarda la ricerca scientifica sulle staminali embrionali, fiorente in Usa e in molti paesi europei, vietata in Italia dal clericalismo del nostro episcopato con il solerte e chiassoso appoggio dei clericali miscredenti. La paura di Frankenstein non c'entra nulla con la legge 40 e con i quesiti referendari. Se il quesito sulla ricerca scientifica passasse al vaglio delle urne di oggi, resterebbe comunque il divieto della legge di utilizzare gli embrioni per la riproduzione di esseri umani, contro la quale siamo tutti schierati, referendari e antireferendari, clericali e liberali, credenti e miscredenti. La legge 40 lo vieta e tutti siamo favorevoli a mantenere e semmai rafforzare quel divieto. Eppure è proprio su questa paura che il clericalismo fa leva. Fa leva con una bugia e un insulto alle persone perbene. Così come fa leva su quel 25-30 per cento di astensionisti abituali, per sommare ad essi l'astensionismo clericale e rendere invalido il referendum per mancanza del quorum prescritto dalla legge. Noi non diciamo, signor presidente della Camera, che chi si astiene sia un cittadino di serie B. E' un cittadino esattamente come noi che stiamo andando a votare. Ma diciamo che il risultato di quelle astensioni lo depureremo dall'astensionismo strutturale degli indifferenti e così depurato lo confronteremo con il voto espresso nei seggi. Lei, signor presidente della Camera, avrà obiezioni da opporci ? E quali ? Saremmo lieti di conoscerle, quelle obiezioni che certo - lo sappiamo - non delegittimano il risultato legale di un referendum fallito per mancanza di quorum, ma registrano un dissenso maggioritario contro una legge sbagliata, perseguita dal clericalismo italiano, tornato al "non expedit" di infausta memoria. Spero che lei mi creda se le dico che personalmente aborro l'anticlericalismo sguaiato e intollerante. In Italia era stato superato e spento da tempo. Se sta ora risorgendo dalle ceneri è perché il clericalismo delle gerarchie ecclesiastiche e di chi obbedisce al loro richiamo ha l'effetto di un mantice sulle ceneri dell'anticlericalismo. Se è questo che volete... Aggiungo (l'ha scritto sabato Mario Pirani) che l'astensionismo militante avrà come effetto inevitabile quello di abolire la segretezza del voto prescritta dalla Costituzione. Si saprà chi ha votato. In un elettorato diviso tra chi va ai seggi e chi li diserta, esserci andati potrà risultare discriminante come lo fu per i cattolici che infrangevano il "non expedit". Ripeto: è questo che volete ? C'è un ultimo punto che merita di essere menzionato ed è la parola di Benedetto XVI quando, parlando alcuni giorni fa nella cattedrale di San Giovanni in Laterano, ha detto che "Dio benedice chi si astiene di fronte alle cose che sono sgradite a Dio" connettendo questa affermazione al referendum sulla procreazione. Si tratta d'una affermazione estremamente grave. Il Papa non parlava "ex cathedra", ma era pur sempre il Papa e mescolava Dio ad una contesa elettorale e quindi politica, in quello stesso luogo dove furono firmati i Patti Lateranensi e il Concordato tra la Santa Sede e lo Stato italiano. "Non menzionare il nome di Dio invano" recita il comandamento mosaico fatto proprio dalla Chiesa di Cristo. "Non interferire nella sfera politica" dice il Concordato rivolgendosi alla Santa Sede. Ci preoccupa meno il comandamento rivolto ai fedeli; ma ci preoccupa molto di più la violazione dei patti tra l'entità religiosa e quella laica e civile, effettuata dalle parole del Papa. Qui si pone un dilemma che non potrà essere ignorato a lungo se il clero clericale proseguirà su questa strada. Se volete mescolare Dio alle contese politiche, allora usciamo dal Concordato, torniamo al regime cavourriano della libera Chiesa in libero Stato, senza più ricorrere al sostentamento finanziario e ai privilegi che lo Stato e noi tutti contribuenti garantiamo alla Santa Sede. Non si può avere Chiesa clericale e statuto concordatario. In un'Europa e in un'Italia che si avviano al pluralismo religioso, puntare ad una legislazione intrisa di clericalismo significa accentuare la discriminazione verso altri culti e altre religioni. E significa, soprattutto, opprimere i laici non credenti o poco credenti o credenti che rifiutano il magistero esclusivo della gerarchia. Significa imporre una scuola pubblica di ispirazione vaticana, abolire la legge sull'aborto e poi quella sul divorzio, mettere le brache alla scienza, tornare al Sillabo e all'Indice dei libri sgraditi. Questo è il clericalismo: un ritorno indietro al 1870 e alla caduta del regime temporale, ad un cattolicesimo ingessato e pervaso di teocrazia, che la cultura moderna aveva contribuito ad evolvere verso un messaggio di pura fede, di misericordia e di carità, che restano il deposito fulgente del Vangelo e del cristianesimo di Francesco e di Gesù di Nazareth suo patrono e ispiratore. Ancora una volta ripeto: è questo che volete ? E magari le Guardie Svizzere al posto dei corazzieri della Repubblica ? Nel 1986, se non ricordo male, il leader radicale Francesco Rutelli scalò il balcone centrale di Montecitorio, ammainò il tricolore e issò al suo posto la bandiera pontificia bianca e gialla come protesta contro il tentativo del Vaticano di interferire sulla legislazione italiana. Il Rutelli di oggi ha cambiato opinione ed è padrone di farlo. Ma a noi piace ricordarlo come un giovane trentaduenne che difendeva la laicità, patrimonio comune di credenti e non credenti. Oggi quell'ammainabandiera sarebbe peraltro inutile. Ciampi, che è già andato a compiere il suo dovere di elettore, la laicità dello Stato la difende a nome di noi tutti e perciò il tricolore sta bene dove sta.
sabato, giugno 04, 2005
Ammacca l'auto di papà e si uccide. Il secondo caso in una settimana
(Copyright "La Repubblica")
L'uno aveva 25 anni, l'altro 23. Abitavano distante, il primo a Padova il secondo a Frosinone, e neppure si conoscevano, ma tutti e due si sono uccisi dopo aver danneggiato la macchina di papà. Erano terrorizzati dalla la reazione dei loro genitori. Tanto da togliersi la vita. Ieri si è gettato dal tetto di casa Giordano Flavi, 23 anni, operaio: due ore prima aveva rovinato la fiancata della Rover di suo padre. Era già capitato un'altra volta che fosse finito contro un muretto e i rimproveri di papà gli erano bastati. Questa volta i danni all'auto erano ben più gravi ma potevano essere riparati: "Io gliel'ho detto", spiega con le lacrime agli occhi il fratello maggiore. "Lascia stare: la macchina si può aggiustare. Con papà ci parlo io, ma non mi ascoltava ed è finito giù, nel giardino di casa, morto". Si è gettato nel vuoto, dalla mansarda del villino di famiglia a Serrone, nel comune di Piglio, non distante da Frosinone. Oggi si sono svolti i funerali. Solo una settimana fa, un caso simile è accaduto a cinquecento chilometri di distanza, a Carmignano di Brenta, in provincia di Padova. Un altro figlio, più o meno della stessa età di Giordano, si è sparato alla testa perché aveva ammaccato il coupé rosso di suo padre. L'auto l'aveva presa di nascosto per accompagnare una sua amica a casa e lungo la strada di ritorno, all'entrata del paese, era finito fuori strada. Anche lui aveva un fratello che ha tentato di convincerlo a lasciar stare ma è stato tutto inutile: "Ci teneva tanto all'opinione dei nostri genitori". Alle 4 di notte, quando il padre ancora ignaro dell'incidente dormiva, Matteo ha preso il fucile Flobert appeso alla parete del pollaio e, con la bicicletta, ha raggiunto un parco pubblico poco lontano. Lì si è sparato. Nello stesso momento il fratello maggiore, turbato, colto quasi da una premonizione, si era svegliato di soprassalto. Il corpo di Matteo è stato trovato accanto a una giostra per i bambini.
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