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domenica, maggio 29, 2005
Finlandia, assalto ai negozi alla disperata ricerca di rotoli di carta igienica
(Copyright "Tiscali notizie")
Grave emergenza nazionale in Finlandia. Per paura venga chiusa una cartiera, i consumatori stanno prendendo d'assalto i negozi. Il prodotto più ricercato ? Non certo i quaderni, fanno sapere alcune fonti locali, ma la banalissima carta igienica. I rivenditori, oramai, non riescono più a soddisfare le richieste dei consumatori, e non perché questi sono stati colpiti da uno strano e generalizzato problema intestinale, ma per il fatto che tutti vogliono avere in casa una più che abbondante scorta di carta. L'allarme, fanno sapere i commercianti, è scattato immediatamente dopo le proteste dei lavoratori del settore, che hanno minacciato scioperi e, di conseguenza, il blocco della produzione. "Appena abbiamo una fornitura - ha spiegato Hille Laine, manager di un negozio nel centro di Helsinki, rimasto a corto del prodotto - i pacchi spariscono dagli scaffali. E quelli grossi sono i primi a sparire".
sabato, maggio 28, 2005
Florida, allarme per bomba in autostrada: era solo un fallo gigante
(Copyright "Tiscali notizie")
Si sono vissuti attimi di panico e terrore negli Stati Uniti. Una delle arterie principali della Florida è stata chiusa per diverse ore dopo che un automobilista aveva notato sotto un ponte un grosso tubo che pendeva e aveva dato l'allarme temendo si trattasse di una bomba. La polizia è intervenuta chiudendo la strada per oltre un'ora e quando è andata a verificre di cosa si trattasse si è accorta che qualche buontempone aveva fatto uno scherzo perchè quello che sembrava un ordigno era in realtà un fallo gigante di plastica attaccato col nastro adesivo al cavalcavia. L'oggetto, per questioni di sicurezza, è stato rimosso con il robot degli artificieri ma al suo interno non c'era nulla.
lunedì, maggio 23, 2005
Il petroliere che voleva conquistare il mondo
(Copyright "La Stampa")
L’uomo con occhialini da bravo studente che stringe con dita magre le grate della gabbia nella quale è rinchiuso da più di un anno e mezzo per alcuni è l’ebreo ladro che ha depredato la Russia, per altri la vittima sacrificale del regime putiniano. C’è chi pensa sia un semigolpista che con i suoi petroldollari voleva comprarsi il Cremlino, altri lo vedono come l’eroe del "sogno russo". Ma in un certo senso Mikhail Khodorkovsky viene processato - e sarà condannato - per un reato più grave: per la visione di un nuovo mondo che ruotava intorno alla sua Yukos. Le leve per farlo le possedeva: la Yukos, quarta major internazionale, produceva il 20 per cento del petrolio russo, quasi il 4 per cento di quello mondiale. I campi petroliferi di Nefteyugansk, Siberia Occidentale, catapultavano l’oligarca al centro delle strategie internazionali: era targato Yukos il petrolio che la Russia aveva comiciato a esportare negli Stati Uniti quando, dopo l’11 settembre, la Casa Bianca decise di allentare la sua dipendenza dal Golfo Persico. E per rendere quel flusso esiguo un fiume, Khodorkovsky aveva progettato un oleodotto che dalla Siberia puntasse verso il porto artico di Murmansk, tratta marittima più breve per attraversare l’Atlantico. Un oleodotto privato in Russia, dove alle società viene imposta la museruola del monopolio statale sul trasporto, era già un progetto abbastanza ardito. Ma pochi mesi prima dell’arresto Khodorkovsky ne aveva varato un secondo. La Yukos possedeva la raffineria di Angarsk, gigantesco impianto costruito dall’Urss che per i misteri della pianificazione era stato piazzato sul lago Baikal. Ma quello che poteva sembrare un errore era diventato un premio insperato: Angarsk è sul confine con la Cina diventata il più famelico consumatore di idrocarburi al mondo, e con un oleodotto che dalle rive del Bajkal puntava verso Pechino la megaraffineria lontana sfruttata sì e no per metà del suo potenziale si è trasformata nello snodo cruciale di una nuova Via del Petrolio. Un piano ambizioso da mozzare il fiato, un "grande gioco" che avrebbe portato il giovane oligarca - e con lui la Russia - al suo centro. Il Cremlino all’oleodotto cinese preferiva il progetto che da Angarsk si dipanava fino ai porti russi sul Pacifico, per fornire il Giappone e la Corea e tenere Pechino al guinzaglio corto delle cisterne ferroviarie, più costose e facili da interrompere. "Non faremo mai un oleodotto verso la Cina", disse un ministro russo appena pochi mesi fa. Probabilmente Khodorkovsky pensava che ciò che era buono per la Yukos lo fosse anche per la Russia, ma Putin non era dello stesso avviso. La Yukos si stava inoltre preparando a vendere un pacchetto delle sue azioni agli americani, probabilmente alla Chevron Texaco, e questo avrebbe proiettato Khodorkovsky nelle migliori famiglie dell’establishment statunitense: George Bush senior volò nella dacia di Vladimir Putin a Soci per convincerlo a non ostacolare l’affare. E’ la spiegazione ufficiose che "fonti vicine al Cremlino" danno dell’arresto dell’oligarca: "Voleva vendere agli americani", dicono sbarrando gli occhi per l’orrore. Ma il "vendere a stranieri", che nella Russia neonazionalista viene equiparato a un alto tradimento, è però una necessità. I miliardi degli oligarchi bastano per gesti eclatanti come l’acquisto del Chelsea, ma le somme per esplorare nuovi giacimenti sono di ordine ben superiore. Le immense riserve russe sono da strappare a luoghi remoti, terre per buona parte eternamente gelata oppure fondali profondi. Cifre astronomiche che Mosca non possiede. E’ per questo che nell’era Eltsin la Shell con i giapponesi venne ammessa ai campi senza fondo di Sakhalin, e la Tnk-British Petroleum si aggiudicò Kovykta in Siberia Orientale. E’ stato il primo passo verso la Yukon petrolifera, il nuovo grande bacino dal quale la Russia spera di alimentare i suoi sogni di superpotenza. Così come Breznev negli anni ‘60 - con tutto il potenziale immenso di un’economia che poteva muovere risorse e uomini senza pensare ai profitti degli azionisti - trasformò la Siberia Occidentale nell’equivalente del Golfo che dà al Cremlino ricchezza e influenza, così Putin punta alla Siberia Orientale, ancora più dura e più ricca. E non ha che un’alternativa: conquistare questo Eldorado ghiacciato con finanze e tecnologie occidentali, oppure tentare uno sforzo accentratore simile a quello sovietico. A trionfare sembra la seconda strategia. La Yukos è già stata parzialmente nazionalizzata dalla statale Rosneft (controllata da Igor Secin che molti considerano l’ideologo dei "siloviki", gli uomini dell’ex Kgb). La Gazprom, colosso statale del gas sotto la guida di un altro fedelissimo, Alexej Miller, ha più o meno imposto la sua partecipazione a Kovykta. Il pool di Sakhalin è stato preso di mira dagli organi fiscali, così come la Tnk-BP che si è vista arrivare la multa di un miliardo di dollari: con queste megamulte venne demolita la Yukos. Il governo sta per bandire dai giacimenti russi compagnie straniere, mentre Gazprom e Rosneft guardano in giro in cerca di altre società private da fagocitare con le buone o con le cattive. E’ il ritorno dello Stato con la maiuscola, a completamento di un processo che nel capitalismo neostatale trova risorse per un monopolio politico. Sotto processo al tribunale Meshanskij non è il corrotto sistema oligarchico da punire in modo esemplare, né un progetto di presa di potere sconfitto in un gioco politico interno. Sul banco degli imputati è un modello di modernizzazione della Russia, la visione di Khodorkovsky contro la visione di Putin. Il prezzo è stato alto e non solo per un danno di immagine. La fuga di capitali dalla Russia nel 2004 viene stimata in 13 miliardi di dollari, e il Fondo monetario internazionale non esita a indicare la Yukos come motivo principale. Importanti progetti di investimento sono stati congelati, mentre la produzione di greggio è scesa. Un segnale inquietante per un Paese che, fatte le debite proporzioni, ha sostanzialmente l’economia di un emirato arabo. E per espugnare la Yukos il Cremlino ha dovuto stringere un patto faustiano con quella Cina alla quale negava l’oleodotto. E che ora potrebbe entrare nel settore energetico russo. La Cnpc, compagnia statale di Pechino, era pronta a staccare l’assegno già quando la Yukos venne messa all’asta e, dopo che le banche occidentali sotto la minaccia di querele si sono rifiutate di finanziare l’"affare", ha rimpinguato le casse di Rosneft con anticipi su forniture future. Senza ovviamente sollevare, come farebbero a Houston e Washington, il problema del detenuto politico Khodorkovsky.
giovedì, maggio 19, 2005
Un dvd con Berlusconi a Ballarò e la puntata diventa un cult
(Copyright "La Repubblica")
Tre euro per la registrazione di Silvio Berlusconi a Ballarò subito dopo la sconfitta alle Regionali e una montagna di richieste. "Una puntata cult, dice divertito il conduttore Giovanni Floris. L'idea di immortalare l'evento su dvd l'ha avuta un napoletano, visto la grande richiesta che c'era. Si tratterebbe di un impiegato, zona Secondigliano, uno che abitualmente scarica i film da internet e li rivende. E che ora, un po' intimorito da troppa notorietà e temendo di perdere il posto di lavoro, preferisce rimanere nell'ombra. "A Napoli si parlava molto della puntata del 5 aprile e lui ha avuto il colpo di genio - racconta Lello Fabiani, uno degli autori di Ballarò -. Io ho saputo di questo commercio attraverso persone che nella vita fanno i distributori cinematografici. In realtà non c'è una bancarella dove si vende, è un circuito amatoriale. Mi ha colpito che a qualcuno sia venuta l'idea". In realtà la registrazione della puntata di Ballarò si può avere anche attraverso internet: ad esempio sul sito "libreriaantagonista", videoamatori "interessati alla tutela e al recupero dei valori culturali tradizionali, e alla controinformazione antagonista", la offrono per dieci euro. "Il successo di quella puntata - spiega ancora Lello Fabiani - è legato all'evento di Berlusconi che torna in televisioni dopo 10 anni. Davanti allo schermo ci sono state punte di oltre sette milioni di persone, ma ci può anche essere la curiosità di chi non l'ha vista. E' comunque un oggetto di culto a prescindere alla parte politica". Certo è che la mimica facciale di D'Alema e le battute di Rutelli ai funambolismi verbali di Berlusconi mentre Alemanno si agita sulla sedia, rimangono qualcosa di memorabile per tutti. Se a questo si aggiungono i fiumi di inchiostro sprecati negli anni per raccontare le regole che ha dettato il cavaliere per comparire in televisione e poi vederlo lì, davanti alle telecamere, il giorno dopo la sconfitta, confrontarsi con due leader dell'opposizione, è un evento. "Quello che sta facendo questo signore di Napoli è sempre un crimine quindi da condannare - dice divertito il conduttore di Ballarò, Giovanni Floris - ma è buffo pensare che in un dvd invece di un film di Hollywood c'è una puntata di Ballarò". E racconta che nella redazione c'è una persona "che è diventata matta a furia di duplicare quella puntata per amici e conoscenti. Nel mio sito c'è un link per andare a vedere la puntata, e ha distanza di oltre un mese è ancora cliccatissima. Non so chi sia questo signore ma qualcuno lo fermi - dice Floris con una risata - e speriamo di avere sempre cose nuove da proporre".
mercoledì, maggio 18, 2005
Roma, giovane polacco rivela: "Io so chi è davvero Piano Man"
(Copyright "La Repubblica")
"Io so chi è Piano Man. Si chiama Steven Masson, è francese. L'ho conosciuto a Nizza è l'ho riconosciuto da una foto vista su un giornale". A parlare con gli agenti del Primo commissariato di Roma è un cittadino polacco di 33 anni, Darius D., dal 2004 in Italia. Il giovane ha fermato - questa mattina, nel centro della capitale - due poliziotti di quartiere. A cui ha rivelato la sua certezza: l'uomo sconosciuto, muto e smemorato ritrovato cinque settimane fa sulle coste inglesi, capace di comunicare solo col pianoforte, lui lo ha conosciuto. "Per questo voglio aiutarlo a ritrovare memoria e identità", ha spiegato. Un riconoscimento tutto da verificare, quello del polacco: accertamenti sono in corso da parte dell'Interpol, allertata dal commissariato romano. E bisogna aggiungere che anche dall'Inghilterra, come riportato oggi dai giornali britannici online, continuano ad arrivare tantissime segnalazioni da parte di persone convinte di aver riconosciuto, dalle pagine dei giornali, il misterioso Piano Man. Comunque lui, Darius, è sicuro: quell'uomo in realtà si chiama Manson. "L'ho riconosciuto stamattina mentre andavo a fare il mimo in centro, la sua foto campeggiava sulla pagina di un quotidiano", ha detto ai poliziotti che lo interrogavano. Ma la vicenda di Darius, e il suo riconoscimento di Piano Man, si intrecciano anche con il nostro sito. Infatti la prima segnalazione sulla vicenda è giunta questa mattina a Repubblica.it intorno alle 11. Attraverso una mail scritta da un lettore, Fabio Aiello: nel testo il mittente - un ragazzo calabrese di 26 anni, laureando in ingegneria, da sette anni a Roma - raccontava succintamente che un suo coinquilino aveva riconosciuto il pianista senza identità, e che per questo si era recato dalla polizia. Interpellato telefonicamente dalla nostra redazione, Fabio aveva confermato il contenuto del messaggio: "Darius è venuto a vivere nell'appartamento in cui io stesso abito da appena quattro giorni - ha raccontato - ma si vede a prima vista che è una persona seria. Oggi è uscito per esercitare la sua attività di mimo nella zona di Fontana di Trevi, ma dopo poco ha visto la foto sui giornali ed è andato dagli agenti. Della vicenda di Piano Man io avevo letto su Repubblica.it: Darius mi ha assicurato di essere assolutamente certo che si tratta del suo amico pianista". Sarà davvero lui il misterioso smemorato trovato in Inghilterra ? Questo solo i controlli tuttora in corso, da parte dell'Interpol, potranno dircelo. Quel che è certo è che la generosità di Darius, nel correre in aiuto di quello che ha riconosciuto come il suo vecchio amico degli anni di Nizza, mostra come la solidarietà che nasce per strada, tra artisti che si esibiscono magari per pochi spiccioli, possa essere fortissima.
lunedì, maggio 16, 2005
Il Corano nelle latrine
di Barbara Spinelli (Copyright "La Stampa")
Il Corano gettato nelle latrine di Guantanamo, per infliggere un trauma ai prigionieri musulmani e predisporli agli interrogatori. La notizia, pubblicata il 9 maggio dal settimanale Newsweek - appena un trafiletto - si è diffusa come un incendio in quella parte del mondo che l’amministrazione Usa vorrebbe rifare a nuovo, democratizzare, addirittura incivilire. In teoria non è l’Islam, l’avversario designato della politica statunitense e degli Stati che l’appoggiano. In teoria lo scopo di quest’amministrazione è politico anziché culturale-religioso, e la sua sfida ha qualcosa di grandioso: si tratta di facilitare l’estensione della democrazia in regioni fin qui ostili al metodo democratico (Medio Oriente, Stati arabi, Afghanistan, Asia centrale). Gli stessi arabi che hanno compilato il Rapporto per lo sviluppo umano dell’Onu, nel 2002 e 2003, chiedevano in sostanza questo. Si tratta di metter fine allo status quo che regna da generazioni in quelle zone, che ha avvantaggiato i dispotismi, che ovunque ha impedito la nascita non solo della democrazia, ma della politica stessa: dell’abitudine, cioè, a regolare i conflitti tra individui o popoli con l’arma della discussione e della rivalità incruenta, anziché con l’urlo, l’istinto e la violenza. L’offesa alle Sacre Scritture dei musulmani scombussola quest’enorme proposito umanitario-filantropico, lo scredita alla radice, invera quel che a parole è ogni giorno negato: lo scontro tra civiltà e l'insulto all’Islam sono in effetti nel patrimonio genetico della guerra che Bush conduce per il grande Medio Oriente democratizzato. Il trafiletto di Newsweek non è ancora confermato, ma pare che oltre a gettare il Corano nei gabinetti, i carcerieri di Guantanamo abbiano anche tirato l’acqua, affinché non sussistessero dubbi su quel che pensavano del Libro scritto, secondo i musulmani, da Dio. L’episodio di Guantanamo s’aggiunge alle torture inflitte in precedenza nelle prigioni afghane, oltre che nel carcere iracheno di Abu Ghraib, ma questa volta l’evento, se confermato, suscita uno stupore speciale. Molti grovigli sembravano infatti sul punto di dipanarsi in Iraq, dopo le elezioni di gennaio e la formazione del governo di al Jafaari. E il disegno stesso di Bush, che s’era gettato nella guerra per mettere in guardia i despoti nel mondo islamico, cominciava a dare frutti: l’inizio della democrazia in Palestina, l'insurrezione libanese contro il dominio siriano, la moderazione di Gheddafi, sono conseguenze più o meno dirette del metodo americano. Molti critici della guerra irachena non avevano fatto i conti con questa possibilità, e adesso scoprono quanto sia importante la battaglia per la libertà, nelle relazioni internazionali. Ma accanto a questa verità ce n’è un’altra, ed è buia. Per questa vasta guerra liberatrice, l’America di oggi non ha strumenti veramente funzionanti. Nel campo di battaglia come nelle prigioni di guerra, si affida a mercenari e impiegati che non tengono il comportamento di soldati inciviliti da adeguata educazione, ma che praticano assai spesso il linguaggio e i gesti di banditi. Ha soldati che sparano senza domandarsi perché, come nell’assassinio di Calipari. Dispone di un personale che non sa nulla di quel che sono decenza e opportunità, nelle prigioni di Guantanamo. Gli americani che liberarono l’Europa erano civili in armi che esprimevano con la loro presenza una società che aveva saputo creare e custodire la democrazia, osservando alcune regole di buona condotta. Da quando la coscrizione obbligatoria si è rivelata impossibile questo non c’è più, ogni controllo sociale sulle guerre e sulla stessa loro durata viene meno, ed è il motivo per cui si apre oggi il fossato tra quel che l’America sogna idealmente di essere e quel che concretamente pratica nei bassifondi di Guantanamo. Dalla seconda guerra nel Golfo l’Iraq uscirà forse vincente, un giorno. E accanto all’Iraq anche la Palestina, il Libano, forse perfino la Siria o l'Arabia Saudita. Ma l’America potrebbe nel frattempo aver perso la battaglia cruciale, che è quella psicologica e culturale, per aver suscitato nell'Islam e nel mondo un antiamericanismo che non diminuisce ma avanza, man mano che cresce la democrazia. Una nazione dove il Corano viene associato a quel che finisce nelle latrine non è in grado di fare guerre alla lunga vincenti, per la libertà e la pace tra popoli diversi. Questo è tanto più drammatico, in quanto i governanti Usa sottolineano con insistenza crescente l'importanza della libertà e della tolleranza, nell'edificazione di un ordine mondiale stabile. Ma la diffusa rivolta provocata dalla profanazione del Corano dimostra quanto fragile sia l'armamentario impiegato da Washington per una battaglia così ambiziosa: il personale per le loro operazioni, i governi Usa lo reclutano in strati sociali che spesso paiono vicini alla criminalità, e che sono estranei ai valori professati e propagandati nei discorsi pubblici, come abbiamo visto. A ciò si aggiunga che nessun politico di Bush paga mai per i crimini bellici che non controlla, o che ha tollerato se non aizzato: il ministro della Difesa Rumsfeld è stato riconfermato; il consigliere che nel 2002 redasse un memorandum favorevole alla tortura, Alberto Gonzales, è stato promosso ministro della Giustizia. Nasce così il risentimento mondiale che circonda l’Occidente e che anche questa volta è sfociato in tumulti più o meno violenti, ma comunque antiamericani: in questi giorni, il disastro del Corano ha aizzato integralisti e fedeli in Afghanistan, Pakistan, Indonesia, Gaza. L'estremismo musulmano si nutre di questi episodi, come in Uzbekistan si nutre dell'alleanza illiberale che Bush ha stretto, per meglio combattere il terrorismo, con il dittatore Islam Karimov, un uomo dell'apparato postsovietico contro cui i musulmani uzbeki - integralisti e non - si stanno ribellando a costi umani altissimi (300 morti nella notte di venerdì, secondo alcune testimonianze. La tortura preferita da Karimov è l’immersione nell'acqua bollente). Un’America che ha forse idee buone, ma che non sa accompagnarle al senso della realtà e a una rivalutazione della politica. Un’America che vince inizialmente le guerre ma non sa poi concluderle, non essendo capace di ricostruire gli Stati che ha sfasciato. Un’America che non ha né gli strumenti umani né la politica per l’offensiva democratica che idealmente si prefigge. È quel che lascia intendere Henry Kissinger, in un articolo pubblicato sull’Herald Tribune il 12 maggio, quando critica la tendenza statunitense a trasformare la parola realismo in spregiativo. Anche per questo si continua a morire in Iraq (più di 400 iracheni uccisi da quando è stato formato il governo) in questa guerra di cui non si scorge la fine. Dal punto di vista idealista le elezioni e la vittoria della maggioranza sciita sono state un immenso progresso. Dal punto di vista realista siamo ancora lontani da quel che il popolo veramente desidera: la fine della paura, la sicurezza, i diritti costituzionalmente garantiti non tanto alle maggioranze quanto alle minoranze, la libertà di credere o non credere senza essere umiliati e offesi. Siamo ancora lontani da tutto questo perché l’America stessa non sa come finire una guerra che quasi per intero è affidata a corpi separati, non sorvegliati dalla società. Perché in America stessa il rapporto tra idealismo e realismo si è a tal punto guastato, che c’è chi pensa di poter vincere le battaglie ideali scaricando il Corano nelle fogne.
venerdì, maggio 13, 2005
La missione "Antica Babilonia" e il petrolio di Nassiriya
(Copyright "La Repubblica")
Siamo in Iraq per il petrolio. Certo anche per scopi umanitari e di salvaguardia dell'immenso patrimonio archeologico di quel paese - non a caso la missione si chiama "Antica Babilonia" - ma l'oro nero c'entra e come. L'inchiesta di Sigfrido Ranucci, in onda oggi su Rai News 24, documenti alla mano, prova a dimostrarlo. E non sarebbe nemmeno un caso che i nostri militari siano stati dislocati a Nassirya e non altrove, perché il capoluogo della provincia sciita di Dhi Qar era proprio il posto in cui volevamo essere mandati. Perché ? Perché sapevamo quanto ricca di petrolio fosse quella zona. In gran parte desertica, ma letteralmente galleggiante su un mare di quel preziosissimo liquido che muove il mondo. Un vecchio accordo tra Saddam e l'Eni, che risale a metà degli anni Novanta, per lo sfruttamento di un consistente giacimento (2,5-3 miliardi di barili) nella zona di Nassiriya induce quantomeno a sospettarlo. Così come qualche dubbio lo insinua lo studio commissionato dal ministero per le Attività produttive, ben sei mesi prima dello scoppio della guerra, al professor Giuseppe Cassano, docente di statistica economica all'università di Teramo. Un dossier nel quale si conferma che non dobbiamo lasciarci scappare l'occasione in caso di guerra di basarci a Nassiriya, "se non vogliamo perdere - scrive Cassano - un affare di 300 miliardi di dollari". Qual è il problema ?, si chiederanno molti. In fondo che male c'è se dopo aver preso parte a una missione così onerosa e rischiosa, alla fine ce ne viene qualcosa ? Salvaguardare "anche" il buon andamento dei nostri affari petroliferi, suggerisce il sottosegretario alle Attività Produttive Cosimo Ventucci, intervistato da Ranucci, è una scelta "intelligente". Certo, bastava ammetterlo - questa la tesi di Ranucci - e rispondere alle interrogazioni parlamentari in materia senza nascondersi dietro formule di circostanza. Ammettere che in realtà la ragione petrolio era tanto più importante di quella umanitaria: "Ho cercato di occuparmi di progetti di ricostruzione - denuncia Marco Calamai, che ha lavorato con il governatore di Nassiriya per un periodo - ma la ricostruzione non è mai veramente partita. L'America esporta la democrazia a parole, in effetti ne ha impedito la crescita dal basso". I nostri carabinieri hanno pertanto scortato barili di petrolio e sorvegliato oleodotti. E la strage di Nassiriya, come ha scritto il corrispondente del Sole24 Ore Claudio Gatti all'indomani dell'attentato, non era diretta contro il nostro contingente militare, ma contro l'Eni. D'altronde, l'Iraq è la vera cassaforte petrolifera del pianeta. Con scorte che secondo Benito Livigni, ex manager dell'americana Gulf Oil Company e successivamente dell'Eni, sarebbero superiori a quelle dell'Arabia Saudita: "Secondo una stima le riserve dell'Iraq ammonterebbero a 400 miliardi di barili di petrolio, e non i 116 dei quali si è sempre parlato. Nel Paese ci sono vaste zone desertiche non sfruttate".
giovedì, maggio 12, 2005
Kenya, neonata abbandonata adottata da una cagnetta
(Copyright "La Repubblica")
La storia della cagnetta randagia che ha salvato una neonata a Nairobi, in Kenya, ha fatto il giro del mondo e ora si moltiplicano le offerte di adottare la piccola. Qualcosa di buono è arrivato anche per l'animale, del quale si è presa cura una associazione di animalisti locali che l'ha chiamata Mkombozi, che in swahili significa "salvatore". Intanto la bambina protagonista della vicenda da "Libro della giungla" è in ospedale, dove le stanno curando un'infenzione al cordone ombelicale. Secondo i medici ha circa due settimane di vita, pesa 3,3 chilogrammi e le sue condizioni sono abbastanza buone. Mentre la polizia cerca la madre che l'ha abbandonata nella foresta vicino alla città, il personale dell'ospedale l'ha chiamata Angela e deve fare fronte alle tante richieste di adozione della neonata. Non tutti credono però alla versione della cagnetta salvatrice. I ragazzini del quartiere di baracche alla periferia di Nairobi hanno raccontato di aver sentito un pianto di neonata e di aver poi trovato la bambina tra i cuccioli che la cagnetta stava allattando. Secondo altri testimoni, Mkombozi ha trovato la piccola abbandonata in una foresta vicino alla città, l'ha trascinata per parecchi metri su una strada trafficata e attraverso il filo spinato e l'ha sistemata (senza procurarle il minimo graffio) tra i suoi cuccioli. Il portavoce del governo, Alfred Mutua, ha detto che si stanno svolgendo indagini. "Se davvero le cose fossero andate così - ha commentato - si tratterebbe di uno di quei fatti che sfuggono alla comprensione umana". Il portavoce ha poi confermato che le richieste di adozione, sia dal Kenya, sia dall'estero, si moltiplicano.
mercoledì, maggio 11, 2005
Los Angeles, dieci agenti sotto inchiesta per aver sparato 120 colpi contro auto
(Copyright "La Repubblica")
Un inseguimento ad alta velocità per le strade di Monterey Park: un gruppo di agenti ha seguito un fuoristrada e quando è riuscito a bloccarlo, bucando le gomme, si è avvicinato alle vettura ferma aprendo il fuoco. La scena della sparatoria è stata ripresa da una videocamera amatoriale e ora i dieci agenti della polizia di Los Angeles sono finiti sotto inchiesta per aver sparato 120 colpi contro l'automobile. Il guidatore, che era disarmato, è rimasto ferito; le sue condizioni sono stazionarie. L'indagine è stata aperta dallo stesso ufficio dello sceriffo della contea di Los Angeles in cui lavorano i dieci. "La domanda è: dovevano sparare tutti quei colpi che hanno sparato ?", ha sottolineato lo sceriffo Lee Baca. Dopo un inseguimento nel quartiere residenziale di Compton, i dieci vicesceriffi sono riusciti a bloccare il Suv bianco guidato da Winston Hayes, 44 anni. Non è chiaro perché Hayes fosse finito nel mirino della polizia; quando è stato interrogato ha raccontato che era solo un po' alterato dalla cocaina. Di certo, non appena ha fermato la macchina i poliziotti l'hanno circondato e cominciato a sparare. "Attenti al fuoco incrociato, attenti al fuoco incrociato", ha urlato uno degli agenti ripresi nel filmato. Alcuni dei colpi hanno centrato Hayes alla gola, a un dito e a una spalla. Un poliziotto è stato colpito, ma indossava il giubbotto antiproiettile che lo ha protetto. Alcune pallottole sono finite contro cinque case delle vicinanze, rotto i vetri alle finestre e costretto gli inquilini terrorizzati a gettarsi a terra nel panico.
martedì, maggio 10, 2005
Fecondazione: Fini voterà sì
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Gianfranco Fini ai suoi l'ha già detto: "La linea di An è per la libertà di coscienza; se poi volete sapere cosa farò io, andrò a votare ai referendum e credo voterò alcuni sì". Un'incertezza il leader di Alleanza nazionale e ministro degli Esteri ce l'ha sull'eterologa. "Ci rifletto, deciderò". Nella sua scelta non vuole coinvolgere il partito. E alla moglie Daniela ha anche portato il testo della legge 40 sulla provetta: "Devi avere un'opinione tua, è una questione di coscienza", riferisce lei, la signora Fini che però non si sbilancia ancora. An alle prese con il referendum del 12 e 13 giugno si agita, si divide ma apre al confronto interno su temi che, afferma il leader, sono questioni della modernità e come tali ineludibili. Così alla destra sociale dei ministri Alemanno e Storace che si schiera con il fronte del non voto - tanto invocato dal cardinale Camillo Ruini - si affianca il movimento giovanile del partito. Azione Giovani annuncia una campagna per l'astensione. Per l'astensione sono anche i ministri Altero Matteoli e Maurizio Gasparri. Andrà a votare ma dirà quattro No, il vice ministro Adolfo Urso; tre Sì e un No per Italo Bocchino; Daniela Santanché forse andrà al mare ma la legge non le piace. In tanta diversità di opinioni ecco perché An difende a spada tratta la linea della libertà di coscienza. Con una dura nota il partito replica a Bobo Maroni, il ministro leghista che in un'intervista a Repubblica aveva definito "ipocrita e pilatesca" la posizione di quei partiti del centrodestra, come An e Forza Italia, che hanno optato per la libertà di coscienza. Al contrario il Carroccio si è schierato: promuoverà l'astensione. "Proprio perché c'è una legge che abbiamo contribuito ad approvare e che oggi è giudicata da uno schieramento trasversale meritevole di essere modificata - contrattacca An - non c'è nessuna ipocrisia nella libertà di coscienza". Lo scontro sui referendum si accende. Francesco Rutelli, il leader della Margherita che ha votato a favore della legge, fa sapere: "Tra una decina o una dozzina di giorni dirò quello che penso sul referendum, non da leader della Margherita ma da uomo politico e da cittadino". Non si pronuncia per ora neanche sull'astensione: nulla fino alle amministrative. Si rammarica Massimo D'Alema, il presidente dei Ds perché l'Unione in Parlamento non ha avuto una posizione comune. "Ci voleva un maggiore sforzo per trovare nel dibattito parlamentare una posizione comune del centrosinistra", chiosa e aggiunge di lavorare "perché si raggiunga il quorum". Intanto, si prepara la battaglia finale. Oggi il Comitato per i quattro Sì all'abrogazione parziale della legge sulla fecondazione assistita presenta la campagna referendaria. "Comincia il conto alla rovescia, mancano al voto poco più di trenta giorni in cui si gioca una battaglia di libertà", afferma Lanfranco Turci. Chiamati stamani a raccolta i testimonial. E anche il ministro forzista delle Pari opportunità, Stefania Prestigiacomo sarà della partita partecipando alla manifestazione: un sostegno di fatto. La Cgil nel direttivo di ieri ha approvato un documento in cui "si sollecita la partecipazione al voto il 12 e 13 giugno come esercizio di un diritto e di un dovere civile". Piero Fassino, il segretario dei Ds invita ai "quattro Sì per la vita" e alla Chiesa chiede piuttosto di "proporre il No e la scheda bianca". "I cattolici non restino all'ombra del non voto", rincara Gavino Angius presidente dei senatori della Quercia. "Una furbata l'astensione", per lo Sdi. Anche in Forza Italia si apre il dibattito sulla libertà di coscienza: Antonio Tomassini e Maurizio Lupi la difendono ritenendola l'opzione giusta per un partito, rispettose delle diversità di atteggiamento e opinioni. Il comitato di parlamentari "Non votare" ha fatto ieri la sua uscita pubblica a Milano: ne fanno parte esponenti dell'Udc, della Margherita, dell'Udeur. Si muoverà, dicono, in combine con "Scienza e vita" sorto all'indomani dell'appello di Ruini.
mercoledì, maggio 04, 2005
Diario da Costantinopolis
di Costantino della Gherardesca (Copyright Dagospia.com)
Mi dovete scusare per il recente periodo d’assenza. Ma la folla di gioiosi Cristiani che si è vista di recente a Roma, e poi in televisione, mi ha fatto piombare in una penombra dove ho potuto smascellare dalla paranoia lontano da tutti, in privato. Quello che ha unito milioni di persone, la fede, mi ha respinto via come aglio con una Principessa Giapponese. Infatti mentre tutti si sentono fratelli e sorelle nel loro letame medio-orientale di Monoteismo, io mi sento l’Imperatore bambino della Manciuria che scorrazza da solo per i corridoi. In mezzo all’aria fresca... ma sempre più rarefatta in quanto sono convinto che quando i Cristiani si riuniscono a pregare a me viene un attacco d’asma. Più loro si sorridono inebetiti dal credo, più io cado vittima di acciacchi. Credo che ci voglia proprio un nuovo scandalo tipo Banco Ambrosiano per farmi saltellare fuori dal letto ed andare in campagna a correre per i prati con il mio cane Pinoli. Possibilmente rovinando su Alessandra Borghese. Comunque - per prendere un po’ d’aria - proprio mentre tutti erano a riscoprire la propria fede io sono andato al 20esimo Festival Internazionale di Film Con Tematiche Omosessuali Di Torino. Sono andato anche per intervistare Jennie Livingstone, leggendaria regista di "Paris Is Burning". Le ho spiegato che il suo film per me era la Torah, e lei ha riso dicendo che non era la stessa Torah che ha studiato lei da piccola. "Paris Is Burning" tratta di travestiti ad Harlem negli anni ‘80, e di questi "balli" che loro facevano ove davano sfogo al proprio esibizionismo. Ora Jennie ha proposto un corto intitolato "Who’s The Top ?", una lesbica insoddisfatta trova la felicità con una compagna più dominante. E tramite la soddisfazione sessuale riesce a stabilizzarsi creando un nucleo familiare e finisce per adottare dei bambini. Ovviamente la Livingstone ha colpito anche politicamente; non era un’opera ghettizzata, danzava comodamente nella sua piena conoscenza del cinema (ha vinto svariati premi per "Paris Is Burning" ed è stato suo zio Alan Pakula a sostenere la sua scelta di fare cinema). Poi mi ha colpito molto un documentario sui Repubblicani gay negli Stati Uniti. "Gay Republicans" parlava di un gruppo chiamato "Log Cabin Republicans", omosessuali con una scelta politica apparentemente paradossale. Convinti del loro partito finché Bush non ha cercato di cambiare la Costituzione per levargli diritti civili. Tra di loro spiccava un Repubblicano di Palm Beach, ex-parrucchiere, per il quale i soldi erano più importanti degli ideali politici. Spiegava che si identificava di più con la propria ricchezza che con la propria sessualità. Devo ammettere che anch’io fossi miliardario mi identificherei più con i miei gioielli che con i miei compagni gay che vanno a ballare la musica House. Non ho neanche perso il film "A Dirty Shame" di John Waters, presente come madrina del festival. Una commedia sul sesso, ove una madre perbenista prende un colpo in testa e diventa insaziabile. Dal film ho imparato il termine "Roman Shower", dove un uomo ed una donna si vomitano addosso come preliminari sessuali. Mentre mi trovavo in albergo (lo stesso dove si suicidò Cesare Pavese), durante una lunga conversazione telefonica con un mio amico milanese, si è discusso di "sex change". Mi chiedevo, dopo aver visto vari colleghi omosessuali attempati, se valesse la pena farmi installare una fica prima di raggiungere i 60anni. Così, giusto per diventare una vecchia con dignità. Ma sono rimasto sconvolto nell’ascoltare la storia di una sua amica che dopo l’operazione, non godeva più. Non solo. Era costretta a scopare continuamente, senza godere, senno la "vagina" si rimarginava. Pare che in Venezuela facciano le vagine utilizzando un metodo dove lasciano dentro un testicolo. Però il problema sta nel fatto che le fiche Venezuelane sono bruttissime, "sembrano dei pipistrelli", spiegava. Quindi mi sono rassegnato ad un futuro con un cazzo moscio, che comunque è molto più da gentleman. Ho tuttora incubi sulla fica-pipistrello venezuelana. Comunque c’è una cosa peggio delle vagine costruite in Venezuela, e sono i David di Donatello. Io ho guardato la cerimonia l’altro giorno in televisione e mi è venuta voglia di bruciare il passaporto e la bandiera. C’erano Tom Cruise con la ragazzetta di "Dawson’s Creek", e Hillary Swank. Si guardavano fra di loro, e credo che fra i sorrisi si chiedessero a denti stretti: "Where the fuck are we ?!". Con l’interprete che spiegava ai vicini: "Si stanno chiedendo dove cazzo sono". L’inizio la diceva tutta. Facevano vedere dei clip con delle star di Hollywood, tipo Ava Gardner o Audrey Hepburn; ed al loro posto sfilavano delle fotomodelle tanghere mai viste al di sopra della Rupe Tarpa, che in teoria gli somigliavano ed erano vestite come loro. Vestite, vorrei aggiungere, con degli abiti con i tessuti che drappeggiavano come delle lastre di piombo. Perché provarci se non si hanno le possibilità creative per riuscirci; anzi, mi chiedo, sapranno gli organizzatori dei David cosa vuol dire un evento riuscito ? Ne dubito seriamente, anche perché sembrano non capire che gli eventi fatti per il pubblico di telenovelas filippine hanno un effetto deprimente per l’economia artistica, se applicati al cinema di una nazione. E poi, porca puttana, basta tirar su un paio di giornali e leggere. Le notizie su arte e spettacolo non sono rinchiuse in uno scantinato del Pentagono !
lunedì, maggio 02, 2005
"Gesù è esistito ?". A decidere sarà un tribunale
di Mattia Feltri (Copyright "La Stampa")
L’ex seminarista Luigi Cascioli, con l’intransigenza dell’ex fumatore davanti a un mezzo toscano, vuole l’abolizione di Gesù Cristo in nome del popolo italiano. E’ una vecchia storia meritevole di un riassunto: Cascioli, settantuno anni, agronomo in pensione di Roccalvecca (Viterbo), disilluso dagli studi biblici s’è buttato in quelli storici giungendo alla conclusione che Gesù non è mai esistito. La sua figura, dice, è stata costruita per motivi truffaldini dalla Chiesa cattolica sfruttando ed edulcorando la turbolenta biografia di Giovanni di Gamala, figlio di Giuda, giovanotto animato da sentimenti patriottici e anti-romani. Già qualche hanno fa Cascioli aveva intentato causa all’intero Vaticano chiedendone la condanna per "abuso della credulità popolare" e "sostituzione di persona". Ma il giudice di Viterbo archiviò senza scoraggiare Cascioli che, per rilanciare la battaglia, ha indirizzato la querela a don Enrico Righi, parroco di Bagnoregio (sempre Viterbo). In un bollettino, il parroco aveva sostenuto che Gesù è innegabilmente transitato sul nostro pianeta. Secondo Cascioli è l’inconfutabile prova del crimine. Per gli sclerotici meccanismi della giustizia, don Enrico è stato iscritto nel registro degli indagati e ieri il giudice Gaetano Mautone avrebbe dovuto decidere se proscioglierlo o mandarlo a processo. Non se n’è fatto nulla poiché Cascioli ha ricusato il giudice: Mautone è cattolico, non garantisce indipendenza di giudizio. Toccherà ora alla corte d’Appello di Roma stabilire se Mautone potrà proseguire le udienze oppure dovrà farsi da parte. Don Enrico non l’ha presa bene: "Di questo passo io potrei a mia volta ricusare un giudice che magari si proclami ateo". Cascioli ha esposto le sue eccentriche teorie in un libro - "La favola di Gesù" - che ha suscitato qualche entusiasmo fra gli atei più battaglieri, specialmente quelli di Francia, mobilitati in suo sostegno attraverso l’associazione nazionale. Nel sito dell’agronomo si leggono lettere arditamente fiduciose: "Sono felice che finalmente un tribunale ci renderà giustizia di un’oppressione che ci è stata imposta per millenni", ha scritto Renato da Lecco. E in effetti Cascioli spera di sbriciolare il cattolicesimo attraverso una sentenza: senza Gesù crollano le fondamenta di quello che reputa un lunghissimo e orrendo sopruso. Come si potrà immaginare, il querelante ha una pessima opinione della Santa Sede e del clero. Incurante del rischio di passare per balengo, ha redatto tesi simili: "Il Naturismo-Nudismo è la dimostrazione più evidente del bisogno che ha l’uomo di vivere secondo una morale basata sul buon senso e la ragione... rappresenta l’equilibrio laico che libera gli uomini dall’odio generato dal conflitto dei due eterni antagonisti, il bene e il male, rappresentati il primo da un Dio repressivo e castigatore e il secondo da Satana, Dio permissivo e licenzioso". Dunque i credenti vivono di desideri soffocati e i satanisti di desideri animalescamente sfogati; i moderati atei si danno al nudismo. Gli appartenenti alle prime due categorie sarebbero quindi vittime di "nevrosi che sfociano poi nei dialoghi più pornografici nei confessionali, nella pedofilia dei preti, nei priapismi (erezioni del membro) che s’invigoriscono all’ombra dei santuari". La storia della Chiesa - per concludere sulla dottrina di Cascioli - è riassumibile in una nascosta e frenetica congressualità carnale, fra preti e novizi, monaci e monache, prelati e chierichetti, con milioni di infanti soffocati nella culla per cancellare la traccia del peccato, e con le turpi usanze trascinate fino a oggi, se è vero che quella ecclesiastica è "la categoria più colpita dall’Aids". E così - mentre un altro magistrato italiano chiede la chiusura del sito antagonista Indymedia, colpevole di aver pubblicato un fotomontaggio con Papa Benedetto XVI in tenuta da nazista, e mentre gli attacchini di Glasgow si rifiutano di incollare i manifesti con cui un giovane artista avverte i bambini che Babbo Natale è un’invenzione, altrimenti non si spiegherebbe perché consegna ai figli dei ricchi regali più belli - in Italia il corpo togato viene investito di una nuova missione siderale. Dopo aver tentato di riscrivere la storia della Repubblica e occasionalmente quella della Resistenza, dovrebbe ora riscrivere la Bibbia. Un incarico del quale sarebbe augurabile si spogliasse, nonostante la delusione che susciterebbe nella parte lesa. Luigi Cascioli, tra l’altro, ha studiato nel medesimo seminario frequentato da don Enrico. E lo stesso don Enrico ricorda quel ragazzino di quattro anni più giovane, così piccolo e già così poco accondiscendente con l’ortodossia. Era talmente critico e pervaso dal dubbio che il vicerettore, don Filippo, lo soprannonimò "Lutero". In omaggio ai comuni precedenti, mesi fa Cascioli scrisse a don Luigi rassicurandolo sul carattere puramente impersonale della diatriba: "Io non ho nulla contro di te avendoti sempre considerato una persona umanamente degna di ogni stima". Circostanza per la quale si offriva di ritirare la denuncia, casomai don Enrico avesse portato "una prova, una soltanto" dell’esistenza di Cristo. Quanto quella di Dio, Cascioli ci ha rinunciato: "Sarebbe per me impossibile dimostrare l’inesistenza dell’inesistente, cioè la sua non esistenza".
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