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venerdì, aprile 29, 2005
Perde tutto nello tsunami, risarcita con 4 centesimi di euro
(Copyright "La Repubblica")
Dopo la tragedia che aveva colpito gli abitanti delle isole Andamane e Nicobare, il governo indiano aveva promesso milioni di dollari di aiuti per alleviare le sofferenze degli abitanti delle isole colpiti dal terremoto e dalla tsunami. E invece, la storia resa nota dalla Bbc on line, racconta un'altra verità. Una donna delle isole indiane Nicobare ha ricevuto un assegno di due rupie, circa 4 centesimi di euro, come risarcimento per i danni causati dallo tsunami. Una magra consolazione per la perdita del raccolto di anacardi dai campi di sua proprietà. Charity Champion, così si chiama la donna, abita nel villaggio di Nancowrie, in un'isola dell'arcipelago tra le più colpite. E raccomta così la tragedia: "Ho perso 300 alberi tra anacardi e noci nello tsunami, con un danno di oltre 20.000 rupie. Due rupie non bastano neppure per pagare il vetro rotto di una finestra". E la storia di Charity non è un caso isolato. Molte sono le persone che in India hanno perduto tutto nel maremoto e hanno ricevuto dal governo cifre nettamente inferiori alle loro aspettative e necessità. E gli ambientalisti puntano l'indice contro la burocrazia che avrebbe fatto stime approssimative dei danni: "Le Nicobare sono state duramente colpite dallo tsunami, ma ora ci si è messa una burocrazia indolente a peggiorare le cose".
giovedì, aprile 28, 2005
Grillo-Fininvest, show in aula: "Prescrizione anche per me"
(Copyright "La Repubblica")
"Confido nell'attenuante. Se Berlusconi ha preso la "corruzione semplice" perché il giudice era già stato corrotto prima, spero almeno che a me venga contestata una "diffamazione semplice" perché la Fininvest era già stata diffamata. Le cose che ho scritto sono state sostenute da commentatori autorevoli. Quindi con l'attenuante avrei diritto alla prescrizione del reato. Spero nella legge Previti...". Lo show fuori programma di Beppe Grillo va in scena al tribunale civile delle capitale, nella bolgia del diritto romano, tra ex coniugi in attesa di divorzio e litigi di condominio. Davanti al giudice Angela Salvio, aula 117, il comico genovese, che stringe in pugno un cornetto rosso, è accusato di diffamazione. In un articolo su "Internazionale", Grillo avrebbe disonorato la Fininvest facendo riferimento a "fondi neri", al "falso in bilancio" e sostenendo che "lo scandalo Parmalat è emblematico di un capitalismo italiano reso opaco dai conflitti d'interesse". Un'analisi non gradita alla spa di famiglia del premier Berlusconi che vuole 500 mila euro per "la reputazione offesa". "Ci sono rimasto un po' male, vogliono solo 500 mila euro - sorride ma con amarezza il comico ligure - . Del resto è il prezzo che si paga per poter scrivere cose che si dovrebbero leggere sui mezzi d'informazione. Ma se non scrivono i giornalisti, sempre più ogm, dobbiamo metterci in gioco noi. Certe cose le riescono a far passare persone come Zanotelli, don Ciotti e qualche cantante rock". Poche battute e il corridoio del tribunale si trasforma in un palcoscenico. Accanto a Grillo c'è l'avvocato Giuseppe D'Ippolito. "Loro hanno decine di avvocati. E anch'io non scherzo: a difendermi c'è Pino che è il principe del foro di Lamezia Terme e poi c'è mio nipote penalista di Genova. Mi dispiace solo far perdere tempo a così tante persone e al giudice che ha cose più importanti a cui pensare che non un articolo sulla Fininvest. Ma alla "Finanziaria Investimenti" ci sono tanti ragazzi simpatici. E se vogliono cancellare la libertà di satira, con questo articolo rischio l'ergastolo". Allora potrebbe accettare una conciliazione e chiudere la causa ? "Sì, certo, se mi vengono a dire che si sono sbagliati. Ciò che ho scritto non è da diffamazione è un articolo dove si parla di bilanci fasulli, oggi li fanno tutti. The Economist ha scritto le stesse cose ma non è stato querelato". L'udienza davanti al giudice Salvio termina con un rinvio. Ma il monologo di Grillo prosegue per le scale. "C'erano gli avvocati della controparte: due bravi ragazzi, dispiaciuti, del resto sono miei fan. Sono tranquillo e vado avanti. Prendere per il culo il potere è uno stimolo per la democrazia. Ma in questo mondo tutto è rovesciato. Le cose serie orami le dicono i comici. Dopo i miei spettacoli la gente mi bacia e piange come se fossi Benedetto XVI. Ma io semmai sono Maledetto II". L'articolo sotto accusa ora verrà letto dal comico a Eco Radio ed è pubblicato sul blog www. beppegrillo. it. "Solo Internet ci salverà. - incalza lo showman genovese - La rete è il futuro, qui trovi ancora persone civili che per dire una parolaccia scrivono "c.. o". Per questo voglio nascere con l'e-mail e non più col codice fiscale. A proposito c'è ancora il ministro per le innovazioni tecnologiche Stanca ? Sì ? Benissimo ! Così torneremo al paleolitico...".
mercoledì, aprile 27, 2005
Fiat lascia lo scettro alle banche
(Copyright "La Repubblica")
Finisce l'era degli Agnelli e inizia quella delle banche. Per la Fiat parte una nuova epoca, sebbene il gruppo confermi gli obiettivi industriali per i prossimi anni. Contrariamente a tutte le ipotesi di analisti e commentatori, Fiat ha deciso nell'incontro di ieri con le 6 banche del convertendo di fare un passo indietro nel gruppo e di far valere l'accordo sul prestito che, loro malgrado, fa entrare le banche creditrici come primo azionista del maggior gruppo industriale privato italiano e mette l'Ifil in una situazione di minoranza. Gli Agnelli dopo oltre un secolo si avviano così a cedere il controllo del Lingotto. Nell'incontro ai massimi livelli di ieri a Milano, l'amministratore delegato Sergio Marchionne ha fatto valere l'intesa che prevede l'ingresso degli istituti di credito nel capitale quale contropartita per la mancata restituzione del finanziamento di 3 miliardi di euro stanziato nel 2002. Così, a meno di tre anni dalla firma del prestito, le Banche (2 straniere e 6 italiane con in testa Intesa, Unicredit, SanPaolo e Capitalia), sia pure di malavoglia, hanno quindi di fronte la prospettiva di diventare a questo punto tutte insieme già dal prossimo settembre azioniste di Fiat con una quota intorno al 27-28%. Con gli Agnelli che dall'attuale 30% scenderanno al 22%. Gli istituti di credito, da parte loro, diventando azionisti di riferimento del Lingotto, potranno affiancare ai vertici attuali altri manager, allo scopo di continuare a perseguire gli obiettivi della ristrutturazione del prossimo triennio, che da parte sua anche Fiat ha ribadito in un comunicato congiunto di voler conseguire. Ma le banche non sembrano al momento un blocco unito. Sul tavolo di quelle più esposte è già arrivata una proposta di Lehman Brothers che, sulla falsariga di quanto già fatto per Piaggio, offre di rilevare il convertendo in cambio di quote di una nuova società (newco) nella quale entrerebbero non meglio precisati imprenditori. Nei mesi scorsi come possibile "cavaliere bianco" in molti avevano guardato a Roberto Colaninno ritenuto pronto a una nuova sfida dopo il rilancio di Piaggio. Ma l'imprenditore mantovano ha da parte sua già smentito ogni coinvolgimento. Altre proposte da banche d'affari e case d'investimento potrebbero comunque arrivare da qui a settembre, secondo le aspettative delle stesse banche. Per quanto riguarda i singoli istituti, per tamponare le perdite sul prestito, alcuni degli istituti si sono già mossi. Banca Intesa, la più esposta per 650 milioni di euro, ha già coperto le perdite previste con strumenti derivati per 380 milioni, limitando l'impatto reale sul conto economico a 20 milioni di euro. Unicredit, che ha partecipato al prestito per 625 milioni, ha scelto invece la via dell'accantonamento (per 108 milioni) per coprire una perdita stimata di circa 240-245 milioni. SanPaolo Imi, che ha contribuito al finanziamento con 400 milioni, ha invece imputato 167 milioni come perdita presunta. Accanto a queste ultime a cercare una via d'uscita per evitare oneri troppo pesanti in bilancio ci sono Capitalia, che aveva partecipato per 325 milioni più 100 del Banco di Sicilia, Bnl (300 milioni), Mps (250 più 50 di Banca Toscana), Abn Amro e Bnp Paribas (150 l'uno). E mentre da più parti si fa notare come a questo punto bisognerà vedere quale sarà il futuro industriale del colosso automobilistico torinese una volta in mano ai soci bancari, l'incontro di ieri sembra sancire la fine dell'era Agnelli al vertice del Lingotto. Di fronte, per Fiat il presidente Luca Cordero di Montezemolo e l'a.d. Sergio Marchionne, per le banche tutta la schiera degli amministratori delegati: Corrado Passera per Intesa, Matteo Arpe per Capitalia, Alfonso Iozzo per SanPaolo Imi e Alessandro Profumo per Unicredito Italiano. Al termine, la diffusione della nota congiunta che evidenziava senza tentennamenti, diversamente da quanto atteso da giorni da mercati, analisti e operatori, la conversione integrale del prestito Convertendo. "Nel corso dell'incontro - ha sottolineato in particolare il comunicato - sono stati confermati i dati economici e finanziari del gruppo. La Fiat ha ribadito l'impegno a conseguire gli obiettivi già annunciati per il 2005, 2006, 2007. Si è confermata la conversione del finanziamento "Convertendo" nel mese di settembre 2005 e le Banche - sottolineava la nota - hanno ribadito la loro volontà di supportare i vertici del gruppo impegnati nel conseguimento degli obiettivi dei prossimi tre anni". La partita andata in scena nel pomeriggio tra Fiat e le banche per il prestito convertendo ha fatto correre in Borsa il titolo della casa piemontese risalito sopra il prezzo nominale a 5,15 euro (+6,73%). Le azioni della società sono apparse in buona salute sin dalle prime contrattazioni tanto che, a un'ora dal loro avvio, il titolo Fiat era in rialzo dell'1,89% a 4,91 euro. A metà pomeriggio, poi, Fiat ha allungato il passo fino a riagganciare i 5 euro. Intorno alle 16,10, quando iniziava il vertice con le banche, il titolo ha vissuto una forte accelerazione volando del 4,02% a 5,02 euro, per toccare un massimo a 5,12 euro (+6,14%) nel finale. A fine seduta gli scambi hanno raggiunto quota 31,5 milioni di pezzi pari al 3,9% del capitale ordinario, anche grazie all'ondata speculativa. E' arrivata infine la notizia dell'acquisto, lo scorso venerdì, da parte del direttore finanziario di Fiat, Luigi Gubitosi, di 20.794 azioni a un prezzo unitario di 4,8089 euro per un controvalore complessivo di 99.996,27 euro. Un acquisto che si unisce a quelli dello stesso Marchionne e dei altri top manager del gruppo.
venerdì, aprile 22, 2005
Mauritania, magri per decreto. ll presidente ordina: basta ciccia, si fa jogging
(Copyright "La Stampa")
Era così da secoli, il canone di bellezza veniva trasmesso da madre a figlia: grasse, rotonde, opulente, con i fianchi disegnati da Rembrandt, i petti simili a orchidee turgide. Ma il presidente della Mauritania Maaouiya Ould Taya ha sufggerito alle donne del suo paese di dimagrire, limitando cibi dolci e grassi, e darsi allo jogging. E' poi andato all'assalto di uno dei bastioni del rigorismo musulmano. Ha infatti abolito il sacro riposo islamico del giovedì e venerdì e ha incatenato il calendario e gli orari di lavoro al sacrilego weekend, il sabato e la domenica.
giovedì, aprile 21, 2005
"Cartello per far lievitare i prezzi". Antitrust contro le big dei farmaci
(Copyright "La Repubblica")
L'autorità antitrust ha aperto un fascicolo sulle filiali italiane di alcune delle maggiori industrie farmaceutiche mondiali che avrebbero, secondo l'accusa, costruito un maxi-cartello per spartirsi l'intero mercato del farmaco nelle strutture pubbliche di diciannove città (tra le quali Roma, Napoli, Bologna, Torino e Cagliari). In questo modo avrebbero deciso per anni le modalità dell'aggiudicazione dei vari appalti e, soprattutto, avrebbero mantenuto alti i prezzi di specialità farmaceutiche, vaccini e perfino dei disinfettanti. L'iniziativa dell'antitrust, che potrebbe concludersi con una multa senza precedenti, origina da un'inchiesta penale avviata dal nucleo speciale per la tutela della concorrenza e del mercato della Guardia di finanza. Al termine di due anni di indagine e di sei mesi di intercettazioni telefoniche, i militari avevano individuato due distinte associazioni a delinquere finalizzate alla turbativa d'asta. La prima era composta dai rappresentanti delle società per azioni Glaxo-Smith-Kline, Pharmacia & Upjohn, Roche e Astrazeneca che avrebbero predeterminato (con un'intesa riservata valida in tutta Italia) i vincitori degli appalti per i medicinali. La stessa Astrazeneca insieme con altre sette aziende, tra cui Esoform, Pierrel, Asta Medica e Braun, si sarebbe invece spartita i contratti pubblici per i disinfettanti e i detergenti sanitari. Il cartello aveva diviso in due il mercato italiano: per i medicinali, il primo "cartello" si sarebbe aggiudicato le forniture di farmaci, vaccini ed emoderivati negli ospedali di Bologna, Pordenone, Sondrio, Napoli, Caserta e Caltagirone (Catania). Il secondo invece avrebbe avuto il monopolio nelle vendite di disinfettanti alle Asl di Roma, Benevento, Salerno, Cagliari, Livorno, Napoli, Torino e Fermo (Ascoli). Dalle perquisizioni arrivarono i riscontri a quanto scoperto dalle intercettazioni: tutte le gare di cui si era parlato nelle telefonate erano state vinte dal cartello. Ma, al processo, fu tutto vano, perché la legge sulle intercettazioni telefoniche prevede che queste vengano realizzate "esclusivamente per mezzo degli impianti installati in procura"; dove però mancava lo spazio. Il provvedimento con cui il pm le autorizzava dalla caserma non era sufficientemente motivato e così il giudice non le considerò parte del processo e decise per una piena assoluzione. Adesso però le carte di questa inchiesta, intercettazioni comprese, sono state acquisite dall'autorità antitrust che nei giorni scorsi ha già cominciato i suoi interrogatori. A ritmo serrato.
mercoledì, aprile 20, 2005
Lo sguardo del cardinale di ferro
di Vittorio Zucconi (Copyright "La Repubblica")
Sono le 18 e 50, ora di Roma, quando Benedetto XVI guarda per la prima volta il mondo guardare lui, nello sforzo reciproco di capirsi e nella fatica di ricominciare a voler bene a un nuovo Papa. Nel suo sguardo un po' attonito e quasi commosso, per un cardinale di ferro come Joseph Ratzinger, e nell'applauso affettuoso, ma non esplosivo, del popolo che aveva già intuito il nome dalla velocità della scelta, c'è il languore di una sera romana spossata che ha bruciato troppa passione e ha pianto troppe lacrime in questa piazza per non sentire la fatica, e non avvertire il desiderio, di un Papa che provvidenzialmente promette più dottrina che sensazioni. Ci saranno molti minuti di silenzio, tra lui e la piazza che si guardano e si studiano, nei 600 secondi che il successore di Giovanni Paolo II trascorrerà sulla loggia delle benedizioni fino alle 19, dopo il brevissimo discorso che passerà alla storia come "il discorso del lavoratore nella vigna" e dopo la prima benedizione letta con mezze lenti da presbite, per non sbagliare una coniugazione o una declinazione in latino. Sono pause che raccontano l'enormità del vuoto che lui è stato chiamato da ieri sera a colmare. Se non c'era, qui nel cuore dell'universo cattolico, lo sbalordito entusiasmo che sentii esplodere quel 16 ottobre del 1978, quando il cardinale Felici annunziò il nome misterioso di Karol Wojtyla, c'era invece, e in pieno, nei secondi agitati del "bianco, nero, grigio, bianco" sbuffato alle 17 e 50, lo stesso squisito panico da sala parto, dove fratelli, sorelle e famigliari convenuti da tutto il mondo attendono l'annuncio che è nato e che la vita della casa svuotata da una morte ricomincia con il pianto di un bambino o con la voce di un Papa. Siamo tutti parenti di colui che sta per nascere e sta per essere esposto alla nostra curiosità in quella ineguagliabile "nurserie" che è Piazza San Pietro, tornata a essere luogo di nascite dopo essere stato luogo di lutto. Non ci sono atei, per una sera, tra i centomila che sono arrivati di corsa giù per via della Conciliazione e dai vicoli del Borgo Pio aggrappati ai loro telefonini quando le 64 postazioni televisive ammucchiate sfacciatamente in piazza Pio XII hanno inquadrato il comignolo, agitando bandiere nazionali e cartelli fatti in casa, come il "Benvenudo Successore di Giovanni Paolo" esibito da un Antonio venuto dall'Irpinia, corretto poi a pennarello in "Benvenuto". Un Papa nuovo è insieme un padre e un figlio, per la comunità dei cristiani cattolici, come lui sa perfettamente, chiedendo a noi di pregare per lui. Non ci sono forzature telegiornalistiche capaci di modernizzare l'incanto anacronistico della stufa. O di attualizzare il rito della finestra che si apre alle 18 e 40, imponendo un silenzio identico, e opposto, a quello che ascoltai nelle ore finali di Giovanni Paolo. La tenda rossa scura di velluto che si apre a fatica, mossa da mani che pasticciano un po', che tirano e mollano, nell'emozione che sta dietro il sipario come tra noi davanti, è la rappresentazione perfetta di qualcosa che i fedeli meno giovani ricordano nelle Messe di un tempo, l'apertura del tabernacolo nel quale il celebrante teneva sotto chiave calici e ostie per la Consacrazione. Qualcosa, alla tirannide della "globalizzazione", il cardinale cileno Medina Estevez deve pur concedere, quando saluta con un'espressione dura "fratelli e sorelle, brothers and sisters, bruedern und schwestern, hermanos y hermanas" prima di fare l'annuncio. Ma neppure questi ammiccamenti alla modernità cambiano l'affresco stupendo della facciata che si macchia improvvisamente di puntolini rossi, dei 114 cardinali che si affollano piccini sui tre balconi accanto alla Loggia papale e finalmente ridono, scherzano, si additano l'un l'altro i gruppetti dei tifosi con le bandiere nazionali assiepati sotto e delusi perché il loro campione non ha vinto. Non più principi della Chiesa, come li vidi aggrondati, massicci e sconvolti dal vento, ai funerali di Giovanni Paolo, appena dieci giorni or sono, piuttosto sollevati, come scolari dopo l'esame. E minuscoli, insignificanti, nell'arco dalla scala disumana dei finestroni sulla facciata. Poi arriva Lui, l'atteso, il desiderato, il temuto, il Papa. Magnifico, nella stola di tutti i suoi predecessori ricamata con le immagini di Pietro, sotto la mozzetta rossa di seta sulle spalle, eretto, nonostante quei 78 anni che soltanto le dispettose inquadrature televisive alle spalle ci mostreranno un po' incurviti, da anziano, le mani giunte sopra la testa. Era un gesto di vittoria quasi da sportivo, che il giro collo rosso alto di lana sotto la veste, come fosse il maglioncino di un giocatore impegnato in una notturna fredda, sottolinea. Comunica soltanto con gli occhi, che sembrano, nelle lenti mostruose dei teleobbiettivi, avere anche pianto, forse in quella "stanzetta della lacrime" alla sinistra dell'altare nella Sistina, dove lo hanno vestito nei 55 minuti tra il fumo del comignolo e l'apparizione. Sono occhi infossati, leggermente cerchiati, lo sguardo di chi legge e scrive molto, 700 opere filosofiche e teologiche, dicono le biografie. Non ha, visibilmente, una naturale comunicativa, non è un "grande comunicatore" alla Reagan o alla Clinton, non emana la simpatia popolare di Roncalli, la disarmante semplicità di Luciani nè la carica vitale di Wojtyla. Non commette neppure errori di grammatica, come quel mitico "mi corriggerete" che fece crollare istantaneamente ogni barriera linguistica tra il "Papa non Italiano" e la piazza romana. Il suo accento tagliente, quel suo "Ciovanni" invece di Giovanni non è un errore che possa intenerire la folla al primo incontro, è la sua pronuncia bavarese di un italiano prefetto che neppure una lunga vita a Roma ha potuto smussare del tutto. Conto, per abitudine di cronista, la durata dell'applauso iniziale, 40 secondi, che poi diventeranno un minuto e mezzo dopo due pause e due riprese, il numero di battimani che interrompono il discorso della vigna, sette, come se questo fosse uno show o un congresso di partito. Finisce il suo breve ma bellissimo discorso, almeno nel parere di un ascoltatore come chi scrive senza presunzioni mistiche, ripulito da quelle asprezze da Sant'Uffizio della omelia nella "Missa pro Eligendo Papa", piene di espressioni di umiltà e di vulnerabilità, forse rituali, ma rasserenanti. Tace, sotto lo sguardo dell'arcivescovo Marini, alla sua sinistra, che lo segue con l'espressione benevola, ma distante di chi, un paio di giorni or sono, vidi misurare con lo stesso sguardo la fossa vuota che attendeva la bara di Giovanni Paolo, nelle Grotte. E poi, prima della benedizione che annuncia in fretta, "e ora la benedizione", come se l'avesse dimenticata, e dopo il rito, piombano i commoventi momenti di silenzio, di tensione, almeno per noi parenti davanti alla "nurserie". Lui guarda noi senza vederci, e noi guardiamo lui cercando di capire, di immaginare che cosa sarà da grande, cioè da Papa. Vorremmo che parlasse, che ci dicesse ancora qualcosa e i minuti del suo sorriso, teso come siamo tesi noi, sono attimi lunghissimi. Vorrebbe dirci ancora qualcosa ? Ha paura di tradire di nuovo quella emozione che i teleobbiettivi hanno visto negli occhi cerchiati e infossati e che la voce spezzata al momento di pronunciare la parola "Filii", nel benedire il mondo "in nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti" ha tradito ? Qualcuno, nella piazza tornata a essere pubblico spietato, "audience", consumatori di eventi, e non più famiglia in trepidazione, gli volta le spalle e se ne va, annoto sul taccuino, mentre il silenzio di una conversazione muta che si fatica a cominciare è strappato da un allarme che stride da un appartamento, o da un negozio scosso dalle vibrazioni, in Piazza Pio XII, petulante, volgare, inarrestabile. Aveva cominciato a piovere, nei minuti tra la fumata e l'annuncio, e le nubi che arrivavano sulla piazza dal sud est promettevano guai. Quando la finestra si è aperta, ha smesso.
Benedetto XVI, il Papa che ha assunto il nome del primo Pontefice che, dopo la fine del potere temporale, osò bollare senza mezzi termini la guerra e chiamarla per quello che è, un'"inutile strage", quel Benedetto XVI che - come Ratzinger sa - riposa proprio davanti alla tomba di Wojtyla, è tornato dentro la protezione della sua basilica alle sette di sera. Non ha fatto né detto altro che congiungere ancora le mani davanti al viso, guardato da quelle mistiche levatrici soddisfatte in porpora rossa che lo avevano fatto nascere e che più tardi sarebbero andate a cena con lui, nell'ostello di Santa Marta, dove avevano vissuto insieme gli ultimi due giorni, ma non più da pari. La piazza dove la Chiesa Cattolica muore e risorge da mezzo millennio, nella rappresentazione concreta e periodica del proprio messaggio religioso, si svuoterà in fretta, sbugiardando quei primi piani televisivi che inquadrano il gruppetto di esaltati sotto i riflettori. Ci lascerà, con lo stupore di chi l'aveva vista appena 18 giorni or sono a un funerale e ne esce ora dopo un battesimo, l'immagine di quel cardinale schiacciato dal silenzio e dalla propria fama di uomo di ferro. Lo abbiamo visto, ma non lo abbiamo conosciuto, immobile e incerto accanto allo stesso bastone pastorale che fu messo sotto il braccio sinistro di Wojtyla nella composizione finale della salma. Resterà un mistero umano imprigionato nella propria introversione come un altro grande Papa, Paolo VI? Imparerà a camminare più spedito nelle colossali impronte "mediatiche" lasciate dal predecessore ? Rimango con l'impressione inspiegabile, con la superficiale sensazione di un cronista, che questo non sia affatto un uomo duro, ma un uomo spaventato dalla propria tenerezza, che si rifugia dentro il silenzio che lo avvolgerà questa sera, dopo le celebrazioni, le cene, le congratulazioni, le campane, quando la luce si spegnerà e rimarrà solo nel letto dove dormì il suo "Ciovanni".
martedì, aprile 19, 2005
L'agonia di un'alleanza
(Copyright "La Repubblica")
L'uomo che ha resuscitato la destra italiana, portandola dal nulla al governo, oggi la tiene prigioniera del suo destino, che non è politico e tantomeno istituzionale, ma solo privato e personale. A quel destino di comando e di invulnerabilità, quasi di predestinazione, Berlusconi sta sacrificando tutto, scuotendo le colonne che reggono il tempio della Casa delle libertà. La prova è un colpo di teatro che in realtà è un colpo di mano sulla strada che lo portava al Quirinale, dove Fini e Follini erano certi che si sarebbe dimesso, mantenendo la parola data agli alleati poche ore prima. Invece Silvio Berlusconi ha detto al Presidente della Repubblica che non intende dimettersi perché ha conservato la fiducia dell'Udc, pur avendo perso i suoi quattro ministri: dunque la sua maggioranza è numericamente intatta, anche se politicamente a pezzi. Di fronte a questo quadro, Ciampi ha rinviato il premier alle Camere "senza indugio" per certificare se Berlusconi ha ancora un futuro, o se le urne sono la strada maestra per la fine di quell'avventura. Formalmente, il premier può fingere di non sentire l'obbligo di dimettersi. Politicamente non può evitare di prendere atto che un intero partito si sfila dal suo governo, con Fini sempre più ridotto a far la foglia d'insalata, insapore, nel sandwich nordista Bossi-Berlusconi. Invece di seguire la ragione che consigliava un Berlusconi-bis, il premier ha seguito ancora una volta l'istinto, truffando i suoi alleati ma soprattutto truffando se stesso con la finzione esoterica che esista ancora la Casa delle libertà e il suo leader. Va in scena, con più cupezza, un deja vu e oggi come nel '94 il Cavaliere dimostra di essere una formidabile macchina elettorale ma un pessimo uomo politico, perché sfascia la sua alleanza. Avevamo avvertito che l'agonia politica del berlusconismo sarebbe stata terribile perché il Cavaliere non accetta le sconfitte e per evitarle è pronto a tutto, compreso il peggio. Oggi, in anticipo, siamo davanti a un concentrato di quel peggio. Con il premier che pur di durare un giorno in più si gioca il futuro dell'intera destra.
lunedì, aprile 18, 2005
Un autentico grande artista, un "pazzo del disegno"
di Guido Ceronetti (Copyright "La Stampa")
Non basta chiudere la porta, aprirla con diffidenza, il nemico ce l’hai in casa, ed è la rapina perpetua dell’attenzione e del raccoglimento... Gli oggetti che parlano, che trasportano immagini... anche la Distrazione da tutto quello che ci viene scaraventato tra le pareti e nel cuore è oggetto di rapina: non ti è permesso scegliere il genere di distrazione... Quanto Papa si può ingerire senza averne scoppiato il fegato ? Quanta violenza urbana e mondiale ? Quanto Iraq ? Quante diagnosi di tumore di persone prossime o di personaggi pubblici al giorno ? Quante novità librarie ? Quanti rincari ? Quanta stupidità umana ? Quanti luoghi comuni ripetuti all’infinito ? Quanti "come stai ?". Allora, per contravveleno facile, pronto, sicuro, il consiglio è di partire. Senza andare molto lontano. Basta andare fino a Siena, arrivare a piedi alla cattedrale, lì davanti c’è l’ex ospedale cateriniano di Santa Maria della Scala, e di fianco l’entrata alla mostra dei disegni di Hugo Pratt... E sei subito altrove. I tuoi piedi per due o tre ore poggeranno saldamente su nuvole, un leggero collirio libererà dal colonnato di San Pietro e dalla facciata di Montecitorio i tuoi occhi, i titoli dei giornali svaporeranno e l’abbrutimento famigliare e casalingo si staccherà dal chiodo dell’idea fissa... Ne uscirai sollevato, l’effetto benefico, se riuscirai a trasportare fino a casa l’enorme e delizioso Catalogo, durerà un po’ di più... L’esistenza quotidiana sciaguratamente orfana di Avventura postula alla disperata qualcosa che la surroghi. La bande dessinée, il fumetto, i comic-strips sono nati dopo il romanzo a puntate per distrarci dal pervertimento borghese dell’esistenza, e rallentare l’infradiciarsi nel pratico di una vita che tendeva all’integrale sradicamento dal rischio, a ridursi miserabilmente a tutto casa-lavoro-pensione-tomba a pagamento. Là, ci sono stati grandi inventori, grandi grafici produttori di sogno senza intossicazioni... Hugo Pratt ne è un frutto tardivo. Anche lui, come me, e qualche altro sopravvissuto (Fidel Castro, Josef Ratzinger) era nato nel 1927, anno di notevole avventurosità ancora (il Quai des Brumes di Pierre Mac Orlan, e il primo film parlato, non sono di quell’anno ?), fortunatamente da un padre che fu militare in regime coloniale e che lo trapiantò all’età di nove anni nell’Etiopia provvisoriamente italiana, quella dei gas di Badoglio e di "Faccetta Nera". La sua biografia è una bellissima avventura a fumetti, con un retroterra intellettuale dei più singolari. La si comprende meglio come un lungo Viaggio iniziatico, in un mosaico di viaggi senza numero, di soggiorni in luoghi non da tutti, di incontri non ordinari. Mi rammarico, ora che ho visto l’incantata mostra senese, allestita come meglio non si potrebbe e col titolo stregante di "Periplo immaginario", di non averlo direttamente conosciuto. Già nel 1995 il suo arco era compiuto e intraprese, Hugo, l’ultimo viaggio. La sua valigia, spalancata dalla mostra con larghezza e magnificenza, è piena di tesori nascosti. L’opera grafica pubblicata non ne ha rivelata che una parte. Fu un autentico grande artista, un "pazzo del disegno" come il leggendario Hokusai - in specie dell’acquarello, una tecnica delle più difficili, beato chi la possiede. L’acquarello è nella grafica la porta dei cieli del Sogno... Non coagula sul foglio l’immagine, non la trattiene, racconta l’inesistenza profonda dei corpi, delle cose, niente nell’acquarello è fisso, definito, preciso. Hugo Pratt si fa via via più artista quanto più il suo segno afferra l’indicibile e racconta il fatto ironicamente, rendendone dubbia la presenza concreta. In un disegno non passato nella grafica fumettista ha rappresentato un momento del trasporto in lettiga coperta di Arthur Rimbaud da Harrar all’imbarco da Zeilah per Aden, tra 10 e 17 aprile 1891. La storia di quel fatto è delle più brutali: caldo atroce, la gamba in cancrena, terapie antidolore zero. E la fatica di quei barellieri abissini, inimmaginabile... Tutta una vita di avventura finiva così, e un mese dopo, a Marsiglia, la gamba di Rimbaud, illuminato annunciatore messianico, era buttata nei bidoni dell’ospedale... Il Rimbaud africano non poteva sfuggire a Pratt, ultima propaggine del colonialismo, il suo disegno è del 1990. E’ realistico e fuggitivo, cinematico e trepido nel fermare il ricordo: l’acquarello ha trattenuto l’essenza della gamba di Arthur inverminata, la nube di calura da cui la sua povera tenda sulla barella è sovrastata. C’è, nel catalogone, una foto di Pratt col padre, nel 1941: papà in uniforme di polizia delle colonie e il figlio anche lui, col casco kaki. Entrambi poco marziali: tra poco avrebbero dovuto scappare anche loro, l’impero del Corno d’Africa era già in liquidazione. Che cosa resta di quell’epoca, di quelle storie ? Hugo Pratt. Nonostante tanti viaggi e tante personali avventure, fin da giovanissimo Hugo ci appare obeso come un sedentario qualsiasi. Certo, per disegnare, si passano ore e ore seduti, come al pianoforte, e a disegnare cominciò presto, a poco più di ventanni, in Argentina. L’artista obeso si buttò perdutamente a creare donne meravigliosamente magre e s’inventò un autoritratto vago e filiforme come un germoglio o una radice che chiamò Corto Maltese, un marinaio dei primi decenni del secolo che sbagliamo a definire "eroe dei fumetti". Corto Maltese non fa quasi niente. Sta a guardare il vorticare degli altri nell’avventura, le guerre prima del Venti, i trabocchetti dell’Occulto, i percorsi ultrafanici... Più che un eroe, Corto è un pellegrino, ed è singolare la sua freddezza, non si capisce a che cosa tenda, che cosa realmente lo appassioni. Ma io non ne ho letto che tre o quattro storie, alle quali manca il colore, che nella mostra si rivela fondamentale, molto meno poetica e creativa è la china nera. Coloniale anche nell’erotismo: la muliebrità prattiana è di recluse, il bordello, il gineceo, l’entraîneuse dei porti. L’acquarello ne squaderna la sfacciatezza, sederi per aria a iosa, andalusi, zaristi, rosicruciani, islandesi o triangolo delle Bermude, un agitarsi di chiappe gioiosamente, illimitatamente schiave. Il sogno di ogni uomo, l’avventura sfrenata di milioni di monògami di carro funebre matrimoniale. Un tale dono per il disegno protegge dalle nevrosi. E’ un esercizio di yoga grafico che purga da molte tossine. Mi capita di ammirare più i grandi artisti del puro disegno che gli autori di irraggiungibili opere di pittura. Sono altrettanto, per lo più, irraggiungibili (Rops, Redon, Schiele), ma ti immettono nella perfida morgana di non sembrarlo. Tutto il disegno e il disegnare è onirico; chi disegna sul motivo copia in realtà il regno delle ombre... Il segno grafico avvicina irresistibilmente, più veloce del pensiero, agli archetipi. L’incapacità a disegnare è una patologia dell’impotenza, una irritazione e una frustrazione continue. Hugo Pratt ebbe di sicuro qualche segreta guida invisibile. Il suo Corto è una lunga Ombra, la lunga Ombra della Sera di Pratt, il Grosso Marinaio.
venerdì, aprile 15, 2005
L’ayatollah che dice sì all'aborto
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Nel 2002 sono state ammesse per la prima volta ad assistere ad una partita di calcio. Nel 2003 hanno ottenuto il divorzio. Ora le donne iraniane hanno l’aborto terapeutico. Con grosse limitazioni, ma sempre aborto. Lunedì il Parlamento di Teheran, dominato dagli ayatollah conservatori, ha approvato l’interruzione di gravidanza in caso di grave handicap del feto o di rischi per la vita della madre. Restano escluse le ragazze nubili, perché presentandosi in ospedale incinte ammetterebbero rapporti sessuali prematrimoniali, un "reato" punito tuttora con la lapidazione. Per abortire bisogna essere regolarmente sposate. In quel caso ci sono quindici settimane di tempo prima che, come prescrive l’antica dottrina islamica, l’anima del concepito si congiunga con il corpo. Finora, e solo nelle situazioni più serie, il limite era novanta giorni. Pur con le sue restrizioni, ecco un evento clamoroso nel Paese campione dell’integralismo. La seconda rivoluzione iraniana sembra guidata dalle donne. Mogli, madri, sorelle, che dopo aver magari aderito all'era khomeinista sono rimaste prigioniere di un’ortodossia che commina morte alle adultere e vergogna alle single. Anche a Teheran è possibile abortire clandestinamente: bastano 500 euro per cassare la "prova del peccato" dietro i vetri fumé di una clinica privata, la stessa cifra necessaria alla ricostruzione dell’imene, omaggio al tabù della verginità. L’Iran, come la maggior parte degli Stati musulmani, non ha firmato la Convenzione delle Nazioni Unite sulle donne. Escluse di fatto, le donne non scompaiono dietro il velo. Le studentesse sono il 60% degli iscritti all’università di Teheran e le laureate si ritrovano ai vertici dell’amministrazione giudiziaria, dove esercitano 7 mila giudici femmina, nelle scuole, con oltre 11 mila insegnanti. Alle elezioni del 2000 hanno partecipato 504 candidate e le consultazioni di giugno accendono i riflettori su un Paese che tiene il mondo in sospeso con il programma nucleare ma ha anche dato i natali al Premio Nobel per la pace donna Shirin Ebadi e alla scrittrice Azar Nafisi, autrice del bestseller "Leggere Lolita a Teheran". In attesa del via libera del Consiglio dei guardiani, le donne festeggiano la nuova legge sull’aborto. Neppure in Tunisia, uno degli Stati musulmani più laici, l’interruzione di gravidanza è consentita oltre i tre mesi. Attaccano i conservatori, "una decisione che equivale a legalizzare l’omicidio". Gli stessi che non dissero una parola nell’ottobre del 2004 quando la tredicenne Jila Izadi, violentata dal fratello, venne lapidata a Marivan dopo aver partorito in carcere i figli dello stupro.
giovedì, aprile 14, 2005
La Nike: "Sì, sfruttiamo i lavoratori"
(Copyright "La Stampa")
Dopo nove anni di critiche sulle condizioni di lavoro nei suoi stabilimenti all'estero, la Nike ha rivelato ieri per la prima volta quali sono e dove sono localizzate le fabbriche - oltre 700 impianti produttivi sparsi nel mondo - da cui si rifornisce, e ha ammesso che in alcuni stabilimenti i lavoratori subiscono vessazioni come l'impossibilità di bere, di fare uso delle toilette e dell'obbligo degli straordinari. Da anni gli attivisti no-global chiedono che le multinazionali rivelino l'ubicazione degli stabilimenti di produzione per consentire la valutazione indipendente delle reali condizioni di lavoro, un’informazione spesso rifiutata per evitare - secondo la giustificazione più ricorrente - "lo spionaggio industriale" dei concorrenti. Ultimamente però aziende come Nike e Adidas perdevano non solo in immagine: fondi di investimento etici come Banca Etica le hanno escluse dal loro portafoglio perché non sono stati in grado di verificare il rispetto dei diritti umani nelle loro fabbriche. E' evidente che di questi tempi, dopo lo scandalo Enron e la svolta delle aziende per una politica di responsabilità sociale, la trasparenza paga. Dal suo nuovo "Rapporto sulla responsabilità sociale" che la multinazionale con sede a Beaverton nell’Oregon (www.nikeresponsibility.com) precisa di aver stilato su base totalmente volontaria, emerge che i principali impianti sono localizzati in Cina e nei Paesi asiatici, ma una presenza rilevante è anche negli Usa, in Canada, Sud America e Europa. La multinazionale indica quattro principali aree di violazione dei diritti dei lavoratori: ore di lavoro, libertà di associazione, stipendi e molestie. Il ricorso al lavoro minorile risulta raro.
mercoledì, aprile 13, 2005
"Congedo assoluto" per Placanica: via dall'Arma il protagonista del G8
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Mario Placanica è stato licenziato. La denuncia è arrivata dal legale del giovane indagato e poi prosciolto per la morte di Carlo Giuliani durante il G8 di Genova nel 2001. Placanica, ha svelato l'avvocato Vittorio Colosimo, è stato posto dall'Arma dei carabinieri in congedo con effetto immediato perché "permanentemente non idoneo al servizio militare in modo assoluto" per infermità dipendente da "causa di servizio". Un formula che tradotta dal linguaggio della burocrazia militare, secondo il legale, significa banalmente che Placanica è stato cacciato dai carabinieri. "Placanica - prosegue l'avvocato Colosimo - ha chiesto di essere reimpiegato nei ruoli civili dello Stato, ove consentito dall'infermità permanente residuatagli in conseguenza delle lesioni e dei traumi da lui riportati a causa della violentissima aggressione subita mentre si trovava, in quanto già ferito, sul 'defender' dei carabinieri quel tragico 20 luglio 2001, in Genova". La storia del giovane carabiniere, che all'epoca dei fatti era in servizio di leva nell'Arma da circa 10 mesi, è quanto mai travagliata. Dopo la morte di Carlo Giuliani - ucciso da Placanica con la sua pistola di ordinanza mentre assaltava la camionetta in cui si trovava il militare - è stato prima indagato e poi prosciolto dalla magistratura di Genova che ha giudicato la sua una reazione di legittima difesa. L'essere stato riconosciuto innocente non ha impedito però a Placanica di subire un forte contraccolpo emotivo, con forti disagi psicologici. Successivamente, una volta concluso il procedimento, Placanica è rimasto poi vittima di un grave incidente stradale che sia il suo avvocato, sia il padre di Carlo Giuliani hanno definito "sospetto", avanzando il dubbio che qualcuno potesse avere interesse ad ucciderlo. Nel dare la notizia del licenziamento di Placanica, l'avvocato Colosimo ha annunciato che l'ormai ex carabiniere ha intenzione di verificare la possibilità di querelare Antonello Venditti, che nel corso di un concerto tenuto nell'agosto 2003 avrebbe "immotivatamente rivolto volgari ed offensivi riferimenti a Mario Placanica e ai carabinieri tutti".
martedì, aprile 12, 2005
Cassano: "Muntari, tu puzzi"
di Marco Ansaldo (Copyright "La Stampa")
A rieccoli. L'ultrà del braccio teso e quello del pensiero debole, ovviamente non nel senso teorizzato da Vattimo. Paolo Di Canio è ricascato nel saluto romano che gli costò, dopo il derby, una multa evidentemente esigua (10 mila euro) per convincerlo che quel gesto, se fatto in pubblico, è ancora la simbologia di un reato. Un fotografo in Lazio-Livorno l'ha ripreso nel vizietto, il giudice sportivo lo rimulterà di svariati euro aggiungendo forse la squalifica. Cassano invece è stato "tradito" nel labiale da una telecamera (ah, le tecnologie) mentre diceva a Muntari dell'Udinese, che ha la pelle nera, "vattene, tu puzzi". Se in Italia applicheranno le nuove norme antirazziste dell'Uefa il ragazzo di Barivecchia prenderà una squalifica da ricordarsene. E se ne dovrebbe ricordare anche chi corre (o finge di farlo) all'acquisto di un giocatore descritto come un fenomeno ma che finora, di fenomenale, ha mostrato soprattutto il disprezzo per ogni regola di civiltà. Sarebbe il caso che i Fascetti ne smettessero la difesa per un passato che non vale l'assoluzione a vita. E che Lippi, così curioso di conoscerlo in Nazionale, valutasse questi episodi: a lui Cassano non dirà mai che puzza, nè lo insulterà per una sciocchezza come gli abbiamo visto fare a Coverciano, ma ad altri succede. Qualcosa va fatto e sarebbe utile se un barese emigrato negli anni Cinquanta o giù di lì spiegasse a Cassano cosa significa il razzismo provato sulla propria pelle, quando ti dicono che puzzi e non ti affittano la casa. E se, al termine della spiegazione, gli tirasse una sberla sarebbe forse la migliore delle medicine.
lunedì, aprile 11, 2005
La profezia: "Sarà gloria dell’olivo"
(Copyright "La Stampa")
Dalla pelle olivastra o di origine ebrea. Pacifista, e forse spagnolo. O magari di centrosinistra ? Così potrebbe essere il successore di Wojtyla secondo la celebre profezia di Malachia: "Gloria olivae" è infatti il motto che il monaco cistercense vissuto nel XII secolo in Irlanda avrebbe dedicato al 112° papa della sua lista, che comincia con Celestino II (1143-1144) e si conclude, ahinoi, con il numero 113, quel "Petrus Romanus" o Pietro II che coinciderebbe con la fine dei tempi. "La gloria dell’olivo" potrebbe indicare un papato specialmente impegnato sui temi della pace (e la cosa certo non stupirebbe), o magari un’epoca di pace universale. Ma potrebbe altresì indicare che nello stemma cardinalizio o nel casato del futuro papa compare un’oliva o un ramoscello d’ulivo, o che l’origine è mediterranea, per esempio spagnola o italiana; o che il prescelto avrà la pelle olivastra, per esempio un indiano o un latinoamericano. Potrebbe anche essere un papa di origine ebraica, giacché il ramo d’ulivo è simbolo biblico del popolo d’Israele; oppure un benedettino, poiché i Benedettini sono anche detti Olivetani. In passato il papa "gloria olivae" è stato identificato con il cardinal Martini, e più recentemente con il cardinal Piovanelli, arcivescovo di Firenze (e dunque proveniente da una terra di ulivi). Nessuno ancora si è spinto a leggere in quel motto un segno per il centrosinistra italiano. Malachia, o per meglio dire Maolmhaodhog ua Morgair, monaco cistercense, fu vescovo e primate d’Irlanda. Visse tra il 1094 e 1148. Energico riformatore, soprattutto della vita monastica, morì a Clairvaux, assistito da san Bernardo, che aveva conosciuto durante un viaggio a Roma (1139), da dove era rientrato in patria come legato della Santa Sede. Fu canonizzato da Clemente III. Si diceva di lui che predicesse il futuro, e probabilmente è per questo che il benedettino Arnold de Wion attribuisce proprio a san Malachia la paternità di "una certa profezia sui Sovrani Pontefici" che decide di inserire nel suo "Lignum Vitae", pubblicato a Venezia nel 1595. Secondo altri, la profezia sarebbe stata in realtà diffusa dai partigiani del cardinal Simoncelli durante il conclave nel quale fu invece eletto il cardinal Sfrondati (Gregorio XIV, 1590-91). In ogni caso, il successo fu immediato e grandissimo. Tanto più che le profezie risultavano azzeccate almeno fino alla fine del Cinquecento: per esempio, Eugenio III (1145-53) è "Ex magnitudine montis", ossia "dalla grandezza del monte": era nato nel castello di Grammont e il suo cognome era Montemagno; Gregorio IX (1227-41) è "Avis Ostiensis", l’"uccello di Ostia": fu cardinale di Ostia. Urbano IV (1261-64) è "Hyerusalem Campaniae": nacque a Troyes, nella Champagne, e fu patriarca di Gerusalemme. E Callisto III (1455-58), il cui stemma di famiglia recava un bue dorato che pascola, è per l’appunto "Bos pascens". D’altra parte, nella lista dello pseudo-Malachia sono presenti sì tutti i papi, ma soltanto due antipapi su otto, proprio come nell’elenco preparato dallo storico Panvinio, contemporaneo di Wion, che certamente ne conosceva l’opera. Non solo: il motto di alcuni papi risulta elaborato sulla base di indicazioni biografiche erronee fornite proprio da Panvinio. Difficile insomma che un monaco del XII secolo abbia non solo profetizzato i papi futuri, ma addirittura anticipato gli errori di uno storico vissuto quattrocento anni dopo di lui. Dopo il Cinquecento, ad ogni modo, le profezie si fanno decisamente più vaghe, e potrebbero riguardare chiunque: per dire, "Religio depopulata" indica Benedetto XV perché nella Grande guerra morirono molti cattolici, ma si adatterebbe altrettanto bene a molti altri papi del secolo scorso; se Giovanni XXIII è "pastor et nauta" in quanto ex patriarca di Venezia, è anche vero che tutti i papi sono insieme pastori (dei fedeli) e marinai (al timone della Chiesa); molti papi, e non soltanto Pio XI, hanno avuto una "fides intrepida", e se è vero che Paolo VI aveva tre gigli nel suo stemma, è altrettanto vero che ogni papa può esser detto un "flos florum", perché è un cardinale scelto dai cardinali, cioè un fiore tra i fiori. Il motto attribuito dallo pseudo-Malachia a Giovanni Paolo II, "De labore solis" ("la fatica del sole"), sarebbe un riferimento alla sua instancabile attività, o all’aver viaggiato intorno al mondo come il sole, o al suo universalismo; ma potrebbe anche alludere al giorno natale di Wojtyla, segnato da un’eclisse parziale di sole (visibile tuttavia soltanto nell’emisfero meridionale), oppure al suo venire dall’Est (là dove cioè sorge il sole), o infine - è stata sostenuta anche questa interpretazione - alla riabilitazione di Galileo e all’accettazione formale del sistema eliocentrico. Dell’ultimo papa, che Malachia chiama "Petrus Romanus", non abbiamo nessun motto che ci aiuti a individuarlo. A lui è però dedicata una profezia inquietante: "Durante l’ultima persecuzione della Santa Romana Chiesa, siederà Pietro il Romano, che pascerà il suo gregge tra molte tribolazioni; quando queste saranno terminate, la città dai sette colli sarà distrutta, ed il temibile giudice giudicherà il suo popolo. E così sia". Secondo alcuni interpreti, l’avvento di Pietro II, immediatamente precedente la fine dei tempi e il ritorno di Cristo, dovrebbe avvenire nel 2026; altri invece sostengono che la profezia si arresta in realtà al 111° papa ("Gloria olivae", il successore di Wojtyla), dopodiché non si parla di "centododicesimo" ma di "ultimo papa". Insomma, potrebbero ben esserci altri papi dopo il prossimo. Altri interpreti ancora ritengono che con Pietro II non ci sarà la fine del mondo né del cristianesimo, ma la fine del cattolicesimo romano. Un’altra, meno nota cronologia dei papi futuri si trova nel "De Magnis tribolationibus et Statu Ecclesiae" pubblicato a Venezia nel 1527 da un generico Monaco di Padova: non è molto diversa da quella, posteriore di settant’anni, di Malachia-Wion: qui Giovanni XXIII sarebbe "uomo di grande umanità e dalla parlata francese" (il "Papa buono" fu anche nunzio apostolico a Parigi); con Paolo VI "l’ombra dell’Anticristo inizierà a oscurare la Città Eterna" (qualcuno vi ha trovato un’allusione all’assassinio di Moro, cui Montini era fortemente legato); di Giovanni Paolo I si dice invece che "passerà rapido come una stella cadente, il pastore della laguna" e infatti Luciani, patriarca di Venezia, ebbe un pontificato di soli 31 giorni. Di Giovanni Paolo II, infine, si dice che "verrà da lontano e macchierà col suo sangue la pietra e verrà strappato alla vita": Wojtyla non è morto assassinato, ma ha certo subito un grave attentato. Dopo di lui, anche qui, due soli pontefici: il primo sarà un "seminatore di pace e di speranza, in un mondo che vive l’ultima speranza", mentre il secondo verrà a Roma da terre lontane "per incontrare la tribolazione e la morte": "Quando l’uomo salirà sulla luna Roma verrà abbandonata, come gli uomini abbandonano una vecchia megera, e del Colosseo non rimarrà che una montagna di pietre avvelenate". Profezia fortunatamente andata a vuoto ma emblematica, come quella dello pseudo-Malachia, di una certa insofferenza per Roma e le sue gerarchie che ha attraversato e attraversa spesso la libellistica apocalittica.
venerdì, aprile 08, 2005
Ritorno al Vaticano II
di Hans Kung (Copyright "La Stampa")
Giovanni Paolo II è stato un Papa dai multipli talenti, che ha però preso molte decisioni cattive. Verso l'esterno si è impegnato per i diritti dell'uomo, ma all'interno li ha rifiutati ai vescovi, ai teologi e soprattutto alle donne. Nella sua grande devozione a Maria, ha predicato alle donne nobili ideali, ma intanto ha vietato loro la pillola e rifiutato loro l'ordinazione sacerdotale. Ha predicato contro la povertà di massa e la miseria nel mondo ma intanto, con le sue idee in materia di controllo delle nascite e di esplosione demografica, si è reso corresponsabile di questa miseria. Ha diffuso un'immagine tradizionale del prete, maschio e celibe, e per questo ha la sua parte di responsabilità nella catastrofica penuria di preti, nella drammatica riduzione delle vocazioni in molti Paesi e negli scandali di pedofilia che coinvolgono il clero e non è più possibile nascondere. Ha inflazionato la pratica delle beatificazioni, ma parallelamente ha lanciato una vera e propria inquisizione contro i teologi, i preti e i religiosi indocili. Si è presentato come il cantore dell'ecumenismo, ma al tempo stesso ha fortemente ipotecato le relazioni con le chiese ortodosse e quelle riformate, impedendo il riconoscimento dei loro magisteri e le celebrazioni comuni tra protestanti e cattolici. Aveva preso parte al Concilio Vaticano II, ma ha poi ignorato la collegialità tra il Papa e i vescovi decisa in quel Concilio e colto ogni occasione per celebrare il trionfo del papato. Ha cercato il dialogo con le grandi religioni ma, presentando tutte quelle diverse dal cristianesimo come forme deficitarie della fede, le ha squalificate. Si è presentato come rigoroso avvocato della morale privata e pubblica, ma un rigorismo lontano dalle realtà del mondo gli ha tolto qualunque credibilità di autorità morale. Per le sue contraddizioni, questo Papa ha profondamente polarizzato la Chiesa, ne ha allontanato moltissime persone e l'ha fatta piombare, dopo il picco di credibilità che aveva conosciuto all'epoca di Giovanni XXIII e del Concilio Vaticano II, in una crisi profonda. Le alte gerarchie cattoliche e i loro referenti nei media amano attribuire la responsabilità esclusiva di tutto ciò al mondo laico, al rilassamento della morale individuale e alla perdita dei valori. La spiegazione è un po' troppo facile: molti di questi problemi sono "fabbricati in casa" e la crisi è innanzitutto responsabilità di questa gerarchia. Proseguire la politica di questo pontificato significherebbe aggiungere nuovi problemi ai tanti che si sono accumulati, e chiudere qualunque via d'uscita alla crisi della Chiesa cattolica. Il nuovo Papa deve optare per un cambiamento di rotta e insufflare nella Chiesa il coraggio delle rotture innovatrici nello spirito di Giovanni Paolo II e nel solco degli impulsi riformisti del Concilio Vaticano II.
giovedì, aprile 07, 2005
Elezioni regionali: i trombati illustri
(Copyright "La Stampa")
Oh povera Flavia Vento: ha preso ventisette voti. Chiunque candidandosi nella propria città avrebbe sperato in un risultato migliore mettendo insieme parenti e amici, chiunque al suo posto sarebbe, come dire, provato. Lei no: "Non sono affranta l’ho fatto per amicizia", dice a proposito della sua corsa sfortunata. "C’era un mio amico, Antonello Angelini, che insisteva per candidarmi con i suoi liberali, io non sono fascista, non sono comunista e... niente... cioè... insomma... va bene uguale". Va bene uguale di certo, con la grazia che l’accompagna proteggendola da tanta giornalistica malevolenza e le fa sperare, adesso, di "tornare al mio lavoro, ai reality show non partecipo, per ora faccio uno Scherzi a parte". Ma "va bene uguale" devono essere in tanti a dirselo in queste ore, personaggi che avevano sfidato la fortuna e il periglio, ruspanti cultori dell’azzardo o raffinati esteti dell’attimo fuggente, ex calciatori e filosofi, attori arci-italiani e politici inquieti, diavoli e acque sante... Sono e hanno corso in modo diversissimo l’uno dall’altro, adesso ingrossano il calderone che dopo un’elezione tutto mortifica e appiana, senza possibilità di redenzione: la notte in cui le vacche sono grigie, l’inferno dei trombati. Da una prima indagine a spanne si conferma una verità sempre più assodata della politica-spettacolo, candidarsi sull’onda di una qualche notorietà è facile, vincere è però un’altra cosa. Passi per Elisabetta Gardini, attrice, che dopo un infortunio iniziale come portavoce forzista è stata adesso eletta in Veneto, ma gli altri ? Prendete Bud Spencer, annunciato in un happening storaciano in San Lorenzo in Lucina al quale si presentò bianco d’antico pelo, e con lunga sciarpa al collo dello stesso colore: di voti ne ha presi anche abbastanza, a metà pomeriggio Antonio Tajani, coordinatore forzista nel Lazio, diceva "circa cinquemila", poi però aggiungeva "temo che Bud sia il primo o il secondo degli esclusi". In serata il sito della prefettura ha dato la cifra esatta, 3818 voti, non sufficienti per entrare in consiglio all’Eur. Pietro Folena aveva tentato la sorte a Mattinata, un paesino del Gargano, il verde, l’aria buona: le ha beccate dal sindaco uscente Angelo Iannotta, lista civica di centrodestra, 1944 preferenze l’ex allievo bravo di D’Alema, quasi il doppio il suo avversario. "Non sono affranta", dice Flavia Vento, "perché se vediamo cosa fanno gli italiani - prima innalzano D’Alema e poi lo scaricano, poi innalzano Berlusconi e adesso lo scaricano - mi viene da pensare che i nostri connazionali cambino idea facilmente". Lei non l’ha mai cambiata, passare dalla Margherita ai liberali nel centrodestra non è stato un vero cambiamento "perché sono e resto di centro, secondo me il problema dell’Italia è rifare un grande centro", se non proprio una bella Dc. Ci avevano provato, molti trombati illustri, a presentarsi armati di temperanza bonomia e insomma, classiche virtù centriste: ecco, non è servito. Er "principe" della Roma, Giuseppe Giannini, aveva detto che per lui queste elezioni sarebbero state un "trampolino" verso la politica, che intendeva praticare portandovi "moderazione": ha preso quasi quattromila preferenze per Forza Italia ma non ce l’ha fatta, "intanto ho preso più voti di Pulici, almeno questo...". E sarà anche un derby, però marchiato dall’ombra scura della jella, se è vero che Felice Pulici, vecchio portiere della Lazio, di voti ne ha avuti un bel po’ in meno (1526) ma in modo paradossale è stato lui a sfiorare il seggio, quinto nella Lista Storace, che ha conquistato quattro poltrone. E' andata maluccio a Roberto Boninsegna, il vecchio Bonimba a Mantova s’era fatto una lista civica antidestra e alternativa alla sinistra, che non ha inciso; come a Bebo Storti a Milano nei comunisti, a Mino D’Amato che a questo giro correva con An, a presentatori locali minori di ogni foggia taglia e colore... "Non sono affranta però è vergognoso che ora tutti dicano è stato un voto contro Berlusconi", sussurra Flavia Vento, "e poi la nipote di Mussolini che tifa per Marrazzo mi fa ridere", ed è bello pensare che si consolino con una risata tutti i trombati perché caminante no hay camino, hay que caminar, è bello il camminare, non la meta. E Gianni Vattimo non è certo della schiera, a San Giovanni in Fiore, boicottato da preti e profezie gioachimite, s’è comunque tolto ogni soddisfazione, prendere il dodici per cento dei voti, costringere al ballottaggio con la destra l’addormentato centrosinistra silano, soprattutto evitare di dover scendere in Sila a fare il sindaco, "sarebbe stato così faticoso...".
mercoledì, aprile 06, 2005
"Il sud d'Italia è germogliato, abbiamo rotto le camicie di forza"
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Unmilionecentosessantacinquemila voti non lo hanno cambiato. Così come non lo hanno cambiato la carica di Presidente della Regione Puglia strappata al delfino di Berlusconi Raffaele Fitto. Nicola Vendola, detto Nichi, è sempre lo stesso e per commentare la sua vittoria parla di movimenti, di alternative al neoliberismo, parla da quello che è sempre stato: un esponente della sinistra radicale ma anche un poeta. Un candidato che quando si iniziò a costruire la candidatura molti, nel centrosinistra, ritenevano eleggibile in Toscana, forse in Emilia, di certo non in Puglia. E invece il candidato Nichi Vendola ha preso circa 100mila voti in più rispetto alle liste che lo appoggiavano ed oggi, stanco ma felice si gode il successo.
Vendola, lei è la sorpresa di queste elezioni. Cosa ha permesso che si realizzasse una scommessa così azzardata ?
"L'ha permesso un insieme di fenomeni relativi a smottamenti della coscienza diffusa, alla nascita di nuove forme di partecipazione, di cittadinanza attiva che spezza le catene della sudditanza passiva che Berlusconi ci ha imposto. Non è un fatto della politica ma della società, della cultura".
Ma cosa significa che un esponente della sinistra radicale vince in una regione del Sud ?
"Significa che le classi dirigenti sono più arretrate del popolo. Significa che certa politologia deve rivedere alcuni dei suoi stereotipi mentre nella realtà si accumulano fatti, processi che alla lunga si trasformano in eruzioni di cambiamento politico. Ed ancora, significa che il sud d'Italia è, con tutto il sud del mondo, all'opposizione delle politiche neoliberiste. E' una rottura della camicia di forza imposta dalla destra, un cambiamento radicale che dimostra l'insofferenza verso chi smantella lo Stato sociale, chi impone la scuola della Moratti, chi porta il Paese in guerra e, infine, verso chi ha regalato l'unità nazionale al ministro Calderoli".
Lei ha partecipato a tutti i movimenti che negli ultimi tempi hanno scosso il sud Italia. Quanto c'è di quelle battaglie nella tua vittoria ?
"Terlizzi per l'Ospedale, Scanzano per l'inceneritore, la Fiat a Melfi, ma anche il movimento no global e quello contro la guerra. La stagione dei movimenti ha fecondato questa terra che oggi germoglia".
Qual è stato il primo pensiero dopo la vittoria ?
"Ho pensato a tutti quelli che hanno sempre perso nella vita e per una volta possono dire: questa volta abbiamo vinto noi".
martedì, aprile 05, 2005
La corsa del professore che trascina la sinistra
di Curzio Maltese (Copyright "La Repubblica")
Se si trattava di una prova generale, un referendum su Berlusconi e Prodi, allora il Professore ha stravinto e il Cavaliere ha straperso. Il vero risultato non è l'11 a 2 o il 10 a 3, è la frana di Forza Italia, la fine del berlusconismo, il ritrarsi dell'onda lunga che ha dominato un decennio di vita italiana. La rovinosa sconfitta di Silvio Berlusconi è palpabile perfino dove il centrodestra ha vinto. Nelle roccheforti della Lombardia e del Veneto sono passati da un vantaggio di 30 e 20 punti di percentuale a 10 e 5. Liguria e Piemonte, dopo il Friuli, sono andate a sinistra. L'asse del Nord rovina e i tagli fiscali non hanno funzionato. In parallelo, l'avanzata del centrosinistra e il trionfo personale di Romano Prodi sono clamorosi perfino nelle regioni già "rosse". In Toscana e in Emilia dove l'Unione sfonda i record del vecchio Pci e fa guadagnare altri sei o sette punti ai governi regionali, riducendo la destra a riserva indiana. Con buona pace dell'azzeccagarbugli La Loggia ("Chi è al governo è sempre svantaggiato"). In cifre assolute, si tratta di un ribaltone come non se n'erano mai visti nella seconda repubblica. Nel '96 l'Ulivo vinse soltanto grazie alla Lega. Oggi per la prima volta il centrosinistra è reale maggioranza nel Paese. Un miracolo alla rovescia del berlusconismo. Bisogna riscrivere la storia, assegnare le nuove parti. Berlusconi era la chiave di tutte le vittorie della destra, il leader anzi il padrone incontrastato, l'Unto dal Signore. Prodi ? Un "bollito", con troppe pretese, contestato nel suo stesso schieramento, ostaggio dei partiti. Da oggi i ruoli si capovolgono. Berlusconi è il perdente, processato dagli alleati, costretto a scendere a patti con l'ultimo vassallo se vuole conservare la poltrona. Prodi è il leader vincente, il grande federatore, quello che ha avuto le intuizioni giuste e ora può chiedere e ottenere di tutto. Lo spettacolo offerto nelle prime ore dai due poli era chiarissimo, nel grande solco del rapido trasformismo nazionale. A difendere Berlusconi dalla rivolta nella maggioranza è rimasto soltanto un pugno di pretoriani, i vari Schifani, Bondi, Cicchitto, più l'inevitabile Bruno Vespa, al quale giustamente la dirigenza Rai in scadenza vuole prolungare il contratto fino al 2010 per i servigi resi. Ma contro il premier nel centrodestra è già cominciato il tiro al bersaglio dentro la maggioranza, con il responsabile di An, Nania, che parla di "sconfitta da attribuire a Forza Italia" e l'unico vincente della tornata, Roberto Formigoni, che commenta. "Qualcosa si è rotto nel rapporto fra governo e cittadini". Un'implicita candidatura alla successione. Ora nulla è più feroce in Italia di una rivolta di ex cortigiani. Berlusconi, che ha pescato a piene mani fra gli ex funzionari comunisti, dovrebbe saperlo. Altrimenti lo scoprirà nei prossimi mesi. D'altra parte, nessuno è più entusiasta di un convertito. Così nell'opposizione oggi tutti corrono in soccorso del vincitore Prodi, pronti a offrire primarie anche domani stesso, ora che non ne ha più bisogno. Ansiosi di sottolineare l'importanza della lista unitaria che soltanto l'altra mattina era ancora un contenitore elettorale d'occasione. Basta aspettare qualche giorno e s'invocherà il partito unico, formula già respinta da tutti i congressi. Nell'anno elettorale che ha davanti, Prodi deve guardarsi soprattutto da loro, dal trionfalismo facile dei suoi ex critici. E dal conservatorismo più o meno riformista di una sinistra che ha sempre troppa paura di rischiare. In compenso, Berlusconi ha un compito molto più difficile: guardarsi da sé stesso. Non gli è mai riuscito. Nella consapevolezza che gli italiani non credono più all'immagine riflessa in mille televisioni.
lunedì, aprile 04, 2005
Appropriazione di un Pontefice
di Francesco Merlo (Copyright "La Repubblica")
Uno di noi muore. Ma la storia non muore, e il Papa non è morto. Probabilmente era "più morto" quando si accanivano sul suo corpo esausto. Oggi, liberatosi di quel tormentato involucro e del dominio di medici e assistenti, Wojtyla rivive ed alimenta l'orgia aggrovigliata dei progetti annessionistici, è il pasto regale dei sudditi affamati d'anima. Ed è vita che nessuno di quelli che se lo disputano riesce a tenere nelle proprie mani. Così, il Papa-Viaggiatore per le mille contrade e per le mille religioni del mondo deborda dal cappio della Rai e dei giornali che da quattro giorni, in suo onore, ci immaginano tutti mistici e devoti monomaniaci, tutti ermeneuti della Trinità, tutti professori di Cristologia. E il grande Papa anticomunista rimpicciolisce Dario Fo che dichiara: "Era l'ultimo comunista". Allo stesso modo il Papa della riconciliazione con gli scismatici ortodossi, il Papa delle scuse agli Ebrei e della benevolenza verso la religiosità precristiana, si contorce e si divincola quando Marcello Pera lo solleva in stendardo per la chiamata alle armi "contro il relativismo culturale" e contro la laicità che distingue l'intelligenza dalla fede. Pera lo "perifica" per fargli dire che le mille verità degli uomini complottano contro l'unica verità cristiana, "la migliore", e che "l'idea stessa del dialogo interreligioso è sbagliata, e anche il Papa ne aveva compreso i limiti" (magari dopo aver parlato con lui). E' un Papa vivo ma irreale, un Papa indeterminato che acquista ora questo, ora quel profilo a secondo del frate che bussa alla porta del suo pensiero. Ognuno vi ritrova se stesso. Su "L'Unità" sembra un democratico di Sinistra e sul "Giornale" un berlusconiano. I soliti quattro invasati da espressionismo cattolico, da religiosità teatrale da basso napoletano, ne fanno un fenomeno di esaltazione estatica, mentre lo scrittore Camilleri lo raffigura come "il Papa uomo", addirittura l'eroe ateo di Merleau-Ponty. Bertinotti lo racconta "pacifista no global e antiliberista" con i pensieri e i capelli spettinati al vento della gratuità, un ragazzo dei centri sociali. Pera gli calca l'elmo in testa, la croce a destra e la lancia a sinistra, "non un pacifista, ma un facitore di pace", un Papa contro l'Europa di Chirac e Schroeder, ma "per l'Europa degli apostoli Pietro e Paolo, dei santi Cirillo e Metodio e dei mercati". C'è, al contrario, chi individua in Wojtyla non la minaccia ma la speranza dell'Islam perché egli, "come gli imam sciiti, ha restituito alla storia lo Spirito e i valori etici"; e Wojtyla propone "la stessa pacificazione tra l'uomo e Dio" che vanno cercando gli Islamici dai tempi dell'abolizione del califfato. Sicuramente non è edificante l'appropriazione delle spoglie di un uomo per lucrare legittimità ed autorevolezza a favore dei propri vizi, delle proprie fobie, dei propri pregiudizi sul mondo. Ma è sempre così che accade quando un protagonista se ne va, sia esso il Papa o Giovanni Agnelli o Raymond Aron... Il Papa di cui stiamo straparlando somiglia a Bertinotti, a Socci, a Vespa, a Ratzinger, ai teocon. Somiglia a tutti, tranne che a se stesso. Ora che non è più icona della sofferenza fisica, metafora e convalida del Trionfo della Morte della Chiesa tridentina, Papa Wojtyla è riapprodato tra le sponde del biliardo della politica e del dibattito intellettuale, una biglia in perenne movimento, materia controversa da interpretare per i devoti, gli studiosi, i vaticanisti, i capi di stato, e ovviamente i nemici e gli avversari, gli ortodossi, gli islamici, gli ebrei, i taoisti, i buddisti, tutti quelli che credono di essere loro i veri rappresentanti di Dio in questa terra, in questo pianetuncolo. Ventisette anni di papato sono una bella fetta di secolo, una bella appropriazione di tempo. Ben due generazioni sono state plasmate, condizionate o irritate da questo Papa iperattivo. E, dunque, il concetto di morte, di interruzione improvvisa, non si adatta all'evento. Il Papa è una funzione storica e teologica, un produttore di destini, un capo di Stato, una politica, un alimentatore di idee e di valori, un incantatore di individui e un eccitatore di folle... E davvero i protagonisti della storia non muoiono nel giorno della morte; la spinta che hanno impresso alle vicende umane ha un'autonomia inerziale. La difficoltà, l'attrito, la vischiosità stanno nella partenza, all'inizio del movimento delle cose; e sono davvero molte le cose che Papa Wojtyla ha messo in moto. Chi ha avuto il tempo e il genio di segnare un'epoca e di incidere con la sua orma la storia - come Lincoln o Kennedy o Stalin o Maometto o Cristo - non scompare se non come persona anagrafica, e il Papa è una persona solo per i suoi parenti prossimi, gli intimi, gli amici, che ovviamente non sono poi così tanti come quelli apparsi a fungaia: amici per avergli stretto la mano, baciato l'anello, o per averlo salutato in tv. Neppure quelli che l'hanno assistito in ospedale, dall'attentato sino al lungo accanimento, erano amici del Papa. Per un Papa l'amicizia è sempre problematica. Ma l'amicizia, per definizione e per essenza ontologica, non deve e mai può essere problematica. Se hai un problema, ti fai un amico; ma se l'amico è un problema, che fai ? Dunque i Papi, i re, gli imperatori non hanno amici, come aveva ben capito il povero Francesco Giuseppe che per essere normale, per non deprimersi al cicaleccio dei suoi consiglieri si fingeva sordo e cambiava identità per vivere indisturbato la sua età. E i Papi non muoiono nel giorno della morte. E sopravvivono pure alla retorica ispirata dei tanti predicatori, matti di sapienza, che la tv ci propone, vie di mezzo tra Milingo e Wanna Marchi, che trovano un bottone divino ad ogni asola politica. E c'è pure la retorica di chi aggredisce la retorica come vizio dell'uomo moderno e ad ogni funerale scopre l'accanimento dei media, la tracimazione del parce sepulto. L'antiretore della retorica e il retore dell'antiretorica invocano un impossibile silenzio. Si sa quanto sono subdole le cerimonie, si sa che sempre desantificano le feste, pretesto di ritualità stanche, dominio della parola sulla cosa, ma è così per tutti, figuriamoci per un Papa. E' vero in Italia è diventata assordante la chiacchiera sulla morte. Ma non è detto che la morte trasformata in chiacchiera non porti presto alla morte della chiacchiera.
sabato, aprile 02, 2005
Il primo (e unico) comizio di Flavia Vento
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Flavia Vento, candidata nel Lazio, ha fatto un solo comizio, alla discoteca "Etò" di Roma. Il discorso, alla massa di veline e costantini temporaneamente fermi e senza musica, è stato riferito da Fabrizio Roncone: "E' la prima vlta che mi candido alle Regionali del Lazio. Sono molto contenta. Le elezioni sono una cosa seria. Bisogna infatti eleggere il presidente della regione. Io sono per Storace, e anche voi potete esserlo. Io sono candidata per il partito liberale, che è un partito.... che è un partito storico, antico, di Cavour e.... forse di Garibaldi. Comunque, sicuro di Cavour. E poi io, comunque, mi sento liberale. Lo sento dentro che sono liberale. Anche perchè nel Lazio ci sono un sacco di cose da fare e io penso che bisogna trovare i soldi per gli orfanotrofi. E poi anche per gli anziani. Il 4 e 5 aprile votate per me. Ciaooooo !".
venerdì, aprile 01, 2005
Voto in Zimbabwe, la preghiera dell’arcivescovo: "Che Iddio si prenda Mugabe"
(Copyright "La Stampa")
Monsignor Ncube, arcivescovo di Bulawayo seconda città dello Zimbabwe, è un uomo mite, piissimo. Ha visto i suoi fedeli, un popolo intero, vilipesi, scarnificati, ridotti alla mendicità e alla fame, scuoiati dall'Aids, trascinati in galera. Fino a ieri ha sopportato e pregato. Poi ha impugnato un furore da scismatico, si è accollato il pericolo di una lunga sosta ripareatrice in Purgatorio. Ha invocato l'Onnipotente perché "chiami a sè", finalmente, il responsabile di tutto quello scempio, Robert Mugabe, il presidente eterno. In sottordine, ma si vede che non ci crede troppo, si è augurato un sollevamento alla Ucraina, pacifico e giustiziere. Ma bisogna attingere agli abissi dell'imprevedibile per sognare che oggi, giorno di elezioni, l’uomo di ogni malvagità non trionfi come avviene da venticinque anni. Caso straordinario, Mugabe: ha assassinato il suo Paese dopo aver lottato per renderlo indipendente. Con la vecchiaia la sua anima di uomo della Provvidenza si è fatta più bassa e rapace, i suoi appetiti totalitari, come accade per i vizi dei vecchi, si sono fatti bestiali. Li nutre, pare, consultando gli oracoli di fattucchiere e taumaturghi. Come è possibile trasformare il granaio dell'Africa in un posto dove l'ottanta per cento della popolazione boccheggia sotto la soglia della fame, e l'inflazione ha raggiunto anche il 623 per cento, sbriciolando i record iscritti nei libri di Storia dalla repubblica di Weimar ? Come è possibile che gli agricoltori bianchi, fuggiti con la baionetta alla schiena inseguiti dalla vendetta postcolonialista, alimentino il boom economico del vicino Mozambico mentre le loro vecchie fattorie espropriate sono un deserto ? Come è possibile che oggi questo ottantenne conquisti la maggioranza assoluta dei seggi in parlamento ? Sarebbe sbagliato rispondere, rassegnati: è l'Africa, il bilancio pesante del colonialismo, la mondializzazione che affama i poveri, l'analfabestismo democratico eccetera. Questa non è l'Africa. Questo è Mugabe. Grazie a lui ci sono tredici milioni di testimoni viventi della irrealtà delle idee di Fanon. Il suo potere bisbetico e feroce ha contorni granguignoleschi, neroniani. La campagna elettorale, ad esempio, forse per regalarsi qualche emozione oratoria, l'ha condotta con cipiglio da domatore inveendo contro un leader straniero, Tony Blair. Ma per Mugabe il premier inglese che lo ha fatto buttar fuori dal Commonwealth, è assurto a creatura demoniaca. Ecco uno scampolo della sua prosa: "E' nato in Gran Bretagna un nuovo tipo di diavolo. Nel suo sistema un uomo può sposare un altro uomo, si violenta la natura. Quella è una cultura marcia". Amen. I gay, con Internet e i diritti umani, costituiscono la triade delle antipatie preferite del despota, un tempo coccolato dai rivoluzionari europei perché aveva succhiato il latte del marxismo tropicale. Mugabe ha annientato l'economia con una riforma agraria, lanciata nel 1999, al grido bolscevico: correggere le ineguaglianze del colonialismo. Ovvero le ricche fattorie dei bianchi che puntellavano l'economia, trasformati in kulaki abbronzati e assetati di profitto, sono state espropriate brutalmente. Beneficiari del furto riparatore non i poveracci ma i faccendieri del suo partito. Ora sono tutte in rovina, abbandonate, coperte di erbacce, con i macchinari arrugginiti. Si sono verificati casi da romanzo: ex braccianti che hanno richiamato il padrone perché li aiutasse a mandare avanti la baracca. L'economia è una finzione, un delirio propagandistico. Mugabe proclama che quest'anno lo sviluppo sarà almeno del cinque per cento, pura fantascienza. Il Paese non produce più nulla, piagato anche dalla siccità, tagliato fuori dalle sanzioni imposte da Stati Uniti e Unione europea. Il cibo scarseggia, si sopravvive con gli orticelli domestici. Ogni settimana la frontiera con il Sud Africa è scavalcata da migliaia di fuggiaschi che vanno in cerca di elemosine. L'unica cosa che lo Zimbabwe esporta, ormai, sono gli indici dell'Aids: ventiquattro per cento di incremento annuo, record del continente. I Paesi confinanti protestano: in questo modo lievitano gli indici di tutta l'Africa australe. Il sistena sanitario è evaporato: fuggiti medici e infermieri ridotti sul lastrico dalla mancanza di salari. Ci si consola ragionando che per la miseria i malati non possono andare nei Paesi vicini aumentando il contagio. Perché mai l’opposizione, riunita nel Movimenento per il cambiamento democratico, non riesce a trasformare la disperazione di massa in rivolta politica e, rassegnata, si acconteterebbe di una alta astensione ? La rancida e sanguinaria organizzazione totalitaria di Mugabe funziona benissimo. Sono storie di ordinario e endemico malandrinaggio: pulizia etnica, provocazioni ribalde, processi farsa, galera, il controllo della informazione (i giornalisti vengono condannati per «spionaggio» sublime!) e quando non basta altre invenzioni. Esempio: l'iscrizione nelle liste di un milione di cittadini defunti. Che oggi voteranno, state certi, Mugabe.
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