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giovedì, marzo 31, 2005
Scelli, esordio flop: Berlusconi lo soccorre
(Copyright "La Stampa")
Viene, anzi no, non viene più perché c'è troppa poca gente, ma sì che arriva, adesso il Palasport si è un po' riempito... Tre ore di trepidazione e di contrordini, finché alle 20 Silvio Berlusconi si è materializzato alla manifestazione di giovani volontari della Croce Rossa promossa dall'ex commissario straordinario Maurizio Scelli (si è dimesso dalla carica dieci giorni fa). Piuttosto irritato, il premier, a giudicare dal viso e dalle prime battute del suo discorso ("Dovrò rispondere alle domande di questi ragazzi ? Per me va bene anche così, però avevamo convenuto diversamente... Mi piacerebbe avere 5 minuti per parlare di libertà... Vorrei mettermi in un posto dove la luce dei riflettori non interferisca con gli occhi..."). Poi, però, a poco a poco gli applausi l'hanno sciolto, i coretti "Silvio Silvio" l'hanno rincuorato. Ha messo sotto tiro i comunisti. Ed è andata ancora bene. Alle 17 il Palasport era vuoto. Altro che i 2-3 mila partecipanti promessi da Scelli per il lancio del suo movimento "Una proposta per i giovani".
mercoledì, marzo 30, 2005
Una piccola DC non si nega a nessuno
di Gian Antonio Stella (Copyright "Il Corriere della Sera")
Scissa la residua molecola democristiana con la separazione mastellian-casiniana tra Ccd e Cdr, scisso l’atomo con la frattura formigonian-buttiglioniana tra Cdu e Cdl, scisso l’elettrone con la divisione cossighian-mastelliana tra Udr e Udeur, il post-post-diccì Gianfranco Rotondi sta tentando l’impossibile: la scissione del quark. La particella più piccola che si conosca. Un esperimento che farebbe tremar le vene ai polsi dei grandi scienziati nucleari ma che insinua una sottile inquietudine anche sotto la pelle di Marco Follini. Capiamoci: non è che il leader dell’Udc tema un trionfo del manipolo di amici che se ne sono andati sbattendo la porta. Si fossero dati come nome una delle sigle astruse che da anni si spartiscono l’eredità del Biancofiore, sigle più indigeste di una trippa di maiale al lardo, non ci sarebbe problema. Il guaio, per il partito del vicepresidente del Consiglio e del presidente della Camera, è che nel nuvolone di polvere e calcinacci sollevato dal tracollo della Dc, non erano stati misteriosamente smarriti soltanto palazzi e condomini e residenze di lusso finiti per pochi spiccioli agli amici degli amici. Era sparito anche il nome: Democrazia cristiana. Un nome che, come capita con le mappe del tesoro trovate in soffitta, era finito tra le mani appunto ("Non lo voleva nessuno, ho detto: me lo tengo io") di Rotondi. Il quale, rotto con l'Udc, ha pensato bene di rispolverare quelle magiche parole e di presentarsi alle elezioni di domenica addirittura in sette regioni. "Non respiravo più, mi mancava l'aria !", spiega, "Quello non è più un partito. E' un club privato dove Casini e Follini fanno come fosse casa loro. Dove non c'è spazio per il dissenso ! Gli avevo detto: presentiamoci insieme. Non c'è stato dialogo. Sono andati da Berlusconi e gli hanno detto: o lui o noi. E lui che doveva fare ? Mi ha fatto fuori. A me. Il più berlusconiano di tutti. L'unico che l'ha difeso sempre !". "La verità è che quello voleva solo metter su un partitino per aprire un banchetto in piazza", sbuffa Marco Follini con tutti coloro che gli chiedono com'è questa storia, "Pensa di farci paura ? Deve proprio avere un'opinione generosa di se stesso". Che i due non siano mai andati molto d'accordo si sapeva. Troppo diversi. Non bastasse, nella stagione in cui erano due galletti ambiziosi hanno ruspato nello stesso cortile. E se Follini ha scritto uno dietro l'altro libri intitolati "La Dc", "C'era una volta la Dc", "La Dc al bivio" e "L'Arcipelago democristiano", Rotondi è stato al passo. E dopo due libriccini dal titolo "Trenta irpini" e "Trentamila irpini", dedicati ai conterranei che secondo una battuta di Ciriaco De Mita rappresentavano "il 70 per cento dell'intelligenza nazionale", ha dato alle stampe "Viva Sullo: ascesa e declino, trionfi e tonfi di un leader che la Dc non capì", poi "Un'idea della Dc irpina", "La Caporetto democristiana" e infine "Il caso Buttiglione". E' una fissa, quella della Dc. Per tutti e due. Della compianta Balena Bianca, però, non hanno preservato almeno un paio di cose. La prima è l'adagio di Franco Evangelisti: "N'a Dc nun se bbutta niente. Mai mettersi in testa di dettare i comandamenti del buon diccì. Cominci a dire: primo, devi fa' così; secondo, non devi fa' cosà, terzo, parla così, quarto questo, quinto quello e daje a elencà. None ! Devi dire: fate 'n po' come ve pare, basta che portate voti". La seconda è la capacità dei vecchi democristiani di ricomporre le divisioni dentro un linguaggio irripetibile. Linguaggio che trovò la massima sintesi nel modo in cui Arnaldo Forlani spiegò a Massimo Franco l'assoluto rifiuto di scegliere tra i cinque diversi brodetti di pesce marchigiani ugualmente buoni giacché "la gastronomia ittica conferma la virtù dell'armonia fra gli opposti". Anche gli insulti, allora, erano moderati. Restò immortale ad esempio quello scagliato contro Amintore Fanfani: "Mammoletta !". Niente, al confronto di quanto avrebbe dichiarato Rotondi, qualche settimana fa, un attimo dopo essere stato escluso dal partito: "La cacciata della Dc dalla Casa delle Libertà è un arbitrio mafioso". Da quel momento, tra gli eredi diccì sono tornati a volare i piatti. Come dopo la prima rottura intestina, quando Mattarella chiamava Buttiglione "el general golpista Roquito Butillone" e questi rispondeva che gli ostili all'alleanza con Berlusconi se ne dovevano andare da piazza del Gesù perché "l'ospite è come il pesce: dopo tre giorni puzza". Dopo la seconda, quando Mastella urlava che Casini era solo "un figlio di papà cresciuto in un salotto" e malediceva quanti "predicano i valori e poi non tengono insieme le famiglie". Dopo la terza, quando Mastella ruppe con Cossiga dicendo "lo sapevo benissimo che è pazzo, ma avevo bisogno di un traghetto per uscire dal Polo" e don Ciccio gli rispose che mica voleva "costruire un mondo i cui pilastri fossero Ceppaloni e Mussomeli". Dopo la quarta, quando Buttiglione e Formigoni divorziarono strillando l'uno all'altro: "Basta coi piccoli despoti di provincia !". Dopo la quinta, quando... E anche stavolta, dalla politica si è passati ai piatti e dai piatti alle carte bollate. Con l'Udc che butta addosso alla Democrazia Cristiana di Rotondi un'altra Democrazia Cristiana ancora, quella di Angelo Sandri. E contesta il simbolo, che pure non contiene lo scudo crociato. E sulle liste trascina i nuovi nemici in tribunale a Bari e a Torino (dove proprio oggi ci sono due processi sul tema) mentre Rotondi scalcia dicendo che "lo fanno perché i sondaggi mi danno tra l'uno e il tre per cento" e accusa: "Il sub-governo Casini-Fini ha deciso che Berlusconi deve uscire dalla scena politica. Per questo hanno detto no a me e alla Mussolini: per creare le condizioni per una sconfitta rovinosa". Sullo sfondo, malinconica, resta la profezia di Mino Martinazzoli: "Se la Dc si dovesse spaccare non si spaccherebbe in due ma in tre, in quattro, in cinque, rendendo ininfluente la presenza dei cattolici".
martedì, marzo 29, 2005
La morte di Maria Bonino
(Copyright "La Stampa")
Il primo viaggio in Kenya con gli scout nel 1979 fu l’incontro con l’Africa della povertà, delle malattie, delle guerre. In quell’Africa devastata Maria Bonino, pediatra di origine biellese, è morta a 52 anni colpita dalla febbre di Marburg, virus gemello di Ebola. Vinta dalla stessa malattia contro cui cui combatteva nell’ospedale di Uige, in Angola per salvare vite umane. Con gli amici più cari che da Biella ne seguivano l’attività e che avevano cominciato ad intuire il peggio, minimizzava per non allarmare, per non disturbare, combattendo ad armi impari, con volontà e perseveranza. Maria Bonino era in servizio nel reparto di pediatria dell’Ospedale Beauregard di Aosta, ma da tre anni era in aspettativa e svolgeva l’attività di volontaria per un’Ong (Medici con l’Africa Cuamm). Laureatasi all’Università di Torino il 7 novembre 1978 e iscritta all’Ordine dei medici e degli odontoiatri della Valle d’Aosta, Maria Bonino era particolarmente apprezzata dai suoi colleghi per i modi e la cultura. "Esprimiamo profondo cordoglio - ha dichiarato Massimo Mazzella, primario del reparto di Pediatria del Beauregard - per la scomparsa di una collega impegnata in un’attività così importante e lodevole. La ricordiamo come una professionista molto stimata e una persona particolarmente apprezzata da tutti". Figlia di un ginecologo e di un’insegnante di lettere, ad Aosta vive anche il fratello, Paolo, medico del reparto di Geriatria del Beauregard, che alla notizia del decesso è subito partito per l’Angola. Mentre era in viaggio, Paolo Bonino è stato avvisato che nel frattempo la sorella era già stata sepolta. Altri 21 operatori di Medici con l’Africa Cuamm, organizzazione non governativa di ambito sanitario presente da 50 anni in Africa, sono presenti nelle zone colpite dall’epidemia. Con la collaborazione dell’Unità di crisi del Ministero degli Esteri e secondo indicazioni del Ministero della Salute, l’associazione ha fatto sapere che si stanno assumendo i provvedimenti necessari alla tutela della salute dei volontari. L’epidemia da febbre di Marburg ha finora causato più di 90 vittime, in prevalenza bambini. La malattia che secondo un’indagine retrospettiva risale, con casi sporadici e discontinui, all’inizio di novembre 2004, sta severamente impegnando il sistema sanitario locale. Allo stato attuale, l’emergenza appare tutt’altro che risolta: destano gravi preoccupazioni l’alta letalità e il coinvolgimento di personale sanitario. "Il mio pensiero - ha spiegato don Luigi Mazzucato, direttore di Medici con l’Africa Cuamm - è in questo momento per Maria, che è rimasta a prestare servizio ai bambini di Uige fino a quando la malattia non l’ha gravemente colpita. Siamo tutti vicini ai familiari di Maria e ai nostri volontari che ancora si trovano a dover gestire questa grave emergenza. Confermiamo la prosecuzione degli impegni in Angola a favore delle popolazioni locali». Anche L’Osservatore Romano ha reso omaggio Maria Bonino, medico che «senza nessun clamore ha scelto di morire pur di non abbandonare chi poteva aver bisogno di lei, offrendo la propria vita da vera missionaria e da vera testimone della fede, morendo in semplicità e in silenzio». Dopo quel primo viaggio in Kenya nel 1979 in Maria Bonino, cresciuta in una famiglia dai profondi principi cristiani, crebbe sempre più forte il desiderio di impegnarsi concretamente per il prossimo. Nell’81 partiva come medico in Africa: prima in Tanzania, poi in Uganda, in Burkina Faso, in Angola. L’Etiopia sarebbe stata la sua prossima destinazione. Gli amici biellesi si erano mobilitati più volte per aiutarla a migliorare le condizioni dell’ospedale di Uige, povero di attrezzature e di mezzi, dove l’acqua e l’elettricità sono altrettanto preziosi dei più comuni strumenti medici per non dire dei medicinali, primi fra tutti gli antibiotici. Dal profondo dolore che ha colpito la famiglia emerge però una nota d’amarezza: "Solo adesso abbiamo saputo che casi del virus di Marburg erano già noti alle autorità nei scorsi mesi ma i medici non sono stati avvertiti. L’organizzazione mondiale della Sanità e le autorità angolane si sono mosse con un colpevole ritardo".
venerdì, marzo 25, 2005
La grande paura della destra: "Se cade il Lazio, tutti a casa"
(Copyright "La Repubblica")
Forse esagera Rutelli, quando dice: "Berlusconi fa il comizio conclusivo con Storace ? Allora Marrazzo ha già vinto". Ma è vero che la mossa del Cavaliere, a 10 giorni dalle regionali, tradisce una duplice debolezza. Quella di Berlusconi, che aveva annunciato l'intenzione di tenersi fuori dalla campagna elettorale. E quella di Storace, che macchiato dal fango di "Firmopoli" rischia seriamente di uscire sconfitto dal voto del 4 aprile. L'una e l'altra, sono le due facce di una stessa, consapevole paura: se perde il Lazio, il centrodestra perde le regionali. E se cade il Lazio, può cadere anche il governo. In queste ore, tra gli stati maggiori della Casa delle Libertà si respira un clima pesante. La previsione ricorrente, sull'esito delle prossime elezioni, è preoccupante. "Potrebbe finire 11 a 3 per il centrosinistra", si sente ripetere. Il Polo, cioè, vincerebbe solo in Lombardia, in Veneto e in Puglia. Si infrangerebbe così quella "linea Maginot" sulla quale si erano attestati, fino a qualche giorno fa, il Cavaliere e i suoi alleati. Il ragionamento era il seguente: "Possiamo anche invertire gli attuali rapporti di forza nelle regioni italiane, che oggi ci vedono prevalere in 8 regioni contro le 6 guidate dall'opposizione. Ma se anche al prossimo voto perdiamo 9 a 5, noi conserviamo la guida delle "macro-regioni", più importanti sul piano geo-politico: Lombardia, Veneto, Piemonte, Lazio e Puglia". Era questo il senso della sortita di Berlusconi, quando un paio di settimane fa aveva detto: "Quello che conta, alla fine, è il numero complessivo di elettori che avranno votato per noi". Oggi, sondaggi alla mano, il premier e gli altri leader della coalizione hanno perduto anche questa certezza. Dalle 5 "macro-regioni" che consideravano sicure, ormai, pare si sia sfilato sicuramente il Piemonte, dove Mercedes Bresso sembra stabilmente in vantaggio rispetto a Enzo Ghigo. E già questa sarebbe una batosta per il Polo. Perdendo il Piemonte, il centrodestra vedrebbe cedere quel "fronte del Nord" in cui, grazie anche alla Lega, dal 2001 ad oggi è stato più profondo il suo radicamento sociale. Il centrosinistra, conquistando la regione della Fiat e del San Paolo, avrebbe infilato un cuneo importante, in un'area comunque nevralgica del Paese. Ma adesso a questo spauracchio se ne aggiunge un altro. Il Polo non è più così certo di vincere nel Lazio. L'effetto dello scandalo Mussolini si è rivelato più pericoloso del previsto. Gianfranco Fini e i suoi ostentano ottimismo: "Restiamo in testa, per molti nostri elettori, alla fine, questa vicenda avrà un effetto mobilitante". Ma più che una previsione, rischia di essere una superstizione. Il messaggio che Storace ha affidato l'altro ieri al Riformista parla da solo: "Il valore nazionale di queste elezioni dipende dal fatto che il Lazio è diventata la regione più importante del Paese... E se si perde il Lazio, il successore di Berlusconi non può che essere Prodi". L'avvertimento sembra proiettato sulle elezioni del 2006. Ma può valere anche per l'immediato: "Sostenetemi in questi ultimi giorni, perché se io perdo qui il giorno dopo voi ve ne andate da Palazzo Chigi". Questo sembra il senso vero, e neanche troppo nascosto, delle parole che il governatore uscente indirizza a Berlusconi e a Fini. Una sommessa richiesta d'aiuto, che politicamente deve essere costata molto a "Epurator", il duro e puro che ha scolpito il suo profilo politico, da destra sociale e popolare, su una forte autonomizzazione rispetto a Forza Italia e ad An. Se l'ha fatto, è perché riconosce implicitamente la sua difficoltà. E questo spiega anche il perché premier e vicepremier, a stretto giro e contravvenendo a una promessa che avevano formulato nelle settimane scorse, hanno raccolto subito l'appello di Storace, assicurandogli il sostegno all'ultimo appuntamento di piazza della campagna elettorale. Nel Lazio si gioca ormai la posta più alta. Riguarda il governo della Regione, ma ancora di più il governo del Paese. Se Storace perde, An si sfascia, e Fini totalmente assorbito dalla Farnesina non può far nulla per impedirlo. Se An si sfascia, va in frantumi l'asse moderato che, insieme all'Udc, tenta timidamente di resistere alla ritrovata tenaglia Berlusconi-Bossi. Se cede questo già precario equilibrio, viene giù la Casa delle Libertà. Per dissolvere questo spettro, il premier ha avuto anche la tentazione di far rinviare il voto laziale, usando l'argomento delle firme false. Il vertice di ieri pomeriggio con lo stesso Storace e con il ministro degli Interni Pisanu è servito anche per ragionare di questo. Alla fine l'ipotesi è stata accantonata, di fronte alla volontà del governatore di andare avanti fino in fondo e per evitare nuove tensioni con l'opposizione. Si è preferito far virare il vertice intorno a un improbabile e inverificabile "allarme ordine pubblico" sul voto laziale, basato su "intimidazioni e messaggi minacciosi" rinvenuti su un sito internet. È giusto che il Viminale indaghi, e che vigili con la massima attenzione. Ma qualche dubbio che si tratti di un diversivo c'è. Anche questo può essere un modo per distogliere l'attenzione dell'opinione pubblica dalle difficoltà oggettive della centrodestra. Ad acuirle, in queste ultime ore, contribusce il via libera del Senato alle riforme istituzionali, imposto alla maggioranza dal ricatto della Lega. An e Udc hanno subìto ancora una volta il saldo di questa cambiale, che Berlusconi ha onorato con Bossi sotto il peso delle dimissioni false e strumentali del ministro padano Calderoli. Hanno subìto ancora una volta un testo di legge, stavolta addirittura di revisione costituzionale, che non volevano e che considerano "un pasticcio", solo per consentire al Senatur di sventolare il vessillo della devolution prima del 4 aprile. Ora Fini e Follini, difensori dell'identità e dell'unità nazionale, si trovano a fare campagna elettorale, soprattutto nel Mezzogiorno, contro un'opposizione che ha buon gioco a gridare "questa riforma spacca il Paese", e mentre persino un commentatore moderato come Galli Della Loggia parla dalle colonne del Corriere della Sera di "Patria perduta". Questo spiega l'irritazione dei vertici di An, che attraverso Alemanno si spingono a chiedere sulle riforme "un nuovo vertice nella maggioranza dopo le regionali". Questo spiega la rabbia dei vertici dell'Udc, che spinge Follini a meditare qualche nuovo "colpo di teatro", all'indomani del voto, per tentare di rispostare al centro il timone dell'alleanza, o comunque per marcare le distanze, in vista del referendum confermativo, da una finta riforma costituzionale pretesa dal Carroccio e concessa dal Cavaliere. Siamo, di nuovo, alle soglie di una "verifica permanente". Iniziata dopo un'altra tornata di elezioni amministrative perse dal centrodestra, quella del 2003, e solo formalmente conclusa con la "promozione" di Fini agli Esteri e di Follini al vicepremierato. Nella sostanza, quella verifica è rimasta aperta. E, salvo sorprese traumatiche dopo le regionali e dopo l'eventuale sconfitta nel Lazio, lo sarà fino al termine della legislatura, quando scadrà la prima fase del "Patto di ferro" del 2001 tra Berlusconi e Bossi. Siglato per tenere in ostaggio la maggioranza, ma non per governare il Paese.
giovedì, marzo 24, 2005
Ratzinger: "Nella Chiesa sporcizia e superbia"
(Copyright "La Stampa")
Un’amara meditazione sulla Chiesa, quasi un atto d’accusa, risuonerà venerdì sera al Colosseo. Autore, il cardinale Ratzinger, Prefetto della congregazione per la Dottrina della Fede, indicato come un possibile successore di Wojtyla. Il porporato bavarese commenta la terza caduta di Gesù: "Ma non dobbiamo pensare anche a quanto Cristo debba soffrire nella sua stessa Chiesa ? A quante volte si abusa del santo sacramento della sua presenza, in quale vuoto e cattiveria del cuore spesso egli entra ! Quante volte la sua Parola viene distorta e abusata ! Quanta poca fede c’è in tante teorie !". E poi, la denuncia fortissima: "Quanta sporcizia c’è nella Chiesa".
mercoledì, marzo 23, 2005
La guerra dei furbi
di Curzio Maltese (Copyright "La Repubblica")
L'unico augurio possibile alla fine della farsa di Alessandra Mussolini ammessa, esclusa e riammessa alle regionali del Lazio, è che la vicenda non varchi i sacri confini della patria, come avrebbe detto il nonno della signora. Purtroppo il combinato disposto fra l'ingombrante cognome della protagonista, la parentela Loren e la dirompente vis comica della storia, rischia di essere fatale per la già misera immagine della politica italiana all'estero. Del resto, è un soggetto perfetto da commedia all'italiana, se ancora ci fosse. Il Consiglio di Stato ha accolto il ricorso di Alternativa Sociale, la lista della nipote, senza neppure entrare nel cuore della vicenda, senza stabilire se le firme erano o no false ma contestando una specie di vizio di forma. La Mussolini esulta e festeggia, magari davanti a un piatto di bucatini. La sinistra plaude con moderazione, frenata da un giustificato imbarazzo. La destra, che ha abrogato da tempo i freni inibitori, strepita al complotto rosso e prepara un dopo elezioni rovente di battaglie legali. E' il trionfo della via avvocatesca alla politica, che ha sostituito da anni la temutissima via giudiziaria, qualunque cosa volesse dire. Nel furibondo corpo a corpo fra azzeccagarbugli dei due o tre schieramenti avversi, il comune cittadino, in questo caso l'elettore del Lazio, fa la figura di Renzo. Disorientato da grida incomprensibili e latinorum burocratico, capisce soltanto che forse il suo voto sarà inutile, semplice pretesto per altre guerre legali. L'ideale insomma per riavvicinare la famosa "gente" alla politica. Si assiste increduli all'ultimo esempio dell'eterna competizione nazionale fra furbi e più furbi. Sembravano furbissimi, soprattutto a sé stessi, i funzionari del centrosinistra che hanno autenticato le firme della lista Mussolini in funzione anti Storace. Poi è parso più astuto che in una mossa sola aveva svergognato gli avversari ed eliminato una pericolosa rivale interna alla destra, la camerata Mussolini, diventata nemica numero uno di An che pure per tanti anni l'aveva vezzeggiata e usata senza ritegno per colpire l'immaginario nostalgico della base. Infine la più furba, almeno oggi, è risultata a sorpresa la camerata Alessandra, che si è fatta gratis una faraonica campagna elettorale alle spese dell'ufficio legale del suo ex partito. Grazie anche alla capacità innata, certo ereditaria, di comunicare e coinvolgere, ricorrendo a tutti gli ingredienti sotto mano, dal digiuno alla bulimia verbale, senza naturalmente rinunciare al richiamo del cognome e delle parentele ("Zia Sofia m'è stata vicina, per tutto il digiuno ha rinunciato al dolcetto"). E' significativo notare come i campioni di cinismo riscoprano soltanto nel momento della sconfitta, magari temporanea, i valori profondi di democrazia, giustizia, legalità, rispetto dei cittadini. Per lamentarne, si capisce, il tradimento, con toni amari e definitivi. Poi basta un attimo, un grado d'appello, e si torna vincenti e ottimisti sulle sorti del Paese. Nell'intero percorso dello scandalo casareccio nessuno naturalmente si è posto la questione di sostanza. Se in definitiva abbia ancora un senso questa legge sulla raccolta delle firme che, applicata con serietà, avrebbe escluso dalla competizione elettorale oltre la metà dei nuovi partiti nati dopo Tangentopoli. Una legge che permette l'ammissione alle liste di partitini fantasma che hanno un deputato o una assessore in qualche giunta ma esclude in teoria leader con un seguito massiccio. Non c'è nulla da fare, è la regola italiana. A una cattiva legge non si rimedia con una legge buona e sensata ma con l'inganno, il trucco astuto, l'aggiramento, l'interpretazione di fatto elusiva. O al contrario rigidissima, secondo l'umore, la stagione, la convenienza politica del momento. Il risultato complessivo è un livello bassissimo di etica politica, anche inferiore a quello in cui è naufragata la prima repubblica. La cosa farà sorridere i furbissimi consiglieri del nuovo potere ma la nuova ondata di furore antipolitico alle porte può produrre pericoli seri. E' una fortuna, almeno, che oggi in circolazione ci sia soltanto la nipote e non il nonno.
martedì, marzo 22, 2005
Dalla notte di Shiva ai versi di Celan
di Guido Ceronetti (Copyright "La Stampa")
La sua tenda nel Luna Park solito, dove vende l’oroscopo alle donne, è chiusa dall’interno, stasera. Alle 18 dell’8 marzo si è iniziata quest’anno la notte serenamente inebriante che l’India induista celebra col nome di Shivaratri, in onore di Shiva, origine e termine delle cose, danza di morte e rigenerazione, di tutte le divinità certo la più vicina ai filosofi... La sacra notte è terminata alle 6 del 9 marzo, dopo una lunga veglia di digiuni, canti, meditazioni e ripetizione ritmica del mantra OM NAMA SHIVAYA. Ho appuntamento, il Filosofo Ignoto mi apre la tenda per una breve conversazione. L’idea di incontrarlo mi è venuta da questo stesso giornale, che da un po’ di tempo si avvale anche della sua collaborazione grafica e aforistica, ripigliando il filo dove sul tema della Catastrofe l’ha lasciato Mario Baudino, dopo alcune interessanti interviste a noti filosofi italiani contemporanei. Il Filosofo Ignoto non è che uno dei tanti pensatori ignoti, perché la Sofia accoglie nel suo instancabile letto chiunque per strada le faccia segno. Raro però è che uno si firmi così e porti in giro, col cappuccio abbassato del Tarocco numero 9 (l’Eremita), per chi va in cerca di contravveleni, qualche pensiero suo o d’altri affrontatori del buio. Come di solito nelle mie interviste, riporto tutto fedelmente, senza rinchiudere il Dire vivente dentro uno schema mortificante. Ecco, la notte di Shiva è cominciata da poco più di mezzora e il momento è propizio per una riflessione che inforchetti qualcosa del nostro destino umano.
Ti ha suggerito qualche pensiero l’evento catastrofico che ha scosso il mondo mentre ancora qui si stavano buttando via i resti della festa d’inverno ?
"Il primo sforzo da fare: cercare instancabilmente il termine giusto ! E' improprio usare catastrofe nel senso di sciagura, perché può indicare qualsiasi esito, sia buono che cattivo. Una catastrofe è uno scioglimento, un rivolgimento. La parola si è gonfiata fino a non avere più senso, come tragedia, tragico. L’ottimo Atlante dei disastri naturali, edito dalla De Agostini nel 1999, usa la parola neolatina perfetta, disastro, che sposa l’evento naturale alla malignità degli astri, è una delle tante espressioni derivate dal linguaggio astrologico, e per quanto arcilogora ne è chiara la dignità dell’origine. Lo Tsunami non è una catastrofe ma un disastro: l’Atlante ne elenca alcuni, quello del 26 dicembre scorso era ancora nascosto nella sfinge astrale. A parte questa necessaria emendatio linguistica, i disastri naturali, per la loro eccessiva brutalità materiale, non mi riesce di metterli nell’athanòr di un pensiero purgabile. Dove il disastro implica come causa il comportamento criminale dell’uomo, allora sì, trovo un appiglio per la riflessione. Una data, un evento come l’undici settembre hanno più possibilità di inquadramento filosofico, sebbene una scarnissima poesia come quella che gli ha dedicato Wislawa Szymborska lo dica meglio di un sermone di filosofo o di analista storico. Io, lì, posso lavorare sul contenuto simbolico, dopo aver allargato le braccia: dai mostri della preistoria è arrivata a queste vette l’Evoluzione Umana !".
Come giudichi quel che ne disse Stockhausen: che quella era la più grande opera d’arte del mondo ?
"Anche una definizione del genere mi fa dire: questa sarebbe la mente umana, la parola di uno che fa musica ? Fa vomitare e basta ! A uno che pensa in modo così ignominioso negherei a vita il biglietto di entrata al Louvre o alla casa di Rembrandt... Circa l’ultimo Tsunami mi ha colpito, nelle immagini pubblicate, uno stuolo di fagotti di plastica, accordellati come un saio francescano, che ricopriva in ranghi serrati una di quelle spiagge... Birilli caduti, sacchi da discarica organica, esseri umani chiusi là dentro, gente che ebbe degli occhi e che parlava o credeva di parlare ? Carne riciclata in plastica? O messa al mondo, con tanta pena, già come plastica da discarica futura ? Non loro soltanto, tutti... Là si può parlare propriamente di catastrofe, perché è avvenuto un effettivo capovolgimento: l’uomo, la donna che c’erano in luogo di niente, l’ondata spaventosa li ha rivoltati, eccoli corpi plastificati, involucri della nada, l’eterna verità della morte per cui "non beatifico nessun mortale" (Edipo Tyrannos 1195). L’immagine ci fa passare per la devastata battigia e se hai in tasca Amleto farai bene a rileggere le battute sulla tomba di Ofelia, se invece apri la Bhagavad Gita il capitolo undecimo ti toglierà il velo dagli occhi. C’è sempre, messo da esseri superiori, da mani angeliche o nutrite dal pane degli angeli, nella terrificante Parete Nord delle esistenze, per i sensibili al soccorso della parola, qualche miracoloso chiodo al quale appigliarsi, che ti trattiene dal precipitare...".
Chiodi, Nord... Avrai saputo che è morto, da poco, quasi centenario, Anderl Heckmair, il capocordata che aprì nella Nord dell’Eiger la prima via alla vetta, nel 1938. In vita non resta, del gruppo, che il famoso precettore del Dalai Lama, Harrer.
"Sì, l’ho saputo. E di recente la vecchia assassina ha divorato, dopo lungo digiuno, altre prede. La storia di quella scalata è altamente simbolica, in certo senso è un’avventura che trascende l’alpinismo e altre grandissime Conquiste dell’Inutile, come uno scalatore filosoficamente le chiama, Lionel Terray... I chiodi piantati dalla formidabile cordata austrotedesca rimarranno finché duri la roccia, fissi come versi di Sofocle o di Shakespeare. Purtroppo io non ho scalato la Nord dell’Eiger, ma nella Nord dell’esistenza, senza i chiodi della parola, sarei presto diventato, giù in basso, poltiglia. Proprio nel cuore di tenebra dell’Eigernordwand, dove c’è la stazioncina della Jungfrau che guarda l’abisso, un lumino ben visibile dal basso è stella della notte. Tu contempli quel lume di guardia e senti che veglia per te Qualcuno. Vale la pena di andare fino a Grindelwald per contemplare quel lume, che certamente non ha soltanto un fine pratico".
La notte di Shiva è andata un po’ avanti. Il Filosofo Ignoto ha acceso dei lumi e brucia qualche incenso. Non ci sono immagini, evidentemente i lumi sono dedicati a un Dio altrettanto ignoto, al quale anche gli Ateniesi votavano altari (e allo stesso, Giustino Fortunato, in memorabili parole testamentarie, consegnava sé e la patria nel 1932). Sul senso religioso però non si finirebbe più e si fruga anche troppo; non gli farò domande esplicite. Fuori, altro che Shivaratri, i decibel del Luna Park sono parossistici, non manca neppure a volume altissimo il rock satanico, ma nella tenda del Filosofo misteriosamente non penetrano, tutto è perfettamente silenzioso. Ogni filosofare nel rumore muore... Non è così ? gli domando.
"Sì, salvo che non se ne tiri qualche disperata riflessione proprio sul Rumore. Oltre i cento decibel chi resiste è un cadavere vivente. Nel rumore è la più diffusa, oggi, delle pulsioni di morte. Nelle discoteche si beve morte molto più dall’alto volume che dai veleni noti. Tutto quel che è pensiero non può sopravvivere che in ambienti riparati, silenziosi. Dove si possono trovare spazi di silenzio in luoghi aperti c’è l’ambiente ideale, altrimenti si cerca riparo in spazi chiusi, in stanze, dove però non dovrebbero esserci che pochi, pochissimi libri e, ahimè, se vediamo l’immagine di un pensatore nella sua propria abitazione, sempre alle sue spalle ci sono scaffali pieni di libri. E i libri certo non uccidono il pensiero, però possono avviarlo per sentieri battuti, stando a portata di mano ne riducono l’indipendenza, e a un tempo la possibilità di una vera scoperta, di dar vita a una novità speculativa sotto il sole. Tuffate in parecchie migliaia di libri le case di chi pensa, sempre più ne escono riformulazioni, del già veduto, del già ascoltato, sirene arrocchite, nel migliore dei casi commenti. E’ vero che le domande fondamentali e le grandi risposte non sono più di tre o quattro... Un buon esperto di Feng Shui dovrebbe essere chiamato apposta per studiare come sbarazzare dai libri la casa di un filosofo. All’Aja la libreria di Spinoza è celebre per i suoi centotrenta volumi (giornali, nel 1677, quando morì, zero) e a Todnauberg, nella sua capanna-rifugio nella foresta già inquinata, Martin Heidegger di libri doveva tenerne pochissimi. Nei famosi versi in Lichtzwang che ambiguamente rievocano la sua visita alla malga del filosofo, Paul Celan accenna ad un libro solo, quello dove i visitatori devoti iscrivevano il loro nome, forse non ce n’erano altri. Il poeta ebreo, ustionato ancora dai massacri che lo toccarono (era il 1967) scrisse il suo nome come "riga di speranza" perché quell’anguilla pensante si decidesse in futuro a smentire o a spiegare la sua breve parabola nazista del 1933. Lo avrà interpellato invano e nell’ultima parte l’intensa poesia termina in grave tristezza. Ma l’uomo di pensiero aveva anche lui un segreto: l’anno prima aveva trattato il rognoso argomento col direttore dello Spiegel, impegnato a non pubblicare l’intervista se non dopo la morte del filosofo. Questo fu dieci anni più tardi, un evento cruciale nei chiaroscuri pregnanti del pensiero - ce n’è, mi pare, più d’una edizione italiana - e contiene un estremo scandaglio nella tenebra della politica e della tecnica, oltre a un’autodifesa che non è vera autoanalisi, ma abbiamo la splendida biografia di Rüdiger Safranski che in un capitolo chiarisce perfettamente quei fatti. Intanto Paul Celan, già parecchi anni prima si era sottratto, gettandosi dal Pont Mirabeau, agli orrori della vita. Se avesse letto la lunga intervista non credo, uno come lui, sarebbe rimasto appagato... Quel troppo pacato ragionare gli avrebbe riaperto la ferita di Todnauberg, ancora l’umido, i tronchi segati sulla "gonfia palude" riattraversata. Ma il tragico tormento ebraico del poeta non poteva trovare, in un metafisico così lontano dal subbuglio morale, uno che volle schivare sempre le questioni etiche, qualcosa che non fosse, in un terreno non suo, un’acqua morta. Eppure, uno accanto all’altro, formano un bel dittico della Sofia: Celan è, ben più di Hölderlin, il "poeta di Heidegger", un arcobaleno che congiunge la Foresta Nera arcaica con una Gerusalemme di strazi e stracci nel cielo di un comune rapporto con l’essere in dimenticanza...".
Vorrei chiudere questo nostro incontro con un pensiero di qualche autore che sia per te il più filosofico sulla vita e sulla morte, fra quanti ne ricordi.
"Tra molte migliaia di fiori, dire di uno "questo" è difficile. Ne ho uno in mente ma... te lo dirò, se ci rivedremo, un’altra volta... Forse".
sabato, marzo 19, 2005
Grosso dubbio a Bruxelles: un bluff i conti pubblici italiani
(Copyright "L'Unità")
Non convincono per niente in Europa i conti pubblici presentati dall’Italia. L’Eurostat "non è in grado di certificare i dati dell'Italia" sui conti pubblici del 2004. Lo afferma l'istituto statistico dell'Ue nelle "Questioni in sospeso" contenute in un comunicato stampa sui dati di tutti i 25 paesi. Eurostat - che ha bocciato i conti di Francia, Germania e Grecia per quanto riguarda il superamento del tetto deficit-pil - ha messo un grande punto interrogativo sull’Italia. Chiede cioè chiarimenti, soprattutto per quanto riguarda il rialzo del deficit pubblico negli anni 2003-2004, anni nei quali secondo l’Istat il famoso rapporto deficit-prodotto interno lordo dovrebbe attestarsi rispettivamente a 3,0% e 2,9%. Entro aprile l'Istat conta di inviare ad Eurostat "alcuni primi risultati" degli approfondimenti ed "eventuali nuove stime" sui conti pubblici italiani. Per il debito, l'Italia, al primo posto in valore assoluto, è al secondo in percentuale del Pil, dopo la Grecia (110,5%). Seguono il Belgio (95,6%) ed altri sei paesi con un debito superiore al 60% del pil. Il debito più basso è stato registrato in Estonia, con il 4,9%, seguita dal Lussemburgo (7,5%) e Lettonia (14,4%). Più contenuto il differenziale sul deficit che va da sei paesi che registrano un bilancio in attivo, a cominciare dalla Danimarca con il 2,8%, seguita dalla Finlandia (2,1%) e dall'Estonia (1,8%). Mentre il deficit più alto è stato registrato in Grecia con il 6,1%, seguita dall'isola di Malta (5,2%) e dalla Polonia (4,8%). Germania e Francia hanno rispettivamente un deficit del 3,8%, 3,7% ed un debito del 42,7% 65,6%. Quindi questi paesi hanno sforato - ma già lo avevano ammesso - i parametri di Maastricht. L’Italia no, ha bluffato. O almeno questo è il dubbio sotteso al punto interrogativo posto sul nostro paese dall’istituto di statistica e certificazione dei conti pubblici a livello europeo. Dopo la missione in Italia del 10 e 11 marzo scorsi, l'agenzia statistica dell'Unione europea ha fatto sapere a Istat di essere preoccupata dalle divergenze tra le variabili di stock (tipicamente il debito) e quelle di flusso (deficit) nei conti pubblici italiani. Le valutazioni e i metodi dell’Istat, insomma, appaiono poco trasparenti e qualitativamente poco autorevoli. Ma i dati elaborati dall’Istat sono forniti dal ministero dell’Economia e delle Finanze. E gli stessi esperti del ministero, essendo in disaccordo, hanno chiesto ad Eurostat ulteriori approfondimenti sulla decisione di come classificare i conferimenti di capitale effettuati dallo Stato al gruppo Ferrovie dello Stato Spa e i versamenti delle banche titolari del servizio di riscossione delle imposte. I sindacati sperano adesso che il ministro del Tesoro Domenico Siniscalco abbia "argomenti forti" per ribattere ai dubbi europei. "Le alchimie alla fine si dimostrano per quello che sono", nota il vicepresidente dei deputati ds, Mauro Agostini convinto che così "il nostro Paese consegue un duplice risultato negativo: l'economia è bloccata ed è l'ultima in Europa e al tempo stesso la finanza pubblica è fuori controllo". Il primo a replicare è Silvio Berlusconi. A testa bassa come al solito: "Siamo stufi di questa eccessiva burocratizzazione inutile. Su alcune riclassificazioni non siamo assolutamente d'accordo, le contestiamo fortemente, in particolare quella che riguarda le Ferrovie, e lo abbiamo già comunicato a Eurostat". Prudente il ministro dell'economia Domenico Siniscalco: "Finchè non ci sarà l'esito della consultazione il dato non può essere certificato e fermo. Non c'è nessuna insoddisfazione". Anzi, aggiunge in linea con il premier, "noi non siamo d'accordo, in particolare con la riclassificazione più ampia che riguarda le Ferrovie". In ogni caso, "fino a quando non ci sarà l'esito della consultazione con l'Eurostat il dato non può essere certificato, nè può essere un dato fermo". Per il sottosegretario al Lavoro Maurizio Sacconi, la bocciatura dell’Eurostat altro non è che "un normale supplemento di verifica". Sacconi sostiene che nel caso dell’Italia però "diventa immediatamente il pretesto per gli anti italiani in servizio permanente effettivo per incitare gli osservatori all'inaffidabilità perfino per delle istituzioni indipendenti del nostro paese come l'Istat". Si cerchi un altro paese europeo nel quale succedono queste cose. Ovunque - aggiunge - tutti difendono solidalmente la credibilità del paese fino a robusta prova contraria". Non ricorda Sacconi, che sull’affidabilità dell’Istat già si erano addensati i dubbi delle associazioni italiane dei consumatori e dell’altro maggiore istituto di statistica , l’Eurispes, che da sempre accusa l’Istat proprio di non essere indipendente rispetto a una rappresentazione di comodo per il governo. Inoltre Sacconi evidentemente non vuole ammettere che questa dell’Eurostat appare appunto una "robusta prova contraria". Il presidente dell'Istat Luigi Biggeri ha annunciato proprio pochi giorni fa di aver avviato una riconsiderazione generale dei criteri di statistica almeno per quanto riguarda il computo dell’inflazione e ha perciò istituito una commissione di verifica composta da una quarantina di valutatori che dovrebbero ridare credibilità ai dati: economisti, sindacalisti, rappresentanti degli uffici comunali di statistica, delle associazioni di settore, della Banca d'Italia, di istituti di ricerca, del ministero dell'Economia, di quello del Lavoro e di quello delle Attività produttive, dei consumatori, più due membri del consiglio Istat, che evidentemente dovrebbero fare da "avvocati" all’istituto.
giovedì, marzo 17, 2005
E il prete disse "Vattimo è un diavolo"
(Copyright "La Stampa")
C’è di mezzo: Gioacchino da Fiore, il millenarismo, un filosofo e il diavolo. E' ovvio, siamo nel 2005. A San Giovanni in Fiore, paese della Calabria in cui nacque il grande mistico cistercense, si candida come sindaco il filosofo Gianni Vattimo, e questo è stranoto. La sua candidatura, esterna ai poli che hanno puntato su altri nomi, è stata invocata da un gruppo di simpaticissimi ventenni, ragazzi col mito di Peppino Impastato che vorrebbero far qualcosa per smuovere le acque abbastanza stagnanti del paesino meridionale. Quello che non tutti sanno è che in quell’amabile locus amoenus piazzato nel mezzo della Sila, un po’ di preti locali stanno montando da qualche tempo una discreta campagna contro l’aspirante-sindaco, troppo "debolista", troppo colto, blasé, sospetto oltretutto di intenti perditori. E si respira l’aria di un’Inquisizione blanda e anche un po’ arruffona, non per questo meno singolare e per certi versi pure preoccupante, se la campagna è condita di accuse dal sapore medievale, per di più predicate dal pulpito ecclesiale: «Giovani, non seguite il diavolo che viene da Torino !». Il diavolo sarebbe lui, Gianni Vattimo, e a pronunciare la frase è stato, durante affollata messa domenicale, don Emilio Salatino, giusto appunto nell’abbazia che fu il cuore delle esaltate visioni di Gioacchino. Correva il secolo XII, si vede che non tanto è cambiato, da allora. Tanto più se le accuse demoniache non sono affatto isolate. E' da un mese che alcuni sacerdoti hanno cominciato ad attaccare Vattimo nelle omelie. Il clou l’ha forse toccato padre Marcellino Vilella: ha definito il filosofo torinese pericoloso per i giovani, indegno e nemico della Chiesa. Il riferimento è stato indiretto, raccontano i ragazzi che sostengono la candidatura del filosofo, cionondimeno inequivocabile. "L’ho ascoltato con mia madre, ero in chiesa", narra Emiliano Morrone, il capofila dei Vattimo boys che hanno anche fondato un giornale on line tutt’altro che ingenuo (www.lavocedifiore.org). "Padre Vilella, partendo dal Vangelo, ha detto che la cultura va bene fino a un certo punto, oltre il quale rappresenta un male sociale. Ha detto che i filosofi promuovono l’ateismo e attaccano Dio". Secondo Morrone, ha anche alluso all’omosessualità, o tempora !, quando ha detto che i suddetti pensatori, "negli ambienti accademici, portano gli studenti alla perdizione". Il sacerdote, fervente giaochimita, ha concluso che Morrone e il suo gruppo sono "giovani formati in buona università ma si sono smarriti frequentando illustri pensatori". "Libera nos a diabolo !", avrebbe sospirato Gioacchino: ai suoi tardi emuli non è servito però alcun ricorso al latinorum, hanno parlato chiaro, in italiano. I Vattimo boys sono indignati e testimoniano almanaccano citano. Per difendersi contro questo "dogmatismo autoritario", sul loro giornale tirano in ballo il Concilio Vaticano II, Heidegger, e un’"etica in politica" dal sapore weberiano. E in una lettera aperta al vescovo di Cosenza denunciano: "E' gravissimo che si faccia campagna elettorale "nelle chiese». Lui, il "diavolo venuto da Torino", ovviamente se la ride. "In fondo anche Gioacchino non è che fosse un progressista fanatico...". E' appena stato laggiù, Vattimo, per una tre giorni in cui ha ascoltato commercianti cittadini e studenti, e tutti o quasi l’hanno circondato di attenzioni, "narcisisticamente questo non può che farmi piacere". Sa di essere stato paragonato alla Bestia ma anche i preti, dice, in fondo non sono stati così crudi faccia a faccia con lui. "Un tal padre Eugenio, monaco francescano dell’Abbazia grande, in chiesa ha detto quelle cose ma la sera prima, al ristorante, era con un altro paio di preti e due suore, e tutti hanno ammesso di aver letto con grande interesse i miei libri". I libri dell’Anticristo: ma anche Gioacchino prefigurando l’avvento dell’Età dello Spirito bollò come tale Federico II, e si sa poi che carriera fece.
martedì, marzo 15, 2005
Gli arruffapopolo e i silenzi del premier
(Copyright "La Repubblica")
Dazi per proteggere la nostra industria. Legittima difesa liberalizzata e incrudelita. Taglia milionaria per scovare Unabomber. Pena di morte per chi colpisce i bambini. Costa poco lo slogan paranoico-terroristico. Se manipoli il senso di insicurezza che affoga le nostre vite, anche un modello semanticamente povero può provocare qualche micidiale effetto. Abbiamo paura di essere aggrediti per caso e per nulla, in strada e in casa. Ora anche in chiesa. Abbiamo il terrore di perdere il lavoro; di non farcela a guadagnare la pensione; di ammalarci senza aver le risorse finanziarie per la cura più efficace. La pattuglia di ministri leghisti, che Bossi ha lasciato in dote al governo Berlusconi, ripete le solite mosse. Ingrassa la paura con i consueti luoghi comuni di un improbabile "senso pratico". Assuefatta a non conoscere niente e a non dire niente, affronta il problema cancellandolo. Se la nostra industria patisce la concorrenza, va eliminata la concorrenza. Se i commercianti sono esposti all'aggressione, occorre permettere loro di sparare contro gli aggressori. Se Unabomber colpisce ancora, offriamo un ricco gruzzolo a chi possa tradirlo e poi lo si accoppi. In questo discorso, ogni possibile soluzione del problema svanisce. I destinatari del luogo comune leghista ormai ne sono consapevoli. Reagiscono con modi opposti a quelli attesi e sollecitati dagli "arruffapopolo" del Carroccio. Rifiutano di strepitare e minacciare. Non chiedono - e vivono nelle città e nelle regioni che la Lega pretende di rappresentare a Roma - vendetta e sangue. Invocano giustizia e sicurezza nel rispetto delle regole di uno Stato di diritto. Come si sa, Roberto Calderoli propone, per la prima volta, una taglia dopo l'assassinio di Giuseppe Maver, benzinaio di Lecco, di simpatie leghiste. Il ministro, subito sostenuto da Castelli e Maroni, tenta cinicamente un trucco da commediante. Grida: "Nessuno tocchi un padano". Raccoglie 25 mila euro per una taglia. In quelle ore di dolore, i familiari di Giuseppe Maver non si smarriscono. Con poche parole si liberano di quella proposta che alleva soltanto violenza, confusione e altra insicurezza. Dice il genero della vittima, Marco Invenizzi: "Noi siamo dalla parte della legge, altre forme di giustizia non ci interessano. Se gli assassini verranno presi, vogliamo che siano puniti secondo le forme di legge perché noi crediamo nel corso di giustizia". Ora Calderoli ci riprova. Con la stessa formula. Raccoglie un identico insuccesso. Sergio e Sara, i genitori della piccola Greta Momesso colpita da Unabomber a Motta di Livenza, dicono di "non vivere nel Far West", "di non provare rancore, di non provare niente". Pensano in modo essenziale: c'è un pazzo in giro; è pericoloso; può colpire tutti e ovunque; serve un'azione "più strutturata" delle forze dell'ordine per fermarlo. Buon senso. Se dalle vittime ci si allontana per ascoltare gli addetti, l'esito non muta. L'Unione delle camere penali italiane. La "barbarie" della pena di morte - dicono gli avvocati - "pacificamente inutile come deterrente, non è compatibile né con il grado della nostra civiltà, né con l'articolo 27 della Costituzione, il quale correttamente esclude che le pene possano consistere in trattamenti contrari al senso di umanità, dovendo invece tendere alla rieducazione". Le sortite della Lega ne mostrano soltanto l'isolamento anche tra la propria opinione pubblica e la preoccupazione di difendere, nel prossimo appuntamento elettorale, almeno il "nocciolo duro" del proprio consenso. Se questo è vero, se la Lega è al disperato tentativo di proteggere i suoi voti, non sul Carroccio bisogna interrogarsi, ma sul governo di cui fa parte. Qual è la cultura del gabinetto Berlusconi ? E' il governo della pena di morte, delle taglie, dell'impotenza investigativa, dell'insicurezza, dei dazi, del cittadino che si fa giustizia da sé ? Queste proposte rappresentano la volontà del premier o contraddicono le strategie del suo governo ? Berlusconi potrebbe finalmente dirlo con parole chiare. Il suo governo è in grado di offrire maggiore sicurezza (e percezione di sicurezza) senza stravolgere la civiltà della nostra Costituzione ? Può il presidente del Consiglio azzittire le urla dei conduttori del Carroccio e offrire al paese una soluzione efficace che non cancelli i valori di umanità della Carta, i vincoli internazionali, l'equilibrio tra i diritti del cittadino e il dovere dello Stato ? Solitamente, il centrodestra si libera con indifferenza delle proposte di Calderoli - Castelli - Maroni come fossero provocatorie "battute" senza conseguenze. Piace nella maggioranza la rappresentazione di un quadro politico simmetrico dove, sia a destra che a sinistra, ognuna delle due coalizioni deve tollerare ai margini la spinta di un radicalismo ideologico. Allora tant'è. Mal comune, mezzo gaudio. Si può far finta di niente. Se Prodi deve tollerare Bertinotti e la patrimoniale, Berlusconi è costretto a subire le proposte di pena di morte della Lega. Ammettiamo, senza concederlo naturalmente, che "patrimoniale" e "pena di morte" possano rappresentare un'equivalenza nei due schieramenti. Il premier sembra non essersi accorto che intorno a questa semplificazione della simmetria politica lo attende la sfida di Romano Prodi. Il radicalismo di sinistra appare, infatti, consapevole delle necessità del "lavoro da fare insieme" all'Unione, agli altri soggetti della coalizione, persuaso della convenienza di temperare il proprio massimalismo. Così Bertinotti, a Venezia, al congresso di Rifondazione parla di "giustizia sociale" e non usa nemmeno la parola "patrimoniale". Anche perché - si incarica di spiegare Prodi - "la patrimoniale c'è già per volontà del governo che taglia le risorse agli enti locali costretti a mettere imposte locali sugli immobili". Nel centro-destra questa operazione di sintesi programmatica e di convergenze è praticabile ? Può Berlusconi chiedere alla Lega di abbandonare un'interpretazione del mondo autoritaria, se non fascista, che classifica le persone in vinti e vincitori, in amici e nemici e non immagina altro strumento di intervento che la violenza, il carcere, la morte, la distruzione dell'altro ? E la Lega può permettersi di abbandonare o di raffreddare quel modello culturale e politico anche a prezzo di qualche quota di consenso ? E' la prova che attende il presidente del Consiglio alla vigilia delle regionali e soprattutto l'anno prossimo con il voto politico. Sembra finito il tempo in cui Berlusconi ha potuto interpretare tutti gli ismi a disposizione. Recitando da liberista e da statalista. Da mercatista o da oligopolista. Da garantista e da sostanzialista. In un incrocio di opposti che gli permette di essere il leader che, in nome della vita, boccia il referendum sulla fecondazione assistita e, in nome dell'ordine, invoca la morte. Ora gli tocca dire soltanto poche, asciutte parole: sono contro la pena di morte; la taglia non è efficace per arrestare Unabomber, ma lo prenderemo presto assicurandogli un giusto processo. Può Berlusconi pronunciarle ?
lunedì, marzo 14, 2005
Bartolo Mascarello, la dignità delle vigne
di Carlo Petrini (Copyright "La Stampa")
Bartolo Mascarello se ne è andato. Lo ha fatto con quella discrezione che ha caratterizzato tutta la sua vita ma che non gli ha certo impedito di diventare una delle grandi figure della cultura italiana e della civiltà morale di questo Paese. Anche se anagraficamente più giovane, appartiene a pieno titolo a quella generazione dei Bobbio, Galante Garrone, Primo Levi, Nuto Revelli. Ne era coetaneo per autorevolezza e atteggiamento: una generazione dalla schiena dritta, di una moralità politica eccezionale e, lasciatemi dire, di una certa piemontesità che vuol dire sapere stare al mondo: mai sopra le righe, consci della realtà, in grado di cambiarla. Io sono cresciuto con due grandi punti di riferimento: Bartolo Mascarello e Nuto Revelli. Non soltanto perché ho avuto la fortuna di frequentarli e di diventarne amico, ma perché hanno saputo rafforzare le mie più profonde convinzioni sull'importanza della cultura materiale e di una certa ruralità, sulla dignità che rivendica la storia della nostra terra e dei nostri contadini. Bartolo in particolare aveva una vera passione per il proprio lavoro ed era pienamente conscio della valenza culturale che il suo essere produttore di vino comportava. Non dimentichiamoci che era figlio d'arte, di quel Giulio Mascarello vignaiolo straordinario e appassionato, socialista della prima ora e sempre rigoroso nelle sue convinzioni, anche durante gli anni del fascismo. E il nonno, Bartolomeo Mascarello, fu per diversi anni cantiniere della piccola Cantina Sociale di Barolo. Quest'eredità l'ha portato ad avere idee molto chiare rispetto alla sua filosofia di produttore: memoria storica e puntuale ricercatore di ottima qualità. La sua contrapposizione ai metodi di vinificazione più moderni, all'utilizzo delle barrique, non significava che Bartolo fosse "conservatore", ma era il modo di essere di una persona che aveva un'enorme rispetto per la storia e la cultura e non si faceva certo incantare dalle mode del momento. Da questo punto di vista tutte le sue battaglie sono state guidate dagli stessi principi, sia che si scagliasse contro i capannoni che deturpano il paesaggio langarolo, sia che ironizzasse causticamente sulla condotta di certi politici di oggi. Bartolo amava la Langa come pochi altri possono dire di farlo, ne era figlio rispettoso. Ma la Langa amava Bartolo, e questi giorni di lutto lo dimostreranno, perché lui sapeva interpretare lo spirito profondo della sua gente come solo un grande intellettuale sa fare. Nella sua casa sono passati uomini di cultura e politici importanti, ma ci sono stati molti più contadini e viticultori, come Bruno Boschi detto Brunone, che conosceva l'arte dell'innesto meglio di tutti, o come il maestro Arnaldo Rivera, fondatore della Cooperativa Terre del Barolo e ledaer indiscusso di cinquecento viticultori in Langa. A queste figure ed a Bartolo Mascarello i giovani produttori e contadini di Langa dovranno sempre guardare con riconoscenza e gratitudine, perché essi sono stati i veri artefici del riscatto di queste terre.
martedì, marzo 08, 2005
L’Europa choccata dalla Turchia
(Copyright "La Stampa")
Donne picchiate con manganelli, lacrimogeni in faccia: la violenza della polizia contro la sfilata per l’8 marzo a Istanbul rianima la polemica sulla compatibilità della Turchia con l’Europa. Il caso è esploso proprio alla vigilia di un’importante discussione tra i leader turchi e Bruxelles. "Siamo rimasti sconvolti dalle immagini della polizia che picchia donne e giovani manifestanti a Istanbul", recita la dichiarazione congiunta della "troika" europea firmata dal ministro degli Esteri del Lussemburgo Jean Asselbotn, dal ministro britannico per gli Affari europei Denis MacShane e da Olli Rehn, il Commissario per l’allargamento dell’Ue. Domenica scorsa la polizia ha disperso a Istanbul una manifestazione giudicata "illegale" per la giornata internazionale della donna. Decine di persone sono rimaste ferite negli scontri, i manifestanti sono stati attaccati da poliziotti armati di manganelli e scortati da cani. Alcuni uomini delle forze dell’ordine, indossando maschere antigas, hanno spruzzato lacrimogeni direttamente in faccia alle vittime, e in una foto si vede una donna a terra e un poliziotto che le dà un calcio in faccia. "Siamo preoccupati per l’uso sproporzionato della forza", dice la condanna della "troika" Ue, più esplicito il presidente del Parlamento europeo Joseph Borrell: "Sono indignato per la brutalità mostrata dalla polizia turca, il governo turco deve punire gli autori di questi atti indescrivibili che sono incompatibili con l’ambizione di aderire all’Europa". Il ministro degli Esteri turco Abdullah Gul, che ieri si è recato a Bruxelles per proseguire le trattative sull’entrata del suo Paese nell’Ue, ha dichiarato il suo "rammarico" per l’incidente promettendo indagini sull’accaduto.
lunedì, marzo 07, 2005
"La Juventus va punita, era doping deliberato"
(Copyright "La Repubblica")
Dick Pound, presidente dell'Antidoping mondiale dopo la sentenza di Torino. "Il club dovrebbe ridare indietro quello che ha guadagnato".
Signor Dick Pound, è informato sulla sentenza Juve ?
"Sì. Ho seguito la vicenda sui giornali, all'estero ne parlano. Io vivo in Canada e sto aspettando alcune traduzioni degli atti del processo e della motivazione della sentenza".
La sua impressione, come presidente della Wada, l'Agenzia mondiale antidoping ?
"Che ci siano pochi innocenti. I calciatori sapevano, i dirigenti anche. Il calcio ha sottovalutato l'uso del doping o meglio lo ha nascosto. Non si deve sapere, non si deve chiedere. I presidenti strapagano i giocatori, li vogliono in campo, non fuori per squalifica. Hanno sborsato soldi, non vogliono vedere vanificato il loro investimento. Già me li vedo: come osate fermare un mio campione ?".
Ecco, appunto, come osare ?
"Chi sbaglia paga. Io sono avvocato, se faccio errori ne sopporto le conseguenze. Chi pubblica notizie false viene licenziato, no ? Chi non rispetta le regole deve renderne conto. 281 medicinali nell'armadietto del dottore: non era una squadra, ma un pronto soccorso, io sono rimasto fermo al fatto che chi fa sport è in buona salute".
E ora cosa dovrebbe succedere, signor Pound ?
"La Juventus tutta dovrebbe essere punita. Quello che faceva non era a caso, il doping era deliberato e programmato. Giocatori ingenui e inconsapevoli ? Ma chi ci crede ? Non mi si venga a dire che è stata solo colpa di un medico impazzito. La Juve ha frodato e ha guadagnato su quella frode: in fama, soldi, pubblicità".
Quindi ?
"Quindi a parte annullare i titoli dovrebbe anche ridare indietro quello che ha guadagnato illegalmente, e magari dovrebbe darlo alla Wada, almeno avremo più mezzi per combattere il doping. Mi auguro che in Italia Coni e Federcalcio stiano pensando a dare segnali forti, una specie di ammonimento severo, alla Juve e a tutte le altre squadre. Non si tratta di vendetta, ma di giustizia, un modo per dire: attenzione, vi teniamo sotto controllo, non potete continuare così. Perché il doping nel calcio c'è stato e c'è, è diffuso, ma bisogna avere voglia di cercarlo. E dichiarare tolleranza zero ai dopati, anche a quelli del pallone".
Blatter, presidente della Fifa, dice che i titoli vinti restano.
"Blatter ha sempre chiuso gli occhi sull'inquinamento del calcio. Gli sembrava che gli altri sport fossero un po' sporchi, invece il suo molto pulito. Ma l'anno prossimo ai mondiali in Germania ci saranno controlli incrociati, sangue e urine, e questo è un bene. Anche perché gli sport di squadra spesso addossano la responsabilità a qualcun altro, mentre in quelli individuali è più difficile nascondersi dietro colpe altrui".
Il Cio però ha tolto medaglie, con effetto retroattivo, anche a campioni olimpici.
"Possiamo andare indietro fino a otto anni. E lo facciamo. Dobbiamo cercare di dare un segnale: chi fa il furbo non la scampa. E' brutto essere ingannati e poi sentirsi dire: dai, fa niente, è tutto passato. Intanto però sei salito sul podio, hai avuto successo, anzi l'hai rubato".
Su quante medaglie pulite dei Giochi di Atene giurerebbe ?
"Non mi illudo, non voglio fare percentuali. Però so che abbiamo scoraggiato chi ci voleva provare, convinto dell'impunità, e che altri li abbiamo fermati. Chi voleva usare il Thg non ha potuto. Il segnale non è stato: prego, venite e fate i vostri comodi in vena".
E' vero che le provette di Atene sono congelate ?
"Sì. Quando la ricerca scientifica ci darà mezzi migliori cercheremo di scoprire se in passato abbiamo premiato un ladro e prenderemo provvedimenti. Intanto archiviamo, convinti che è una gara in salita, ma che non dobbiamo scendere. Non voglio sentire dire che la guerra al doping è inutile. Rimediare si può e si deve".
Lei ad Atene usò una frase di Churchill.
"Dissi che eravamo alla fine dell'inizio. Intendevo che dovevamo sensibilizzare anche i governi, le cose funzionano se c'è la volontà di tutti e una forte collaborazione. La battaglia al doping deve essere più organica, perché ci sono paesi che seguono certe procedure e altri no, in queste condizioni non c'è omogeneità".
E' stata la giustizia ordinaria a processare la Juve.
"Credo che sarebbe meglio se lo sport restasse allo sport. Se l'Agenzia mondiale Antidoping potesse in futuro, con criteri uniformi, occuparsi dei suoi casi e dare risposte uguali a casi uguali, senza che esistano troppe differenze. Altrimenti mi pare chiaro che ogni tribunale di paese giudicherà in una sua maniera e questo può aumentare la confusione".
Tanti calciatori con il morbo di Lou Gehrig.
"Non sono un dottore, ma io ne sarei preoccupato. Comincerei a chiedermi se si può studiare il fenomeno e andare a fondo. Cosa prendevano questi giocatori ? Come venivano curati ? C'è un mondo là fuori che dobbiamo tenere sotto controllo e che ha più teste dei draghi. C'è il doping genetico che è il futuro e per quello ci siamo attrezzati con la consulenza di nuovi esperti scientifici e c'è l'uso di epo in passato. Se facciamo finta di niente finiamo tutti prigionieri. Con le spalle al muro però devono finirci loro, i truffatori".
venerdì, marzo 04, 2005
Il "file-sharing" diventa reato penale
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"La musica è di chi la compone e di chi l’ascolta. Gli altri ? Sono magnaccia". "Ho 19 anni. Con quello che costano, posso permettermi di comprare al massimo 4 cd al mese. Il resto lo scarico gratis. Mi vogliono processare per questo ?". I messaggi che riportiamo sono firmati: ma abbiamo protetto l’identità - o lo pseudonimo - dei loro autori, perché d’ora in poi scaricare da Internet gratis brani coperti da copyright è reato penale. Come abbiamo anticipato ieri, infatti, l’aula del Senato ha approvato il decreto che emenda la legge sul diritto d’autore in coincidenza con la presentazione del cosiddetto "Patto Sanremo" sulle linee guida del governo per lo sviluppo dei contenuti digitali via Internet. E nella norma "Omnibus", che adesso passerà all’esame della Camera, prima di venire pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale, l’articolo 3 emenda il Decreto Urbani sulla pirateria informatica, confermando il reato penale. In Rete, nelle bacheche elettroniche, è un tam-tam di proteste. "Andiamo, la musica è sempre stata equivalente di libertà... si "rubava" già negli Anni ‘70, quando non c’era il digitale, registrando le cassette per i mangianastri !". "Perchè l’industria della musica non si preoccupa di offrire prodotti a basso costo anzichè difendersi con il manganello ?". "Per sapere se scarico musica illegalmente, il governo dovrebbe sapere cosa c’è nel mio computer e questo non può farlo, senza il mio consenso. Altrimenti a che serve il Garante per la Privacy ?". "Paghiamo la Siae non solo per ogni cd registrabile che acquistiamo, ma anche per ogni hard disk all'interno di un computer, per ogni scheda di memoria della macchina fotografica digitale, per ogni cassetta video digitale, e questo senza neanche sognarci di "copiare" o scaricare alcunchè di illegale ! Vi sembra giusto ?". Con la norma Omnibus approvata ieri al Senato, è stato emendato il reato penale, specificando le pene più severe solo per "fini di lucro", mentre il reato di chi frequenta le reti di "file-sharing" e scarica brani illegali è estinguibile prima dell'emissione del decreto di condanna, con "una somma corrispondente alla metà del massimo (circa 2 mila euro, ndr) della pena stabilita" per il reato commesso. Oltre le spese del procedimento. Paolo Vigevano - il segretario tecnico del ministro Stanca che ha coordinato l’apposita "Commissione interministeriale sui contenuti digitali nell’era di Internet" che ha portato all’approvazione della legge - ci tiene a precisare: "La legge adesso è migliore di prima, il reato penale di fatto è trasformato in automatico in sanzione amministrativa". Ma il senatore verde Fiorello Cortiana, presidente dell'Intergruppo Bicamerale per l'Innovazione Tecnologica, ribatte: "Il ministro Urbani si era impegnato con me solennemente in Parlamento, lo scorso maggio, per togliere il reato penale per chi scarica una canzone da Internet... invece l’altro ieri sera nell'aula del Senato ho votato contro un articolo che dice che chi scarica musica e film incorre in un reato penale, articolo approvato dalla maggioranza. Stanca può far finta che la sanzione pecuniaria ne cambi la natura, ma se sapesse di diritto saprebbe che non è così: le forze dell'ordine e la magistratura, per l'obbligatorietà dell'azione penale, dovranno impiegare risorse e personale per rincorrere milioni di cittadini criminalizzati". E’ un fatto che - come ha sottolineato Stanca a Sanremo - c’è un dilemma per autori e distributori: "Quante copie ancora potrebbero essere vendute se la Rete rendesse possibile un accesso incondizionato ai contenuti protetti da diritto d’autore ? Potenzialmente una sola. Quanti libri, brani musicali, ecc. potrebbero essere ancora prodotti e pubblicati, se l’intero mercato può esaurirsi con la prima copia elettronica ?". Ma è anche vero, ribattono le associazioni dei consumatori, che la rivoluzione digitale rappresenta, per i consumatori e per la società tutta, una straordinaria opportunità di condivisione della conoscenza. E ci sono nuovi modelli di business possibili, tutti da sperimentare. "Siamo contrari a criminalizzare indistintamente attività quasi sempre non soggette a sanzioni penali e in alcuni casi esenti anche da sanzioni amministrative", dichiara Paolo Martinello, presidente di Altroconsumo. Cosa ne pensano i ragazzi dello spot terrorizzante che viene trasmesso in tutti i cinema per "educare" contro la pirateria ? "Fa solo venire voglia di trasgredire, di portarsi una videocamera in sala e riprendere il film di nascosto", dichiarano in coro gli studenti dell’ultimo anno all’istituto tecnico Itis Peano di Torino. E i genitori ? "E’ giusto che la pirateria sia un reato penale, perchè il furto va chiamato con il suo vero nome", dichiara a Sanremo Gianluigi Chiodaroli, 43 anni, presidente della Società Consortile Fonografici, che gestisce i diritti musicali discografici e - con tre figli adolescenti - gestisce il dilemma in casa. "So bene che tutte le famiglie saranno preoccupate, perchè lo sono anch’io come padre, che sgrido i miei figli se vengo a sapere che scaricano musica illegalmente", confida. "Sicuramente la legge non basta, è un problema culturale». Ma cosa farà, se un giorno i figli verranno "beccati" online ? E’ più educativo pagare per loro le sanzioni o lasciarli processare dalla giustizia ? Preferisce non rispondere.
giovedì, marzo 03, 2005
Bimbi poveri, primato italiano
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Allarme povertà infantile, il 16,6% dei bambini italiani sono poveri. L’Italia è il fanalino di coda in Europa: in Danimarca, Finlandia, Norvegia e Svezia la percentuale è sotto il 4%, in Belgio, Francia e Repubblica Ceca, Ungheria e Lussemburgo è inferiore al 9%. Secondo il rapporto Unicef 2005, la perdita del potere di acquisto degli stipendi e i trasferimenti sociali verso le famiglie hanno contribuito in maniera decisiva alla formazione in Italia di una fascia di 1,7 milioni di minorenni indigenti. I bambini poveri rappresentano nella penisola quasi il 17% dell’intera popolazione giovanile, ma questa area di disagio, "a fronte di un chiaro impegno politico", può scendere sotto il 10%, "senza un significativo aumento della spesa generale". In Italia e negli altri Paesi industrializzati, sono considerati sotto la soglia di povertà i minori che vivono in una famiglia il cui reddito è inferiore alla metà del reddito medio nazionale. Nell’ultimo decennio la proporzione di bambini che vive nella povertà è aumentata in ben 17 dei 24 Paesi ricchi. Solo in 4 stati (Australia, Norvegia, Regno Unito e Stati Uniti) si è verificato dal 1995 ad oggi un calo significativo della povertà. L’Unicef punta il dito, in particolare, contro la politica degli investimenti attuata dall’Italia negli anni Novanta. Solo piccole quote di spesa sociale sono state destinate alle famiglie e, a fronte di alti tassi di povertà infantile, le risorse pubbliche "sono state piuttosto veicolate sulle pensioni e la sanità". Quindi, tra il 1990 e il 2000, "la spesa sociale per l’infanzia e la famiglia è diminuita". Il capitolo dei trasferimenti sociali, secondo l’Unicef, è fondamentale. Ne deriva che ad una maggiore spesa pubblica in favore della famiglia e delle prestazioni sociali corrispondono minori tassi di povertà infantile. "La leva di cui dispongono i governi è di grande rilevanza: gli interventi governativi possono ridurre del 40% i tassi di povertà infantile - sottolinea il rapporto 2005". L’Unicef, perciò, raccomanda che i governi, all’inizio del proprio mandato, rendano pubblici i tassi di povertà infantile correnti e si assumano l’impegno di non consentirne l’incremento a nessuna condizione: "Altrimenti prevale la retorica sui bambini e le promesse prendono il posto delle concrete misure politiche". Non scommettere sui minori rischia di trasformarsi in un tragico autogol: "La riduzione della povertà infantile è una misura del progresso verso la coesione sociale, l’uguaglianza di opportunità, e l’investimento nei bambini di oggi e nel mondo di domani". In realtà le politiche sociali non sono le uniche forze in campo che determinano il tasso di povertà infantile. Fondamentali sono pure le tendenze sociali e le condizioni del mercato del lavoro. In Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna, dove i tassi di povertà infantile sono alti, le risorse pubbliche dirette alle persone con basso reddito sono concentrate sulla popolazione dai 50 anni in su. E sui dati Unicef è scontro fra Casa delle libertà e opposizione. Il centrosinistra attacca il governo per il "triste primato dell’Italia", ritenuto una "conferma del fallimento delle politiche sociali della maggioranza e del suo disimpegno nelle misure tese al contrasto della povertà". I comuni "sono sempre più soli di fronte a situazione così drammatiche", perciò la commissione Infanzia, intende convocare in audizione il ministro del Welfare Roberto Maroni. L’esecutivo, però, ridimensiona l’allarme. "L’Unicef non dice nulla di nuovo rispetto al nostro rapporto sull’esclusione sociale - ribatte Grazia Sestini, sottosegretario al Welfare - il 16,6% sulla povertà infantile italiana è un dato che si riferisce alla povertà relativa, non a quella assoluta. E' cioè un dato di povertà comparato con il tenore di vita medio". Secondo la Sestini, il governo ha messo le politiche per la famiglia e la tutela delle fasce deboli, ("minorenni in primo luogo") al centro delle priorità, come dimostrano il piano per l’affido familiare con la chiusura dei vecchi istituti per minori e la politica di riduzione fiscale avviata proprio dall’esecutivo. "I bimbi e gli adolescenti poveri, eccettuati quelli che ancora sono ospiti di istituti, sono i figli delle famiglie povere - precisa il sottosegretario - lavorare, come stiamo facendo, per innalzare le condizioni di vita delle famiglie, significa lavorare contro la povertà dei minori".
mercoledì, marzo 02, 2005
"Con la malattia del Papa bisognava essere più cauti"
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Ma esiste un altro malato come il Papa in Italia, una persona costretta a ottantaquattro anni dopo una lunga lotta con il Parkinson a sottoporsi anche a un’operazione di tracheotomia ? Un veloce viaggio tra le associazioni che riuniscono medici e pazienti affetti dal morbo, dimostra di no. Perché soltanto Giovanni Paolo II è obbligato a affrontare impegni e alcuni azzardi impensabili per chiunque altro si trovi nelle sue condizioni. "I malati di Parkinson vengono sottoposti alla tracheotomia ma in genere questo accade quando non riescono più a mangiare nulla di solido o hanno fortissime difficoltà nel parlare. A volte, quando hanno subito un trauma cranico", spiega il professor Aroldo Rossi, neurologo e coordinatore scientifico dell’Unione Parkinsoniani di Perugia. A quel che risulta dalle informazioni ufficiali, nulla di tutto questo è accaduto al Papa. Né un trauma cranico, né una difficoltà così forte nella deglutizione provocata da quelli che gli specialisti definiscono parkinsonismi, cioè alterazioni neurologiche simili al Parkinson. No, giovedì mattina il pontefice aveva un’infiammazione, il portavoce della Santa Sede Joaquìm Navarro Valls le ha dato un nome preciso: laringospasma. Lo stesso nome pronunciato tre settimane prima all’inizio di febbraio durante il primo ricovero al Gemelli. Insomma, una banale laringite provocata dall’influenza che ha colpito i tre quarti degli italiani nello stesso periodo ma che, in un malato di Parkinson ottantaquattrenne, va tenuta sotto particolare controllo. Quindi si è deciso il ricovero al Gemelli. Fin qui, tutto bene. Nel corso della giornata di giovedì si tenta di curarlo con le medicine adatte. Però qualcosa non funziona, il blocco continua. Alle otto di sera Giovanni Paolo II viene trasportato in sala operatoria. "E’ ben probabile che vi sia stata un’urgenza di intervenire". Vale a dire ? "Il Papa stava per soffocare, ad un certo punto si è capito che non vi era altra strada se non operare", ricostruisce Antonio Granata, presidente di Azione Parkinson in Sicilia, sezione di Messina. L’operazione dura mezz’ora e riesce perfettamente. "E’ del tutto normale che una tracheotomia riesca, si tratta di un’operazione semplicissima, banale. Piuttosto bisognerebbe stupirsi del contrario", spiega Marina Rizzo, neurologo, coordinatore scientifico di Azione Parkinson in Siciia, sezione di Palermo. Possibile che il papa avesse qualcosa di più grave di una semplice laringite mal curata ? "No. Se ci fosse stata una disfagia totale avrebbe avuto polmoniti da indigestione ma in quel caso si interviene con una gastrostomia percutanea, anche chiamata Peg, una sonda che viene inserita per permettere al malato di alimentarsi non dalla bocca. Non è il caso del papa", risponde Aldo Genovese, neurologo, coordinatore scientifico di Associazione Parkinson Trento. Il giorno seguente infatti Navarro Valls annuncia che il pontefice ha mangiato "latte, yogurt" e persino "dieci biscotti". Tre giorni dopo l’operazione, domenica mattina, il papa viene fatto alzare e condotto alla finestra per salutare e tranquillizzare i fedeli. Un miracolo ? "Di sicuro Giovanni Paolo II mostra una capacità di ripresa non comune - risponde il dottor Rossi - E’ però anche evidente che il problema è precedente. Il pontefice non doveva sottoporsi agli strapazzi delle settimane precedenti. Forse il primo ricovero è stato troppo breve, forse l’Angelus del 6 febbraio con le finestre spalancate non era del tutto opportuno, forse anche al ritorno in Vaticano si potevano prendere misure diverse, essere un po’ più cauti. In fondo i malati di Parkinson sono più fragili e più esposti al pericolo di prendere febbri". La mancanza di prudenza è una delle poche considerazioni su cui sono tutti d’accordo, dalle Alpi alla Sicilia. Esiste un altro malato di Parkinson di ottantaquattro anni che si sottopone all’aria fredda dell’inverno cinque giorni dopo il ricovero in ospedale per un’infiammazione alla laringe ? "No. In genere i malati di Parkinson non sono sottoposti alle pressioni del Pontefice, non hanno il dovere di rendere conto agli altri delle proprie condizioni, di apparire per dare conferme sulla propria salute. Speriamo che ora il Pontefice si riguardi un po’ di più - si augura la dottoressa Rizzo - che non sia sottoposto a un nuovo sovraccarico di impegni". Previsioni sul futuro ? Ottimisti i medici. Pessimisti i familiari. Giuliana Masini Di Nocera, presidente dell’Unione Parkinsoniani Emilia Romagna: "Diciamo le cose come stanno e usciamo dalle falsità raccontate ai giornalisti: il Pontefice è un malato di Parkinson all’ultimo stadio. Il suo è l’inizio della fine. A questa fine, allora, sarebbe più giusto portarlo dolcemente, senza farlo soffrire più di quanto sia necessario".
martedì, marzo 01, 2005
Libano, la spallata dei ragazzi di Piazza dei Martiri
di Gabriele Romagnoli (Copyright "La Repubblica")
Alle sette della sera nell'arena politica di Beirut cade infilzato il governo fantoccio e bugiardo. Ma la vera notizia è che, contro ogni sottovalutazione, a dispetto del facile scetticismo, il matador che l'abbatte è la folla. E' lo spontaneo movimento popolare che dal giorno dell'omicidio dell'ex primo ministro Hariri si raduna in forme sempre diverse, inventa o adotta slogan nuovi e scopre sorprendenti portabandiera. Poi, certo, ci sono la situazione internazionale e la straordinaria vocazione al suicidio dei dimissionari. Ma nulla di tutto questo sarebbe accaduto senza quei ragazzi che hanno dormito ogni notte a Piazza dei Martiri, senza quelle donne con la fascia biancorossa legata alla borsetta di Dior, senza quei manager che hanno pensato che, perché no, una rivoluzione si può anche fare con il marketing e si sono messi al tavolo, ma poi anche in strada per dimostrarlo, senza quelle migliaia di sms, fiori, candele, bibbie e corani. E senza la decisiva e sorprendente spallata che ieri ha decretato l'esistenza nel calendario della storia di una primavera libanese, confusa come ogni stagione nuova, incerta, come lo sono tutte in questa epoca di trasformazioni. Il giorno della spallata arriva senza preavviso. La vigilia del dibattito parlamentare aveva lasciato poco spazio alla speranza di abbattere davvero il governo filosiriano. Sabato mattina, nel castello di famiglia, Walid Jumblatt faceva calcoli con i suoi alleati e scuoteva la testa: "Non abbiamo i numeri", concludeva. Mostrava le cifre: "Siamo 46, forse 49. Se si astenessero i rappresentanti di Hezbollah sarebbe un bel segnale, ma non cambierebbe la sostanza". Sbagliava, perché contava i numeri piccoli e ormai destituiti di senso: quelli dei parlamentari in un'assemblea svuotata. I numeri veri erano altri. Erano diecimila ragazzi che, saputo del blocco in preparazione intorno alla città, decidevano di dormire in quella che era ormai la loro piazza. Erano cinquantamila che si mettevano in marcia all'alba da tutto il Libano per venire a Beirut a dimostrare nel giorno di sciopero indetto contro il governo e le sue menzogne. Nella risposta del potere c'era la dimostrazione di tutta la sua incapacità. Prima indiceva un contro-corteo in appoggio a se stesso e alla Siria. Poi, all'alba, si rendeva conto che vi avrebbero partecipato cento scagnozzi a pagamento e il confronto sarebbe stato mortificante. Decideva allora di impedire tutte le manifestazioni e il ministro dell'Interno includeva tra i luoghi proibiti anche la piazza già occupata. Parola d'ordine: sgomberare. Portavoce ed esecutore: l'esercito. Ma un esercito è fatto di uomini in divisa, che hanno orecchie e memoria. Uomini che avevano sentito il premier Omar Karami dire che sarebbero stati inadeguati a riempire il vuoto lasciato da un eventuale ritiro siriano. E che, nel giorno della spallata, ascoltavano invece gli studenti cantare: "I soldati sono i nostri fratelli, sono con noi, non contro di noi". Avrebbero dovuto disperderli, invece sono rimasti a guardarli. Poi, invece di serrare le fila, le hanno allentate e altri ragazzi sono passati e gli applausi si sono levati e i maxischermi sono stati montati. Mostravano il luogo dell'attentato e la folla che si radunava, la tomba di Hariri e la gente che ci piangeva su e, per contrasto, il centro deserto, blindato, attraversato soltanto dai deputati diretti al Parlamento. Da una parte carne, dall'altra ombre. Mostravano, soprattutto, il significativo montaggio di immagini preparate dalla televisione Lbc. Prima: la piazza Tienammen a Pechino, il ragazzo che ferma il carro armato. Poi: la marea arancione dell'insurrezione in Ucraina. Infine: piazza dei Martiri, le ragazze con la bandiera tatuata sulle guance che gridano: "Fuori la Siria, a casa i suoi cani". Le barriere di cemento messe nella notte a nord di Beirut per fermare l'afflusso dai villaggi cristiani e a est per bloccare i drusi sbarravano la strada a decine di pullman e auto. I passeggeri scendevano infuriati e bruciavano le gomme di scorta. Il fumo che si levava era un segnale di solidarietà per chi stava nel recinto. Alle dieci una figura velata oltrepassava i blocchi e si dirigeva alla tomba coperta di rose. Si chinava in preghiera, recitava amplificati versi del Corano, poi sollevava il nero sipario e mostrava il volto rigato di lacrime. Un lungo silenzio, poi l'ovazione abbracciava Bahia Hariri, sorella della vittima.
Più tardi, in Parlamento ne raccoglierà un'altra, accusando il governo per l'assassinio del fratello. E a sera una catena di sms proporrà una raccolta di firme per farne la prima donna premier del mondo arabo. Ci sono stati altri parlamentari coraggiosi nel giorno della spallata. Uno era Walid Ido, capo del partito che fu di Hariri, che entrando in parlamento profetizzava: "Questo governo è un cadavere in decomposizione". Un altro era Marwan Hamade, scampato a un'autobomba a ottobre, che si alzava sulle gambe ancora malferme e guardava i banchi del governo, poi sarcastico diceva: "Non vedo ministri, oggi. Non esistono più. Quel che mi auguro è che facciano tutti la fine di Milosevic". E, ancora, Nayla Moawad, che voleva candidarsi alla presidenza prima che la Siria imponesse la proroga di Lahoud, e usciva in strada con un megafono, andava davanti alla folla, saliva su terrapieno e gridava: "Tre ministri si sono dimessi !". Le rispondeva un boato. Poi i tre smentivano, ma non contava: davvero non esistevano più. Il governo aveva i numeri, ma anche le finestre ai suoi palazzi. E vedeva la folla. E la stava vedendo da due settimane, giorno dopo giorno, quando molti pensavano che gli studenti si sarebbero rimessi a studiare per gli esami e le signore a fare shopping e che non avendo il supporto il Hezbollah, il partito di Dio, non ne avrebbero avuto la sacrosanta costanza. L'opposizione che sabato faceva calcoli, finalmente decideva di seguire l'istinto lasciava l'aula, questa sì sorda e grigia. Il governo in decomposizione annusava l'odore del proprio destino e, infine, lo accettava. Omar Karami andava al microfono emozionato e con voce rotta rassegnava le dimissioni "per non intralciare le indagini sull'omicidio di Hariri", attività nella quale il suo esecutivo si era fin qui distinto additando false piste e capri espiatori come il presunto e impossibile kamikaze al volante. La notizia correva per le strade generando una ola di entusiasmo che mai Beirut, non esattamente città della gioia, aveva saputo regalarsi. Con passo trionfale avanzava Walid Jumblatt e proclamava: "Adesso andiamo avanti". Per la prima volta, forse da anni, il movimento convulso del piede che lo connota aveva un attimo di pace. Con senso della realtà diceva anche: "La gente ha vinto, ma adesso bisogna formare un governo che traghetti il Paese fino alle elezioni di maggio". E, avvertiva: "Eviti rotture scioviniste con la Siria". Chiameranno presumibilmente un gruppo di "tecnici", magistrati ed economisti, che si impegnino a gestire l'emergenza e non candidarsi a maggio. Da qui ad allora molte cose succederanno ancora. Già ieri sera i primi disordini: a Tripoli, città natale del premier dimissionario, un corteo di manifestanti in suo favore si scontrava con la polizia e uno di loro rimaneva ucciso. Può essere l'inizio di un'escalation. Sotto pressione, la Siria reagirà. Le sue truppe non potranno essere "ridispiegate" all'infinito. Alla primavera, se i calendari ancora hanno valore, segue di solito una calda estate. Ma chi da due settimane scende in piazza non voleva rassegnarsi all'inverno del proprio scontento.
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