La Gazzetta del Prione


domenica, gennaio 30, 2005
 

Come guadagnare 776 milioni di dollari in un giorno

(Copyright Dagospia.com)

Si possono guadagnare 776 milioni di dollari in un giorno ? Sì, se fai l’investitore di mestiere e ti chiami Warren Buffett, un nome leggendario nel settore. Come spiega la CNN, Buffett, grazie alla fusione del valore di 57 miliardi di dollari tra "Procter & Gamble" e "Gillette", che si sta concludendo in queste ore, Buffett si metterà in tasca la colossale cifra. Questo perché attraverso la sua holding, "Berkshire Hathaway", è uno dei principali azionisti di "Gillette", con 96 milioni di azioni, pari al 9% della società. "Questa fusione creerà la più grande compagnia di prodotti di consumo del mondo", spiega Buffett. Il guadagno di 776 milioni di dollari è stato calcolato basandosi sul premio di 8,09 dollari ad azione che la "Procter & Gamble" ha pagato su ognuna delle 96 milioni di azioni "Gillette" della "Berkshire Hathaway".

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giovedì, gennaio 27, 2005
 

Il precario sponsorizzato

di Massimo Gramellini (Copyright "La Stampa")

Quando si scriverà la storia di come transitammo dal secolo dello Stato Sociale a quello dei Graditissimi Sponsor, almeno un paragrafo verrà dedicato alle gesta di Andrew Fisher, il giovane grafico americano che per un mese e 37.000 dollari ha concesso la sua fronte alla pubblicità di un'azienda che smercia prodotti per non russare (strano non gli abbiano tatuato anche il naso). Nella patria della "Lettera Scarlatta" - quando essere marchiati era ancora considerata un'ignominia - proliferano le offerte di fronti in affitto, mentre i calvi si strappano i peli residui per allargare lo spazio dell'affissione. Qualche anno fa avremmo finto di scandalizzarci. Adesso l'entità della cifra provoca persino un po' d'invidia. Significa che il cambiamento è stato assimilato e ciò che prima si pretendeva dalle istituzioni pubbliche - per esempio un tenore di vita e un livello di assistenza decenti - oggi si spera di riceverlo dall'ultima mammella rimasta, i marchi aziendali. Bisogna ristrutturare un museo ? Ringraziamo il gentilissimo sponsor. La scuola o l'ospedale cascano a pezzi ? Si invita il generosissimo sponsor. L'applicazione estrema di questo principio è che un precario - occupato, sì, ma con stipendio da fame e prospettive da Prozac - finisca per aggrapparsi a San Sponsor offrendogli il poco che gli rimane: la propria pelle. Il suo problema non è già più appaltare la fronte per 37.000 dollari al mese, ma che i cinesi comincino a farlo per 10 dollari l'anno. A lui cosa resterà da vendere, dopo ?

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mercoledì, gennaio 26, 2005
 

Dopo Wojtyla, un Papa di transizione.

(Copyright "Dagospia")

Il bavarese Ratzinger "candidato numero uno". Le speculazioni sulla successione di Papa Giovanni Paolo II si fanno sempre più insistenti. Ad occuparsene è ora l'americano "Time Magazine". Per anni le voci riguardanti il cardinale tedesco Joseph Ratzinger, che lo davano come principale candidato alla successione, erano tabù. Ora sembra invece che sia pressoché sicuro che il tedesco bavarese, gran esponente dell’Opus Dei, sarà il prossimo Santo Padre: "La soluzione-Ratzinger può essere possibile", scrive il vaticanista Marco Politi: "L'uomo di Dio della Baviera non è solo candidato, Ratzinger è il candidato numero uno". Anche gli alti prelati in Vaticano sarebbero oramai d'accordo con la "soluzione": "onde evitare esperimenti". Per esperimenti s'intendono gli altri candidati papabili dell'America Latina e del continente africano, tra cui figurano il colombiano Dario Castrillon Hoyos e Oscar Andres Rodriguez Maradiaga del Honduras. L'età avanzata del cardinale tedesco (77enne) potrebbe giovargli, in quanto è intesa proprio come punto a suo favore. "Sarà un Papa di transizione", scrive il "Time", in quanto Ratzinger, raggiunta una certa età, avrebbe poi l'intenzione di "dimettersi". E' stato proprio l'alto prelato della Congregazione per la Dottrina della Fede a proporre tempo fa un "limite di età" per il Santo Padre. Nessun commento da parte vaticana. Da mesi però è proprio Ratzinger a ufficiare le Sante Messe in Vaticano, che l'ormai stanco e malato Giovanni Paolo II, non riesce più a celebrare. Nel frattempo, come abbiamo già riferito mesi fa, l'Arcivescovo di Vienna Christoph Schönborn si starebbe preparando a sostituire Ratzinger alla Congregazione per la Dottrina della Fede. L'annuncio del cambio dovrebbe avvenire in primavera, probabilmente il 25 marzo 2005.

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lunedì, gennaio 24, 2005
 

Il grande gioco iracheno

di Barbara Spinelli (Copyright "La Stampa")

L’idea di rinviare le elezioni di domenica prossima in Iraq sta mettendo radici non solo in chi ha avversato la spedizione americana ma anche in chi è stato favorevole ai tempi e ai modi in cui la guerra di Bush è stata condotta. Sembra un paradosso ma non lo è, se si guardano le cose da vicino. Tra gli avversari delle elezioni c'è ad esempio Daniel Pipes, consigliere del Presidente Usa per il Medio Oriente. Le elezioni che il 30 gennaio nomineranno un'Assemblea Costituente sono sconsigliabili perché l'Iraq non è maturo per la democrazia: ora non si può più fare molto, dice Pipes, ma meglio sarebbe stato ritardare il voto di "almeno vent'anni". Pipes non sembra rendersi conto della contraddizione in cui cade: una guerra scatenata inizialmente per eliminare introvabili armi di distruzione di massa s'è convertita in guerra contro il totalitarismo e all'ultimo momento divora perfino quest'ultimo obiettivo, emettendo il verdetto quantomeno incongruente, e un pochino spudorato, secondo cui l'Iraq è inidoneo alla democrazia. Ma il verdetto è solo in apparenza contraddittorio e in fondo non stupisce, perché lo stesso errore sembra ripetersi, in chi ha teorizzato l'esportazione militarizzata delle democrazie. La visione storica e geografica continua a essere del tutto assente, l'ignoranza dei Paesi in cui si interviene ha vastità impressionanti, il disprezzo per le situazioni locali è palpabile, e solo conta il Grande Gioco politico-militare che gli esportatori di democrazia fabbricano nei propri uffici, mescolando i due ingredienti del Grande Gioco: un'astrazione smisurata, e un non meno smisurato desiderio di dominio economico-strategico su zone che vengono destabilizzate, in nome dell'antitotalitarismo, per meglio egemonizzarle. Se si occupassero veramente del Paese di cui parlano, le astratte teorie sulla democratizzazione universale e quelle sul rinvio elettorale si farebbero più complicate, ma anche più chiare e forse più proficue. La prima cosa che dovrebbero ammettere, infatti, è che l'appuntamento rapido con le urne non era affatto nei piani degli occupanti, e sancisce in realtà una loro disfatta. L'hanno reclamato e poi imposto gli sciiti e i curdi dell'Iraq, che assieme rappresentano quasi l'80 per cento della popolazione (rispettivamente 60 e 20). I sunniti non sono un blocco compatto: non tutti son contrari al voto, ben sapendo che questo non sarà che il primo passo, e che l'assemblea uscita dalle urne avrà come unico compito quello di scrivere una costituzione che sia federale, e tenga dunque conto delle tre etnie che compongono il Paese. La gran maggioranza di questa comunità vorrebbe votare per avere propri rappresentanti nel futuro arco costituzionale, e chi da questo arco vuol restare fuori, tra i sunniti, è una minoranza di circa 10.000 combattenti. Tra i boicottatori poi ci sono personalità estranee all'Iraq, come Bin Laden e il suo luogotenente locale Abu Mussab al-Zarkawi: il loro trionfo sarebbe certo, se la nazione venisse giudicata inidonea al voto da uno strano fronte, composto di avversari della guerra, esponenti neoconservatori Usa, e terroristi. Naturalmente, le esitazioni di chi preferisce il rinvio hanno le loro ragioni d'essere. L'impossibilità per tanti sunniti di recarsi alle urne, a causa delle pressioni dei combattenti, potrebbe consacrare una vittoria sciita soffocante e attizzare la guerra civile. A ciò si aggiunga un rischio effettivo: la violenza preelettorale può rivelarsi proibitiva in termini umani e anche politici, sfociando in un'astensione nelle zone sunnite che delegittimerà l'Assemblea Costituente. Ma la violenza continuerebbe comunque, e la guerra civile non è qualcosa che incombe ma che c'è già. Già oggi le principali operazioni militari sono tra iracheni - più che tra iracheni e occupanti - con gli sciiti tra i principali colpiti. Non si tratta di sventare la guerra civile. Si tratta se possibile di spegnerla, con una buona gestione delle cinque scadenze elettorali di fronte agli iracheni: scrittura della Costituzione dopo il 30 gennaio; proposta di una costituzione permanente il 15 agosto; referendum popolare su questa costituzione il 15 ottobre; elezioni legislative sulla base dei nuovi dettami costituzionali il 15 dicembre; formazione di un governo davvero rappresentativo il 31 dicembre 2005. Rinviare questo faticoso, imperfetto ma onorevole cammino non vuol dire solo esprimere sfiducia verso gli iracheni e dilatare pericoli reali ma non necessariamente paralizzanti. Significa non vedere che l'ora storica si presenta e s'impone oggi, per l'Iraq e l'intera area, da molti punti di vista. Innanzitutto, l'ora è questa perché nello stesso momento Abu Mazen sta scommettendo sulla rinuncia di Hamas e Hezbollah alla lotta armata contro Israele, e su un accordo con Sharon che nell'immediato consolidi la sua autorità di Presidente palestinese: non a caso, Bin Laden invita a impedire il voto iracheno anche per colpire Abu Mazen l'"apostata". In secondo luogo, questa è l'ora proprio perché la spedizione Usa è stata condotta male ed è un fallimento: al più presto, è opportuno che Baghdad s'impossessi d'un destino, il proprio, tanto strapazzato da Washington e dai suoi alleati. Terzo, questa è l'ora per americani ed europei di dotarsi d'un pensiero profondo e localmente appropriato sull'Iraq e l'insieme della regione. Un pensiero che comporti il riconoscimento e l'esame delle proprie sconfitte: in materia di dottrine belliche, di giudizi storici superficiali, di guerre umanitarie, di ricostruzioni nazionali (nation-building). La storia è stata usata e malmenata, da chi ha messo sullo stesso piano Germania, Giappone e Iraq. E le ricostruzioni nazionali successive a interventi militari costituiscono piuttosto esempi da non seguire, come dimostra in particolare la Bosnia. È uno dei motivi per cui i criteri che giudicheranno buono o non buono il risultato elettorale in Iraq non sono ancora stati né pensati né definiti. E' giunta l'ora di farlo al più presto, cioè adesso. In un dettagliato articolo su queste colonne, gli ex segretari di Stato Henry Kissinger e George Schultz hanno dato una definizione di quello che potrebbe essere un buon risultato, il 30 gennaio: una maggioranza sciita di natura pluralista, aperta a curdi come a sunniti. Perché questo avvenga è necessario che gli sciiti esercitino il massimo d'autodisciplina, distanziandosi dal modello khomeinista iraniano. Ma è anche urgente che americani ed europei non ripetano gli errori commessi in Bosnia, iniziando appunto una meditazione autocritica su errori, come quello nei Balcani, che son tipici dei tempi in cui viviamo. Il primo errore è quello di rafforzare la natura tribale di accordi di pace e ricostruzione, attribuendo quasi assolute sovranità a tutte le etnie. In Bosnia, son stati favoriti tre staterelli semi-indipendenti (bosniaco-croato, bosniaco-musulmano, bosniaco-serbo) dotati ciascuno d'un diritto di veto e d'un esercito. Questo ha indebolito e addirittura paralizzato lo Stato, rendendolo completamente dipendente dalla presenza, illimitata, di truppe d'occupazione. La fretta, e la fortuna di cui gode anche da noi il multiculturalismo etnico a scapito del pluralismo partitico, è all'origine di simile democrazia tribale o etnica, favorita dall'Occidente. Il rischio può ripetersi anche in Iraq, e Kissinger e Schultz lo confermano. Già l'abbozzo della presente costituzione comporta un diritto di veto a ciascuna etnia (sciita, sunnita, curda). Ma soprattutto, non si è discusso con i dirigenti sciiti quel che vuol dire governo della maggioranza, forse perché neppure gli occidentali lo sanno più bene, giocando col fuoco nelle loro operazioni di nation-building. La democrazia non s'esaurisce nel governo della maggioranza: è al tempo stesso tutela delle minoranze, e possibilità che esse diventino maggioranza. In una democrazia etnica tuttavia questo non è possibile: se la maggioranza coincide con la presenza numerica dell'etnia, la minoranza non potrà mai divenire maggioranza ("Un'applicazione assolutista del governo della maggioranza renderebbe molto difficile ottenere una legittimità politica, giacché in quel caso la minoranza curda e la frazione sunnita saranno condannate all'opposizione per l'eternità", Kissinger e Schultz, "La Stampa", 21 gennaio). L'armamentario costituzionale non è privo di strumenti e salvaguardie per questi casi, come dimostrano Svizzera e Libano. Quale che sia il giudizio sulla guerra iniziata da Bush nel 2003, va riconosciuto che in Iraq sta avvenendo un cambiamento epocale: per la prima volta nella storia di questa regione, gli sciiti stanno scalzando il dominio della minoranza sunnita, affermatosi già dopo Maometto e potenziato a partire dal 1534, quando gli Ottomani conquistarono la Mesopotamia del Sud. Si può capire che una parte dei sunniti resista a una svolta sì sconvolgente. Che tema anche una vendetta sciita. Tutto ciò è stato precipitato dalla spedizione Usa, ma ha ormai una propria dinamica ed è una guerra dentro l'Islam. E' una guerra che conviene capire, se si vuole fronteggiarla: per il bene dell'Iraq, di Israele, della Palestina, e delle democrazie.

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venerdì, gennaio 21, 2005
 

"I gladiatori lottavano per finta". Nuova teoria di un archeologo

(Copyright "La Repubblica")

Morire al Colosseo ? Per un gladiatore sarebbe molto più probabile essere ucciso a Hollywood. E' quanto sostiene Steve Tuck, archeologo statunitense che, esaminando una serie di reperti provenienti dall'antica Roma, si è convinto che i combattimenti gladiatori erano delle messe in scena, paragonabili ai moderni match di wrestling, nei quali nessuno si faceva male davvero. Nulla a che vedere, dunque, con le scene cruente di certi kolossal hollywoodiani, come "Quo Vadis" o "Il Gladiatore". "La lotta gladiatoria è sempre stata associata all'uccisione e allo spargimento di sangue", ha spiegato Tuck in un articolo pubblicato dalla rivista New Scientist. "Ma in realtà penso che si trattasse di un'arte marziale a puro scopo d'intrattenimento volta a far divertire gli spettatori". Per circa 800 anni, dal IV secolo a.c. al IV secolo d.c., criminali, prigionieri di guerra e schiavi erano comprati da facoltosi romani per essere addestrati a combattere nei giochi gladiatori. Lottavano fra loro o contro gladiatori professionisti, che erano uomini liberi, in anfiteatri come il Colosseo usando spade, arpioni e lance. Generalmente dovevano sostenere due o tre combattimenti l'anno e se riuscivano a sopravvivere tre o cinque anni di combattimenti, potevano ottenere la libertà. Ma secondo Tuck, che ha analizzato 158 immagini risalenti a quel periodo raffiguranti i giochi, il rischio per un gladiatore di venire ucciso era quasi inesistente. Lo studioso fonda la sua tesi su un raffronto delle immagini contenute su lampade e dipinti murali con i manuali sulle arti marziali prodotti in Germania e in Italia durante il Medioevo e il Rinascimento. Da questo confronto emergono una serie di similitudini, dalle quali risulta che lo scopo del gladiatore era semplicemente quello di sconfiggere l'avversario, non di ucciderlo. Le teorie di Tuck trovano appoggio in ambiente accademico. Simon Esmonde Cleary, storico dell'università di Birmingham, concorda che la lotta gladiatoria non fosse necessariamente cruenta e mortale. "Al giorno d'oggi, ci si concentra troppo sul Colosseo di Roma nel quale i giochi non si svolgevano necessariamente con le stesse modalità di quelli in altri anfiteatri dell'impero", ha affermato.

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giovedì, gennaio 20, 2005
 

Ci mancava il panciometro

di Gianluca Nicoletti (Copyright "La Stampa")

Dobbiamo essere sinceramente grati a Girolamo Sirchia. Nessuno come lui ci sta restituendo il perduto piacere della trasgressione. Finalmente, dopo averci ricordato la voluttà malandrina del fumo clandestino, egli sta per tentarci a una nuova sfida, dimenticata dal boom in poi, quella di rubare di nascosto la marmellata. E’ bastato che qualcuno fugacemente evocasse la distribuzione ai cittadini di un misuratore di pance ministeriale perché, oltre ogni smentita, il panciometro occupasse d’imperio le nostre più detestabili fantasie. Quale sublime indicatore di piacere sarà la mistica fettuccia metrica! Potrà definire la porzione aurea del nostro giro vita per cui varrà veramente la pena di impegnarsi in un farneticante abbuffatorio record: andare oltre il misero limite dei 102 centimetri, il fiacco ispessimento ventrale degli uomini che non sanno osare. Alle signore basterà sforare gli 88 centimetri, misurati all’ombelico, per essere considerate donne perdute e quindi finalmente desiderate. Era ora che qualcuno si applicasse intensamente per il nostro benessere e con mortificante disciplina stabilisse delle rigide regole per vivere sanamente. Una nuova giovinezza è alle porte per chi giace assopito dall’abuso di massa di ogni vizio intossicante, già ne avemmo un primo sentore incappando casualmente nei fagotti umani che sfidano le intemperie e il dileggio per l’ineffabile rarità di un tiro di sigaretta. La tentazione tabagista oggi solletica più che ogni deriva psichedelica, esibire una sigaretta è una sfida assai più rischiosa di ogni eresia al comune senso del pudore. Per la stessa ragione ora stiamo tutti in attesa di una conferma che il metro esista, bello, colorato a bande, in materiale biodegradabile, in versione maschile femminile con diversa indicazione del "non plus ultra" della circonferenza insuperabile per mantenersi nelle regole. Fate presto, tirate fuori il misuratore della virtù viscerale, fino a quando non ci verrà recapitato sarà snervante l’attesa del momento in cui diventerà proibita, e di conseguenza sublime, ogni pantagruelica lussuria.

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mercoledì, gennaio 19, 2005
 

Gm azzera la partecipazione in Fiat Auto

(Copyright "Il Corriere della Sera")

Gm ha azzerato il valore dell'investimento in Fiat Auto Holding B.V. che, nell'ottobre del 2002, era già stato ridotto da 2,4 miliardi di dollari a 220 milioni di dollari. Lo ha reso noto la Casa americana in un comunicato diffuso giovedì in occasione di un incontro con la comunità finanziaria a Dearborn, nei pressi di Detroit. Erano presenti alla conferenza il numero uno Richard Wagoner e il direttore finanziario Johen Devine. La svalutazione di 220 milioni di dollari sarà inserita nei risultati del quarto trimestre del 2004 che saranno resi noti il prossimo 19 gennaio. Le voci sulla vicenda Gm-Fiat per l'opzione put si susseguono, ma, alla vigilia di quella che era stata indicata da molti come una delle date più probabili per l'atteso faccia a faccia tra Rick Wagoner, numero uno della Casa di Detroit, e Sergio Marchionne, ad del Gruppo del Lingotto, l'unica novità certa è che Gm ha azzerato il valore dell'investimento in Fiat Auto Holding B.V. La novità rimbalzata nella serata di giovedì dagli Stati Uniti sarà esaminata venerdì a Torino in un incontro tra il manager italo-canadese e il presidente Luca Cordero di Montezemolo. Marchionne è rientrato a Torino nella serata di giovedì dal lungo giro americano, iniziato lunedì a Chicago, dove ha incontrato l'ad di Cnh Paolo Monferino, proseguito a Detroit, dove ha visto il rivale Wagoner nell'ambito di una riunione tra i costruttori automobilistici europei, giapponesi e americani e finito mercoledì a New York con colloqui con i legali della Fiat. E' inevitabile pensare che l'amministratore delegato aggiornera Montezemolo sullo stato attuale della diatriba con Gm. La situazione fino alla mossa di Gm sembrava in stallo, ma certamente questa novita potrebbe dare un taglio diverso alla soluzione. Per evitare di utilizzare l'opzione che gli permette di vendere l' intero settore auto a Detroit, la Fiat ha avanzato precise richiese economiche, che ammonterebbero ad oltre tre miliardi di dollari, ma sul fronte americano si è risposto picche, ipotizzando una cifra non superiore ai 500 milioni di dollari. Con il tempo che passa (la "mediation" prevede ancora dieci giorni prima dell'avvio dell'ipotetica causa da parte della Gm, che ha avviato l'azione ostile contro la Fiat lo scorso 16 dicembre), la data che potrebbe risultare decisiva per trovare una soluzione sembra essere quella del prossimo 24 gennaio, giorno in cui inizierà il periodo di cinque anni nei quali la Casa torinese potrà esercitare, quando lo vorrà, l'opzione di vendita del settore auto all'alleato americano. In quel giorno la Gm dovrebbe anche depositare alla Sec la sua documentazione su quello che è stato l'andamento della "mediation", mentre cinque giorni prima, il 19 gennaio, illustrerà i dati sull'andamento del quarto trimestre del 2004. Il 24 gennaio ha anche un significato importante per la Fiat: sarà il secondo anniversario della morte dell'Avvocato Gianni Agnelli. Montezemolo, a Firenze per Pitti Uomo, dopo avere respinto le domande dei giornalisti sullo scontro tra Gm e Fiat, si è limitato a dire, come presidente della Fiat, che "è stato un errore non aprirsi alla concorrenza". "Questo Paese - ha detto ancora - ha bisogno di far funzionare meglio il mercato in tutti i settori dell'economia, dalle pubblic utilities, alla finanza, ai servizi pubblici locali, alle professioni, alla distribuzione". E su questi temi - secondo Montezemolo - "occorre operare in fretta, recuperando uno spirito bipartisan". Senza fare riferimenti diretti alla Fiat, Giovanni Bazoli, presidente di Banca Intesa, uno degli istituti di credito che hanno assicurato alla Fiat il convertendo da tre miliardi di euro in scadenza nel settembre di quest'anno, ha detto a Milano che "le banche non hanno nessuna intenzione di tralignare rispetto a un compito che oggi è di sostegno e di finanziamento dell'industria". Secondo Bazoli tale rapporto "è un problema di equilibrio, non credo si possa tornare a passati superati quando non c'era una distinzione tra il compito delle banche e quello dell' industria". Parole che fanno pensare a un orientamento delle quattro banche protagoniste del convertendo per un allungamento del prestito. Intesa e Capitalia si starebbero indirizzando su questa linea già gradita (a quanto si dice) a Unicredit e Sanpaolo. Una decisione deve essere presa entro settembre, quando il prestito scadrà e le banche, se non rientreranno dei loro soldi, dovrebbero convertirlo in azioni della Fiat.

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martedì, gennaio 18, 2005
 
 
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venerdì, gennaio 14, 2005
 

Nel 2005 "stangata" da mille euro: serve uno stipendio in più

(Copyright "La Repubblica")

Più o meno se ne andrà un altro stipendio: per vivere, nel 2005, con lo stesso tenore del 2004, per poter far le stesse cose e concedersi gli stessi consumi, la famiglia media italiana spenderà 1176 euro in più. Ad aumentare saranno tutte le voci di bilancio: le tariffe, certo, ma anche le spese per la casa e la scuola, gli alimentari, la sanità. Si salveranno, pare, solo il canone tivù, il telefono e i biglietti del treno. A fare il calcolo di quanto costerà in più il nuovo anno è stata l'Intesa dei consumatori che - stimando settore per settore i possibili rincari - ha scoperto che il costo della vita, per la famiglia "standard" dovrebbe aumentare di circa 3 euro al giorno. Nel totale sono compresi gli aumenti tariffari già scattati con Capodanno: in totale 272 euro l'anno legati alle bollette di luce e gas (1,5 e 2 per cento in più), ai carburanti (circa 2 centesimi in più al litro), ai pedaggi autostradali (2,68). All'elenco vanno aggiunti anche i rincari varati in Finanziaria su bolli e concessioni governative: l'entità precisa sarà conosciuta nei prossimi giorni ma - secondo gli artigiani di Mestre - peserà sulle famiglie dai 9 ai 55 euro l'anno. Nel totale-stangata va poi considerato il ritocco alle multe, già in vigore dal primo gennaio: 4,1 per cento in più per via dell'adeguamento tariffario che scatta ogni due anni. E sempre per restare nel settore, Federconsumatori, che fa parte dell'Intesa, prevede che il mix di rincari fra gasolio e autostrade che ha già colpito gli automobilisti, provochi a sua volta una ricaduta sui beni di largo consumo - e quindi sul tasso d'inflazione - pari all'0,1 per cento, con un ulteriore esborso, legato a queste voci, di 27 euro l'anno. Ma detto questo la famiglia dovrà fare i conti anche con una maggiore spesa legata all'alimentazione, voce che, secondo l'Intesa richiederà 197 euro in più bevande escluse. Includendoli- e aggiungendoci le sigarette - la spesa lievita di altri ulteriori 76 euro. Bevande e fumo sono infatti le voci destinate alla crescita percentuale più alta: un aumento secco del 10, 3 per cento. Di un altro 6,8 per cento crescerà la spesa per la scuola che , secondo le associazioni dei consumatori, raggiungerà a fine 2005 la cifra di 447 euro a famiglia. Fra le altre fonti di spesa probabilmente inevitabili dal bilancio famigliare quello della sanità: la spesa per famiglia passerà dai 1338 euro del 2004 ai 1455 del 2005 con un aggravio, secondo l'Intesa, di ulteriori 67 euro. Altrettanto ineluttabili dovrebbero essere le spese per la tenuta del conto corrente bancario: qui i rincari stimati sono di 25 euro l'anno, il 5 per cento. E non c'è molta alternativa nemmeno sull'abitazione, dove gli aumenti attesi sono del 3,1 per cento, per un totale di 192 euro in più. Da "tagliare" dunque resta ben poco considerato che per mangiare fuori casa e andare in vacanza quest'anno - visti gli incrementi attesi nei prezzi di ristoranti, alberghi, pubblici esercizi - si dovrebbe spendere in media il 5,7 per cento in più. Che fare allora ? L'Intesa dei consumatori dà qualche suggerimento al governo: modernizzare la filiera alimentare per esempio. "Non è possibile - si legge nel documento - che un chilo di uova costi alla produzione 60 centesimi, venga pagata 20 centesimi per essere rivenduta a 2,30". Ma anche liberalizzare le professioni "essendo intollerabile che 4 mila notai si possano spartire 1 milione di compravendite immobiliari l'anno per un controvalore di 2 miliardi di euro di soli proventi notarili e che debbano lucrare sui passaggi di proprietà di auto e moto, che in Italia costano 350-400 euro contro una media europea di 40".

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giovedì, gennaio 13, 2005
 

Arriva dagli Usa la bambola-clone

(Copyright "La Repubblica")

Che l'idolo delle teenager non fosse più la Barbie si era già capito da tempo. Era il 2002 e la 44enne di casa Mattel veniva spodestata dalle Bratz, cinque bamboline di plastica alte 25 centimetri, multietniche, pantaloni a zampa d'elefante, zeppe, tatuaggi e un temperamento da "bad girl". Ma che l'ultima tendenza a far breccia tra le ragazzine americane fosse un "clone" di loro stesse è decisamente una novità. Ad aver lanciato sul mercato le Twin Dolls (letteralmente "bambole gemelle") è una ditta di Littletan, in Colorado, da poco assorbita dalla eToys Direct, multinazionale americana venditrice di giocattoli online. Per raggiungere il più alto grado di somiglianza con la bimba da "clonare" è sufficiente inviare una foto al sito dell'azienda dove siano ben visibili le fattezze del volto, il colore della pelle, gli occhi e i capelli. Gli "artisti" di My Twinn penseranno a riprodurre nel modo più somigliante possibile le caratteristiche del viso, compresi eventuali nei, segni particolari o lentiggini. Il tempo richiesto ? Poco, nel giro di un mese vi arriverà a casa una bambola a immagine e somiglianza della vostra bimba. Sul sito è anche possibile creare un modello virtuale selezionandoogni singolo dettaglio che comporrà la nuova bambola. E le combinazioni sono davvero tante: si può scegliere tra 5 diverse tonalità di pelle, 8 diversi colori degli occhi e dei capelli, 11 acconciature, 15 corporature e varie forme di nei. L'idea di un clone giocattolo nasce dai suggerimenti di un pediatra del pronto soccorso. Il dottore aveva notato che molte bimbe arrivavano in ospedale tenendo stretta la loro bambola preferita, per farsi coraggio e sentire meno la paura. Quando chiedeva loro perché proprio quella fosse la prediletta, tutte rispondevano: "E' quella che mi somiglia di più". Da qui l'idea di inventare una bambola gemella. La My Twin l'ha sviluppata progettando al computer infinite varianti : per esempio, nel catalogo dell'azienda ci sono 250 tipi di occhi mentre i modelli di testa sono 150. Alta quasi 60 centimetri, la bambola è dotata di un corpo molto morbido che le permette di assumere 18 pose differenti. Testa, gambe e braccia sono in vinile mentre gli occhi vengono realizzati in cristallo. Il prezzo base è di 119 dollari ma la cifra lievita di parecchio se si fanno dipingere segni particolari sul viso oppure se si decide di personalizzarla con un'acconciatura su misura. Non mancano poi tutta una serie di accessori, dagli occhiali da vista fino ai vestitini combinati sia per la bambola che per la bambina, in modo da rendere "l'effetto gemella" ancora più evidente. Se poi col tempo si vuole cambiare pettinatura, rinnovare il guardaroba o rimettere in sesto una parte acciaccata, basta spedire la bambola al My Twinn Doll Hospital, una "clinica specializzata" dove il giocattolo può essere rimesso a nuovo. Naturalmente con un listino dettagliato per ogni prestazione richiesta. E quando la bambina cresce ? "Nessun problema - fanno sapere dalla casa madre - Basta ordinare una nuova testa e il gioco è fatto...".
  

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mercoledì, gennaio 12, 2005
 

Confesso: l'ho accesa

di Michele Ainis (Copyright "La Stampa")

Lo ammetto: ho fumato. Di nascosto, e con gli occhi bassi. Anche perché laggiù, sotto la veranda al quinto piano in cui mi ero rifugiato per evitare multe e reprimende, c'era una vista impareggiabile. C'era un popolo in balcone, ieri a Roma ai primi rossori del tramonto. C'era una luminaria di sigarette accese, e una nuvola azzurrognola che saliva su verso terrazzi ed abbaini, gonfiandosi di piano in piano. Una condensa di fumo e fiato cacciato via da polmoni infreddoliti, dato che ieri pomeriggio, a Roma, soffiava un vento gelido. Confesso di nuovo: in quegli istanti mi è affiorato in testa un grappolo di pensieri disdicevoli. Contro il salutismo di Stato, che intanto costringe alla bronchite i fumatori. E che per sovrapprezzo attenta pure alla salute dei non fumatori, con tutti questi portacenere in bilico sulle ringhiere dei balconi. Contro la mania d'imporre le buone maniere attraverso la spada del diritto, come se 50 mila leggi in circolo non fossero abbastanza. Contro la perversione di promulgare norme inapplicabili, dato che solo un ristorante su 10 è provvisto di sale fumatori, e dato inoltre che il sindacato di polizia ha già fatto sapere che non sarà possibile smaltire le chiamate al 113 per punire i trasgressori. Contro la beffa d'aumentare le sanzioni in presenza di donne o minori, quando 29 fumatori su 67 fanno parte della categoria protetta. Contro il proibizionismo in generale, oggi il fumo, domani il cibo e l'alcol (ritornerà Al Capone ?). Contro la dittatura della maggioranza, che se ne infischia dei diritti della minoranza, anche quando vi rientrano 18 milioni di italiani. Contro gli altri, tutti gli altri, giacché quest'ultimo divieto mi ha reso a mia volta intollerante, e adesso vorrei sbattere in galera chi puzza, chi urla, chi alza troppo il volume della radio. E infine, perché no ?, contro il viziaccio di fumare: sarà un caso, ma le nuove proibizioni me ne hanno reso un po’ più schiavo.
  

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martedì, gennaio 11, 2005
 

Il "download" batte i cd. Al tramonto l'epoca dei dischi

(Copyright "La Repubblica")

Ormai lo sanno tutti e lo fanno (quasi) tutti: scaricare è meglio che vendere. Il "download" è il modo nuovo di accedere alla musica. I dischi esistono ancora. Ma per quanto dureranno ? "Poco, se andiamo avanti a questi ritmi", ha dichiarato al Guardian il presidente della British Phonographic Industry Peter Jamieson. Nel rilevamento effettuato due settimane fa dalla BPI, per la prima volta l'acquisto on line delle canzoni (vendute come singoli) ha superato quello dei cd e dei vinili contenenti gli stessi brani. Che il sorpasso sia avvenuto proprio nella sezione dei "singoli" viene considerato beneaugurante per l'intero movimento in quanto, più degli altri, proprio il mercato dei singoli era sprofondato negli ultimi anni in una crisi da molti ritenuta irreversibile, anche perché favorita dal diffondersi della pirateria. Un segnale del disagio è stato fornito anche dalla Bbc che qualche mese fa, dopo ben 40 anni, ha spostato il leggendario programma "Top Of The Pops" dalla prima serata di Bbc1 al palinsesto di Bbc2. L'evento, come lo stesso Jamieson ha confermato, è certamente epocale: "Presto i brani scaricati entreranno nel conteggio per le classifiche di vendita ufficiali". Dal disco al distributore automatico di canzoni: sembra una barzelletta mediatica, ma in realtà è l'inizio della fine dei vecchi supporti. iTunes (il cui Store ha aperto in Italia a novembre) e Napster sono stati i siti più visitati dagli inglesi per il downloading dell'ultimo mese. Ad un ulteriore calo del 14% di vendite registrato nell'ultimo anno da cd e vinili, corrisponde una crescita esponenziale delle vendite tramite downloading (nel 2004 per il Regno Unito ventisei milioni e mezzo di cd e quasi sei milioni di downloading). E due settimane fa il sorpasso: 282mila cd venduti contro 312mila downloading. Numeri da capogiro. "Mentre sotto le feste i negozi tradizionali erano chiusi, in rete si continuava a vendere 24 ore al giorno, sette giorni a settimana", ha proseguito Jamieson. E i negozi controbattono: entro febbraio la catena HMV avvierà il proprio servizio di vendita on line. Riassumendo: per una volta, una "pietra miliare" della musica non sarà una canzone di Bob Dylan, bensì il modo attraverso cui essa giungerà al pubblico. Fra i più scaricati degli ultimi tempi in UK, Gwen Stefani, U2, Destiny's Child, Green Day, con i loro singoli da far venire le vertigini (soprattutto "Vertigo"...). Ma gli osservatori sono convinti che l'acquisto in rete riporterà al mercato dei singoli anche i fan della musica d'annata, quando le canzoni del passato saranno disponibili. Il vinile era nero, bello grosso, e lo si vedeva girare. Il cd era meno ingombrante, luccicante, e spariva nel lettore. L'mp3 è un tritato digitale preparato da uno chef immaginario che non si vede né mai si vedrà. Però si sente. E si vende.
  

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lunedì, gennaio 10, 2005
 

Il coyote e Lady Macbeth

di Enzo Bettiza (Copyright "La Stampa")

Sono passati 15 anni. Sembra ieri e sembra mai. Era il 25 dicembre 1989. Sei mesi prima era crollato il Muro di Berlino, ma la vera esecuzione punitiva del comunismo verrà crudamente trasmessa in diretta da Bucarest la sera di Natale di quel fatidico Ottantanove. Sarà nel microcosmo staliniano e bizantino della Romania "socialista", dove il Natale era un giorno lavorativo come gli altri, che si spezzerà in maniera drastica, visibile, emblematica, l'anello più patologico nella catena dei comunismi europei. Per molti aspetti anche shakespeariani non sarà a Berlino, né a Varsavia né a Mosca, ma nella periferica Bucarest, che la tragica quanto fulminea fucilazione di Nicolae ed Elena Ceausescu imprimerà il sigillo definitivo sul "secolo breve". La sentenza capitale pronunciata da un improvvisato tribunale patriottico era stata senza appello: quando i soldati li fanno alzare da due stretti banchi di scuola, legandogli le mani dietro la schiena, la voce avvezza al comando di Elena, la zarina rapace della coppia, si fa all'improvviso più dolce. "Non stringete così, mi rovinate le mani. Non dovete fare questo. Siete ancora bambini e io sono stata come una madre per voi". Ma la risposta del più giovane dei soldati arriva secca come il sibilo di una prima pallottola: "Voi le avete fatte uccidere, le nostre madri". Il capo d'accusa più grave è genocidio. "Non riconosco questo tribunale. Voglio essere giudicato dal Parlamento", ringhia Ceausescu alzandosi in piedi e sbattendo il colbacco d'astrakan sul banco. Poi crolla su se stesso e accarezza di lato una mano della moglie. I giudici, che la interpellano col nome di ragazza Elena Petrescu, le hanno appena chiesto se è stata lei a ordinare il bagno di sangue a Timisoara. L'ex padrona assoluta della Romania, l'ex donna delle pulizie laureata in ingegneria chimica, che aveva per modelli la Jiang Qing maoista, Evita Peròn, Marie Curie e le spietate imperatrici di Bisanzio, ha gli occhi stretti come fenditure e la bocca piegata in una smorfia. Si rifiuta di rispondere, come se non avesse sentito. D'un tratto salta su e grida: "E' stata la Securitate". Le domandano se si ritiene inferma di mente. Inferma di mente ? Un'ammissione che potrebbe salvarle la vita. Ma il suo orgoglio luciferino la fa esplodere in un secondo grido: "Questa è una provocazione !". Risponderà allo stesso modo il marito: "E' nient'altro che un'oscena provocazione !". Pochi secondi ancora e sarà tutto finito. L'ex presidente e dittatore rifiuta ogni rito religioso e chiede soltanto di essere ucciso insieme con la moglie. Centottanta colpi di mitraglia metteranno fine a una delle più losche storie d'amore e di potere del Novecento. Racconterà il maggiore dell'esercito Ian Secu, cui Ceausescu aveva offerto due milioni di dollari per lasciarli fuggire, di quanto fossero uniti anche fisicamente i due tiranni. Fin dalla prima notte in caserma volevano dormire nello stesso letto, raggomitolati come due animali infreddoliti in cerca di tepore. L'intimità che li legava era così intensa da far sentire a disagio il maggiore: "Era imbarazzante dover essere presente nella stessa stanza con questi due vecchi uno nelle braccia dell'altra". Nicolae Ceausescu resta una figura tutt'altro che remota per me. Tra i personaggi di rilievo della seconda metà del secolo scorso il despota romeno era stato quello che avevo visto e intervistato di più. Lo si spiega col fatto che la Romania, prima con l'anziano Gheorghiu Dej, poi in modo più deciso e provocatorio col suo delfino Ceausescu, era assurta ai fasti mediatici della pecora nera del blocco sovietico e del Patto di Varsavia. "La Romania farà da sé". Al tempo della guerra fredda quello slogan indipendentistico faceva notizia e attirava l'attenzione dei giornalisti e commentatori occidentali. Ma per lasciarsi le porte aperte nella roccaforte autonomista di Bucarest bisognava agire con molta prudenza. Se si desiderava curare e prolungare un rapporto giornalistico con i dittatori Nicolae ed Elena, che formavano una persona sola, bisognava limitarsi strettamente alla grande diplomazia e alla macroeconomia: niente indiscrezioni dettagliate sulla loro megalomania urbanistica, il terrorismo onnipresente della Sicuritate, il nepotismo corrotto della corte, le depravate e alcoliche prodezze dell'erede al trono Nicu. In altre parole, nei colloqui con il tiranno, impegnato a spiegarvi le linee maestre della politica internazionale e industriale romena, si doveva lasciare da parte ogni domanda troppo diretta sui costumi frustrati e il misero tenore di vita del popolo romeno. La Romania doveva diventare così, per me e altri colleghi, un vero e proprio pozzo del "non detto". Un deposito senza fondo di appunti autocensurati. Il primo dei nostri incontri avvenne nel 1966. Ceausescu era divenuto da appena un anno segretario generale del partito. Dal mèntore Dej aveva ereditato non solo la carica ma anche il testamento basato su due pilastri fondamentali: l'aspirazione alla sovranità nazionale e la cieca fiducia nello stalinismo tecnocratico quale strumento indispensabile per la trasformazione accelerata di un Paese arretrato. Fra tutte le carriere dei capi comunisti, nell'Est europeo dopo il 1945, quella dell'ex calzolaio del meridione romeno era stata la più simile alla carriera taciturna e obliqua di Stalin. La ricetta era infatti prettamente staliniana: diuturna cura burocratica della base incolta, lenta costruzione di un nucleo di potere personale dentro l'involucro del partito ufficiale, disprezzo vendicativo per gli intellettuali di sinistra che, fuggiti dalla Romania, erano andati a vagheggiare la rivoluzione mondiale all'estero. Appena vidi quella faccia rustica, ulivigna, diffidente, non potei fare a meno di pensare alla sua indigena Oltenia contadina; regione confinante con la Serbia, povera, chiusa in se stessa, lontana anni luce dagli archi trionfali di Bucarest, dai castelli sfarzosi della Transilvania, dalle stazioni balneari del Mar Nero. E' da laggiù che, consolidando la satrapia monocratica, o duocratica con Elena, i Ceausescu avrebbero tratto i fedelissimi sgherri della Securitate che fu qualcosa di più complesso e più implacabile di una semplice polizia politica. Fu uno Stato nello Stato. Un vero esercito del terrore, inesorabilmente devoto alle persone, alle volontà e ai capricci dei due capi supremi. I precedenti storici di una simile milizia assassina si potevano ritrovare nell'Opricnina di Ivan il Terribile, o nella Ghepeù di Stalin, o nelle SS di Hitler. Con in più un tocco di Guardie di Ferro. Minuto, immobile, gli occhi piccolissimi concentrati sul pavimento, scarno e cauto come un coyote nelle risposte, Ceausescu ricordava in ogni suo tratto, in ogni gesto impercettibile, l'originaria cupezza della contrada natìa. La evocava non solo nella tinta levantina dell'incarnato. Sembrava, non so come, evocarla soprattutto nella bocca molle e informe, quasi priva della linea divisoria fra le due labbra: una sanguisuga incollata su un volto di cera olivastra. Più in alto, sopra un tronetto con braccioli dorati su cui stava goffamente assiso, campeggiava il dipinto a olio di un evento epico: l'entrata di Michele il Bravo nella città espugnata di Alba Julia, dove quel vittorioso vojvoda cinquecentesco proclamò l'unione dei principati di Valacchia, Moldavia e Transilvania, embrione della Romania moderna. Un modesto busto di Lenin, relegato in un angolo, si sforzava di ricordare all'ospite che il luogo non era una reggia ma la sede del comitato centrale di un partito comunista. Circondava il vojvoda rosso, il "conducatòr" vegetariano, che beveva solo aranciata, una folta schiera di collaboratori muti. Segretari, stenografi, specialisti d'economia e di politica estera. Una presenza superflua e decorativa, poiché nessuno, tranne gli interpreti balbettanti, osava fiatare. Ricevevo risposte ponderate, stiracchiate, ma alla fine sempre apodittiche. "La Romania farà da sé !". Non appena Ceausescu, verso la conclusione dell'intervista, profferì lo slogan d'obbligo, immediatamente gli astanti chinarono le teste in un cenno collettivo d'assenso e d'ossequio. S'alzarono tutti in piedi all'unisono con lui. Ci rivedemmo ancora, faccia a faccia, dopo l'interveno sovietico in Cecoslovacchia. Stavolta mi colpì il numero più ridotto dei collaboratori intorno al capo che, dopo aver sfidato i russi in un comizio nella Praga di Dubcek, si dava ormai le arie e il tono del successore di Michele il Bravo. Sillabava infatti come un vojvoda dei tempi andati, un salvatore della patria, un difensore fermo, seppure circospetto, della sovranità nazionale contro l'imperio di dottrine egemoniche limitative che nel 1968 impazzavano per l'Europa dell'Est. Mi preannunciò che avrebbe fatto varare dal Parlamento una legge eccezionale, la quale doveva conferire soltanto al capo dello Stato, cioè a lui medesimo, il potere di accettare o meno la permanenza di armate straniere sul territorio romeno: una chiara replica a Breznev dopo l'invasione della Ceclosovacchia. Si diffuse in quei giorni nei caffè e nelle mense operaie qualcosa che assomigliava a un consenso popolare. I più arditi sussurravano: "Il conducatòr è certo un uomo duro; ma almeno ci difende dalla ferocia dei cosacchi che dal 1940 occupano e devastano la Bessarabia". La terza e ultima volta che tornai a rivederlo, sempre nell'aristocratica saletta del partito, era il 1976. Ormai erano passati dieci anni dal primo incontro. M'impressionò l'ulteriore quanto drastica riduzione, anzi eliminazione, dell'assembramento di collaboratori e assistenti intorno al dittatore immerso in una solitudine regale e imperscrutabile. Erano rimasti in tre: lui, l'interprete e un segretario stenografo. Mi apparve più cereo, più gonfio del solito, con la bocca a sanguisuga più tumida, come se avesse divorato e maldigerito l'intero seguito dei suoi terrorizzati servitori. Ma in realtà era malato. Una malattia oscura sembrava averlo enfiato, come impedito nei gesti e nella parola, che gli usciva stenta e farfugliata dalle labbra. Mi parlò in un filo di voce e in termini generici del socialismo minacciato, dell'economia in difficoltà, del riarmo missilistico che insidiava la stabilità in Europa e nei Balcani. Capii che era finito il "miracolo industriale romeno", basato negli anni precedenti sui più avanzati standard occidentali, sul pagamento scrupoloso dei debiti esteri, sull'autarchia e la fame degli operai. All'improvviso si aprì una porticina laterale. Entrò, in punta di piedi, una donna sulla cinquantina, coi capelli d'un biondo argenteo cotonati a foggia di torta nuziale sopra un cranio esiguo, puntuto, quasi acuminato. Il viso appariva marmoreo, inespressivo, con un che d'incompiuto e di fetale nella fisionomia sfuggente. Indossava un pretenzioso tailleur parigino che non riusciva a toglierle l'aria da maestrina elementare. Sedette su una poltrona distante, restò lì pietrificata per un quarto d'ora, ascoltò scrupolosamente le domande e le risposte dell'intervista. D'un tratto, nello stesso silenzio in cui era entrata, sparì senza far rumore e senza salutare. Più tardi, m'informarono che avevo intravisto l'infermiera del malato e la vera signora della Romania. L'ingegnere chimico Elena Petrescu Ceausescu. Meglio ancora: la satrapessa blasonata con centinaia di falsi diplomi e titoli di studio, che non sapeva neppure leggere la formula dell'acido solforico, ma che era però l'inappagabile Lady Macbeth e l'anima nera del satrapo. Quella che per esaltarlo, adularlo e dominarlo gli diceva in pubblico: "Questa epoca e questo Paese sono troppo piccoli per te. Una persona del tuo calibro nasce solo una volta ogni cinquecento anni".

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mercoledì, gennaio 05, 2005
 

Pirata informatico in manette. Prelievi on-line da conti bancari

(Copyright "La Repubblica")

Da Riccione, attraverso sofisticati sistemi informatici, prelevava fondi dai conti bancari di gente di tutta Italia. E forse usava i soldi per finanziare azioni eversive. Ci sono voluti mesi di indagini dei carabinieri di Cagliari e Rimini per identificare un hacker specializzato nella violazione dei sistemi informatici di sicurezza delle banche. L'uomo, che ha 38 anni e del quale non è stata resa nota l'identità, sarebbe responsabile di numerose truffe ai danni di importanti istituti di credito nazionali. L'uomo utilizzava apparecchiature e software in grado di abilitare i prelevamenti illeciti per trasferire fondi da conti di ignari clienti e aziende su propri conti all'estero. I Carabinieri lo hanno bloccato ieri mattina in un albergo di Rimini, dopo averlo attirato in una trappola, fingendosi interessati alle sue prestazioni. Le manette ai polsi sono scattate dopo che l'uomo ha dimostrato la sua capacità di violare un codice informatico di protezione di una banca. Gli sono stati sequestrati codici d'accesso riservati e una cinquantina di carte di credito e bancomat clonati. In seguito in una sua mansarda di Riccione sono state ritrovate sostanze chimiche e ingredienti per realizzare ordigni esplosivi, un manuale per la realizzazione di bombe e un documento di matrice anarchica. L'uomo arrestato avrebbe risieduto a lungo in Sardegna e la circostanza avrebbe convinto i Carabinieri del probabile coinvolgimento in azioni dinamitarde compiute nei mesi scorsi nell'isola. Al momento non è possibile escludere che l'attività dell'hacker ai danni delle banche potesse servire a finanziare un gruppo eversivo.

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martedì, gennaio 04, 2005
 

Rovinato dal lotto. Il "53" non arriva e lui perde la villa

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Alla fine, quando la ragione ha prevalso sulla febbre incontrollabile da gioco, è diventato niente altro che un maledetto 53. E’ stato atteso e desiderato per oltre 170 estrazioni, quel numero "magico" sulla ruota di Venezia, tanto da investirci tutti i risparmi e giocarci (e perderla) anche la villetta acquistata dopo anni di lavoro. Ora c'è soltanto il conto in rosso in banca e tanta disperazione per aver inseguito un sogno che si è rivelato un incubo. Protagonista della vicenda un piccolo imprenditore della Versilia, che in mesi e mesi di puntate al lotto ha messo insieme un fortissimo debito nei confronti della banca che gli aveva concesso un fido. Così, è stato necessario mettere in vendita la villetta, acquistata grazie ai sacrifici di una vita. All'imprenditore e alla sua famiglia non è restato che fare i bagagli. "Giuro che non giocherò mai più", è stato il tardivo quanto inutile "mea culpa" dell'uomo, vittima della follia da 53, che sta attraversando l'Italia. Ma ormai il peggio è già stato fatto.

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lunedì, gennaio 03, 2005
 

Cameriere maldestro fa cadere dalla sedia la regina Elisabetta

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L'imperizia di un giovane cameriere ha fatto cadere dalla sedia la regina Elisabetta durante il cenone di Natale. Il cameriere ha mal interpretato un movimento della regina che si è alzata per prendere qualcosa sul tavolo imbandito. Ha spostato la sedia, pensando che volesse andare al buffet, ma la regina si è invece subito "riseduta" ed è caduta a terra, tra le risate degli ospiti.

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sabato, gennaio 01, 2005
 

Berlusconi aggredito da un muratore di Mantova

(Copyright ANSA)

Un giovane turista di Mantova, Roberto Dal Bosco di 28 anni, in Piazza Navona ha lanciato in direzione del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, che passeggiava nella piazza, il treppiede della macchina fotografica. Il 28enne, che fa il muratore e stava trascorrendo a Roma una vacanza, e' stato prontamente bloccato dalla scorta del presidente e consegnato alle forze dell'ordine. Berlusconi ha subito una leggera contusione tra l'orecchio destro ed il collo che gli ha provocato un piccolo ematoma. Il premier e' rientrato a Palazzo Grazioli dove e' stato visitato, a scopo precauzionale, dal medico di Palazzo Chigi.

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