La Gazzetta del Prione


giovedì, dicembre 30, 2004
 

Rumsfeld parla di jet "abbattuto" l’11 settembre

(Copyright "La Stampa")

Arrivato a Baghdad per passare la notte di Natale assieme alle truppe il Segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld, ha pronunciato un discorso di saluto durante il quale ha usato il termine "abbattuto" riferendosi al volo di linea numero 93 della United Airlines caduto in Pennsylvania l'11 settembre 2001. Nella versione ufficiale di quanto avvenne allora, come scritto nel rapporto della commissione indipendente di inchiesta sugli attacchi dell'11 settembre pubblicato a fine luglio, il volo dirottato da quattro terroristi di Al Qaeda precipitò sui prati di Shanksville a causa di una rivolta di bordo dei passeggeri, che erano stati avvertiti via cellulare della sorte avuta dagli altri tre aerei catturati dal commando di Mohammed Atta. I portavoce del Pentagono hanno definito "un errore di parola" quanto detto da Rumsfeld ma ciò non è bastato ad evitare che numerosi siti Internet rilanciassero il sospetto che il volo 93 della United Airlines fu in realtà abbattuto dall'aviazione militare degli Stati Uniti nel tentativo di difendere la capitale federale dall'ultima fase dell'attacco lanciato da Al Qaeda. "Worldnetdaily.com" ha ricordato in particolare come appena tre giorni dopo gli attacchi il quotidiano "Record" della contea di Bergen del New Jersey raccontò che cinque persone affermavano di aver visto un secondo aereo volare a fianco dell'UA 93 poco prima dello schianto a terra. Anche William Crowley, agente speciale dell'Fbi, affermò che non si poteva escludere la presenza di aria di un secondo velivolo, lasciando intendere che avrebbe potuto trattarsi di un jet militare decollato con la missione di impedire all'aereo dirottato di raggiungere il proprio obiettivo ovvero la città di Washington (secondo il rapporto della commissione si sarebbe dovuto schiantare contro la Casa Bianca o il Congresso). Lo scenario dell'abbattimento è una delle teorie cospiratorie sull'11 settembre 2001 che continuano a rincorrersi su Internet ed in più siti viene citato lo stesso vicepresidente Dick Cheney che, durante un'intervista rilasciata al programma "Meet the Press" della Nbc il 16 settembre 2001, ammise che "fu presa la decisione di far decollare una pattuglia da combattimento sopra Washington composta di F-16, un aereo radar Awacs ed un aereo-cisterna" con la disposizione da parte del presidente di "usare la forza come ultima risorsa" se un aereo dirottato avesse tentato di lanciarsi contro la città. Cheney ha sempre negato che quell'ordine sia mai stato eseguito ed il presidente Bush stesso, in numerose occasioni, ha avvalorato la ricostruzione ufficiale degli eventi lodando il coraggio di Todd Beamer, il passeggero-simbolo della rivolta che guidò la sollevazione contro i dirottatori pronunciando la frase "Let's roll", andiamo avanti, rimasta registrata nella scatola nera. Ma la gaffe, vera o presunta, di Rumsfeld adesso riapre il caso ravvivando polemiche che sembravano sopite dopo la pubblicazione del rapporto della commissione.

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mercoledì, dicembre 29, 2004
 

L'allarme maremoto è finito nell'oceano sbagliato

(Copyright "L'Unità")

Migliaia di vite umane potevano - e quindi dovevano - essere salvate, domenica scorsa lungo le coste dell'Oceano Indiano. Diamo una scorsa ai tempi in cui lo tsunami ha consumato la tragedia e capiremo perché. Manca un minuto alle ore 7.00 di domenica 26 dicembre quando a dieci chilometri di profondità al largo delle isole Simeulue, a ovest dell'isola di Sumatra, avviene un terremoto di magnitudo 9,0 della scala Richter. Il sisma interessa una faglia di quasi 1.200 chilometri ed è così potente da spostare l'isola di Sumatra, grande tre volte l'Italia, di trenta metri in direzione sud-ovest. Il titanico e repentino spostamento di masse genera in mare una serie di onde anomale che iniziano a propagarsi a una velocità di oltre 500 chilometri al secondo in ogni direzione. Nel giro di pochi minuti il treno d'onda ha già raggiunto le coste settentrionali di Sumatra. Quindici minuti dopo, a molte migliaia di chilometri di distanza, gli strumenti del Pacific Tsunami Warning Center di Honolulu, nelle Hawai, registrano il terremoto. Il direttore del centro, Charles McCreery, avvisa la dottoressa Laura S. L. Kong, responsabile dell'International Tsunami Information Center (Itic), che l'evento produrrà effetti anche nel Pacifico. L'Itic è un centro che afferisce alle Nazioni Unite, finanziato dagli Usa, che, fin dal 1965, ha il compito di informare i paesi e le popolazioni che affacciano sull'Oceano Pacifico sul rischio tsunami. Passano pochi minuti e la dottoressa Kong avverte i rappresentanti dei 26 paesi del network del Pacifico (incluse Thailandia e Indonesia) che nel giro di poche ora le coste delle isole Figji, del Cile e della California saranno interessate da una variazione del livello del mare di qualche centimetro. Proprio mentre gli esperti di Honolulu affinano le loro conoscenze sull'evento sismico di Sumatra e persino le autorità del Cile vengono informate che le spiagge del loro paese saranno interessate da un'onda anomala di qualche centimetro, il treno generato dal sisma nell'Oceano Indiano si abbatte sulle coste occidentali di Sumatra con onde alte più di dieci metri. E un'ora dopo, alle otto del mattino, viaggiando a oltre 500 chilometri l'ora, raggiunge le coste della Thailandia. Passa ancora un'ora, e alle 9 del mattino, il treno d'onda raggiunge le coste più meridionali della Birmania. Tra la 9.30 e le 10 le onde anomale raggiungono lo Sri Lanka. Alle 10, tre ore dopo il sisma, il treno s'abbatte sulle Maldive e le coste orientali dell'India. Ancora un'ora, sono ormai le 11 del mattino, e il maremoto investe le coste occidentali del grande paese asiatico. Alle 12 tocca al Madagascar. E alle 13 - mentre in Italia il telegiornale già trasmette le prime immagini della catastrofe in Indonesia, Thailandia e Sri Lanka - le onde raggiungono la Somalia e la penisola arabica. In questa sua veloce, ma non istantanea, cavalcata lo tsunami generato dal più grande terremoto avvenuto sulla Terra negli ultimi 40 anni, ha colto sempre del tutto impreparate le popolazioni costiere. Perché ? Perché, mentre qualcuno già da tempo il Cile sapeva del sopraggiungere di un'onda anomala di qualche centimetro, nessuno in Indonesia, Thailandia, Malaysia, Birmania, Sri Lanka, India, Bangladesh, Maldive, Madagascar, Somalia, Yemen e Oman sapeva (e se sapeva, riusciva ad avvertire le popolazioni a rischio mortale) del sopraggiungere di onde anomale che, in prossimità della costa, si sarebbero inarcate anche oltre i dieci metri e avrebbero scaraventato sulla costa una quantità inimmaginabile di acqua ? La vicenda che abbiamo ricostruito dimostra che non tutto quanto è avvenuto domenica scorsa era ineluttabile. Che c'era tutto il tempo e c'erano tutte le informazioni utili a salvare le vite di decine di migliaia di persone, come hanno sostenuto - tra gli altri - Tad Murty, un esperto di tsunami in forze all'università canadese di Manitoba, e Brian Baptie, del servizio geologico britannico. Purtroppo quel tempo è stato speso male. E quelle informazioni non hanno trovato i canali di comunicazione giusti per risultare utili. La realtà è che i paesi che affacciano sul Pacifico hanno fin dal 1965 un efficiente sistema di allarme tsunami, mentre i paesi che affacciano sull'Oceano Indiano - malgrado i ripetuti appelli degli esperti - non ne hanno mai allestito uno. E non lo hanno allestito per un motivo molto semplice: creare una rete di sensori sottomarini, di boe galleggianti, di satelliti, di computer che nel giro di pochi minuti rilevano la nascita di uno tsumani e ne calcolano potenza e direzione, è un'impresa costosa. E, creare un'organizzazione a terra che, in pochi minuti, trasmette le informazioni alle popolazioni interessate per metterle in salvo in centri di raccolta facilmente raggiungibili, è impresa difficoltosa. Nell'insieme le due imprese non sono alla portata di paesi poveri, che preferiscono investire i loro soldi non nella gestione di un rischio remoto, per quanto terribile, ma nella gestione dei rischi quotidiani. Ma chi abita nei paesi poveri ha il medesimo diritto alla protezione di chi abita nei paesi ricchi. E allora, la vicenda di domenica dimostra che, forse, la strada migliore è quella di creare un sistema di protezione civile globale nell'ambito delle Nazioni Unite. Un sistema costituito da un centro scientifico in grado di gestire la rete di sensori e di lanciare prontamente l'allarme (si tratta, in pratica, di allargare le competenze del centro di Honolulu e istituire un World Tsunami Warning Center); da un centro di trasmissione delle informazioni (si tratta di allargare le competenze dell'Itic che è già dell'Onu); di creare nelle nazioni a rischio un'organizzazione tale da ricevere le informazioni e in pochi minuti avvertire in maniera capillare la popolazione per metterla in salvo. Questo per quanto riguarda la protezione dagli tsunami. Ma il mondo è esposto a una serie di rischi globali o, comunque, che interessano grandi regioni. Conviene a tutti cercare di governare questi rischi (per esempio il rischio idrogeologico, esacerbato dall'aumento della temperatura media planetaria). Le Nazioni Unite già posseggono competenze, strutture scientifiche e tecniche che, se messe in rete e dotate di un minimo di finanziamento, possono costituire la prima colonna di un sistema di protezione civile globale. Capace, come fa in campo medico (con buoni frutti) l'Organizzazione Mondiale di Sanità, sia di lanciare con tempestività l'allarme, sia di intervenire in maniera tempestiva per gestire l'emergenza dopo che l'evento è accaduto. Compito al quale peraltro l'Onu, come vediamo in queste ore, già adempie. Le vite di decine migliaia di persone domenica scorsa potevano e, quindi, dovevano essere salvate. Che il loro sacrificio serva almeno a salvare altre innumerevoli vite in occasione delle prossime catastrofi naturali.

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martedì, dicembre 28, 2004
 

"Il capo mi umiliava e gli ho sparato"

(Copyright "La Repubblica")

"Il capo mi vessava, mi maltrattava davanti ai colleghi, mi aveva tolto incarichi e responsabilità. L'ultima umiliazione l'ho subita il pomeriggio dell'11 novembre. Quella sera gli ho sparato". Luciano Migliavacca, 54 anni, era direttore dell'ufficio acquisti di una multinazionale dell'energia. Decideva le sorti di grossi appalti con amministrazioni pubbliche, ospedali, aziende. Gli mancavano tre anni per andare in pensione. Ora è agli arresti domiciliari per tentato omicidio: ha sparato al capo nel garage aziendale. Il suo superiore, Antonio Politi, è in ospedale con una pallottola in testa. Si è risvegliato dal coma, ma non è ancora in grado di dare la sua versione dei fatti. Politi aveva chiamato Migliavacca, anni prima, a lavorare per la Elyo, una grossa società francese con base anche a Milano. I rapporti tra i due erano sempre stati buoni, quasi d'amicizia. Poi, poco per volta, all'affetto era subentrato il rancore. Non è ancora stato chiarito cosa abbia deteriorato i rapporti. Forse una questione legata a delle percentuali sugli appalti. Ma su questo aspetto gli inquirenti stanno ancora indagando. Subito dopo il delitto, per giorni, gli investigatori sono impazziti alla ricerca di un movente credibile. Alla fine, dopo settimane, di carcere è stato lo stesso indagato a spiegare i retroscena del tentato omicidio: il mobbing. Nei giorni scorsi, in una confessione fiume, Migliavacca si è sfogato: "Giorno dopo giorno, il mio potere era stato ridotto, gli affari che mi venivano affidati erano sempre meno importanti". Nell'ultimo periodo era stato anche rimosso dall'incarico di dirigente del settore acquisti. All'indagato sono servite più di quattro ore per spiegare, davanti al pm Tiziana Siciliano, le ragioni di un malessere che cresceva di giorno in giorno. "La sera dell'11 novembre ho perso la testa - ha confessato - perché la mia condizione lavorativa era diventata pesantissima. Venivo escluso dalle decisioni, Politi mi offendeva anche davanti ai miei colleghi. Non ce la facevo più". L'ultimo episodio si è verificato il pomeriggio dell'11 novembre. "In riunione - ha raccontato - ero stato sollevato da un appalto, l'incarico era stato affidato ad altri dirigenti". Dopo l'ultima delusione professionale Migliavacca si era convinto a parlare a Politi. Aveva deciso di farlo di fuori dal luogo di lavoro, in occasione di una cena aziendale: "Non volevo affrontarlo in ufficio, per non venire deriso pubblicamente. Gli volevo chiedere di farmi arrivare alla pensione in pace". Prima dell'incontro, però, Migliavacca è andato a casa e ha preso la sua pistola e l'ha infilata in una sacca sportiva. "Non volevo ucciderlo - ha giurato agli inquirenti -. Volevo solo farlo sentire vulnerabile, così come lui faceva con me". Migliavacca, dunque, ha affrontato Politi nel garage, l'ha fermato mentre stava salendo in auto. Gli ha chiesto spiegazioni. "Lui - ha detto ancora - mi ha guardato con un ghigno dipinto in faccia. Poi mi ha detto: "D'ora in poi devi stare sotto di me o te ne stai a casa"". Subito dopo dalla sacca è partito un colpo di pistola. "Era stata la mia mano - ha detto tra le lacrime - ma io non volevo ucciderlo, né ferirlo. Avevo portato la pistola per spaventarlo". Poi Migliavacca ha accompagnato Politi in ufficio e da lì ha chiamato il figlio del ferito. Pochi minuti dopo sono arrivati i soccorsi e gli uomini della squadra Mobile. In un primo momento Migliavacca ha negato di essere l'autore del tentato omicidio. Pochi giorni dopo, però, ha confessato. L'avvocato Michele D'Agostino ha chiesto che il suo assistito venisse scarcerato. Domenica il gip gli ha concesso gli arresti domiciliari.

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domenica, dicembre 26, 2004
 

Terremoto e maremoti in Asia. Migliaia di morti in sette Paesi

(Copyright "La Repubblica")

E' stato il più grande terremoto del secolo. Ha devastato l'Asia del sud colpendo luoghi di alto flusso turistico dalla Malaysia alle Maldive, dalla Tailandia allo Shri Lanka e l'India. Ha ucciso oltre 14.000 persone. Il mare ha invaso la terra disseminando ovunque morte. Il terremoto ha colpito alle 7.59 locali (2.59 italiane) al largo di Sumatra e si è allargato con scosse multiple fino alle isole Andaman. E mentre ormai la notte cala sull'Asia, i soccorsi continuano nel disperato tentativo di trovare superstiti e prestare aiuto ai sopravvissuti. Un muro di acqua alto come tre piani di un edificio creato da una scossa tellurica sottomarina di 8.9 di magnitudo al largo della costa dell'isola indonesiana di Sumatra, ha lasciato alle sue spalle scenari di devastazione senza paragoni. "Non abbiamo mai visto niente di simile", ha detto il primo ministro thailandese Thaksin Shinawatra. Nello Sri Lanka è stato dichiarato lo stato di emergenza e lanciato un appello per aiuti internazionali. I morti sono circa 4.300. Un milione di persone, cioè il 5 per cento della popolazione, è stato danneggiato. A migliaia sono fuggiti nelle zone più alte, mentre elicotteri dell'esercito e navi cercavano superstiti. La zona più colpita è la regione turistica sulle coste meridionali e orientali, dove gli alberghi sono stati praticamente trascinati via dalle acque. La base navale di Trincomali è allagata. In India i morti sarebbero circa 3.000, ma il Paese teme un bilancio molto pesante sulla costa sud orientale. Nello stato di Tamil Nadu, un funzionario governativo ha detto che almeno 1.625 persone sono morte. I soccorritori stanno cercando centinaia di pescatori dispersi. Il primo ministro Manmohan Singh ha posto in allerta le forze armate. In Indonesia, un arcipelago di 17.000 isole, le vittime sarebbero oltre 4400. Almeno 483 persone sono rimaste uccise sull'isola di Sumatra, dove nella violenza delle acque, bambini sono stati strappati dalle braccia dei genitori, affermano fonti ufficiali. Due terzi della capitale delle Maldive, Male, è stata allegata e ci sono preoccupazioni per i molti centri turistici disseminati fra le palme sulle spiagge degli atolli corallini, affollati di visitatori per le feste natalizie. I morti finora contati sono 32. Il bilancio potrebbe però aggravarsi perchè 51 persone risultano disperse. Altre 10 persone sono rimaste uccise in Birmania. In Tailandia almeno 400 persone sono state uccise e oltre cinquemila ferite,secondo un ultimo bilancio. Nelle popolari isole del sud, soccoritori hanno tratto in salvo dalla famosa Grotta di smeraldo 70 sub tailandesi e stranieri. Due tailandesi sono morti nelle Grotta, una delle principali attrazioni, raggiungibile solo a nuoto. Alcuni funzionari hanno detto che oltre 600 turisti e locali sono stati evacuati per elicottero o via mare da Kho Phi Phi, la piccola isola resa famosa nel 2000 dal film "The Beach", con Leonardo Di Caprio. Il governo tailandese ha ordinato l'evacuazione delle zone costiere colpite, inclusi gli affollati centri turistici delle isole di Pukhet e Krabi. E' il terremoto più violento mai registrato dal 1964 e il peggiore dell'ultimo secolo. Il peggiore tsunami della storia recente ha colpito il 17 luglio 1998, quando tre onde hanno invaso la costa nord occidentale della Papua Nuova Guinea, uccidendo 2.500 persone.

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giovedì, dicembre 23, 2004
 

Gay e disabili erano "ostaggi" della baby gang

(Copyright "La Stampa")

Aveva scritto ai giornali e alle tv per denunciare l’aggressione subita da parte di una banda di ragazzini che si era accanita su di lui, colpendolo con bastoni e catene, forse perché era gay. La polizia non ha lasciato cadere la richiesta di aiuto e ha sgominato la mini-gang italo-albanese che imperversava a Pordenone, compiendo furti, danneggiando negozi, bruciando cassonetti delle immondizie e, soprattutto, secondo gli inquirenti, malmenando persone. In un caso la vittima è stata un disabile, salvato dall’intervento di alcuni passanti. La polizia li ha sorpresi mentre erano in azione: quattro gli arresti, con l’accusa di ricettazione di merce rubata, e due i minori denunciati. Ma gli inquirenti stanno controllando altri 10 giovani: in tutto, è stata ricostruita la dinamica di una ventina di episodi avvenuti in città in meno di sei mesi. L’età media oscilla tra i 15 e i 17 anni. La polizia ha sequestrato telefonini, autoradio, lettori cd, playstation. La banda ha aggredito il proprietario di un’auto, fratturandogli un braccio.

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mercoledì, dicembre 22, 2004
 

Nuovo attentato in Iraq

 

 

 

 

 

 

 

 

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lunedì, dicembre 20, 2004
 

Adorno: gelo e narcisismo del filosofo che il '68 elevò a idolo

di Enzo Bettiza (Copyright "La Stampa")

Credo di essere stato uno dei primi a segnalare, in una tempestiva nota sulla rivista Epoca, la comparsa della traduzione italiana presso Einaudi di "Minima moralia" di Theodor Wiesengrund Adorno. Era il 1954, mezzo secolo fa. Qualche anno prima avevo letto il Doktor Faustus di Thomas Mann, storia del geniale compositore luetico Adrian Lewerkhün, controfigura romanzesca di Nietzsche e insieme simbolo tragico della Germania moderna. Nel romanzo mi avevano colpito le pagine profonde, commiste di lampi e di oscurità, in cui Mann, analizzando la difficile arte dodecafonica del protagonista, s'addentrava in perigliose incursioni filosofiche nei labirinti della musica moderna. Poi lessi il Romanzo di un romanzo. Qui il grande romanziere, spiegando la genesi e lo sviluppo della biografia immaginaria di Lewerkhün, rivelava per la prima volta il nome di un oscuro "filosofo della musica" che ai tempi della seconda guerra, durante il comune esilio in California, gli aveva dato un grosso aiuto teorico e tecnico per la composizione delle partiture musicologiche del libro. Il filosofo si chiamava Adorno. Questo spiega perché nel '54 acquistai subito Minima moralia, leggendoli d'un fiato e segnalandoli su Epoca. Il singolare saggio dedicato alla critica folgorante della "falsa vita" contemporanea mi rivelò, più che un vero filosofo nel significato accademico del termine, un irrequieto "Kulturphilosoph" radicato nel solco di una specifica e poliedrica tradizione tedesca che da Schopenhauer e dall'aforistico Nietzsche doveva estendersi poi fino a Walter Benjamin e a Karl Kraus. Cultore di una filosofia antifilosofica, saggistica, letteraria, paradossale, a tratti lirica, in Adorno convivevano il musicologo, il sociologo, l'estetologo e l'analista perfino minimalistico della vita contemporanea. Moda, costume, pubblicità, cinema, industria culturale, relazioni familiari e umane rientravano nell'arco della sua drammatica quanto pirotecnica visione del mondo occidentale. Non a caso Adorno era stato, con Horkheimer e Marcuse, tra i fondatori della Scuola di Francoforte che in realtà era un "Circolo" non dissimile per alcuni aspetti da quello di Vienna. Per me egli era un pensatore estremo, un ulisside del paradosso, un corsaro del limite, un pessimista aggressivo che nella crisi e nella consunzione dell'arte moderna cercava le tracce di una crisi senza scampo dell'intera società borghese. Vedevo un pensatore che azzardava di pensare il non ancora pensato, il non ancora detto, ed è qui una delle ragioni che ora mi spinge a inserirlo in questo mio archivio memorialistico. Tanti intellettuali europei considerano oggi gli scritti di Adorno datati e superati. Ma non era così nel Sessantotto. Allora quegli stessi intellettuali, studenti ribelli, scoprivano un punto di riferimento rivoluzionario nelle lezioni che il professore ebreo teneva nella medesima Francoforte da cui era emigrato dopo l'avvento del nazionalsocialismo. Io, che dopo gli anni passati in Unione Sovietica scorgevo nei moti sessantottini un lusso autolesionistico di società troppo libere e permissive, ero andato proprio in quell'anno a Francoforte per incontrarvi Adorno. Volevo capire, a distanza ravvicinata, quale punto di contatto potesse esistere fra il pugnace pessimista, il critico intransigente della società capitalistica, e le utopiche folle giovanili che avebbero voluto annientare la tolleranza liberale di cui largamente fruivano e definivano "repressiva". La spinta al modernismo più sfrenato, all'imitazione dell'America, coinvolgeva la vita di Francoforte in tutti i suoi molteplici aspetti: non solo nelle manifestazioni studentesche tipo Berkeley, ma nella mondanità vorticosa della nuova borghesia miracolata, nella febbrile rotazione delle fiere, nel traffico intenso del più importante aeroporto tedesco. Non si sottraeva al ritmo neppure l'organizzazione della cultura. La partecipazione alla fiera del libro di Francoforte era già a quel tempo la più ambita dagli editori di tutto il mondo; come i titoli e le valute, anche l'editoria, sia tedesca che europea, aveva lì la sua Borsa internazionale. Di un processo d'aggiornamento forzato, di massificazione, di snobismo, risentiva perfino la Johann Wolfgang Goethe Universität: accanto all'austero edificio accademico sprofondava una gigantesca autorimessa sotterranea, destinata a inghiottire le vetture di una parte dei venticinquemila studenti più o meno ribelli che lo frequentavano. Quel turgido universo francofortese sembrava aver trovato il suo Socrate vivente nel concittadino allora più illustre in patria e all'estero. T.W. Adorno, come lui stesso amava definirsi all'americana. Si poteva quasi scoprire il segno del fato nel suo ritorno a Francoforte, dopo il lungo esilio californiano. Il filosofo dell'alienazione, l'ideatore della "spettroscopia bizantina" delle società occidentali del XX secolo, era tornato a insegnare nella città germanica che più delle altre esprimeva quell'alienante paesaggio americanizzato su cui s'avventava la sua polemica catastrofista. Devo ammettere che il mio incontro col mèntore idolatrato dai giovani in eschimo fu, nell'insieme, imbarazzante e piuttosto deludente. Io, ricordando la più icastica frase di Minima moralia, "non c'è vera vita nella falsa", mi preparavo a incontrare un asceta fustigatore, un moralista pallido e perduto in meditazioni apocalittiche. Non a caso rammento poco di quello che mi disse; rammento invece l'aria ambigua della contraddizione in cui respirava e si muoveva. Infatti mi toccò di captare e di vedere l'esatto contrario dell'uomo in rivolta, come scrisse Elémire Zolla, "contro gli spettacoli orridi che la civiltà delle macchine fornisce". Dalla sua faccia rotonda, impeccabilmente sbarbata e profumata, dal doppiopetto di taglio britannico non emanava l'odore stantìo del cenobita. L'appuntamento con me pareva innervosirlo. Aveva fissato rigorosi venti minuti per il colloquio e, ogni tanto, guardando l'orologio, mi ripeteva che di lì a poco avrebbe dovuto ricevere una pittrice per un ritratto e un giornalista per un'intervista televisiva. Il telefono squillò spesso e lui rispose sempre. La parte dialogata delle visita si contrasse sempre di più e si ridusse in sostanza a dieci minuti febbrili. La verità è che Adorno non si ritraeva affatto dagli "spettacoli orridi" di Francoforte, soggiaceva volentieri agli stimoli del successo, non si mortificava nell'astinenza di fronte a quella vita malata, ammorbata dalla cultura di massa, che, nei libri, condannava anche nei più insignificanti fatti quotidiani. Appariva anzi pragmaticamente calato dentro di essa. Era sempre presente dove più infuriava l'alienazione, ed era il primo a gustarne le droghe. Aveva la cattedra del divo e dell'ipnotizzatore negli atenei, nelle manifestazioni studentesche, nei salotti, nelle mostre d'arte, nelle aperture teatrali. Lo circondava immediatamente, ovunque si presentava, un'aureola di morbosa mondanità. Il clima di fanatismo intellettuale, che surricaldava l'atmosfera intorno alle sue lezioni, era paragonabile a una forma speciale di psicosi collettiva: soltanto Heidegger, al suo tempo, riusciva a produrre consimili incantesimi accademici e carismatici. Le studentesse, anche se non avevano capito nulla, uscivano dalle Hörsäle adorniane con gli occhi luccicanti e rapiti. Un nobile di Hannover aveva abbandonato casa, averi, famiglia, ed era sceso come un pellegrino medievale a Francoforte per immergersi fino al collo nei corsi di Adorno. Cercarono di spiegarmi il fascino complesso ch'egli esercitava su coloro che affollavano le aule in cui si esibiva. Non sorrideva mai. Il taglio della bocca era breve, crudele. Suggestionava l'uditorio con una scioltezza fredda, un'erudizione vastissima e brillante, un'oratoria ornata di francesismi, tersa, neutra, scorrevole. Non parlava: porgeva sottovoce, accarezzandoli con la piccola mano curata, concetti perfettamente congegnati in ogni particolare. Dal viso paffuto e nitido come quello di un chirurgo, dal corpo minuto e smussato, dagli occhi neri aperti con distacco su un punto vuoto, non spirava per nulla l'aria del filosofo maledetto, alla Nietzsche, del quale lo stile lampeggiante di Adorno risentiva tanto. Sembrava soprattutto preoccuparlo di non turbare con l'emozione le analisi distruttive che esponeva e alle quali lui, lucidamente, rimaneva sempre un po' esterno. Più che un naufrago in preda alla disperazione, un organizzatore e uno stratega della disperazione. Il suo pessimismo, la sua acuta sensibilità al negativo, apparivano attanagliati dalla morsa di un'intelligenza gelida e dal piacere estetico per il gioco speculativo in sé. La vanità pratica faceva da contrappeso alla sua disperazione teorica o, meglio ancora, teoretica. Per cui Adorno risultava alla fine, e nello stesso momento, soggetto e oggetto del proprio antisistema critico. Egli ammetteva che il meccanismo corrosivo di Minima moralia, costruito per intaccare la società dell'affluenza americana, si poteva benissimo applicare anche alla società tedesca del miracolo, ormai giunta ad un punto di saturazione inquinante come negli Stati Uniti. Spingendo più in là la trasposizione, si sarebbe potuto dire che lo stesso meccanismo, applicato in astratto ai macrorganismi sociali, era possibile applicarlo in concreto al microrganismo esistenziale dell'autore. La malattia che Adorno denunciava penetrava nella sua persona, faceva blocco con essa, e le parti ad un certo punto finivano per confondersi nel gioco d'incastro. La realtà sociale da lui stroncata si rifletteva specularmente, come in un circolo vizioso, nel suo specchio personale. Il suo sociologismo esasperato, che non sfociava mai in una sintesi terminale, che restava sempre dischiuso a una paradossale apertura nichilistica, correva il rischio di rovesciarsi nel contrario per disperante eccesso dialettico. In altre parole: correva il pericolo di diventare alla fine un'accettazione, una resa davanti al male esistente o, addirittura, una sua forma pervertita di celebrazione. In questo senso la vita falsa, scomunicata nel libro, si esaltava nella condotta privata. Il più singolare e inquietante personaggio culturale del lungo dopoguerra tedesco era, alla sua maniera, un cervello beffardo che continuamente e simultaneamente si sdoppiava nei ruoli contrapposti del chirurgo e del paziente. Mentre il chirurgo si disperava, il paziente conviveva in strana simpatia coi propri mali inguaribili ma esaltanti.

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venerdì, dicembre 17, 2004
 

Infermiera uccide sei pazienti: "Volevo attirare l'attenzione"

(Copyright "La Repubblica") 
 
Una donna di 34 anni, divorziata, infermiera all'ospedale Alessandro Manzoni di Lecco, ha confessato di aver provocato la morte di cinque o sei pazienti per embolia. Le sue vittime, cinque sicure - ma il sospetto è che possano essere state ancora di più - erano tutte persone anziane, gravemente ammalate, pazienti in fase preterminale, come affermano i medici. L'infermiera ha confessato di averli uccisi con iniezioni di aria, tra il primo settembre e il 10 novembre. "Volevo solo attirare dell'attenzione su di me perché mi sentivo sottovalutata. E poi quelle persone destinate a morire in poco tempo mi facevano pietà. Ecco perché ho accelerato i tempi del loro decesso". Questa in sintesi la confessione che l'infermiera Sonia Caleffi avrebbe scritto nella lunga lettera consegnata agli inquirenti. La donna avrebbe agito su anziani pazienti che avevano possibilità di sopravvivenza non superiore a un paio di settimane. E lei, impietosita, avrebbe deciso di attuare la "dolce morte". Sonia Caleffi ora è accusata di omicidio plurimo. In casa sua, a Como, i carabinieri hanno sequestrato numerose riviste con articoli sulla "dolce morte" con sottolineati parecchi passaggi. Prima di lavorare al Manzoni di Lecco, la donna aveva svolto servizio anche presso il Valuce di Como. Separata dal marito, Sonia negli ultimi tempi sarebbe stata in cura per un grave stato di prostazione e problemi di carattere psichico. In passato, l'infermiera aveva sofferto di anoressia. Secondo le prime informazioni dopo alcune morti "poco convincenti" la dottoressa Laura Chiappa, direttrice medica di presidio, si era rivolta alla Procura. Tutto è iniziato dopo un decesso avvenuto il 10 novembre quando è deceduta un'anziana paziente, affetta da una patologia non reversibile. Quel giorno, l'infermiera sarebbe entrata nella camera di una malata terminale invitando i parenti a uscire perché doveva effettuare delle prescrizioni mediche. Subito dopo sarebbe uscita dicendo che la paziente stava morendo, cosa che avvenne pochi minuti dopo. Ma proprio i parenti della deceduta notarono una strana agitazione nell'infermiera e il camice sporco di sangue. La successiva autopsia confermò che la morte non era stata naturale, ma procurata. L'infermiera fu subito trasferita in un altro servizio non più a contatto con i degenti, in attesa che le indagini si concludessero con l'acquisizione di ulteriori prove. Le prime voci di morti sospette circolavano in ospedale già dalla scorsa estate. Nel reparto Medicina 1 il tasso di mortalità era incredibilmente salito dopo l'assunzione dell'infermiera. La Direzione medica, in autunno, ha disposto un'indagine interna, con l'esame sistematico delle cartelle cliniche delle persone decedute tra settembre e novembre: in tutto cinque o sei casi.

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giovedì, dicembre 16, 2004
 

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di Massimo Gramellini (Copyright "La Stampa")
 
Cosa si sarebbe detto della buonanima di Reagan, se la settimana successiva al calo delle tasse avesse aumentato le imposte indirette e autorizzato la crescita di quelle locali ? Come minimo che non era un reaganiano. Berlusconi ricorda l'omino che nelle fiere di paese invita gli spettatori a fare "un giro gratis" sul suo carrozzone, ma subito dopo tende la mano intimando: "E ora un giro a pagamento". Sarà vero, come dice lui, che l'italiano-tipo ha fatto la seconda media e non era fra i primi della classe. Ma anche un ripetente delle elementari è in grado di capire che la riduzione dell'Irpef accresce il suo reddito solo se le altre tasse non aumentano. Altrimenti trattasi di allucinazione, come il convincimento che per diminuire le imposte basti tagliare gli sprechi senza intaccare la qualità dei servizi. Da estimatore dei manuali che insegnano ad aver fiducia in se stessi e a carpire quella altrui, Berlusconi si dev'essere convinto che la psicopolitica sia l'ultima risorsa rimasta a questo strano Paese. Il suo è un pensiero ipnotico: se gli faccio risparmiare di colpo un bel po' di euro, il mio pubblico non si accorgerà di restituirli giorno per giorno con gli interessi, ogni volta che userà la carta da bollo o pagherà una gabella sulla casa. Sarà più povero ma si sentirà più ricco e mi voterà di nuovo. Che poi le tasse possano scendere in modo significativo soltanto a patto di minare lo Stato Sociale, è un discorso che affronteremo dopo la pubblicità.





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mercoledì, dicembre 15, 2004
 

Montezemolo lancia l'allarme: "Mai così male dal dopoguerra"

(Copyright "La Repubblica")

L'Italia vive la fase più critica dal dopoguerra: "Da allora ad oggi un insieme di parametri così negativi io non lo ricordo". Non usa mezze parole il presidente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo. Dal rapporto previsionale 2004-2006 che il Centro studi ha presentato oggi emerge un vero e proprio grido d'allarme degli industriali: l'Italia è fuori dalla stagnazione ma crescono incertezze e rischi di cedimento, mentre diminuiscono i nuovi posti di lavoro. E ancora: la crescita sarà più bassa di quella prevista da Palazzo Chigi. "Noi ci limitiamo a dare la fotografia delle tendenze che emergono via via per portarle all'attenzione del mondo industriale e poi all'esterno. Ma possiamo dire senza dubbio - dice Montezemolo - che siamo di fronte a dei veri e profondi problemi strutturali". "La ripresa dell'anno in corso - si legge nel rapporto - ha fatto riguadagnare fiato all'economia italiana dopo la pesante stagnazione dei due anni precedenti. Ma un solo dato è certo in prospettiva: aumenta l'incertezza e crescono i rischi di cedimento". Modesta la crescita del Pil che passerà dall'1,4% nel 2005, all'1,5% nel 2006. E il "cahier des doléances" di Montezemolo continua a tinte sempre più fosche: "Quando un paese non cresce da almeno 15 anni, ha una produttività più bassa rispetto ai partner europei, ha degli investimenti che languono, ha una quota di export che scende, ha una produzione stagnante, ha un costo del lavoro più alto degli altri paesi, ha una dimensione aziendale nonostante gli slogan che si mantiene piccola, non è tra i primi 5 investitori europei in Cina ed India, come dobbiamo definire questa situazione ?". E nel rapporto si affronta anche il tema Europa: "In questi anni il Patto Ue ha funzionato - dice il Centro studi - ma nell'attuale situazione economica europea, per rimanere uno strumento credibile dovrebbe essere riformato nel senso di un migliore equilibrio tra stabilità e crescita". Ma nessuno strappo, "dovrebbe aumentare, non diminuire, il controllo comunitario nel merito delle scelte di politiche di bilancio dei singoli Governi". Per quanto riguarda la riforma dell'Irpef, "il risultato principale è che sono nel complesso diminuite le aliquote medie in modo uniforme per i vari livelli di reddito, senza sostanzialmente modificare la progressività dell'imposta rispetto alla situazione del 2001". Ma nel complesso, "la distribuzione dei redditi non risulta particolarmente modificata. Il primo modulo della riforma aveva comportato una lieve diminuzione del livello di disuguaglianza; con il secondo, più focalizzato sui redditi medio-alti, l'indice di disuguaglianza torna ad essere all'incirca pari a quello del 2001". Il rapporto di Confindustria ammorbidisce i toni quando parla dell'inflazione che nel 2004 si dovrebbe fermare al 2,2%. Superata qualche tensione nel breve termine a causa dei rialzi petroliferi, rallenterebbe di nuovo nel corso del prossimo anno (al 2,1% in media) per mantenersi stabile nel 2006 intorno all'1,9%". "Dicono che è cominciata la campagna elettorale - conclude Montezemolo, lanciando un appello al mondo politico - ma noi abbiamo il dovere di portare davanti all'attenzione di tutti quelli che sono i problemi del paese, oltre a fare una puntuale e doverosa autocritica al nostro interno".

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lunedì, dicembre 13, 2004
 

Benzinaio ucciso, arrestati due ragazzi di Lecco

(Copyright "La Repubblica")
 
Svolta nell'omicidio del benzinaio di Lecco, Giuseppe Maver, ucciso la sera del 25 novembre durante un tentativo di rapina: hanno confessato i due ragazzi fermati nella notte dai carabinieri. Davide Ciancaleoni 18 anni, operaio, con precedenti penali, è ritenuto l'autore materiale dell'omicidio. Forse nel momento della rapina era drogato. Ad incastrarlo anche una sua impronta digitale sul caricatore della pistola trovato sul posto, poiché era fotosegnalato dagli agenti della Questura di Lecco che lo avevano sorpreso a spacciare hashish nei pressi di una scuola. Insieme con D.E., 17 anni, Ciancaleoni avrebbe tentato la rapina perché era il modo più facile per fare soldi. Forse l'avevano ideata al bar. Hanno scelto quella stazione di servizio perché era gestita da persone anziane e sembrava più facile da rapinare. Il minorenne, ieri pomeriggio, accompagnato dalla madre e da un avvocato, si è presentato al comando provinciale dei carabinieri dove, davanti ai magistrati, ha confessato. I due presunti assassini sono residenti a Lecco, sono accusati per omicidio volontario e rapina. Sulle loro tracce c'era un intero pool investigativo. Subito dopo l'omicidio il comandante regionale dell'Arma dei carabinieri, il generale Antonio Girone, aveva costituito un gruppo di investigatori. Dopo aver passato per 17 giorni al setaccio la criminalità lecchese, i detective dell'Arma sono riusciti a dare un volto ai due assassini. Si è trattato di "un lavoro di intelligence", dice il comandante provinciale dei carabinieri di Lecco. Il colonnello Michele Di Santo non entra nel dettaglio dell'operazione ma sottolinea che "è stato un lavoro di tutti i carabinieri, oltre che del pool che si è costituito su disposizione del comandante regionale". Quattro gli elementi su cui si sono concentrati gli investigatori: oltre al caricatore perso durante la lotta con il benzinaio, il cappellino lasciato sul luogo del delitto e su cui hanno fatto accertamenti i carabinieri del Ris di Parma, il motorino su cui i due erano poi fuggiti e infine le immagini di una telecamera non troppo vicino al distributore di benzina. E' stato grazie al suo cartellino fotosegnaletico, inviato nel pomeriggio di ieri ai carabinieri del Ris di Parma, che gli investigatori hanno avuto la certezza che appartenesse a Davide Ciancaleoni l'impronta trovata sul caricatore della pistola semiautomatica. I 'carabinieri della scienza' hanno, di fatto, trovato la firma del delitto. Secondo la ricostruzione degli investigatori la sera del 25 novembre, poco prima delle 19, i due giovani, in sella a uno scooter, si fermarono alla pompa di benzina Tamoil di corso Bergamo, lungo la statale Lecco-Bergamo. Maver, che qualche anno prima aveva sventato un altro tentativo di rapina, era fermo vicino alle colonnine di erogazione. Il benzinaio, per precauzione, aveva fatto cenno alla moglie di allontanarsi verso il gabbiotto. Poco dopo la donna sentì due colpi di pistola. Il benzinaio, che propio quest'anno aveva festeggiato 25 anni di attività, forse pensava che fossero armati con una pistola giocattolo, reagì e fu colpito a morte. I due, nella fuga, lasciarono sul luogo del delitto un cappellino e un caricatore. Da quella sera fu caccia all'uomo terminata stanotte con il loro fermo. In serata è arrivata la straziante richiesta di perdono dei genitori di Davide Ciancaleoni: "Chiediamo perdono, solo questo possiamo fare !". Nella loro casa al terzo piano di un palazzo del quartiere Santo Stefano, a Lecco, il padre e la madre del giovane fermato, tra le lacrime, hanno chiesto più volte perdono rivolti ai familiari del benzinaio ucciso. Il legale del giovane, l'avvocato Luciano Bova, ha spiegato che il ragazzo "è disperato" e sua madre si era accorta di qualche cosa che non andava "ma mai avrebbe immaginato che potesse essere coinvolto nell'omicidio". L'uccisione del benzinaio aveva avuto notevole clamore, anche per la proposta del ministro leghista Roberto Calderoli di istituire una taglia di 25 mila euro per trovare gli assassini. "Nessuno può permettersi di toccare un padano", disse. L'iniziativa scatenò una vera bufera politica. Ad attaccarlo non fu solo il centrosinistra, che ne chiese le dimissioni, ma anche An e Udc presero le distanze. Solo Forza Italia tentò una difesa.

posted by luminet | 09:13 | commenti


sabato, dicembre 11, 2004
 

Nove anni per Dell'Utri

(Copyright ANSA)

Il tribunale di Palermo ha condannato Marcello Dell'Utri a nove anni per concorso in associazione mafiosa. Il pm aveva chiesto una condanna di 11 anni. I giudici hanno dichiarato per Dell'Utri lo stato di interdizione legale durante l' esecuzione della pena. Per il senatore è stata inoltre applicata la misura della libertà vigilata per due anni, da eseguirsi una volta espiata la pena. I giudici del tribunale hanno dichiarato il senatore Dell'Utri e il suo coimputato Gaetano Cinà (condannato oggi a sette anni per associazione mafiosa) interdetti in perpetuo dai pubblici uffici.

posted by luminet | 19:58 | commenti


giovedì, dicembre 09, 2004
 

Kiev, ritorna il giallo del "veleno". Si discute sul male misterioso che ha deturpato Yushenko

(Copyright "La Stampa")

Era il più bel politico dell'Ucraina, ora non si riesce a guardarlo senza rabbrividire. Un complotto per distruggere la sua immagine, un tentativo di omicidio nello stile del Kgb o qualcosa di ancora più misterioso ? I foruncoli e le pustole sulla faccia di Viktor Yushenko tornano ad essere l'argomento principale dell’interminabile campagna elettorale ucraina. Lo stesso candidato alla Presidenza è convinto di essere stato avvelenato, e mentre sul suo volto gonfio e poroso appaiono inquietanti macchie nere promette di rivelare chi e come l'ha trasformato da principe in mostro. E il suo medico Nikolaj Korpan della clinica privata austriaca Rudolfinerhaus alla domanda del "Times" se davvero qualcuno voleva uccidere Yushenko ha risposto: "Sì, certo". Il dottore è convinto che il suo paziente sia stato avvelenato da una tossina di origine biologica o chimica: "Oggi non abbiamo dubbi, è proprio questa sostanza la causa della malattia e gli è stata somministrata da qualcuno a scopi precisi". Secondo Korpan, per avere la certezza e rivelare il nome del veleno - che è stato introdotto nell'organismo del candidato alla Presidenza con un'iniezione, con il cibo o con l'acqua, con "qualche metodo molto semplice che permette di colpire intenzionalmente una persona precisa" - basterebbe che Yushenko si sottoponesse a un ultimo test. Ma il primario di Rudolfinerhaus Michael Zimper un paio d'ore dopo ha smentito il suo collega: "Non escludiamo l'avvelenamento, ma per ora non abbiamo prove come parlare di omicidio senza avere il cadavere". Un giallo che fa ricordare le più terribili pagine della storia del Kgb: il leader dell'opposizione ucraina è caduto vittima di una strana malattia il 6 settembre scorso, per sospetta coincidenza il giorno dopo essere stato a una cena confidenziale con uomini dei servizi segreti di Kiev.

posted by luminet | 09:11 | commenti


lunedì, dicembre 06, 2004
 

Gli Americani credono ai Re Magi

(Copyright ANSA)

Due americani su tre sono convinti che la nascita di Gesù sia storicamente avvenuta come descritta dalla tradizione. Credono alle apparizioni angeliche, ai pastori, alla stella cometa e all'arrivo dei tre Re Magi, rivela un sondaggio di Newsweek. Inoltre il 79% degli americani crede alla nascita di Gesù da Maria per concepimento dello Spirito Santo. Il sondaggio mostra che il 55% crede che gli avvenimenti sarebbero avvenuti come raccontato nelle Scritture.

posted by luminet | 12:25 | commenti


domenica, dicembre 05, 2004
 

La TV del fetore

di Michele Santoro (Copyright "Il Riformista")

Per fare un albero ci vuole un fiore. Per fare una trasmissione televisiva basta un po' di merda. Un telefilm come "Saranno famosi" veniva prodotto con costi molti alti. Ad esso lavoravano registi, attori, cantanti, ballerini, sceneggiatori, montatori, direttori delle luci. Oggi, per entrare nella casa del "Grande fratello", non devi conoscere a memoria nemmeno la vispa Teresa. Può toccarti di dover scopare in diretta; ma non sei obbligato a prestazioni megagalattiche e, soprattutto, non devi mostrare attributi come quelli di Rocco Siffredi. Soltanto scorreggine, regolari defecazioni e, blob, la melma preziosa del Reality Show si spalma omogenea sulle reti, invadendo qualsiasi programma. E se sei in crisi d'astinenza la puoi trovare a qualsiasi ora del giorno e della notte sul canale dedicato di Sky. Ma domenica scorsa, ragazzi, che orgia ! Sull'Uno ci proponevano di decidere quale fosse l'edizione migliore dell'Isola dei famosi: se quella dell'anno scorso o quella di quest'anno. Sul Cinque chiedevano chi volessimo buttare giù dalla torre tra il primo e l'ultimo "Grande fratello". E' già accaduto ai tempi della Bella epoque che i petomani si esibissero perfino davanti a re e a regine. Ma questa non era un concertino di flautolenze. Era un crescendo di rutti e vaffanculo, una convention con coriandoli di escrementi, un vomito continuo sulle prime file in estasi. E, mentre il pubblico in studio non riusciva a trattenere gridolini di piacere, Maurizio Costanzo e Mara Venier si muovevano con gli stivali nella melma accennando qualche moina tratta dal mestiere più antico del conduttore. Poi, però, rinunciavano e si arrendevano ai vecchi e nuovi concorrenti: alla diarrea della marchesa de Blanque, alla rumorosa stitichezza di Antonella Elia, alla inarrestabile lava di Adriano Pappalardo. Dal salotto di casa sua, il quarto uomo più potente del pianeta si godeva questo miracolo italiano. Una sua creatura. La tv che non costa niente e che trasforma i rifiuti in ricchezza. La tv che non ha più bisogno di star. Bonolis e Scotti; la Palombelli e Schifani; la Gardini e Bondi; Daniela Santanché con il tanga. Tutti naufraghi in un mare di merda. E Rutelli e Fassino ? Staranno al sicuro da un'altra parte ? Il quarto uomo più potente del mondo si apprestava a consumare la cena con animo allegro. Assaggiava con moderazione, senza svuotare il piatto di risotto agli asparagi e le scaloppine ai funghi, sorseggiando un mezzo bicchiere di vino rosso di sua produzione. Ma, alla fine lasciava che il budino al cioccolato galleggiasse nel grande piatto, guarnito di zucchero a vela, intatto. Non aveva più fame e il dolce non lo mangiò.

posted by luminet | 12:23 | commenti


sabato, dicembre 04, 2004
 

Internet: aumentano patti suicidi

(Copyright ANSA)

I patti suicidi sarebbero in aumento a causa di siti internet dove più persone possono incontrarsi e progettare insieme la loro morte. Tre mesi fa in Gran Bretagna due ragazze di 13 e 14 anni che si erano conosciute su internet hanno tentato il suicidio insieme. Una è sopravvissuta, l'altra no. I patti suicidi dilagano anche in Giappone. Per gli psicologi britannici, siti che descrivono in maniera esplicita come suicidarsi possono indurre un comportamento suicida in persone predisposte.

posted by luminet | 11:50 | commenti


venerdì, dicembre 03, 2004
 

Il sesso secondo Bush

di Massimo Gramellini (Copyright "La Stampa")
 
I programmi a sostegno dell’astinenza sessuale che con la modica spesa di 170 milioni di dollari il governo Bush ha diffuso fra gli adolescenti americani contengono informazioni davvero sorprendenti. Per esempio che a toccarsi vicendevolmente i genitali si rischia di rimanere incinta, che il virus dell'Aids è trasmesso, oltre che dal sangue, anche da sudore e lacrime (l'avesse saputo Churchill), che i profilattici funzionano soltanto due volte su tre, che la metà dei ragazzi gay è sieropositiva e che il dieci per cento delle donne che abortiscono diventa sterile e manifesta una propensione spiccata al suicidio. A saperlo prima, e per soli 100 milioni di dollari, avrei messo a disposizione di Bush le memorie di una mia trisavola, convinta che i baci scambiati con troppo impeto tendessero a convertirsi in gravidanze indesiderate. Il governo democraticamente eletto degli Stati Uniti avrà tutto il diritto di usare il denaro dei contribuenti per promuovere l'astinenza invece del preservativo. Ma nessuna vittoria elettorale lo autorizza a raccontare delle frottole, per giunta a pagamento. E' sempre meglio precisarlo, prima che l'armata dei "Teo Con" nostrani, che stanno alla spiritualità come Buttiglione a San Francesco, pensi di importare certi manuali. Perché mentre in America la gioventù ha subodorato il trucco e continua a peccare più o meno allo stesso modo, qui che alle frottole siamo affezionati rischierebbero di avere anche successo ?



posted by luminet | 11:05 | commenti


mercoledì, dicembre 01, 2004
 

Le due Ucraine

Di Enzo Bettiza (Copyright "La Stampa")

Dopo cinque giorni di pacifica irruenza di piazza il dato risulta incontrovertibile. La truffa elettorale, internazionalmente diagnosticata e denunciata dalle massime autorità politiche di Washington e di Bruxelles, è stata infine riconosciuta anche dalla Corte Suprema di Kiev: gli alti magistrati ucraini hanno di fatto annullato il risultato del ballottaggio "congelando" la presunta vittoria del candidato filorusso alla presidenza, il primo ministro Viktor Yanukovich appoggiato dal presidente uscente Kuchma e, quel che più conta e preoccupa, caparbiamente protetto da Vladimir Putin. Lunedì 29 novembre il sinodo della Corte dovrebbe sciogliere ogni riserva e dire al Paese in subbuglio e al mondo perplesso se il vero presidente dell'Ucraina è l'occidentalista Viktor Yushenko oppure se le urne dovranno riaprirsi per un ultimo e definitivo turno. Questa è la terza lotta per l'indipendenza che nei tempi moderni gli ucraini, detti anche "piccoli russi", svolgono per difendersi dalle grinfie dei "grandi russi" e dai fantasmi di una storia ambigua quanto paradossale che di volta in volta li vide ostetrici e vittime dello Stato russo. Il primo tentativo autonomistico durò dal 1917 al 1920, anno in cui una fragile repubblica assembleare d'Ucraina venne inghiottita dalla Russia bolscevica. Il secondo iniziò nel 1991, con il crollo dell'impero sovietico e la nascita della Csi, o Comunità di Stati indipendenti, quando l'Ucraina divenne uno Stato a sovranità limitata molestato e controllato, all'incirca come la Bielorussia, dalla Federazione di Eltsin e poi di Putin. Materie del contendere erano la Crimea, Sebastopoli, la flotta del Mar Nero, gli arsenali nucleari. Il terzo tentativo si sta svolgendo ora sotto i nostri occhi e ci riporta alla mente una quantità di analogie culturali, storiche e politiche. La pericolosa spaccatura tra le due Ucraine, una russificata dell'Est ortodosso e cosacco e l'altra europeizzata e cattolica di un Ovest che a suo tempo fu polacco, lituano, austroungarico, sembra riprodurre come in vitro anacronistico l'annosa disputa tra slavofili e occidentalisti nella Russia ottocentesca. Chissà per chi parteggerebbe oggi un Gogol redivivo, ucraino, affascinato dal cattolicesimo romano, e tuttavia padre fondatore della grande letteratura russa. Poi le masse che assediano i palazzi del potere, che ascoltano e comprendono l'oratoria polacca di Lech Walesa, il vecchio tribuno di Solidarnosc, non evocano forse lo scenario che nella vicina Varsavia vide risorgere una nazione libera e crollare il comunismo d'importazione russa ? Le medesime masse non ricordano anche quelle che nelle ultime ore del Novecento circondarono la Skupstina di Belgrado e misero in crisi l'etnocomunismo di Milosevic ? Infine, il paragone più vicino, più interno all'universo ex sovietico, è quello della Georgia ed è quello che maggiormente sembra angosciare e togliere il sonno agli inquilini del Cremlino. Durante il recente incontro all'Aja coi rappresentanti europei, Putin, che aveva partecipato di persona alla campagna elettorale dello "slavofilo" Yanukovich, ad un certo punto è sbottato dicendo: "Non sono le piazze che possono decidere il destino democratico delle nazioni". In quell'istante il suo pensiero certo correva alla piazza di Tbilisi che un anno fa, proprio sull'onda di un risultato elettorale contestato, aveva esautorato il presidente Shevardnadze, oscillante fra Est ed Ovest, aprendo la strada al giovane Mikhail Saakashvili decisamente filoamericano. Quasi la stessa scena si va ora ripetendo a Kiev dove centinaia di migliaia di dimostranti, sostenuti dall'esempio e dai messaggi di Saakashvili, dagli incitamenti di Walesa, dalle preghiere del Papa di madre ucraina, dai moniti di Colin Powell e di Solana indirizzati a Mosca, fanno capire di essere pronti ad andare se necessario fino in fondo: dalla disobbedienza civile alla guerra civile. L'impressione è che la massa occidentalista che ha votato l'autoproclamato presidente Yushenko sia nettamente maggioritaria nel Paese, che domini la strada e affascini le forze dell'ordine, in attesa che l'Occidente faccia la sua parte e che la rivolta pacifica si fermi sul ciglio dell'insurrezione violenta. Ma l'Occidente, sia americano che europeo, potrà nell'epoca del terrorismo islamico andare oltre la reprimenda verbale e affrontare il rischio di un ritorno alla guerra fredda con una Russia alleata nella lotta al terrorismo ? Soprattutto l'amministrazione del secondo Bush è ambivalente nei confronti di Mosca. L'Ucraina, grande quanto la Francia, coi suoi 50 milioni di litigiosi abitanti, è una patata bollente europea che Washington lascerà infine sulla tavola già ingombra dei Venticinque europei. Nel calcolo globale degli americani, interamente impegnati nella strategia d'uscita dall'Iraq, il rapporto realistico con Mosca conta molto più dei contrasti per Kiev. A questo punto la Polonia, per evitare il caos ucraino alla sua frontiera, si prepara a giocare in proprio un ruolo di mediazione sottile e competente. Probabilmente, dopo il grido di Walesa, saranno le prediche sussurrate dal presidente polacco Kwasniewski all'orecchio dei contendenti ucraini quelle che potranno influire di più sulla crisi: deviandola dallo scontro armato, impedendo l'intervento fraterno russo e scongiurando il pericolo che essa diventi una fotocopia satellitare della Bielorussia del folle veterostalinista Lukascenko. Di più, per ora, non si può azzardare.

posted by luminet | 09:46 | commenti