La Gazzetta del Prione


domenica, novembre 28, 2004
 

Quando si gioca sulla paura

di Michele Serra

"Nessuno può permettersi di toccare un padano". Con questa nerboruta frasetta, per bocca del vicepresidente del Senato della Repubblica Roberto Calderoli, fa il suo esordio la proposta (per ora ufficiosa) di introdurre nel nostro codice penale l'aggravante etnica. A morire sotto il fuoco dei rapinatori non è stato un italiano qualunque, tipo un napoletano di questi giorni di sangue: ma un padano. L'uomo bianco per eccellenza. E tanto giustifica, secondo la Lega, l'emissione di una taglia sugli assassini, offerta direttamente dal Carroccio anche se con qualche inspiegabile timidezza. Sotto il suo wanted Calderoli voleva aggiungere "vivo o morto", ma gli è stato spiegato che la legge italiana, per ora in vigore anche in Padania, lo sconsiglia. Per ora, dunque, niente canapo insaponato. Tra i commenti favorevoli (solo leghisti), semplicemente fantastico quello del capogruppo Cé, cattolico padano, il quale ha dichiarato che l'iniziativa della taglia tende a "rafforzare la comunità educante". Della quale fa sicuramente parte il vicepresidente Bricolo, particolarmente educante quando afferma che "il centrosinistra fa schifo perché difende i delinquenti di tutte le razze". Obiettivo diretto dell'ennesimo sussulto forcaiolo della Lega - a parte lo "schifoso centrosinistra" che ha definito illegale la taglia con il solito stravagante pretesto che è contro la legge - è il ministro degli Interni Pisanu, accusato in sostanza di non proteggere "i padani" dalla delinquenza "venuta da fuori". Quello stesso Pisanu, complice dell'invasione mondialista, corruttrice dei sani costumi locali, che cerca di applicare la Bossi-Fini senza ricorrere alle cannoniere. Secca, fortunatamente, la risposta degli alleati di governo. Forza Italia fa sapere, per bocca di Sandro Bondi, che "bastano le leggi che abbiamo, quelle dello Stato di diritto". E il non padano Storace gli fa eco dicendo che "lo Stato ha le sue leggi, vanno rispettate quelle". L'isolamento della Lega anche dentro il governo (che pure la ospita volentieri) può anche consolare. Ma, anche se sul terreno della rottura della legalità i leghisti ci hanno abituati quasi a tutto, la violenta speculazione politica inscenata attorno all'assassinio di una persona onesta e indifesa mette i brividi. Intanto, ovviamente, perché odora di schietto razzismo ("hanno ucciso un padano"), si spera involontario, per la serie "non sanno quello che dicono". Poi perché è un evidente appello alla giustizia sommaria, il tipico innesco per esaltati e giustizieri di ogni risma. E infine perché non c'è una sola parola, tra quelle pronunciate da Roberto Calderoli, che non confligga scandalosamente con il suo ruolo istituzionale.

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sabato, novembre 27, 2004
 

Doping alla Juventus ? Aveva ragione Zeman

di Marco Travaglio

Pare passato un secolo, da quel giorno di fine luglio del '98 quando Zdenek Zeman dichiarò all'Espresso che il calcio era finito in farmacia. Gli diedero del pazzo, del calunniatore, del visionario, assicurando che "nel mondo del pallone il doping non esiste". Poi si capì che non lo cercavano, per questo - ufficialmente - non esisteva. E saltò il laboratorio Coni dell'Acqua Acetosa. Ora, per la prima volta nella storia del calcio italiano (e non solo), una società viene condannata per doping. Ed è la più prestigiosa e blasonata d'Europa: la Juventus. Questa, al di là delle analisi e delle sottigliezze sul dispositivo della sentenza emessa stamane dal giudice Giuseppe Casalbore, è la sostanza dell'ultimo atto del processo di primo grado all'amministratore delegato bianconero Antonio Giraudo (assolto) e al capo dello staff medico Riccardo Agricola (condannato). Pienamente confermato il cuore dell'accusa, sostenuta con pazienza e determinazione in questi anni dal procuratore aggiunto Raffaele Guariniello e dai suoi sostituti Sara Panelli e Gianfranco Colace. L'accusa principale intorno a cui sono ruotati questi sei anni di indagini, udienza preliminare e dibattimento era la frode sportiva mediante "somministrazione sistematica di eritropoietina" (la famigerata e vietatissima Epo) e mediante l'abuso di farmaci su atleti sani. Quest'accusa, dislocata alle lettere g), h) e i) del capo d'imputazione, è stata ritenuta fondata dal giudice a carico del dottor Agricola. Sia sul versante della frode sportiva, in base alla legge 401 del 1989 (che punisce chi compie atti fraudolenti per alterare i risultati delle competizioni sportive), sia su quello della somministrazione di farmaci e creatina in maniera pericolosa per la salute degli atleti (articolo 445 del Codice penale). Traduzione: secondo il Tribunale di Torino, la Juventus ha "dopato" i suoi giocatori con l'Epo e altri farmaci, in parte vietati, in parte leciti ma solo per curare patologie (in questo caso inesistenti), nelle stagioni comprese fra il 1994 al 1998. Le prime quattro stagioni dell'era Lippi, sotto la regia della nuova dirigenza Giraudo-Moggi-Bettega, contrassegnate da una messe di successi (una Champions League e tre scudetti). Ora su quei titoli sportivi si pronunceranno i giudici della Federcalcio e dell'Uefa, sempreché la condanna di Agricola "regga" dinanzi alla Corte d'appello, alla quale i difensori hanno già annunciato ricorso. Il giudice Casalbore, smentendo le insinuazioni di alcuni difensori che lo dipingevano come "appiattito" sulle posizioni dei pubblici ministeri, ha emesso un verdetto complesso, che per essere compreso appieno richiederà un'attenta lettura delle motivazioni (arriveranno fra tre mesi). Ma che già emerge con sufficiente chiarezza. Sul doping e sulla conseguente accusa di mettere a repentaglio la salute dei giocatori, Giraudo viene assolto con la formula del comma 2 dell'articolo 530 del Codice di procedura penale: quella che assorbe la vecchia insufficienza di prove ("quando la prova è contraddittoria o insufficiente"). Nel processo, secondo il Tribunale, non sono emersi elementi bastanti a dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio che l'amministratore delegato sapesse quel che faceva Agricola. Fino all'ultimo i pm avevano valutato la possibilità di chiedere l'assoluzione di Giraudo, ma poi avevano optato per una richiesta di condanna, sia pure più blanda rispetto ad Agricola, sulla base di una "prova logica", indiziaria: visti i costi abnormi dell'Epo, era impensabile che il medico li sostenesse senza avvertire il suo diretto superiore, che stanziava i fondi per i medicinali e firmava i bilanci. Per il giudice, tutto questo non basta. Mancano le impronte digitali, cioè documenti o testimonianze che assicurino che Giraudo era d'accordo (nell'arringa, i suoi difensori avevano osservato che, semmai, il medico rispondeva al direttore sportivo Luciano Moggi, non all'amministratore delegato). In ogni caso è di Agricola e delle sue pratiche che si è parlato soprattutto in questi tre anni di dibattimento. Non di Giraudo. Insieme alla frode sportiva e alla somministrazione dannosa di farmaci, i due imputati erano accusati anche di falso materiale, per la strana triangolazione di ricette con cui la Juventus - complice il farmacista Rossano - si procurava medicinali a esclusivo uso ospedaliero. Anche questa accusa è stata confermata, ma solo per Rossano (che ha patteggiato 5 mesi), mentre Giraudo è stato assolto con formula piena e Agricola con formula "dubitativa" (il solito art. 530 comma 2). Un'altra, la creazione di una farmacia abusiva contro la legge 538/92, è caduta in prescrizione. Per le tre imputazioni minori (presunta violazione della legge 626/94 sulla sicurezza nei luoghi di lavoro e presunti test irregolari sull'Aids e sul testosterone sui calciatori), invece, è scattata l'assoluzione piena. Tutto questo, per l'avvocato Luigi Chiappero (difensore di Agricola insieme a Emiliana Olivieri), è un "pareggio in trasferta". Metafora infelice, visto che il capo g) per cui Agricola è stato condannato a 1 anno e 10 mesi di reclusione recita testualmente: "... aver sottoposto i giocatori a metodi doping proibiti e in particolare la somministrazione di specialità medicinali atte a stimolare l'eritropoiesi quali l'eritropoietina umana ricombinata a pratiche di tipo trasfusionali, ricorrendone il divieto", il tutto "dal luglio 1994 all'ottobre 1998". Per una sentenza così infamante, forse, è più appropriato il commento di un altro avvocato, Paolo Trofino, che difende Giraudo insieme ad Anna Chiusano: "Abbiamo segnato un bel gol con Giraudo, ma con Agricola abbiamo perso la partita".

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venerdì, novembre 26, 2004
 

Il lavoro fa cinquemila vittime al giorno in tutto il mondo

(Copyright "La Repubblica")

Cinquemila morti al giorno. Sono le persone che in tutto il mondo muoiono per incidenti o malattie legate al lavoro. In Italia i numeri delle vittime del lavoro di aggirano sui quattro al giorno, vale a dire 1.400 all'anno. Sono queste le stime dell'Organizzazione internazionale del lavoro che oggi sono state diffuse dall'Inail in occasione della presentazione della sesta edizione del "Work Congress", a Roma dal 30 novembre al 3 dicembre, con l'obiettivo di rilanciare a livello internazionale la cultura della sicurezza sui luoghi di lavoro. Il numero certo è di tremila decessi al giorno, ma senz'altro è in difetto considerando le difficoltà che si registrano in alcuni Paesi nel rilevare i dati. Da qui la stima della stessa Organizzazione internazionale del lavoro di cinquemila morti. Non solo: ogni anno 270 milioni di persone sono coinvolte in incidenti e circa 160 milioni sono affette da malattie legate all'attività lavorativa. Un quadro, dunque, allarmante che riguarda anche l'Italia dove, tuttavia, ha tenuto a precisare il presidente dell'Inail, Vincenzo Mungari, "la media degli incidenti sul lavoro è migliore rispetto a quella europea". Nel nostro Paese si registrano quattro morti al giorno, cioè oltre 1.400 l'anno. Enorme il costo sociale dei decessi e degli infortuni: il 3% del Pil, la stessa percentuale che si rileva in Germania e Francia. "La sfida nella lotta contro gli infortuni sul lavoro - ha spiegato Mungari - è quella di costruire un modello vincente di prevenzione valido per qualsiasi realtà lavorativa, all'interno di ogni Paese del mondo. Ogni nazione, anche quella economicamente e tecnologicamente più sviluppata, ha la necessità del confronto continuo, perché il lavoro si globalizza e si trasforma continuamente". L'appuntamento è, quindi, al Palazzo dei Congressi la prossima settimana. La partecipazione al forum internazionale sarà di oltre 700 persone provenienti da tutti i continenti, per la prima volta saranno presenti anche rappresentanti dell' Africa e del Sud America. Previsti più di 200 interventi da rappresentanti dei più importanti organismi internazionali del settore.

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giovedì, novembre 25, 2004
 

L’eterna fuga del "mago degli assegni"

(Copyright "La Stampa")

E’ riuscito per cinque anni a fuggire da tutto e da tutti, vivendo in alberghi e residence di alto livello in mezza Italia. Alloggiava per lunghi periodi, gentile e simpatico con gli uscieri, ma se ne andava senza mai pagare un centesimo. Negli ultimi due anni - ricercato ormai in diverse regioni - il "mago degli assegni" aveva deciso di vivere sui treni. Non come un barbone, ma da signore: ben vestito e curato, riponeva ogni sera gli abiti piegati e tirava fuori dalla valigia blu il pigiama e le ciabatte, addormentandosi nelle comode cuccette di prima classe. I treni erano diventati la sua casa e il suo ufficio, il posto in cui dormire e "lavorare": oggi un portafoglio, domani una borsa. E se un controllore lo "pinzava" senza biglietto, Salvatore Frungillo, napoletano, 53 anni, di professione cameriere, non si scomponeva. Tirava fuori la carta d’identità e la porgeva con un sorriso: "Signo’, abbiate pazienza, può capitare a tutti di perdere il biglietto. Non so più dov’è, me l’avranno rubato. E’ giusto, è giusto: mi faccia la multa. Mi raccomando: Frungillo, con due elle. Non sbagli il cognome, ché mi dà fastidio assai". In realtà, il cameriere napoletano Frungillo non è mai esistito. Il nome e il volto di quella carta d’identità, finiti chissà quante volte sui verbali di Trenitalia, era Pasquale Corallo, cinquantatré anni, originario sì di Napoli, ma cresciuto e sposato a Torino, senza essere mai stato neppure un giorno cameriere. Ed è proprio a Torino che i carabinieri del Reparto Operativo lo hanno arrestato l’altra mattina. Tradito dall’amore per i figli. Era appena arrivato alla stazione Lingotto su un intercity proveniente da Genova. Un paio di ore (il tempo di salutare la figlia diciassettenne davanti a scuola) e sarebbe ripartito per Roma. Invece i carabinieri lo hanno aspettato in stazione. "Lei è Salvatore Frungillo ?", gli hanno chiesto sulla pensilina, aprendo quella carta d’identità tra il viavai frettoloso dei pendolari. "Sì, certo, e chi volete che sia ?". Ma il vecchio maresciallo della sezione catturandi mentre lo fissava negli occhi stava già sorridendo. "Se invece le dico che lei si chiama Pasquale Corallo che mi risponde ?", ha chiesto il maresciallo. E alla napoletana, con un mezzo sorriso, "che siete stato bravo, marescia’". Sulla sua testa pendeva una condanna a tre anni e nove mesi di carcere - emessa dalla procura di Torino e divenuta esecutiva - per una lunga serie di truffe. Soprattutto attraverso assegni rubati: con un carnet in bianco e il documento falso, Corallo è riuscito a campare per cinque anni. Negozi di abbigliamento, alberghi, residence, tabaccai, ristoranti. In Lombardia, Piemonte, Liguria ed Emilia Romagna. Fin giù, nelle Marche e in Campania. Una lunga scia di creditori sparsi ovunque, da cui nascondersi. Serviva un vestito nuovo ? Bastava entrare e chiacchierare un po’ con la commessa, vantando amicizie e conoscenze. Con una scusa usciva con maglie, giacche, pantaloni. Bisognava telefonare ? A Loreto, un tabaccaio lo ricorda bene: "Con un assegno falso mi ha fregato più di 450 euro di tessere". L’estate scorsa si è concesso anche una vacanza, in un bel residence nelle Marche, con tivù e frigo-bar in camera. Dopo quaranta giorni è sparito, lasciando un conto da qualche migliaio di euro. Rientrato a Torino per salutare i figli, all’inizio dell’anno scolastico, ha girato per un giorno intero su un taxi, tutto per lui. "Accidenti - disse la sera all’autista -, mi sono dimenticato di dirti che non ti posso pagare perchè i soldi non li ho". E prima che il tassista potesse capire, lui era già sceso, sparendo a piedi in mezzo al traffico. Ma l’impresa che più lo fa ridere - ha confessato al maresciallo, mentre scrivevano il verbale d’arresto - è quella dell’assicurazione. "Marescia’, 3500 euro, si rende conto ? - ha attaccato ridendo -. A Napoli, qualche anno fa, ero su un pullman dei trasporti pubblici che fu tamponato. Finimmo tutti a terra. L’assicurazione risarcì quei soldi a Salvatore Frungillo, cameriere. Che sarei io". Pasquale Corallo ha sempre vissuto così: con i soldi degli altri e il sorriso sulle labbra, inventandosi ogni giorno una truffa diversa. Guardando il mondo, da cinque anni, correre veloce dietro un finestrino. "Non ha mai avuto un impiego, mai lavorato un giorno in vita sua", raccontano due dei cinque figli che oggi vivono con la madre, in una casa popolare di un quartiere di periferia. "Però non ha mai fatto del male a nessuno. E’ simpatico, ci fa ridere, a modo suo ci vuole bene. La mamma le ha provate tutte, ma dal ‘99 ha deciso che non ne poteva più. Era arrivato a truffare e spillare soldi anche ai parenti e ai genitori dei miei compagni di classe. L’ultima volta che l’ho visto ? L’altra mattina a scuola, perchè a casa non può mettere piede: ha una diffida. Così, spesso lo incontriamo prima di entrare a lezione. L’ho visto dimagrito, stanco. Mi ha detto che per dormire, a volte, viaggia anche sui pullman, da capolinea a capolinea". Ora avrà il tempo di riposare. E anche vicino a casa: il carcere è solo dall’altra parte della città.

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mercoledì, novembre 24, 2004
 

Perquisizioni alla Impregilo. Romiti e Gemina nella bufera

(Copyright "La Repubblica")

Un ciclone si abbatte su Impregilo, la principale azienda italiana di costruzioni che fa capo a Piergiorgio Romiti, figlio di Cesare. La procura di Monza ha avviato un'indagine e ha iscritto nel registro degli indagati cinque amministratori ai vertici del gruppo. Tra questi il presidente, Paolo Savona, e l'amministratore delegato Piergiorgio Romiti. La famiglia Romiti è anche azionista di maggioranza della società di costruzioni attraverso la holding Gemina. Le ipotesi di reato sarebbero falso in bilancio, false fatturazioni e false comunicazioni sociali. Non appena è giunta la notizia che la Guardia di finanza questa mattina ha avviato le perquisizioni nella sede del gruppo, il titolo è stato sospeso a Piazza Affari. Gemina è crollata del 9%. I bond di Impregilo sono in caduta libera e perdono circa la metà del loro valore. Nel pomeriggio il quartier generale della società, con un comunicato, ha negato ogni accusa sostenendo che non esiste alcuna contestazione di false fatturazioni negli avvisi di garanzia notificati ai vertici del gruppo Impregilo. Una nota della società precisa che la notizia è "infondata" e che "il Gruppo Impregilo ritiene di aver adottato corretti criteri di valutazione nella redazione dei bilanci e di averne fatta adeguata menzione nei bilanci stessi". Le indagini sarebbero in corso da qualche mese e l'analisi incrociata di tabulati telefonici, intercettazioni e bilanci avrebbe fatto emergere comunicazioni sociali redatte proprio per nascondere i reali conti dell'impresa. La Guardia di finanza ha portato in Procura otto scatoloni contenenti documentazione acquisita nelle perquisizioni. Per il momento il pm Walter Mapelli non avrebbe intenzione di interrogare nessuno. Le Fiamme gialle di Monza hanno anche effettuato perquisizioni mirate, cioè con la richiesta di esibire le certificazioni dei bilanci del 2003 e degli anni precedenti di Impregilo, nelle sedi delle società di revisione Deloitte & Touche e Ernst & Young. Al centro delle indagini, la presunta mancata "attualizzazione" di 296 milioni di crediti che la società ha inserito in una posta di bilancio del 2003. Crediti che avanzava nei confronti di Imprepar, una sua controllata, e di altre società. Gli inquirenti mirano ad accertare se la posta di bilancio sia stata correttamente utilizzata e se i 296 milioni siano stati inseriti in modo corretto. Per il momento il giudizio è arrivato dai mercati. Se la sospensione decisa da Borsa Italiana del titolo Impregilo ha evitato conseguenze dirette sulle quotazioni della società, a farne le spese è stata la holding Gemina, che controlla il 20,325% della società, che è scivolata del 9,66% a 0,8989 euro. In flessione anche le quotazioni delle obbligazioni Impregilo che tuttavia in chiusura sono risalite dai minimi di seduta. Sia il bond a tasso fisso, che i due variabili (in scadenza nel maggio e giungo 2005) sono scesi nel corso della giornata, per poi chiudere tra 59,5/79,5 e 63/79 punti.



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sabato, novembre 20, 2004
 

Il disperato balletto delle poltrone

(Copyright "La Repubblica")

Doveva essere "il nuovo inizio". Sta diventando "il grande baratto". Al mercatino della Casa delle Libertà Silvio Berlusconi scambia la poltrona di ministro degli Esteri per Gianfranco Fini con il via libera di An alla rimodulazione dell'Irpef nel 2005. E' una mossa politicamente disperata: il quarto inquilino della Farnesina in tre anni non suggerisce propriamente l'idea di un governo stabile e coeso. Ma è una mossa umanamente comprensibile. Il Cavaliere ha investito tutto il suo patrimonio leaderistico sulla riforma fiscale "reaganiana", che Tremonti aveva approntato nel 2001 e che era l'architrave ideologica, liberista e antistatalista, sulla quale si reggeva il suo progetto di centrodestra "rivoluzionario". Era la versione, ante litteram e casareccia, di quella che poi sarebbe diventata la ownership society di Bush. Quella riforma, tre anni e mezzo fa, era il primo punto del contratto con gli italiani: "meno tasse per tutti". E oggi che persino il Wall Street Journal scrive "quel contratto è ormai rotto", e i sondaggi registrano l'ineluttabile crollo di consensi per il Polo, è naturale che Berlusconi non si rassegni, e cerchi di recuperare "lo spirito del 2001". Per farlo, deve rivedere gli equilibri dell'alleanza, e deve forzare i vincoli della finanza. Il "prezzo" del recupero, posto che riesca, è comunque altissimo. Il governo, con l'operazione Fini alla Farnesina, non si rafforza affatto. Le modalità formali di questo avvicendamento tra Frattini e il leader di An sono state tortuose e sofferte. Al punto tale da offuscarne del tutto la sostanza e la portata politica. Appena un mese fa Fini aveva avvertito il Cavaliere: "Serve un nuovo patto" e serve anche "un nuovo governo che lo realizzi di qui alla fine della legislatura". Era l'idea del "nuovo inizio", appunto, che il leader di An aveva coltivato insieme a Marco Follini. Presupponeva una "ridefinzione realistica" delle strategie: niente più "sogni irraggiungibili", come la riduzione generalizzata delle tasse, ma poche cose visibili e praticabili per i cittadini. E soprattutto un "Berlusconi-bis" che, rafforzato e rilegittimato da un passaggio parlamentare, sancisse l'ingresso condiviso di tutti i leader nella nuova compagine di governo. Al servizio di un progetto delimitato nel tempo ma finalmente più chiaro e definito negli obiettivi. Si è verificato l'esatto opposto di quello che Fini aveva chiesto. In poco più di una settimana il Cavaliere ha detto tutto e il contrario di tutto. Prima ha annunciato "cambiamenti nella squadra". Poi se li è rimangiati, smentendo "ogni ipotesi di un Berlusconi-bis". Ha proclamato concluso l'accordo sulle tasse, sgravi sull'Irap subito, sgravi Irpef rinviati al 2005. Ha spiegato: "Di più non possiamo fare". Due giorni dopo ci ha ripensato: "Dobbiamo fare di più". E ha cominciato a sbraitare contro gli alleati "traditori del Polo", contro i pavidi "eurofurbi" di Bruxelles, contro gli infidi "ragionieri" del Tesoro. Viene in mente un antico motto in uso tra i politici americani: se i fatti sono contro di te contesta la legge, se la legge è contro di te contesta i fatti, se i fatti e la legge sono contro di te strilla come un dannato. E' quello che ha fatto Berlusconi. Ha spazzato via il suo momentaneo Termidoro. Si è riscoperto il Robespierre all'incontrario di qualche anno fa. E' entrato nel cerchio di fuoco, con una logica da "muoia Sansone con tutti i filistei". Pronto a giocarsi le prossime elezioni finanziando la riforma fiscale "anche in deficit". Pronto a dichiarare guerra "all'Europa di Maastricht". Ha trasformato il suo slogan mediatico (meno tasse per tutti) in una superstizione politica. E a chi nella coalizione è più debole ma gli resiste (cioè a Fini) ha proposto il grande baratto: una superstizione (gli sconti Irpef) in cambio di una promozione (il ministero degli Esteri). Il leader di An dice di non condividere l'avventura di una riforma fiscale senza copertura. Dice di non accettare un braccio di ferro con Bruxelles sul Patto di stabilità. Avrebbe dovuto rifiutare questo scambio politicamente perverso. Avrebbe dovuto dire "no grazie, An resta nella maggioranza, ma io a questo punto preferisco uscire dal governo". Invece ha accettato, per non perdere la faccia di fronte alla sua gente. Ma approda alla Farnesina in modo indecoroso, quasi deprimente. La sua "promozione" non è quella che aveva sognato: il coronamento di un cursus honorum, il giusto tributo a un leader ex-fascista che ha percorso le tappe di uno sdoganamento storico-culturale e di una ridefinizione identitaria e che oggi è riconosciuto come l'uomo più adatto a rappresentare l'Italia nei grandi consessi internazionali. La sua "promozione", invece, è soltanto un altro ticket da versare al Cavaliere, per restare in corsa insieme a lui e per non subire l'ennesima umiliazione dentro un partito confuso come An, sul quale già da tempo fatica ad esercitare la sua leadership. Per questo, oggi, il governo non appare più solido e coeso. E la maggioranza non è più compatta. Fini incassa una vittoria di Pirro. Follini evita per l'ennesima volta l'ingaggio da vicepremier, e si sente sempre più estraneo e lontano da una coalizione che di lui non si fida, e di cui lui non si fida. E Berlusconi, per non rinunciare alla sua superstizione, è costretto a tenere sempre aperto il mercatino della Casa delle Libertà. Ventilando ulteriori, improbabili scambi. Baccini ministro delle Politiche comunitarie al posto di Buttiglione spostato alla Funzione pubblica, per azzardare l'ultima offerta all'Udc. Oppure Formigoni ministro del Welfare e Maroni governatore della Lombardia, per blandire ancora la Lega. Implementando, dopo la nona sostituzione nella squadra di governo in appena tre anni e mezzo di legislatura, un'inedita formula istituzionale: il rimpasto a rate, o il rimpasto continuo. Non era questo, il grande condottiero e l'Imprenditore d'Italia al quale gli elettori avevano creduto nel 2001. Viene in mente una delle leggendarie leggi di Murphy: "Sono il loro leader, devo seguirli".

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venerdì, novembre 19, 2004
 

Discriminazioni ambientali
 
di Massimo Gramellini (Copyright "La Stampa")
 
Perchè in questi giorni la classe dirigente si accapiglia su temi come l'omosessualità, che hanno saturato il pubblico fino alla nausea, e non dedica un'oncia della sua saggezza ai seicento abitanti di un'isola dell'Alaska costretti all'emigrazione dallo scioglimento dei ghiacci su cui poggiano le loro case ? Fossero stati vittime di una discriminazione politica o sessuale, avrebbero acceso indignazioni planetarie. Poiché sono solo i primi rifugiati ambientali della storia umana, cavie di un destino che potrebbe riguardarci tutti, l'opinione dominante li derubrica a curiosità di colore. Possiamo continuare a raccontarci la favola che i cittadini del mondo, per paura o fatalismo, non vogliono sentir parlare del problema e preferiscono distrarsi con dispute scolastiche (a livello psicologico, una discriminazione pro o contro i gay esisterà sempre, perché nessuno, neanche un gay, riesce ad accostarsi a un gay senza pensare che è gay). Ma sarebbe, appunto, una favola. Mai come oggi le persone hanno desiderato informarsi sullo stato dell'ambiente: lo dimostra l'affollamento dei siti Internet. Sono i potenti che, pur di non mettere in discussione le storture di un turbocapitalismo senza controllo che ormai fa orrore a qualunque vero liberale, preferiscono ignorare i segnali sempre più incalzanti che la natura regala agli uomini, etero e gay, nella speranza che capiscano che è scattato l'allarme rosso: il momento in cui non si può più pensare a nient'altro, se non a come correre ai ripari.





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mercoledì, novembre 17, 2004
 

"Sono diventata atea a vent'anni. Non credo in nulla. Penso che l'anima sia il cervello. Non credo nell'aldilà: le nostre molecole serviranno a costruire qualcosa d'altro. Quando sarò morta non ci sarò più e non me ne frega nulla. Io vivo bene. Faccio il lavoro che mi piace e la religione mi sembra un'invenzione fatta per tranquillizzare la gente che ha paura di morire".

Margherita Hack

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martedì, novembre 16, 2004
 

"Quella di Bush è la vittoria del fondamentalismo cristiano, ovvero una minaccia peggiore delle carestie e del degrado ambientale, peggiore di tutto. La verità è che nel nostro grande paese i neri rappresentano il dieci per cento della popolazione, gli ebrei un quarto dell'uno per cento, i latinoamericani il tredici per cento, ma la maggioranza è bianca e cristiana e sono loro che hanno in mano il potere. Una volta c'erano i Ghandi, i Churchill, i De Gaulle, persino Carter: non sarà stato eccezionale, ma almeno era un uomo d'onore. Oggi le grandi personalità sono scomparse. E sei sei grande e hai coraggio ti ammazzano come è successo a Rabin".

John Landis

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domenica, novembre 14, 2004
 

Zeman: "Il doping c'è ancora. Oggi ci sono sostanze nuove"

(Copyright "La Repubblica")

Era il 1998. Zeman puntava il dito contro la Juve accusando il club bianconero di fare uso di dooping. Seguirono polemiche durissime. Oggi, a distanza di anni, Zednek Zeman ritrova, ancora una volta, la Juventus. Il gruppo Capello scende in Puglia per una partita delicata. Ma il ricordo delle polemiche passate monopolizza l'attesa. Da allora Zeman non è cambiato. Toni pacati e parole pesanti. Il tecnico boemo ne ha per tutto il calcio italiano, reo a suo avviso di versare nelle stesse condizioni di sei anni fa, quando la denuncia sui farmaci entrati nel mondo del pallone causò uno scandalo e mosse il pm Guariniello. Ora, se possibile, è peggio dice Zeman: "La situazione è la stessa del '98, e finanziariamente il calcio italiano ha dei problemi. Ma il doping è andato avanti, si possono prendere anche altre sostanze...". Nessuna accusa diretta. Nessun nome. Solo una frase che sembra una battuta macabra: "I calciatori sono vittime, non sono morti, siamo fortunati...". Zeman lancia semmai frecciate a Capello per le sue denunce "romaniste" dettate da necessità calcistiche, e poi alle altre squadre che hanno fatto uso di farmaci senza trovare un giudice pronto a indagare, e ancora a chi ha somministrato quei farmaci ai calciatori. Nega di avere un conto aperto con la Juve, il tecnico boemo. Che a Del Piero manda a dire: "Non sono un suo nemico. I giocatori non c'entrano. Le responsabilità sono diverse. Io poi non ho parlato di doping ma di abuso di farmaci e le colpe vanno ricercate in chi ha dato i farmaci". Una denuncia, quella, che mosse le acque ma che in fondo, a giudizio dello stesso allenatore del Lecce, non ha cambiato un granché le cose. "Altre squadre - afferma Zeman - penso che abbiamo fatto uso di farmaci: solo che mentre la Procura di Torino ha avviato accertamenti altre Procure non si sono mosse". Nessun problema personale con la Juve. Prenderebbe un caffè con Moggi ? "Quando ho voglia di prendere un caffè lo prendo con chiunque", è la risposta. E Capello ? E le denunce che lo stesso allenatore della Juve fece sulle stesse questioni, quando allenava la Roma ? "Io le mie denunce non le ho fatte dopo aver perduto una partita. Le ho fatte perché lo ritenevo giusto per la salute dei calciatori".



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sabato, novembre 13, 2004
 

Vita, opere, miracoli di Mr. Geox

(Copyright "L’Unità")

Perché ostinarsi a chiamarlo Mister Geox ? No, no, lui è decisamente oltre: "Ciao amico, sono Magic Geox !", dice Mario Moretti Polegato ai suoi piccoli clienti. Emana qualche sbuffo di vapore sospetto dai piedi, qualche altro dalle spalle, ripete entusiasta tra le nuvolette: "Sono Magic Geox, l’inventore della scarpa che respira !". Oddio, è solo un cartone animato pubblicitario sconosciuto ai più, ma il "Pol" è inconfondibile. Mascellona prominente, ciuffo rockettaro, occhiali strambi, tutina da Nembo Kid con una grande G al posto della S: Polegato, il supereroe padano pronto a volare in soccorso dei corpi accaldati, dei piedi piagati, a combattere i cattivoni, gli odori corporei, il sudore da afa, i funghi plantari. Un genio della scarpa che sogna di sconfiggere, in Borsa e nei negozi, l’altro scarparo di moda, Diego Della Valle con le sue Tod’s. L’abito fa il monaco, a Nordest. O forse il monaco fa l’abito. Benetton colpiva le fantasie coi maglioni casual, gli occhialini rotondi, le foto desnude. Polegato, il suo vicino di casa ed omologo nel regno delle scarpe, si affida a straordinari occhialini affilati e multicolori che disegna in proprio. Lontano dai riflettori, dicono che ami le giacche di pelle sfrangiate, per andare, in rombante supercar sportiva giallo acceso, in balera e scatenarsi nel tango. Montebelluna, dove sta, ha questa vena di bizzarria. E' l’unico paese d’Italia ad aver dato la cittadinanza onoraria a Little Tony, che sale in Cadillac ogni anno, riveritissimo. Insomma: Magic Geox una certa aura scapigliata, alternativa, ce l’ha, come tanti suoi colleghi di scarpe, jeans, maglioni da queste parti. Sarà per questo che ispira tanto, nella locale sinistra, politica e sindacale ? Non c’è convegno economico a nordest in cui il "Pol" non sia citato come esempio, l’unico praticamente, di delocalizzazione "buona", il faro che potrebbe orientare il futuro, prima idee e ricerca poi produzione, fabbricazione all’estero ma cervello in Italia, perfino ricadute occupazionali dall’est sul nordest, e non viceversa. Aggiungi che ha - o dovrebbe avere, perché qui le notizie cominciano a sfumare contorno - un "gruppo di sorveglianza morale", una pattuglia di caschi blu che si sposta continuamente tra le infinite fabbriche Geox del mondo, a verificare che siano rispettate le norme internazionali sul lavoro. E prossimamente un "comitato etico", con l’augusta presenza di Joaquin Navarro-Valls, il portavoce del Papa. Quindi, sistema di relazioni sindacali all’avanguardia ? Piano. Cosa accada, nel regno Geox, nessun sindacato lo sa. Il sindacato non c’è. Tra i cinque-seicento tecnici ed operai specializzati della sede trevigiana, dove si fanno modelli, prototipi e preserie, la Cgil conta due iscritti, Cisl e Uil siamo là. E' capitato qualche sporadico caso di dipendenti rivoltisi al sindacato per contenziosi: si sono risolti tutti con dimissioni incentivate. Ogni tanto arrivano a Treviso delegazioni di sindacalisti romeni, e qualche prete di là, a descrivere come gli imprenditori nordestini siano poco attenti - è un eufemismo - ai diritti dei lavoratori. Anche Magic Geox, maggior imprenditore di Timisoara e console onorario della Romania ? Mah. Non si sa bene: perché pure là il sindacato non è riuscito a metter piede in azienda. Ci aveva provato un operaio, a formare il consiglio di fabbrica Geox a Timisoara. E' stato licenziato per "furto". Si è rivolto alla magistratura, ha perso. Adesso è in Spagna, rifugiato politico. Come funzioni la Geox rumena, dove si fa la totalità delle suole traforate e respiranti, lo ha descritto, un anno fa, una delegazione dell’università di Venezia: "Si lavora 24 ore al giorno, su due turni di 12 ore per turno. Le dipendenti sono tutte donne, perché più affidabili". La Romania è uno dei pochi paesi al mondo in cui le Geox non sono vendute: neanche le paia "difettate". Che si tengano i piedi puzzolenti. Il Pol, ai suoi piedi, deve tutto. Devono essere piedi disgustosi, da come li racconta golosamente ad ogni intervista, quanto meno problematici, pronti al sudore, alla macerazione istantanea. E' così che una dozzina di anni fa trovandosi nei bollori di Reno, Nevada, ancora nella veste di enologo dei vigneti di famiglia, con un paio di scarpe sportive addosso, i piedi gli si sono istantaneamente ribellati, piagati, boccheggianti, e lui ha dovuto praticargli una sorta di tracheotomia forando le suole con un coltello - faceva prima a cambiar scarpa, ma tant’è. Da lì la folgorazione, le ricerche, la scoperta ed il perfezionamento delle membrane della Nasa - straordinaria l’idea di uno sconosciuto vignaiolo trevigiano che accede istantaneamente alle stanze degli scienziati spaziali Usa - e tutto il mito ormai consolidato sulla geoxgenesi. Comunque sia andata all’origine, inventiva e caparbietà ci sono, in questa ascesa a razzo: ultimo caso, forse irripetibile, con tutti i crismi dell’imprenditorialità nordestina. Nordestino è anche il contorno, diciamo così, politico. Nei primi anni, Magic Geox passa per simpatizzante leghista, come molti suoi colleghi: tutti lo scrivono, lui non lo nega, "la Lega ha il merito storico di avere rotto col passato". La cassaforte di famiglia si chiama "Iniziative Padane", se può essere un indizio. Protesta come tutti, per le tasse, la burocrazia, gli uffici Iva, soprattutto le strade che mancano - un pallino: adesso sta tempestando in Romania, per fare nuove arterie da Timisoara verso Treviso. Diventa un fiero partecipe della Confindustria a gestione D’Amato, più di recente è tra i grandi sponsor di Nicola Tognana nello scontro con Montezemolo, cene su cene di Vip a Villa Sandi, e lui, il "Pol", giudica: "Tognana è un uomo da azienda, non da salotti". Salvo sprofondare negli apprezzamenti dell’uomo da salotti, dopo la sua vittoria: "Montezemolo è un professionista d’altissimo livello". Con quelle scarpe, si casca sempre in piedi. Dev’essere un’idea fissa dei trevigiani, perché mentre Magic Geox partiva con le suole traforate, nella confinante Lotto-Stonefly inventavano la scarpa con sfogo a valvole, un metodo alternativo e ugualmente di successo. Ne sono scaturiti epici conflitti giudiziari per concorrenza sleale, il "Pol" li ha persi tutti, ma alla fine sono entrambi lanciatissimi. Adesso Andrea Tomat, l’uomo delle scarpe a valvola, è il nuovo presidente di Unindustria trevigiana, e Magic Geox schizza verso la Borsa, con garanzie mirabolanti sulla futura crescita del suo gruppo, sarà sicuramente la borsa che respira.

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mercoledì, novembre 10, 2004
 

La pasionaria della griffe

(Copyright "La Stampa")

Suha Arafat è una che non dimentica molto facilmente e non solo il numero dei conti bancari che custodiscono il tesoro di Arafat, al centro, in questi giorni, di un macabro duello, tra lei e i vertici Olp. Suha non dimentica di essere stata osteggiata per anni nel suo ruolo di aspirante first lady palestinese dal clan del marito. Nemico numero uno: Abu Mazen, artefice degli accordi di pace di Oslo del 1993, ambizioni da rais, il principale mittente delle accuse di Suha: "Volete seppellire vivo mio marito". L’antipatia della moglie di Arafat per Abu Mazen, assolutamente contraccambiata, risale a undici anni fa, in occasione della cerimonia della firma degli accordi di Washington. Suha era pronta per partire, con tanto di lettera ufficiale di invito di Hillary Clinton. A Tunisi, il giorno prima della partenza, è lei stessa a raccontare: "Che cosa fa una donna alla vigilia di un viaggio così ? Va dal parrucchiere". Coiffeur che si chiamava Henry e che le fece una pettinatura capace di reggere bene alle lunghe ore di viaggio. Ma proprio mentre l’acconciatura procedeva, tra un colpo di lacca e uno di phon, suona il telefono: "Era per me, uno dei ministri dell’Olp mi chiedeva di passare subito da lui per una comunicazione importante". Solo tre parole: "Non puoi venire". Suha chiede spiegazioni, cercano di darle mezze risposte, ma all’insistenza della donna pettinatissima le urlano: "Suha, non vogliono che tu venga !". Un veto imposto proprio da Abu Mazen, che ha annunciato ad Arafat: "O lei o io". Lei è quella che lui non chiama mai per nome, né tantomeno con il nuovo cognome. Per lui è sempre e solo "quella giovane bionda". Lo scrittore di Gerusalemme Amnon Kapeliouk nel suo libro "Arafat l’irriducibile" (Ponte alle Grazie) racconta che saranno le mogli di Abu Mazen e di Abu Ala a convincerla a disfare le valigie piene di tailleur fatti fare per l’occasione. Suha piange, si dispera, cerca di fare leva sull’"opportunità diplomatica" di quel viaggio: la sua assenza sarebbe stata uno sgarbo nei confronti di Hillary Clinton. Niente da fare. La Palestina non avrà una first lady a Washington. Ma Suha non si dà facilmente per vinta. Il carattere è testardo e così riesce a far sapere che è disponibile a commentare per le televisioni americane l’evento da Tunisi. In qualche modo vuole esserci e la sua presenza in video è così assidua che Arafat la chiama per dirle: "Qui vediamo soltanto te". Da quel momento la tensione tra Suha e l’entourage di Arafat si trasforma in vera guerra. Lei denuncia per corruzione alcuni fedelissimi del marito, che "costruiscono palazzi d’oro accanto alle miserie dei campi profughi". L’establishment palestinese decide che è venuto il momento di farla fuori. Ci vorrà del tempo ma ci riescono. La loro strategia è quella di evitare che Suha diventi una sorta di Lady D dei territori occupati. Lei con il suo carattere, le sue ambizioni, i suoi gusti lussuosi li aiuta in quest’opera di demolizione. Sfreccia con la sua Bmw attraverso i campi profughi. E i suoi nemici malignano: "Vuole essere la benefattrice dei territori, però quando va con il marito a visitare i feriti, lui li abbraccia, lei fa venti passi indietro, temendo il contatto". Tra le sue debolezze Suha ha la vanità. Le piacciono i vestiti, le piace essere sempre in ordine, con i capelli ossigenati di biondo e le sopracciglia ben rasate e tinte. Le piacerebbe essere magra, desiderio che però non è più forte della sua leggendaria golosità. Suha è "tanta" nel carattere e nel fisico, "troppa" per i rigidi canoni che impone la causa palestinese. I leader palestinesi a lei ostili (praticamente tutti, tranne il ministro degli Esteri dell'Olp Faruk Qaddumi, rimasto volontariamente in esilio per protesta contro gli accordi di Oslo nel 1993 e la dirigenza palestinese, e ora improvvisamente ricomparso a Parigi nel ruolo di guardia del corpo della signora Arafat) la chiamano la "pasionaria dai tacchi a spillo". La mania per le scarpe la avvicina a un’altra prima donna molto poco amata dal suo popolo, Imelda Marcos. Ed è a lei che Arafat la paragona un giorno, trovandosi di fronte l’ennesimo paio di decolleté comprato dalla moglie. Lei gli risponde: "Imelda ne aveva duemila paia, io solo venti". Da allora il numero deve essere aumentato di parecchio se è vero quello che dicono di lei e della sua bulimia da shopping che le fa svuotare i negozi di Faubourg Saint Honoré con preferenza per Chanel, ma senza disdegnare Sonia Rykiel e l’atelier di Edmundo Castillo. Tra le spese "pazze" che le attribuiscono, una borsa di Bulgari che costa seimila euro. Suha entra raramente in una boutique, per non essere fotografata. Sono le boutique che vanno da lei, nella residenza lussuosamente arredata, nella periferia chic di Neuilly, da un architetto italiano. Ma per mesi Suha ha abitato all’hotel Bristol, pochi passi dall’Eliseo, in una suite di 19 stanze. Prezzo: 16 mila euro a notte. Una cifra esagerata, che non rientra nel pur generoso assegno di mantenimento - centomila euro al mese - che riceve dall’aprile del 2001, quando abbandona Gaza per Parigi. Una scelta motivata con l’esigenza di far crescere fuori dalla guerra la bambina (Zawha nata nel 1995). Molti invece credono che il trasferimento sia dovuto all’incapacità di Suha di vivere nel sacrificio, in perenne pericolo, senza le comodità cui è sempre stata abituata. A Gaza Suha si rifiuta di vivere nel covo spartano del marito e si trasferisce al piano superiore, dove si esibisce in un arredo che miscela sfarzo orientale e occidentale. L’effetto è, come l’accusa il marito, "da cabaret". Suha non ne può più. Commette molti passi falsi. Con un giornale egiziano si lamenta delle scarse attenzioni del marito, che non le dona mai gioielli e la lascia sempre sola: "Quando gli dico di sentirmi un po' trascurata, lui mi regala ricordi e simboli della rivoluzione palestinese". Suha spreca le ultime energie da "moglie" contro il pool di consiglieri di Arafat: "Sono loro i veri nemici di mio marito". Poi parte, direzione Parigi, sconfitta. Così sembrava.



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martedì, novembre 09, 2004
 

2010, il debutto dei taxi volanti

(Copyright "La Repubblica")

Oltre alla macchina e all'autobus, al treno e al metrò, i pendolari che viaggiano ogni mattina dai sobborghi al centro di una grande città per recarsi al lavoro potrebbero avere presto un'alternativa fantascientifica: il taxi volante. Un'azienda inglese ha presentato ieri a Londra un modello di aeroplano a cinque posti, più uno per il pilota, in grado di compiere un tragitto di 35 chilometri in 4 minuti a un costo equivalente a quello della stessa distanza su un normale taxi a quattro ruote. I voli sperimentali del "Jetpod", come è stato battezzato, inizieranno entro diciotto mesi e il velivolo dovrebbe diventare operativo nel giro di cinque anni, cioè prima del 2010. "Una flotta di taxi volanti andrà avanti e indietro dalla periferia al cuore di Londra, o farà un percorso analogo in altre capitali, lungo predeterminati corridoi aerei", afferma Mike Dacre, amministratore delegato della Avcen, la società che ha brevettato il rivoluzionario prototipo. Grazie a una nuova tecnologia, il "Jetpod" volerà a bassa quota, i suoi due motori a reazione ridurranno di 20 decibel la rumorosità rispetto ai jet odierni, e potrà atterrare su una pista lunga appena 120 metri, un decimo di quelle utilizzate oggi. Costo: 759mila euro a esemplare. "Bisognerà costruire appositi aeroporti", ammette Dacre, "ma saranno piccoli e comunque noi riteniamo che, quando il taxi volante sarà una realtà concreta, le città metteranno a disposizione lo spazio necessario per farlo arrivare e ripartire". Non sarà un aviogetto complicato o sofisticato, bensì un "cavallo da tiro", capace di andare avanti e indietro in continuazione dalla periferia al centro, compiendo decine o centinaia di viaggi al giorno: il gran numero di passeggeri trasportati permetterà di contenere i costi. La Avcen calcola che un percorso dall'aeroporto di Heatrow fino alle rive del Tamigi, ovvero al centro di Londra, costerà meno di 50 sterline, circa 70 euro, più o meno come una corsa su un "black cab", gli spaziosi taxi neri che sono uno dei simboli della metropoli britannica. "Non pensiamo a un aereo per andare fino a Parigi, non potrà fare voli lunghi", spiega l'amministratore delegato, in cerca di finanziatori, "ma si tratterà di una specie di scooter a più posti, di minibus o minitaxi collettivo, che può portare pendolari dai sobborghi residenziali alla City di Londra in due, tre, quattro minuti, a quasi 500 chilometri orari di velocità". Insomma, in un lampo. Naturalmente, non tutti saranno disposti a sborsare 70 euro ogni mattina per andare al lavoro: ma un banchiere della City forse sì. Del resto, più cresceranno i passeggeri, più scenderanno i prezzi, come insegna la legge del mercato. E non è finita, perché la Avcen ha progettato anche un prototipo di autoambulanza volante, uno di jeep militare o macchina della polizia volante, e una versione di auto volante "privata". Morale: ce n'è per tutti. Chi ha visto i cartoni animati della celebre serie "I pronipoti", o il film di Luc Besson "Il quinto elemento", in cui Bruce Willis guida per l'appunto un taxi volante tra le torri di una futuristica città verticale, sa che cosa aspettarsi. Può darsi che ci vogliano più dei cinque anni previsti dagli inventori inglesi, può darsi che il progetto stenti - è il caso di dirlo - a decollare: ma la fantascienza comincia a diventare realtà. "Il problema del traffico, degli ingorghi che bloccano le metropoli, del tempo che si perde per andare e tornare dal lavoro, non riguarda solamente Londra", dice l'inventore Mike Dacre, "sappiamo che anche Mosca, Tokyo, New York, San Paolo, Shangai, sognano qualcosa del genere e il Jetpod gliela offre". Il sogno di un mondo con macchine che volano: lo credevamo riservato ai nostri pronipoti, nipoti o figli, e invece, chi lo sa, magari potremo vederlo nascere anche noi.



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domenica, novembre 07, 2004
 

Roma, riecco la spesa proletaria

(Copyright "Il Tempo")

Torna la "spesa proletaria". Alcune centinaia di no global ieri hanno fatto razzia in un supermercato e in una libreria Feltrinelli a margine di una manifestazione organizzata contro il precariato a Roma. Al grido di "contro il caro-vita il prendi-tutto", i dimostranti hanno portato via generi alimentari e prodotti hi-tech da un supermarket e poi hanno distribuito la merce. Tra loro un consigliere comunale capitolino e il disobbediente Luca Casarini.

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sabato, novembre 06, 2004
 

Il pensiero debole

di Luciana Littizzetto (Copyright "Torinosette") 
 
Autunno. Sarebbe tempo di migrare. Far le valigie e come i rondinoni veleggiare verso paesi più caldi. E invece ci tocca barcamenarci qui, sotto questo cielo fané, tra le foglie secche che nascondono le cacche di cane e le malinconie pesanti come trapunte. E basta con quelli che dicono: "Eh ma i colori dell’autunno, però...". Eh ma i colori dell’autunno però una mazza. Saranno belli nelle Langhe. Deliziosi nel Chianti. Mozzafiato sulla Sila. Ma non qui a Torino, nelle nostre piazze devastate, alle fermate provvisorie dei bus, e nei cortili pieni di macchine. Fortuna che in questo autunno grigetto un paio di raggi di sole ci arrivano dal Giappone. Due invenzioni che cambieranno la vita della donna in maniera radicale. La prima. L’uomo cuscino. Destinato alle donne single. Che sarebbe un cuscino che ha la forma di braccio di maschio dove il bel donnino può incastrare la testa lasciandosi avvolgere da un caldo abbraccio di piume d’oca. Mica male. Di sicuro più comodo di un braccio vero. Perché ammettiamolo: se il tuo boy è ossuto dormire sul suo omero ti dà un po’ la sensazione di appoggiare la mandibola su un ramo secco di castagno, altrimenti se è forte e muscoloso, adagiare il cranio su un pezzo di marmo di Carrara. Poi comunque rannicchiarsi sul braccio del consorte, in quella nicchietta bollente, è bello per 2 minuti, 3 massimo. Al quarto minuto però basta. Basta perché tu sei anchilosata e lui gli si è cagliato il sangue nelle vene, gli è venuto il braccio blu maren e per cacciar via la calata delle formiche deve sbatterlo contro l’armadio a muro a più riprese. Seconda genialata. I giapu hanno inventato il water sonoro, cioé munito di un dispositivo automatico che copre il rumore della pipì con un’allegra canzoncina. Bravi. Perché noi donne, che abbiamo l’animo da principesse, un po’ questo problema lo sentiamo. Gli uomini non ci pensano. Loro vanno a far pipì e se ne fregano. Aprono le cateratte del Niagara e scatenano l’uragano Jeanne. A noi invece ruga far rumore quando facciamo pipì, soprattutto se c’è il nostro lui nei dintorni. E così ci arrovelliamo per escogitare i peggio stratagemmi per far la piscia silente. Come se non scendesse acqua ma farina. Fttt... Ma non è facile care mie. Un trucco è evitare di far pipì al centro ma di optare per il bordo. Strategia complessa vista l’anatomia poco mobile che ci impedisce di direzionare il getto. Oppure coprire il rumore molesto aprendo tutti i rubinetti possibili, compreso quello della doccia della vicina di casa. Altra idea è far pipì con delle pause. Pipipi... silenzio. Pipipi... silenzio. Tanto che lui pensa: Ma cos’è ‘sto rumore ? Pipipi... è partito un antifurto ? Pipipi... sarà mica il timer del microonde ? Pipipi... piove a tratti ? Pipipi... c’è un pulcino sotto il letto ? Roba da tirarlo scemo. Che non è tanto il caso vista l’aria che tira.



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venerdì, novembre 05, 2004
 

La crisi della Barilla arriva in Parlamento

(Copyright "Finanza & Mercati")

Il piano della Barilla arriva nei palazzi della politica. Ieri, durante il "question time" alla Camera, alcuni deputati hanno chiesto quali iniziative il governo intenda assumere per garantire i lavoratori e impedire che da un'area del Sud Italia siano cancellati interi pezzi dell'apparato industriale. Il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Carlo Giovanardi, si è detto disponibile a intervenire in Finanziaria. I sindacati restano comunque sul piede di guerra e chiedono, prima di sedersi al tavolo delle trattative, che il piano di investimento e di riorganizzazione, presentato la scorsa settimana, venga ritirato. Il progetto, che riguarda 229 lavoratori, prevede la chiusura dello stabilimento di Matera e del mulino di Termoli dal gennaio 2006, la riorganizzazione di alcuni processi produttivi, il trasferimento di attività e il contemporaneo potenziamento dei siti di Caserta e Foggia. Le rappresentanze sindacali, oltre ad avere indetto per venerdì 5 novembre uno sciopero nazionale di otto ore, hanno già fissato per il 10 novembre, a Matera quattro ore di sciopero e una manifestazione in città. E cosa rispondono dal quartier generale di Barilla ? "Stiamo attendendo - spiega a "F&M" Nicola Ghelfi, direttore generale di Barilla G.R. e Fratelli - l'esito delle assemblee che si stanno svolgendo in questi giorni negli stabilimenti. Aspettiamo quel che succederà: siamo sereni e tranquilli e ci rimboccheremo le maniche per lavorare insieme al sindacato per trovare una soluzione. Siamo convinti che questa sia la cosa giusta da fare".

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lunedì, novembre 01, 2004
 

Piacenza: bandito fa la coda e poi rapina banca

(Copyright "Il Corriere della Sera")

Un rapinatore gentiluomo che, dopo aver fatto la fila, ha rapinato la banca e poi chiesto scusa alla cassiera. E' successo a Piacenza, dove un uomo si è armato, letteralmente, di pazienza e pistola e poi, dopo aver atteso il suo turno munito di bigliettino numerato, si è diretto alla cassa. A questo punto ha mostrato un foglio sul quale spiegava di essere armato e ha arraffato il bottino, qualche migliaio di euro, prima di fuggire. Poi, sentendosi in colpa per aver spaventato la cassiera, ha telefonato alla ragazza, scusandosi. Una seconda telefonata è arrivata alla redazione del quotidiano "Libertà": "Non è stata una rapina ma un esproprio proletario" ha detto il Lupin della pianura.



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Palermo. Topi morti in tribunale

(Copyright "Il Giornale di Sicilia")

Udienze sospese nel nuovo palazzo di giustizia di Palermo perchè negli uffici sono stati trovati topi morti. Nonostante la palazzina abbia subito una ristrutturazione e una derattizzazione, le carcasse di ratto nelle intercapedini tra i muri e i soffitti hanno propagato in tutto l'edificio un odore nausabondo, costringendo impiegati e magistrati a fuggire dalle aule e dalle cancellerie.

posted by luminet | 11:20 | commenti