La Gazzetta del Prione


sabato, ottobre 30, 2004
 

Cheeseburger Hospital
 
di Massimo Gramellini (Copyright "La Stampa")
 
Un'inchiesta del "New York Times" rivela che un numero crescente di ospedali americani sta appaltando il servizio di mensa a McDonald's. L'immagine di un "cheeseburger" con patatine fritte che invade vassoi abitualmente frequentati da piatti di prosciutto pallido e puré semiliquida appare un anticipo credibile di futuro. Quando si definirà il passaggio dallo Stato allo Sponsor Sociale. Riduzione delle tasse e controllo pubblico di certi servizi sono incompatibili con l'aritmetica. L'idea che per rendere più efficiente il Moloch statale (e i suoi cloni regionali) basti pompare meno risorse dai cittadini è un'utopia. Qualcuno i soldi dovrà continuare a metterli. L'America ci sta dicendo chi sarà quel qualcuno: i grandi gruppi privati. Essi non compreranno direttamente i servizi in deficit. Si limiteranno a finanziarli con canoni d'affitto o elargizioni a fondo perduto, in cambio della possibilità di conquistare altro territorio nelle nostre menti, occupando spazi un tempo economicamente neutri, quindi vergini, come scuole e ospedali: per la gioia dei cittadini meno abbienti, lietissimi di essere invasi. Gli effetti di questa rivoluzione si cominciano a intravedere in Europa. Lo stadio dell'Arsenal di Londra, che per i suoi tifosi ha la sacralità di una chiesa, è stato appena intitolato alla compagnia aerea degli Emirati Arabi. Probabile che nel presentare le prossime Finanziarie i ministri del Tesoro dicano come alla tele: "In collaborazione con" e a seguire sciorinino fra gli applausi l'elenco dei "graditissimi sponsor".





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giovedì, ottobre 28, 2004
 

Centomila i morti dall'inizio della guerra in Iraq

(Copyright "The Lancet")

I morti in Iraq dall'inizio della guerra hanno superato il numero di 100.000, tra cui molte donne e bambini. E' la cifra, approssimata per difetto, indicata da esperti statunitensi della Sanità. "Facendo una stima prudente, riteniamo che vi siano stati circa 100.000 morti, e forse più, dall'inizio dell'invasione nel 2003", hanno affermato ricercatori della Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health di Baltimora, nel Maryland.

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martedì, ottobre 26, 2004
 

Il 20 per cento dei reduci USA ha problemi mentali

(Copyright "La Stampa")

Aveva un colpo solo in canna, e lo usò per spararsi alla tempia. Steven aveva perso l'uso delle gambe in Vietnam, e si nascondeva alla vita dentro un ospedale per reduci feriti. L'unico che continuava a occuparsi di lui con ostinazione era Michael, per un profondo senso di colpa mescolato all'amicizia. Va così anche per i veterani dell'Iraq ? Come nel "Cacciatore" di Michael Cimino e Robert DeNiro ? Le storie dei reduci alienati dopo il Vietnam hanno riempito libri e sceneggiature cinematografiche, e purtroppo anche le pagine di cronaca dei giornali, con omicidi assurdi concepiti nel buio delle coscienze incapaci di dimenticare gli orrori. Succede ancora nell'America che accoglie migliaia di militari tornati dall'Iraq ? Alla base di Fort Hood, nel Texas, atterrano ogni settimana due aerei carichi di feriti: dieci, venti, anche trenta alla volta. "Guardiamo i telegiornali, sentiamo dove avvengono i combattimenti, sappiamo dove sono schierati i nostri ragazzi, e quindi ci prepariamo in anticipo ad accoglierli", spiega il colonnello Robert Gombeski, comandante del Department on Social Work, cioè l'ufficio incaricato di aiutare i reduci a reinserirsi nella vita normale. "All'epoca del Vietnam - spiega il colonnello - chi cedeva sul piano emotivo veniva etichettato come un cattivo soldato o un imboscato. Succedeva anche ai tempi di mio padre, che ha combattuto in Italia durante la Seconda Guerra Mondiale: lo chiamavano "shell shock", ma era un sinonimo di tradimento. Eravamo ignoranti. Non sapevamo che il Post Traumatic Strees Disorder, o PTSD, è un disturbo che può colpire tanta gente normale e può essere curato". Gombeski parla di casi come quello che il sergente Nicholas McCahill ha raccontato a Nancy Bourget, responsabile delle pubbliche relazioni al Darnall Army Community Hospital di Fort Hood: "Sebbene fossi addestrato per la mia missione, non potevo essere preparato per quello che ho visto, sentito e sopportato durante il mio anno in Iraq. Non dormivo mai. Avevo sempre paura di chiudere gli occhi, nel timore che qualcuno cominciasse a sparare e io non fossi pronto a rispondere. Il rumore del nemico che tirava diligentemente contro i membri della mia squadra, le grida dei miei compagni feriti, l'odore della carne bruciata di alcuni bambini che saltarono in aria mentre rubavano colpi da un deposito di munizioni, sono cose che non scorderò mai. Quando sono tornato a casa è stata dura. Mi sembrava che tutto fosse cambiato da quando ero partito, e il minimo rumore mi faceva sobbalzare". Per il colonnello Richard Moczygemba, capo del Dipartimento di psichiatria all'ospedale Darnall, tutto questo è normale: "I soldati associano eventi comuni a casa con situazioni di stress vissute in guerra. E’ uno dei molti sintomi del PTSD. Gli altri sono insonnia, incubi, ansietà, rabbia per qualche ricordo dell'Iraq, isolamento, timore per la propria sicurezza, costante stato di allerta, eccessivo senso di colpa e irascibilità. I militari devono sviluppare capacità di sopravvivenza particolari in guerra, ma poi è difficile riadeguarsi alla normalità". Le forze armate, secondo Gombeski, cercano di prepararli: "Incontriamo i soldati prima della partenza, per individuare eventuali problemi psicologici e avvertirli di che cosa li aspetta. Ma non è facile. Nella vita civile al massimo ci capita di essere testimoni di un incidente d'auto: chi può prevedere la reazione di una persona quando un compagno vicino viene dilaniato da un colpo di mortaio ?". Secondo studi interni del Pentagono, circa il 20 per cento dei reduci torna dall'Iraq con problemi mentali più o meno evidenti, e almeno quattro veterani sono sotto inchiesta per l’omicidio di un collega. Ad accoglierli, a Fort Hood, trovano i membri del programma Care Manager, assistenti sociali militari e civili comandati da Gombeski. "Prima del rientro - spiega il colonnello - i soldati vengono informati sui sintomi del PTSD e sui problemi che potrebbero incontrare a casa. Molti dimenticano che le famiglie hanno continuato a vivere senza di loro, e pretendono di ritornare al proprio posto senza capire che intanto il mondo è cambiato. Quindi, quando arrivano a Fort Hood, li contattiamo tutti due volte, per offrire il nostro aiuto". La chiave, secondo Moczygemba, "è farli sentire a proprio agio nel raccontare la loro esperienza, perché spesso pensano che i loro familiari non possono comprenderli. I soldati colpiti da PTSD devono evitare qualunque cosa assomigli a una soluzione rapida, tipo alcool, droghe, o pillole varie". Christina Calcosky, una delle assistenti sociali che ha un figlio pilota di elicotteri in Iraq, dice di aver incontrato reduci feriti molto determinati: "Sono motivati, vogliono guarire in fretta e tornare al loro reparto. In molti casi si sentono colpevoli per essere stati rimpatriati. Parecchi di questi ragazzi si sono arruolati perché erano disoccupati a causa della crisi economica, ma tanti sono stati spinti dall'11 settembre". Anche per questo c'è una differenza, rispetto al Vietnam: "Quella guerra - dice Gombeski - non era popolare in patria, e i reduci si sentivano abbandonati. Questa magari viene criticata per ragioni politiche, ma poi tutti concordano sul sostegno ai soldati. I ragazzi avvertono la differenza e ciò li aiuta molto". La guerra però resta una tragedia, che segna anche gli assistenti sociali di Fort Hood. Come Jacqueline Cusick, che dice: "Il numero dei feriti e dei reduci colpiti dal PTSD continua ad aumentare, perché negli ultimi tempi sono aumentati gli attacchi contro i soldati americani. E’ molto triste, vorrei che finisse". E’ finita per Joseph Bridges, un caporale della Prima divisione di Cavalleria, ferito a Baghdad. Gli hanno sparato in faccia e a una gamba, e le lesioni lo obbligheranno quasi sicuramente a lasciare l'esercito: "Gli assistenti sono stati molto bravi e i miei compagni mi chiamano ancora, ma mi aspettavo qualcosa di più". Mentre parla gli tremano le mani, e abbassa la testa: "Sono un volontario, conoscevo il rischio che correvo, e non pretendo un trattamento speciale. Però mi pare che stiano facendo il minimo possibile. Mi sento come un arnese rotto, che non vale la pena di riparare perché tanto non serve più".

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domenica, ottobre 24, 2004
 

Dieci aziende italiane "maglia nera" dell'inquinamento in Europa

(Copyright "L'Unità")

Il record c’è, ma è decisamente negativo. La Commissione Europea ha diffuso nei giorni scorsi il rapporto Eper (European Pollutant Emission Register), una sorta di radiografia dell’inquinamento europeo. Il rapporto è frutto di un’analisi dettagliata compiuta a partire dal 2001 su un campione di oltre novemila tra aziende, discariche e stabilimenti della vecchia Europa dei Quindici allargata a Norvegia e Ungheria. Cinquanta le sostanze tossiche prese in considerazione. Una apposita "lista nera" individua le aziende che da sole producono più del 10 per cento delle emissioni totali rilevate in Europa per una determinata categoria. Fra esse figurano anche diverse società italiane, dislocate in tutto lo stivale. Segno che l’inquinamento di casa nostra non ha particolari preferenze geografiche. E' complessivamente diffuso. Per una questione di comodità, elenchiamo le "aziende tossiche" a partire dal nord. A sorpresa scopriamo che l’insospettabile Valle d’Aosta, rinomata per la sua aria salubre e per il suo ambiente incontaminato, vanta la poco invidiabile presenza, sul suo territorio di un mostro come la Magnesium Products of Italy di Verres, che da sola produce il 25,2 per cento del totale di fluoruro di zolfo nell’Unione europea. Poco più a sud, la Radici Chimica di Novara, città il cui distretto industriale è finito nel mirino degli ambientalisti, che lo descrivono come un paesaggio post-atomico, sarebbe responsabile del 17,6 per cento del totale delle emissioni di protossido di azoto. Sempre da quelle parti, in provincia di Vercelli, località Valduggia, sorge la Sitindustrie International, rinomata a partire da adesso per l’emissione del 25,9% dei composti organostannici, delle sostanze spesso usate per le vernici navali. Seguendo la rotta del Po fino a Mantova e poi deviando a nord, si arriva dritti a Porto Marghera. Figuriamoci se il "Mostro della Laguna" poteva non far parte della lista nera. Lo stabilimento di Porto Marghera è responsabile del 25,1% del totale di esaclorobutadiene, meglio noto per questioni di sobrietà come Hcbd. Scendendo a sud e sconfinando in Romagna troviamo l’azienda Hera, una discarica di rifiuti urbani e speciali non pericolosi (non per l’aria) con sede a Baricella (Bologna) che produrrebbe il 21,9 per cento del totale delle emissioni di metano nella Ue. Il Centro ecologico di Ravenna emette il 14,4% del totale delle emissioni di dicloroetano (DCE). Notizia dei giorni scorsi: Hera ha firmato il contratto definitivo per l’acquisto del 100% di Ecologia Ambiente, società che gestisce le attivtà del Polo Ecologico di Ravenna. Se la fusione andasse in porto, l’Emilia Romagna si trasformerebbe in una piccola Hiroshima. Figuriamoci se poteva mancare anche Nagasaki: l’impianto di trattamento chimico-fisico-biologico del depuratore di Lugo (Ravenna) produce il 12% del totale delle emissioni di azoto europee. Andiamo a Sud. Lo stabilimento di Taranto Ilva, secondo l’Eper produrrebbe il 10,2% del totale delle emissioni di monossido di carbonio (CO), mentre dalle ciminiere dello stabilimento brindisino Enipower fuoriesce il 13,7% del totale delle emissioni di zinco. Non male. Infine la Sardegna. Avremmo potuto prenderla in considerazione prima, quando eravamo ancora alle prese con i mostri del Regno Sabaudo. Ma abbiamo preferito la lezione di storia contemporanea piuttosto che quella di storia moderna. Lo stabilimento Syndial di Porto Torres emette il 14,3% del totale delle emissioni di diossine e di furani. Il depuratore consortile di Olbia (Sassari) che produce il 10,1% delle emissioni di fosforo e il 18,4% di TOC. Chiudere con un doppio primato fa sempre effetto.

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sabato, ottobre 23, 2004
 

Bruno Vespa e il revisionismo da salotto

(Copyright "La Repubblica")

Ho letto dell´ira di Wim Wenders per il film su Hitler dapprima con indignazione, quindi con un vago dubbio e infine con imbarazzata invidia. Massì, beato lei, caro Wenders, che può concedersi il lusso di manifestare la "rabbia del ventre" per un film distribuito in poche sale che (forse) minimizza l´orrore del nazismo. Mentre noi italiani siamo costretti a ingoiare l´elegia su Mussolini di Bruno Vespa direttamente a casa, dagli schermi della tv di Stato, finanziata coi soldi pubblici. Come alcuni milioni d´italiani, non guardo quasi più la televisione se non per controllare a che punto sono arrivati i notiziari e i talk show. L´altra sera Vespa è giunto a un livello impensabile perfino per lui. Non si può parlare di apologia del fascismo. Sarebbe un reato ma anche paradossalmente qualcosa di più onesto e di meno volgare. Tantomeno si può definire revisionismo storico, nel senso per esempio di "Untergang", tratto dal libro di Joachim Fest. Per fare revisionismo, sia pure del genere bonario o frescone alla moda italiana, bisogna comunque portare argomenti e documenti, insomma studiare. Quello che ha fatto Vespa è la soap opera della famiglia Mussolini, lo sdoganamento del fascismo attraverso la banalizzazione quotidiana: la "fondazione dei fasci di compatimento". Due ore di "storia di un italiano" simpatico e sportivo, buon marito, ottimo padre, suocero affettuoso, nonno indimenticabile, che incidentalmente è stato dittatore per un ventennio, con gli inconvenienti noti ma da non esagerare. Soltanto il povero professor Villari, ostaggio di turno, ha provato a ricordare un po´ di storia, con la "s" minuscola o maiuscola, quindi ha almeno implorato di non offendere la memoria delle centinaia di migliaia di italiani mandati a morte dalla buonanima, negli intervalli fra una cavalcata e la fiaba della buonanotte ai nipotini. Nel clima di struggente nostalgia del set familiare, scaldato con una bella dose di filmati dell´Istituto Luce, lo storico faceva la parte dell´inutile pignolo, l´insopportabile grillo parlante. La vera protagonista della serata è stata Alessandra Mussolini, che almeno era l´unica nella parte, autentica nipote fra tanti parenti acquisiti. Ma chissà che cosa scriverebbe Wenders se la tv di Stato tedesca ospitasse, una sera sì e l´altra pure, un´Alexandra Hitler erede del Fuehrer e parlamentare europea. Più che un dibattito storico, il Porta a Porta della nostalgia è stata una festa di famiglia, con visione di filmini e commosso sfoglio dell´album. Sul genere già collaudato un centinaio di volte dal ritorno dei Savoia. A proposito, s´è finalmente capito a che cosa servivano le infinite celebrazioni della casa reale, sempre col decisivo tributo del ciambellano Vespa. A preparare il terreno per il salto di qualità, la vera dynasty, "casa Mussolini". Una riabilitazione che non ha le ambizioni scientifiche e quindi i limiti razionali del revisionismo. Lo sdoganamento del Duce avviene con gli stilemi della telenovela da tinello, col nonno burbero ma tanto buono, si chiami Benito o Vittorio Emanuele o Lino Banfi. E' del resto la traduzione fedele del revisionismo allo champagne lanciato da Berlusconi, dove Mussolini appariva gentile e inoffensivo, uno che "pagava le vacanze ai dissidenti", purtroppo diffamato dalla stampa cattiva e comunista. Nei modi della fiaba da rotocalco è tanto più facile che nei ponderosi saggi far passare un radicale rovesciamento della realtà storica e umana. La dinastia dei Savoia è uscita dalla dynasty mediatica come una bella famiglia incomprensibilmente esiliata e perseguitata, magari per invidia, da un popolo malvagio e traditore. Alessandra Mussolini può serenamente affermare che "la mia famiglia non può perdonare". L´ipotesi che siano i Mussolini e i Savoia a dover chiedere il perdono al popolo italiano per le sofferenze e i tradimenti è naturalmente esclusa a priori dalla rappresentazione. Quando (di rado) s´avanza un dubbio, il set e la sceneggiatura provvedono a farlo sembrare stonato, ideologico e molesto. Non s´interrompe un sogno e del resto il rovesciamento della storia è un esercizio quotidiano. L´integralista Buttiglione e i suoi molti difensori non hanno rovesciato sul parlamento europeo l´accusa di tribunale dell´Inquisizione ? Beato Wenders, che può scandalizzarsi perché in un singolo film tedesco, uno solo e privato, non viene mai usata la parola "assassino" per definire Hitler. Si potrebbe ancora definire assassino il buon Mussolini sulla tv di Stato italiana, senza essere linciati in diretta ? Che cosa accadrebbe se un regista italiano in un articolo di giornale osasse scrivere di Mussolini "e finalmente quel porco è morto", come scrive Wenders di Hitler ? La coincidenza fra lo scandalo tedesco per "Untergang" e la normalità di "Casa Mussolini" alla Rai, che non ha scandalizzato nessuno tranne il direttore di Radio Radicale, è curiosa e un po´ deprimente ma significativa. Serve a riflettere su quanto si è elevata in Italia, in pochi anni, la soglia della vergogna. L´hanno capito i dirigenti di An che con quattro chiacchiere sui crimini del fascismo o la cittadinanza agli immigrati hanno ottenuto il massimo punteggio sulla patente democratica, quindi sono tornati a parlare di "culattoni" e a farcire i palinsesti pubblici di serate Mussolini, premi Almirante, sceneggiati su fascisti troppo umani. Altro che l´allarme tedesco per l´avanzata dell´estrema destra in Sassonia. Wenders ha il vantaggio di vivere in un Paese che si è assunto con dolore e fatica le colpe collettive di un regime popolare. Non come noi italiani, "brava gente" anche quando deportavamo gli ebrei, condannati a ripetere la storia come farsa, anzi telenovela.

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venerdì, ottobre 22, 2004
 

"Via gli Usa dalla Maddalena". Soru chiede di chiudere la base

(Copyright "La Repubblica")

Nei giorni scorsi un primo affondo: "Il patto segreto che ha consentito la nascita del punto d'approdo per la Us-Navy sull'isola di Santo Stefano dev'essere reso pubblico". Ieri l'assalto finale: "Lo dico in amicizia: è arrivato il momento nel quale è necessario che gli americani abbandonino la base per i sommergibili nucleari". Appena conclusa la visita nell'arcipelago del Nord Sardegna al distaccamento della marina statunitense durata quasi tutta la giornata, il nuovo presidente della giunta regionale sarda, Renato Soru, non ha nascosto le sue convinzioni: "Abbiamo fatto la nostra parte per 32 anni, ci sentiamo come un esercito rimasto al fronte per tanto tempo e che adesso ha bisogno di un ricambio". Nelle ore precedenti Soru si era incontrato con i rappresentanti del ministero della Difesa italiano e della presidenza del Consiglio e con i vertici di marina, esercito e aeronautica del nostro Paese. Le stesse parole pronunciate in una conferenza stampa al termine della visita sono state poi ripetute dal capo del governo regionale davanti a una folla raccolta nell'aula consiliare del Comune della Maddalena, che ha risposto alle dichiarazioni con un lungo applauso. "Le servitù militari sono uno dei temi in agenda trattati durante l'incontro con Silvio Berlusconi", ha poi aggiunto, ricordando come anche il poligono di Capo Teulada, nell'estremità sud occidentale dell'isola, debba essere dismesso in virtù di un'intesa firmata nel 1987 dall'allora presidente della Regione Mario Melis e dall'allora ministro della Difesa Spadolini. "Quell'impegno è stato disatteso - ha ricordato - Ora noi vogliano riproporlo in un contesto di riduzione del territorio riservato alle servitù militari". Soru ha poi riaffermato l'esigenza di garantire un'azione di monitoraggio costante per eliminare ogni dubbio relativo alla presenza di radioattività alla Maddalena. Di recente, soprattutto dopo un incidente a un sommergibile nucleare americano a poca distanza dalla base appoggio, sono infatti riemerse preoccupazioni circa i livelli d'inquinamento radioattivo E alcune indagini indipendenti hanno mostrato come effettivamente siano stati rilevati tassi preoccupanti di sostanze fortemente nocive nelle acque marine. Il presidente ha anche parlato della riconversione dell'arsenale militare nell'arcipelago, annunciando la richiesta di non portare avanti progetti senza preventive intese con la Regione. In Sardegna la presenza dei soldati è di fatto imponente: quasi 38mila ettari, il 60 per cento di tutte le servitù militari italiane, si trovano infatti nell'isola, sottratti sin dal Dopoguerra agli usi civili. Si tratta, come ha rammentato lo stesso Soru, di ridistribuire questo peso e, nel caso della Us-Navy e dell'accordo bilaterale tra il Pentagono e il governo italiano circa La Maddalena, di rinegoziare la presenza americana. Per quanto possa apparire paradossale, mentre cresce la protesta e nonostante la pronuncia negativa del comitato misto paritetico Stato-Regione, un recente piano di ampliamento della stessa base non conosce soste. Si parla dell'arrivo di altri marines, che dovrebbero così passare in breve tempo da 2500 a oltre 4000 uomini e della modernizzazione di una serie di approdi. Un progetto complessivo che prevede alla fine la costruzione di infrastrutture fisse, attorno alla nave appoggio per i sommergibili nucleari Emory Landi, per un totale 57 mila metri cubi. Davvero un processo anacronistico e quasi surreale in un'area ambientale tra le più suggestive del Mediterraneo che di recente è stata trasformata in un grande parco naturale. Per capire meglio che cosa significhi la presenza di questo distaccamento basterà ricordare come la Emory Land sia una nave da 22.600 tonnellate, con mille uomini di equipaggio, insieme officina e arsenale galleggiante, con a bordo i missili da crociera Slcm Cruise a testata nucleare. Visto poi che Emory Land è a tutti gli effetti territorio degli Stati Uniti d'America, ogni controllo non è possibile neanche da parte delle autorità militari italiane.



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mercoledì, ottobre 20, 2004
 

Troppo lento il raccattapalle down: cacciato

(Copyright "Il Tirreno")

Da sempre durante le partite del Venturina era a bordo campo per raccogliere le palle e rilanciarle ai giocatori, ma domenica scorsa Piero Andreotti, 44 anni, è stato invitato dall'arbitro ad andare in tribuna, su richiesta della squadra avversaria: il Rieti. Andreotti è affetto da sindrome di down e sembra che la rimessa in campo del pallone sia apparsa agli avversari un po’ troppo lenta. Da qui la richiesta di sostituirlo. I giocatori del Rieti, ipotizza il giornale, devono aver pensato che dietro quella lentezza ci fosse malizia e l’hanno fatto presente al direttore di gara. Tra il primo e il secondo tempo dell'incontro, poi vinto 2-1 dal Rieti, l'arbitro Davide Maiolani è entrato negli spogliatoi del Venturina per comunicare che Piero non poteva rientrare in campo alla ripresa della gara. Alla richiesta di spiegazioni, l'arbitro avrebbe risposto che non era gradito alla panchina avversaria. E' toccato al direttore sportivo del Venturina, Valerio Olmi, accompagnare Piero Andreotti in tribuna.

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martedì, ottobre 19, 2004
 

Il pidocchio mutante

(Copyright "La Stampa")

Anche il pidocchio si adegua. Abbarbicato alle teste, di preferenza dei più piccini, sta sviluppando le sue difese contro i farmaci usati per debellarlo. In un concetto: sta mutando. E il risultato emerge dalle segnalazioni che arrivano da ogni parte d’Italia sull’aumento della pediculosi nelle scuole. Ci sono molti focolai in Piemonte. E c’è una mini epidemia a Milano, in questo periodo: è possibile che si siano sviluppate delle specie di pidocchi mutanti che hanno imparato a mettere in atto meccanismi di resistenza ai vecchi farmaci: succede nel 25% dei bambini colpiti.

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domenica, ottobre 17, 2004
 

Sicilia, finto manifesto funebre per il segretario dell'Udc

(Copyright "La Repubblica")

Scherzo, goliardata o macabro tentativo di satira politica, sta di fatto che l'Udc siciliana - già travagliata da un duro scontro interno - è in subbuglio. Questa mattina sono stati affissi davanti alla sede del Palazzetto dello sport di Catania manifesti listati a lutto che annunciavano la morte del segretario regionale del partito Raffaele Lombardo. Combinazione gli annunci erano proprio nel luogo dove era prevista per il pomeriggio la manifestazione del gruppo dei cosiddetti "quarantenni'" del partito che contestano la linea politica del segretario regionale e del governatore Salvatore Cuffaro. Nei manifesti listati a lutto è riprodotta la foto del segretario siciliano dell'Udc e la scritta: "Ieri è venuto a mancare l'uomo più amato dei siciliani: il Presidente Raffaele Lombardo, di 54 anni. Con immutato dolore i siciliani tutti ne danno il triste annuncio. La camera ardente verrà allestita alle ore 14 di oggi nel palazzetto dello Sport. La presente vale come ringraziamento". I manifesti sono stati rimossi. Sul posto è intervenuta la Digos della Questura e dell'accaduto è stata informata la prefettura. Lombardo non ha voluto rilasciare dichiarazioni, ma dal suo entourage sottolineano "la volgarità dell'iniziativa si commenta da sola e definisce anche chi l'ha realizzata". Ma l'episodio non si è chiuso, anche perché questa esibizione di dubbio gusto non è che il punto di arrivo di una guerra intestina che sta travagliando il potentissimo partito centrista dell'Isola. Se la vittima degli annunci non ha parlato, c'è chi lo ha fatto per lui. "Spero in cuor mio - dice il capogruppo all'Assemblea siciliana, Antonino Dina, fedelissimo del presidente della Regione Cuffaro e di Lombardo - che i cosiddetti dissidenti non c'entrino nulla, ma è certo che al di là del fatto in se stesso, la responsabilità politica di questa aggressione, che rimanda alle pagine più buie della storia della Sicilia, ricade su tutti coloro che in questi mesi hanno fomentato la polemica con modelli aspri e oggi persecutori". E poi, un messaggio recapitato direttamente a Roma: "Anche il segretario nazionale Follini deve riflettere sul degrado della lotta interna e non certo per colpa di Raffaele Lombardo". Comunque Marco Follini si fa sentire quasi subito. "Si tratta di una manifestazione di inciviltà che tutta l'Udc respinge e io per primo", dichiara dopo aver espresso a Lomabrdo la sua solidarietà in un colloquio telefonico. Ma i nove parlamentari nazionali dell'Udc, dissidenti rispetto alla linea politica della segreteria regionale del partito prendono le distanze da quei manifesti e in una nota contestano l'accaduto: "Chiunque abbia affisso quei volantini ha inteso fare una provocazione che viene stigmatizzata e condannata". Spiega il parlamentare ed ex presidente della Regione Beppe Drago: "Abbiamo chiesto alla polizia di trovare gli autori di questo gesto che turba l'incontro di oggi. Ma invito tutti all'equilibrio, escludendo ogni nesso con l'iniziativa del pomeriggio e con persone a noi vicine".



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sabato, ottobre 16, 2004
 

Quando la destra era gaya

(Copyright "La Stampa")

Nell'ambito delle contraddizioni, dei paradossi, degli scherzi e delle provocazioni della post-politica, ieri pomeriggio Imma Battaglia, uno dei leader del circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, ha impetuosamente sollecitato il presidente della regione Lazio Francesco Storace, con il quale peraltro ha un ottimo rapporto, a dissociarsi dal ministro Tremaglia e quindi a dichiarare: "Io sono un culattone fiero". Subito Storace le ha risposto: "Vorrei ma non posso. Non amo dire bugie"; buttandola poi su Prodi ("è come se Prodi dicesse di essere nuovo alla politica, pur di prendere voti"), che davvero non c’entrava nulla. Ma ormai la gaia maionese è chiaramente impazzita nel frulla-tutto della polemica. E fra Battaglia e Buttiglione, Tremaglia e la dottrina della Chiesa, l’appello dei laici contro i laicisti e una mobilitazione pluri-farisaica su un euro-voto che non vale assolutamente nulla perché Rocco comunque si beccherà l’incarico, ecco, forse oggi si comincia appena a capire quanto sia scivoloso, e anche un po’ irreale, giocarsi la faccenda dell’omosessualità in termini di schieramenti, tipo derby calcistico. Sui gay, in effetti, i conti del manicheismo tornano solo a chi si accontenta e vuol farseli tornare. Esempio. C’era un tempo un povero senatore monarchico che come nome di battaglia gli avevano dato: "zia Cenzina". Persona gentile e squisita, pare svezzasse i camerati, girava quindi per le palestre, finì per innamorarsi di un pugile, che un brutto giorno durante una lite gli distrusse la casa. Ci scappò pure un colpo di pistola. Erano i primi Anni Cinquanta e la cosa allora fece scandalo. Oggi ci si potrebbe fare un film, e magari ne verrebbe fuori una riabilitazione. Così come, sempre a destra, non ha nessunissimo bisogno di riabilitazione l’onorevole di An Nino Strano, cui Zeffirelli ha dedicato "Storia di una capinera". Bene, sull’onorevole Strano e sul suo coraggioso atteggiamento nei confronti della vita, ha scritto una pagina indimenticabile Pietrangelo Buttafuoco sul Foglio, raccontando la volta in cui, sul volo Roma-New York, richiesto da un bello steward come volesse essere svegliato, l’onorevole dello stesso partito di Tremaglia abbia risposto, sbattendo maliziosamente le ciglia: "Frusta o piumino ?". Ecco, dunque. Il ricordo del povero deputato monarchico e del libertino tricolore dicono che la questione è molto più complicata, se non altro perché tanto ieri quanto oggi si pone su un terreno dove si incrociano natura e cultura, storia e individui, diritti e piaceri. Così complicata, anzi, e delicata, da potersi rimettere in ultima analisi a quel motto di enorme amore e universale buonsenso che dice: "Chi è senza peccato scagli la prima pietra". E allora, in attesa di stabilire se sia un peccato o un reato, comunque giù il sasso, per favore. Perché addirittura la Chiesa, al riguardo, ha i suoi problemucci: a Boston, a Roma e un po’ dappertutto, come ora documentano certi film (vedi Almodóvar). Però anche la destra più destra, quella che sghignazza sui "culattoni", ha certamente i suoi "culattoni". Non solo, ma - ed è quello che qui si vorrebbe sommariamente documentare - ce li ha sempre avuti, e a ragione. Basta non farla troppo lunga. In fondo An ha già cominciato a sdrammatizzarsi. La "conversione" di Storace, per esempio, che era tra i più assatanati contro i gay, e ora sembra pacificato, quasi protettivo. C’è poi un dirigente lombardo, a nome Enrico Oliari, che l’avevano cacciato perché gay, ma poi è stato riammesso (grazie alla Mussolini). Fini e moglie hanno smesso di fare storie sui maestri omosessuali. Lo stesso quotidiano L’Indipendente, direttore Giordano Bruno Guerri, si è ben guardato dall’allinearsi a difesa di Buttiglione. Del resto, anche sul piano dello stile donna Assunta Almirante è stata piuttosto esplicita: "I gay hanno tanto più buon gusto di tanti cafoni eterosessuali". Ma non è esattamente questo il punto. Il punto vero, semmai, è che proprio nel momento in cui vanno dissolvendosi le culture politiche, si capisce meglio come quella di destra sia nata, in qualche modo, e poi sia stata innervata, e comunque contaminata, da un filone che certo allora non si chiamava gay, ma gay era, e di più, era gayissimo. Perché c’è forse all’origine stessa del fascismo una venatura legata al combattimento, all’arditismo, dove l’omosessualità si esprime come un dato estetico, paganeggiante, aristocratico e orgiasticamente guerriero. Qualcosa che vale al di là di ogni altra energia, una cameratismo senza limiti, tantomeno di ruoli sessuali, forse la stessa esaltata attitudine che durante l’avventura fiumana portava i legionari a prendersi per mano, avviandosi verso la collina; e D’Annunzio, che li vedeva dalla finestra, commentò: "Guardate i miei soldati, se ne vanno a coppie, come la legione tebana". E sì. Conscio o incoscio che fosse questo orientamento, dopo tutto, conta oggi fino a un certo punto. Una specifica omosessualità "conservatrice, di destra, caratterizzata dal fascino verso la forza, la virilità, il maschio che ha vinto", notava già allora Curzio Malaparte. "Una maschia gioventù", si cantava, alimentando l’idolatria della giovinezza, primavera di bellezza, un pugnale tra i denti, in bocca un fior, gli uomini nudi dei film e delle foto di Leni Riefentsthal, i maschioni di marmo del Foro Italico (i dc ricoprirono poi quelle statuarie vergogne con foglie di fico in latta, da Andreotti ribattezzate "cazzarolette"), come pure la passione decadente per eroi morbidi come Lawrence d’Arabia o scrittori risolutamente ambigui come Yukio Mishima. Ecco: non è parecchio gay tutto questo ? E non risulta analmente sospetto che il ministro Tremaglia conservi sulle mensole di casa sua, accanto al busto del duce, una boccetta di olio di ricino ? La novità è che il riconoscimento di tali suggestioni viene oggi dall’interno della destra, serenamente approfondito ad esempio da Luciano Lanna e Filippo Rossi in quella miniera che è "Fascisti immaginari" (Vallecchi). Alla voce "Froci". Conoscersi e riconoscersi, in effetti, scoraggia ogni sorta di lapidazione.

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giovedì, ottobre 14, 2004
 

Berlusconi mette la fiducia sul condono a Villa Certosa

(Copyright "L'Unità")

Alla fine il governo a posto la fiducia anche su Villa Certosa. O meglio, la fiducia è sul maxiemendamento alla legge delega in materia ambientale, in cui, tra l'altro, si propone il condono edilizio su abusi minori compiuti in zone a vincolo paesaggistico, compresi quelli commessi dal cittadino-premier Silvio Berlusconi nella sua villa in Sardegna. L’opposizione ha cercato di impedire il "putch" e si è sfiorata la rissa a Palazzo Madama. Tra i 51 commi dell'emendamento, che riscrive la legge, c'è la norma più criticata dai Verdi,secondo cui si possono condonare con una sanzione pecuniaria le costruzioni edificate in zone protette entro il 30 settembre 2004, purché i materiali utilizzati siano giudicati "compatibili" con il contesto paesaggistico. La tensione è iniziata a salire quando cinque senatori verdi - poi espulsi dall'Aula - (Stefano Boco, Sauro Turroni, Fiorello Cortiana, Loredana De Petris e Anna Donati) hanno inalberato t-shirt con le scritte: "Villa Certosa, state spogliando l'Italia", "Villa Certosa, casa abusiva delle libertà". "Un gesto demagogico", "senza senso istituzionale" ha commentato poi Renato Schifani, parlando di "spogliarello". Il capogruppo di Forza Italia in Senato ha cercato di dimostrare che la norma sulla sanatoria è finalizzata ad abbattere gli ecomostri, ma anche a tutelare i cittadini che vogliono "aprire una finestra". E che le dure proteste degli ambientalisti erano solo "una reazione strumentale contro Berlusconi". Mentre la sanatoria riguarderebbe solo i piccoli abusi "che non hanno comportato aumento di volumetria e subiranno la valutazione di compatibilità paesaggistica da parte delle sovrintendenze". Per Schifani non si sa neppure se "un cittadino che si chiama Berlusconi vorrà o no avvalersi di questa norma". E in questa battaglia il centrosinistra a detta di Schifani dimostra "una forma di integralismo, di appiattimento su Bertinotti, di marce no global e con gente che scrive 10, 100, mille Nassirya". Il maxiemendamento su Villa Certosa è comunque passato con 158 sì, 2 no e 1 astenuto. Il centrosinistra non ha preso parte alla votazione, su cui il governo aveva posto la fiducia (la maggioranza sarebbe stata di 81 su 161 votanti). E ora il provvedimento tornerà alla Camera. Indignato per il varo della legge delega sugli abusi edilizi è il sindaco di Roma Walter Veltroni: "mentre a Roma si lavora per tutelare al massimo le aree protette - fa notare - il governo nazionale e la sua maggioranza si propongono di farne scempio con un ennesimo, scandaloso condono. Tale infatti sarebbe l'effetto della delega al governo sulla quale al Senato è stata posta la fiducia". Per Veltroni si tratta di "un atto grave, che può portare ad effetti devastanti. il solo annuncio del condono, infatti, rischia di provocare, ora, una fioritura di nuovi abusi". "Deve essere chiaro a tutti - prosegue - che, di fronte a questo nuovo vulnus alla bellezza del nostro paesaggio, alla decenza e alla legalità il comune di Roma non si rassegnerà all'inerzia. L'amministrazione continuerà a vigilare con la massima severità per far sì che non si verifichi una ripresa dell'abusivismo nelle aree protette. e dove e quando sarà necessario interverrà con la repressione demolendo i manufatti abusivi". Per il capogruppo della Quercia Gavino Angius, "questo provvedimento è un nuovo attacco all'ambiente, incrementa lo sfascio ambientale. Ed è incostituzionale, perchè la costituzione all'articolo 9 protegge l'ambiente, e questa legge lo devasta". In più "non ha copertura finanziaria, perchè pesca i fondi dal bilancio dello scorso anno, i ministeri dell'ambiente e dei beni culturali vengono praticamente sciolti, sull'abbattimento degli ecomostri, la foglia di fico scelta per coprire lo scempio del paesaggio italiano, il governo dice il falso, perchè quello di punta Perotti è stato già deciso dalla cassazione". Infine (ma sarà tema di battaglia nei prossimi giorni) dall'associazione Italia Nostra parte un appello a Ciampi perché non firmi la nuova legge - vergogna. Il 22 ottobre, con una manifestazione a Roma in difesa della legalità, partirà una raccolta di firme.

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mercoledì, ottobre 13, 2004
 

Elogio del Baricco

(Copyright "Il Sole 24 Ore")

Torino, domenica 3 ottobre. Festa per i dieci anni della Holden, la scuola di narrazione fondata da Alessandro Baricco. Mi trovo in un locale dei Murazzi, zona sul Po turisticamente "maudit" di Torino. Alcuni schermi sulle pareti proiettano immagini gotiche. Compare una scritta incomprensibile: "fra l'essenza e la discendenza". La musica in sottofondo è tecno-gregoriana: gorgheggio di monaci cistercensi su ritmo House. Una voce registrata intanto dice: "Accettare l'inferno e diventarne parte". Sembrerebbe una messa nera, ma in realtà è serata da sciampiste (lunedì non si lavora). Inizia la festa. Verso mezzanotte arriva Baricco dopo aver letto al Lingotto di Torino, per tre sere di seguito, la sua Iliade senza dèi. Attorno a lui si creano capannelli di persone. Crepitano i fotografi. Cronometro: impiega mezzora per fare dieci metri. Stefano della Casa, critico cinematografico e direttore del Torino Film Festival, sale indisturbato sul palco, sarà il presentatore della serata. "Allora, buona sera, c'è anche una valletta, si chiama Molly (è la sceneggiatrice Lucia Moiso, ndr)" dice agli invitati (tanti, saremmo forse un migliaio). Ricorda che alla Holden aveva insegnato Trash e dà quindi le coordinate della festa: "moltiplicate quarantatre per ventuno e otterrete il numero dei bignè preparati per voi". Sugli schermi sfumano le immagini gotiche di prima. Sono sostituite da un filmato: foto d'infanzia dei soci fondatori della Holden, poi immagini di Baricco al mare, di Baricco a scuola, di Baricco sdraiato per terra, di Baricco in barca, di Baricco che aspetta un traghetto (con Paolo Conte in sottofondo che canta "Hemingway"). Tra una fotografia e l'altra compare la scritta: "...e pensava" (non si capisce a cosa, ma immagino pensasse già alla Holden) e alla fine del filmato si sente Baricco dire "ero partito nella direzione dell'inquietudine". Applausi. Impiego questo tempo per ragionare: quarantatre per ventuno fa novecentotre, se siamo in mille ci sono 0,9 pasticcini a testa. Sgomito e mi avvicino alla zona deputata al rinfresco. Sul palco un socio della Holden racconta: "Il giorno in cui Baricco mi propose di fondare la scuola gli cagò un piccione sulla testa, portò fortuna" e un signore di mezza età, presentato come ginecologo e allievo della Scuola, prende il microfono in mano e dice: "Ho fatto un corso di sceneggiatura e questo mi è servito molto per il mio lavoro: ho fatto nascere molti holdeniani". La gente ride. Mi faccio una birra e un gin tonic con il simpaticissimo Cristiano Cavina (scrittore e autore, l'anno scorso, del libro "Alla grande", pubblicato da Marcos Y Marcos). Mangio quattro bignè. E sono felice, sulle pareti stanno proiettando "La morte corre sul fiume" di Charles Laughton, uno dei miei film preferiti. Arriva l'Assessore ai Beni culturali del Piemonte. Si chiama Giampiero Leo e a Torino è famosissimo per essere uno dei pochi esseri umani provvisti del dono dell'ubiquità (è capace, in una sera, di partecipare contemporaneamente a due o tre manifestazioni culturali: per esempio una cena per il tartufo, una serata con mandala tibetani, una mostra sulle ceramiche di Castellamonte). Leo sale sul palco e tutti si aspettano uno dei suoi prodigi. "La scuola Holden ha capito la mia vocazione personale: mi hanno chiamato a un loro corso per parlare di Batman" dice emozionantissimo. Una ragazza mi guarda con una smorfia: "Vabbé, però Leo è quello che dà i soldi" mi fa. Si aprono le danze. Tutti sculettano.

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martedì, ottobre 12, 2004
 

I padroni del calcio sporco

(Copyright Dagospia.com)

Dopo Corioni ecco Zamparini. Sono i piccoli e medi imprenditori, quelli che somigliano tanto ai presidenti di una volta. Anzi, quelli che sono i presidenti di una volta perché hanno cominciato tanti anni fa e poi si sono ritrovati presidenti di adesso in un calcio cambiato, diverso, tutto business e nuovi mercati, in cui la politica sportiva (diritti tv, televisioni, stanze dei bottoni) sembra contare più dei campioni in campo. Sono loro che stanno picconando le fondamenta del Palazzo. Lo fanno a modo loro, in modo schietto, da chi ne ha "le palle piene", per usare una espressione usata. Hanno industrie legati ai sanitari e supermercati. Le Tod’s e i cavallini rampanti, l’italian style, se lo possono permettere ma non lo producono: non hanno magari lo charme, il potere o l’eleganza di un Della Valle o un Montezemolo (e i nomi non sono casuali), che guidano uno apertamente e uno dal di fuori la cordata del cambiamento, ma più di loro sono estremamente diretti. In una staffetta non concordata Zamparini raccoglie il testimone da Corioni e dice tutto. Fa senza timore il nome dell’Ideatore evocato da Corioni: "E' Giraudo, io lo dico apertamente". E aggiunge "Tutti conoscono l’asse del potere Milan-Juve, anche la stampa che non ne parla. Ma il problema più dei nomi è nel sistema: immorale". Sistema: Zamparini usa proprio questo termine, tanto caro a Luca Cordero di Montezemolo... Tutti lo pensano, Zamparini lo dice: "Montezemolo sta con noi, la pensa come noi". Boom. E poi di tutto di più. Zamparini è un personaggio anche televisivo, con i suoi eccessi, anche verbali che riportiamo fedelmente. D’altra parte Zamparini lo conosciamo così. Immaginatelo allora leggendo le sue dichiarazioni su Galliani, Moratti, Sensi, Cellino, le tre del nord e i diritti tv, contratti assurdi, tra "rapine" e calcio da cambiare. Zamparini ha saputo delle dichiarazioni di Corioni su "Il Romanista" ? Guardi, ho appena visto un programma su una tv privata in cui Maurizio Mosca sta dicendo che quelle di Gino sono frasi sconclusionate, fumose e strampalate. Sembrava parlasse a nome di Milan e Juventus, sono inorridito. Glielo dirò e non parlerò più con lui". Ma lei è d’accordo con quanto ha detto Corioni ? "Gino è da tanto nel calcio. Anni fa sperava in Galliani. Ora parla per disillusione, io invece sono più cinico di lui. I poteri forti hanno sempre vinto, ma vale sempre la pena di combattere una battaglia per rendere questo calcio migliore". Quindi condivide anche la sua analisi del potere ? "Lo sanno tutti che è così. Lo sapete o dovreste saperlo anche voi giornalisti. Da chi è formato l’asse del potere ? Milan e Juve. Chi comanda, si sa. Se me lo avesse chiesto prima a me, glielo avrei fatto io il nome che mancava ieri... Moggi è il braccio e Giraudo la mente: ecco, io lo dico apertamente. Ma il problema più che negli uomini è nel sistema, in cui è diventato abitudine quello che una volta era considerato contro la morale. Questo sistema deve finire". Lei non si sta nascondendo come alcuni suoi colleghi "spaventati". "Juventus e Milan formano un asse di potere da anni, che io ho già cercato di spezzare in passato, senza riuscirci. Sa perchè Galliani e Giraudo gestiscono il calcio ?" Me lo spieghi ? "Perchè Galliani e Giraudo sono due manager, l’unica loro occupazione è fare gli interessi di Milan e Juventus. Noi altri presidenti abbiamo anche altri affari a cui pensare. Invece loro si possono apparecchiare il terreno e il futuro con calma: uno in Lega, Carraro in Figc, Tizio fa comodo qua, Caio là... E quando arriviamo noi la tavola è già pronta. Dobbiamo spezzare questa catena per l’interesse del calcio. Il potere è forte, è lì il condizionamento". Quello che subiscono molti suoi giovani colleghi secondo quanto denunciato anche da Corioni e Della Valle. Dopo le loro parole ci aspettavamo che si muovesse l’Ufficio Indagini per saperne di più. Invece niente. Secondo lei perchè ? "Perchè questo potere ha interesse che si parli il meno possibile. E la grande stampa si accoda. E’ una situazione paradossale. Il calcio ormai ha toccato il fondo. Abbiamo raggiunto il livello più basso a livello di etica dello sport. Abbiamo avuto mille scandali impuniti. I conti sono in rosso fisso e i prezzi sono diventati ingestibili. Per colpa sempre delle solite due tre squadre che hanno alzato il livello, potendoselo permettere con i diritti tv. E oggi ci troviamo con giocatori strapagati che crediamo campioni e invece sono giocatori normalissimi, infatti non vinciamo niente. Guardate che figura abbiamo fatto contro la Slovenia. C’è da cambiare tanto, rimbocchiamoci le maniche. Dobbiamo eliminare questo pastrocchio. partendo dalle prossime elezioni di Lega". Il fronte del No, sta prendendo coraggio. Il fascino di Della Valle si sente. parteciperà all’incontro organizzato dal patron viola a Milano. "Certamente, anche se arriverò tardi per motivi di lavoro. Ma non voglio mancare". Non solo Della Valle, però. Il coraggio di cui parlavo per alcuni deriva dalla presenza occulta nello schieramento di un nome ancora più importante: Luca Cordero di Montezemolo. Lui è amico di Della Valle e mio personale. E’ una persona che stimo per correttezza e competenza. Montezemolo la pensa come Della Valle e come tutti gli uomini di sport. Ed è disponibile a sedersi con noi intorno a un tavolo. Mi sta dicendo che sta entrando di fatto nel calcio ? "Al momento non ancora. Ma se noi gli chiedessimo il suo pensiero, lo esprimerebbe". Le elezioni per la Lega si svolgeranno il 18 o riuscirete a rinviarle ? "Io non capisco tanta fretta. Queste elezioni il 18 le ho già definite un blitz. Se fossi in Galliani le posticiperei per evitare una brutta figura". Lei ha detto addirittura che Galliani oggi non ha più del 4% dei consensi. Non è stato un po’ esagerato ? "Ho parlato di 4 preferenze, forse arriva a 6...". E’ una unanimità al contrario. Che dirà Cellino che aveva previsto 39 preferenze su 42 per Galliani ? "Cellino dice le cellinate. Cellino dice quello che deve dire". Sarà la serie B l’ago della bilancia per le elezioni ? "Se pensano di poter eleggere Galliani con la serie B contando i loro 22 voti, hanno sbagliato i conti. Hanno promesso altri 4 anni di mutualità alla serie B. ma i club sanno da che parte stare. Nel nostro sistema le entrate si dividono in maniera diseguale, e le uscite invece in maniera uguale. Una follia. In una assemblea del passato in cui passarono queste decisioni, mi alzai per protesta e me andai. Poi discussi in corridoio con Galliani, sa cosa mi disse ? "Se vuoi avere ragione, comprati una televisione anche tu". Questa è la sua filosofia sin dai tempi di Marsiglia, quando ritirò la squadra". Schieramenti: Facchetti si espone, Moratti invece sembra quei portieri un po’ incerti sui cross: esco o non esco ? "A Moratti cosa penso gliel’ho detto in faccia: non puoi tenere i piedi in due staffe. Stai con noi perché temi gli arbitri e hai paura che non ti facciano vincere. Poi però vai con loro Milan e Juve nella stanza dei bottoni per spartire il bottino. Io la posizione dell’Inter non la apprezzo". La Roma non si sta schierando con il fronte del No. "Io credo che la posizione della Roma sia difficile. Sensi ha avuto centomila difficoltà economiche e problemi da risolvere. Mi dispiace per i tifosi della Roma che è una grande squadra. Ma in questo momento Sensi non può essere un nostro referente". E di Preziosi, rappresentante della B, cosa dice ? Due anni fa attaccava chiamando banda di delinquenti chi gestiva il potere. Ora preme per la loro conferma. "Le sue posizioni non le voglio neanche commentare, è un uomo che non stimo". Si parla anche di una futura battaglia per le poltrone come consiglieri federali e di Lega. Per controllare meglio chi comanda. Ma conta davvero sedersi lì ? "Quelle federali poco o niente. Un po’ di più quelle di Lega. Ma vengono eletti con il voto di tutti i presidenti di A e B". Ma voi un nome alternativo a Galliani ce l’avete o no ? "Il nome lo si trova, ci si siede e lo si trova. Sicuramente non è Galliani che ha dimostrato di fare solo gli interessi di tre squadre. Guardate come ha gestito la questione della tv: prima ha rinnovato senza dire nulla con Sky e poi, sempre di nascosto, come uomo del Milan è andato con Juve e Inter a "rapinare" il contratto del digitale terrestre. Questi sono dei rapinatori". Parole forti. "Sono rapine a mano armata. E spiego perchè. Non solo questi club incassano cifre enormemente superiori a quelle degli altri, ma evitano in tutti i modi di pagare il 18% che è la percentuale per le squadre ospitate. Soldi che vanno nelle casse comuni e vengono divisi. Per intendersi: se la Juventus incassa 100 milioni, 18 milioni li prendiamo noi altri club. Ma loro neanche quello vogliono darci e allora nei loro contratti tv nella cifra complessiva incassata ipervalutano il trofeo Berlusconi, lo sponsor sulla maglia, le amichevoli o gli allenamenti, perchè su quello non ci pagano la percentuale". Secondo lei come mai il Real Madrid, la più importante società del mondo, incassa complessivamente vendendo i suoi diritti tv 71 milioni e la Juve tra pay, Rai e digitale supera i 120 ? "Perchè si sono portati via i nostri soldi". Corioni sostiene che nella divisione dei diritti deve pesare a fine anno anche la posizione in classifica. "E’ anche la mia posizione. Le sembra giusto che io guadagno 15 e la Juve 100, ma se io vinco e loro arrivano quinti, continuiamo a prendere la stessa cifra. Anche io come tutti, come la vostra Roma, voglio arrivare primo ed essere pagato da primo. In Champions League chi vince guadagna 50, chi viene eliminato subito invece 2. E’ giusto. Noi invece stiamo subendo regole e decisioni assurde. Roba da Procura della Repubblica". Lo stile Juve esiste ancora ? "Lo stile Juve non c’è più. Loro hanno sempre avuto un potere nel calcio italiano. Ma il potere si può gestire in tanti modi. Boniperti poteva prendere Maradona, non lo fece perchè non lo riteneva giusto a certe cifre. Adesso invece ragionano così: Il più forte porta a casa tutto. E’ possibile che la Juve si porti a casa con i diritti tv 94 milioni e il Chievo 3 ? Provo vergogna per loro". Da 1 a 10 quanto le importa di essere deferito ? "Manca il mio numero. Mi importa zero. Anche perché se non cambia il calcio io vado via. Come Corioni, a farmi prendere in giro non ci sto più".

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lunedì, ottobre 11, 2004
 

Il lavoro che ammazza
 
di Massimo Gramellini (Copyright "La Stampa")
 
Chi non muore, scappa. Francesco Iacomino e Nicola Tricarico sono morti. I loro colleghi di lavoro nero sono scappati. Tutti, senza eccezioni. Fosse Iraq, ci sarebbero le straordinarie dei tg. Invece è Napoli, Italia, benché certe volte non si direbbe. I due operai avevano 33 e 26 anni. Il primo è crollato l'altro giorno da un ponteggio e per nasconderne le tracce l'hanno trascinato via dal cantiere che era ancora vivo, senza manco chiamare l'ambulanza. Il secondo è caduto ieri vicino alla stazione, fulminato da una scarica elettrica, ma nessuno ha visto niente, il geometra è irreperibile, gli altri operai volatilizzati. Comodo accusarli di omertà, come se chi accetta un lavoro senza rete per 200 euro alla settimana non avesse perso da tempo ogni speranza in un sistema legale che non gli ha mai offerto che parole. Ingiusto considerarli colpevoli del loro destino gramo perché preferiscono un posto abusivo a Napoli che uno in regola a Treviso, come ha fatto il prete anti-usura Massimo Rastrelli. E' una colpa, per un cittadino della sesta potenza industriale, voler lavorare vicino ai propri affetti ? C'è un solo modo per riottenere la fiducia di quegli operai: meritarsi quella degli imprenditori onesti che oggi disertano il campo per paura e chiedono allo Stato di riappropriarsi del territorio. Con la forza, se necessario, perché la democrazia non è un regime da deboli, ed è democrazia dare un lavoro sicuro alla gente senza obbligarla ad attraversare i mari: lo scriveva il filosofo Alessandro Passerin d'Entrèves, mica un no global.





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domenica, ottobre 10, 2004
 

La triste storia di Giulio e Domenico

di Gian Antonio Stella (Copyright "Il Corriere della Sera")

"Giulio, non mi fai neanche gli auguri ?", cinguettò il nuovo ministro dell'Economia col tono zuccherino dell'affabulatore. Lui, preso in contropiede dalla telefonata, affilò una rasoiata omicida: "Auguri". Clic. Era il 15 luglio scorso: Domenico Siniscalco si insediava nel giorno del suo 50° compleanno alla scrivania che era stata di Quintino Sella. Quella, raccontano, fu l’unica punta d’amaro: l’ostilità di Giulio Tremonti. Che segnava traumaticamente la fine di un’amicizia durata quasi trent’anni. Non sono rare, in politica, le rotture così laceranti. Pier Ferdinando Casini e Clemente Mastella, il gerundio e il participio presente post-diccì, erano talmente affiatati che il secondo diceva: "Io potrei chiamarmi Pier Ferdinando Mastella e lui Clemente Casini". Finì con lo statista di Ceppaloni che accusava l’altro di essere "un figlio di papà" che "porta i voti di io, mammeta e tu" e il futuro presidente della Camera che gli ricordava come "i cimiteri son pieni di persone che si ritenevano indispensabili". Bettino Craxi e Claudio Martelli parevano inseparabili. Finì col secondo che tuonava di voler "restituir l’onore ai socialisti" e il primo che ringhiava: "E' un cane che morde la mano che l’ha nutrito: di lui farò poltiglia". Gianfranco Miglio stravedeva per Umberto Bossi. Finì col definirlo "un mostriciattolo prodotto da un’avventura da analfabeti", venendone ricambiato con un insulto indimenticabile: "E' solo una scorreggia nello spazio". Giulio e Domenico no, non sono ancora arrivati a tirarsi pubblicamente gli stracci. E' anzi possibile, per l’amor proprio di ciascuno, che non ci arrivino mai. Ma certo la lettera al Corriere con cui l’ex ministro del Tesoro ha risposto all’articolo sull’uso dell’inglesorum , conteneva un passaggio così velenoso, con quell’accenno a "qualche direttore del ministero molto fluent", da prefigurare una muta e micidiale guerra di posizione destinata a durare, chissà, nei secoli dei secoli. E pare confermare i sospetti di quanti dentro Alleanza nazionale ma non solo, sono pronti a giurare che dietro le osservazioni che hanno affossato un po’ di regalucci clientelari attesi da certi colonnelli finiani, ci sia lui: il Tremonti Tradito in versione Edmond Dantès. E già fioriscono le leggende metropolitane. Lui, che adora i giochi di parole sottili, avrebbe ispirato la definizione di "Finiscalco", il ministro-clone che abbinerebbe il titolare del Tesoro e il leader di An reo d’aver risposto al professore valtellinese: "Se io non capisco un cazzo di economia tu non capisci un cazzo di politica e rapporti umani". Lui la gola profonda che telefona in giro per spiegare, arrotando bellicoso le erre, che questa finanziaria è un "obbrrrobrio" e che "ha ragione nelle sue critiche perfino Visco", l’uomo che aveva simpaticamente bollato come "un gangster contabile". Lui l’occulto regista del "tiro al piccione" aperto sul successore. Vero ? Falso ? Un po’ vero e un po’ falso ? Boh... Ciò che è certo è che a Tremonti il modo in cui è stato buttato fuori, tra le sviolinate dell’amico Silvio ("ti vedo un po’ sbattuto, perché non te ne vai sulla mia barca alle Bermuda ?") e le ipocrisie dei cortigiani, è rimasto nel gozzo. Tanto più dopo aver saputo, come ha rivelato "Il Foglio" in uno splendido ritratto scritto da Marco Ferrante, che l’"Eco di Bergamo" aveva pubblicato, subito dopo la nomina del nipote, un’intervista allo zio di Siniscalco, Prospero Bonomi. Il quale, colmo di soddisfazione per la carriera di Domenico, aveva confidato: "Lui non voleva accettare, ma è da tempo che gli chiedono di prendersi questo incarico". Al che il tributarista di Sondrio, che tra le innumerevoli virtù non ha quella della dolce rassegnazione al fato, sarebbe deflagrato: ma come ? Lui ? Il suo braccio destro ? Era corteggiato "da tempo" e non gliel’aveva mai detto ? Come aveva potuto ? La sera della defenestrazione, l’ex ministro si era infatti andato a sfogare lì, a casa del suo più stretto collaboratore, l’amico di una vita, il brillante economista torinese col quale aveva diviso, al tempo dei "Reviglio boys", il quartierino da scapoli nel quale vivevano a Roma. Come sia andata quella notte di sfoghi non si sa. Certo è che, il giorno dopo, la famosa scrivania di Sella veniva liberata da un Tremonti deciso a sottolineare pignolo ogni dettaglio come non volesse infettarsi con i microbi: "Questo libro è mio, quello va restituito alla biblioteca, questa penna è mia, quella no...". Forse, se fossero riusciti a parlarsi e a sforzarsi di capire l’uno le ragioni dell’altro, le cose avrebbero preso una piega diversa. Forse. Perché poche altre volte, in un mondo arido come la politica, due amici si erano così reciprocamente completati. Di qua Giulio l’ispido a collezionare antipatie con le sue rigidità, le sue bacchettate "calviniste", le sue battute taglienti (come la volta che disse in Consiglio dei ministri alla Moratti che batteva cassa: "Letizia, questo governo non è tuo marito"), di là Domenico a ricucire con quella affabilità, quella simpatia e quell’arte di tessere rapporti umani che gli ha consentito addirittura di traslocare dalla sinistra alla destra senza essere linciato come un voltagabbana e di essere anzi indulgentemente visto da Gad Lerner come "una maschera di altissimo livello del trasformismo italiano, un uomo che lo ha praticato con grande naturalezza e con grandi risultati". E forse mai due amici, nella stanza dei bottoni, impegnati a far tornare conti che non tornavano mai, avevano avuto tanta confidenza. Al punto, per alleggerire le ore di lavoro, di studio e di tensione, di scambiarsi liste di nomi assurdi trovati sull’elenco telefonico: Felice Mastronzo, Mela Marzia, Scopa Tina, Sasso Pietra, Domenica D’Agosto. Di ridere delle imitazioni nelle quali Siniscalco eccelle, prima fra tutti quella del governatore Fazio che immortala stropicciandosi il vestito come fosse finito sotto un tir e infilandosi un posacenere in tasca per accentuare l’aria trasandata. Di legare l’uno all’altro, assopito in uno dei tanti voli transoceanici, i lacci delle scarpe. E forse lì sta il punto. Se è vero che "in politica il tradimento non esiste", come spiegò Giuliano Ferrara, è vero anche che niente come la fine dei grandi amori e delle grandi amicizie può alimentare il disprezzo, il rancore, l’odio. Spiegò un giorno Rouben Mamoulian che ogni volta che litigava con Greta Garbo spaccava un pianoforte: "Il nostro amore durò tre pianoforti". Quante Finanziarie passeranno, prima che i nostri due facciano la pace ?

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sabato, ottobre 09, 2004
 

Trovato testamento nel collare di un cane

(Copyright ANSA)

Un imprenditore agricolo avrebbe lasciato scritto il testamento sul collare del suo pastore tedesco, nominato erede universale. Eredi anche due ragazzi, figli di un vicino di casa. Ma il singolare lascito non e' piaciuto ai familiari del defunto che hanno ingaggiato una guerra legale con i genitori dei due minorenni. Ai giudici, infatti, si sono rivolti i congiunti dell'imprenditore milionario, Giovanni Russo, morto il 5 febbraio a Marina di Caronia, del messinese.



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giovedì, ottobre 07, 2004
 

Il nuovo padrone della Lazio

(Copyright "L'Unità")

Se Claudio Lotito fosse solo un imprenditore dai modi grezzi e brutali, e dalle amicizie giuste, non ci sarebbe un particolare motivo per parlarne. Ma se invece Claudio Lotito è una nuova forma esistente in natura di arcitalianità, una forma sconosciuta fino ad oggi, allora la storia del dottor Lotito va spiegata bene. Perché Lotito è un imprenditore, un presidente di società di calcio, un amico di Francesco Storace, governatore della Regione Lazio, ma è ancora di più. Molto di più. E' un misto di nazional-popolare e di vecchia destra, di ambizione e persino buon senso, un outsider dai modi imbarazzanti e contemporaneamente uno che si muove nel mondo della politica e del calcio con una stupefacente abilità. Un signore ricco, che però non passa mai dalle porte principali. Uno che non sa neppure che cosa sia la parola stile, perché quel vocabolo lo ha sostituito con una parola che non esiste: un cinico de core, direbbero a Roma. Uno che scende in mezzo al suo popolo di tifosi, e contemporaneamente si inventa il motto: "Tabula rasa, e non se paga nessuno". Questo per gli amici. Per le masse laziali, la parola d’ordine è un’altra: "Se volete un calcio pulito rivolgetevi a Claudio Lotito". E dire che lui, Claudio Lotito le pulizie la ha sempre fatte con cognizione di causa. Nato a Roma, cresciuto ai Castelli, nel 1957, Lotito è titolare di un certo numero di piccole imprese di pulizia, e di una piccola società di security. Nel senso che tutte le sue aziende di pulizie, sono società a responsabilità limitata, con il minimo di legge di capitale versato, 10.400 euro; 60 milioni di euro di giro d’affari per un utile senza pretese: poche decine di migliaia di euro. Niente di grandioso, se non fosse che Lotito lavora soprattutto con la Regione Lazio governata da Storace. Ma se andate a chiedergli conto della sua grande amicizia con Storace, Lotito vi risponderà che "i meglio affari" li ha fatti quando al palazzone della Cristoforo Colombo, sede della Regione, c’era l’inquilino precedente, Piero Badaloni. Eletto per il centro sinistra. Come è, come non è, l’impero di Lotito ha un atout che va considerato, che pesa nella sua partita come pochi altri. Ha sposato Cristina, figlia di Gianni Mezzaroma, costruttore romano (un tempo si sarebbe detto palazzinaro) ricco e potente. Per il resto Lotito dice di essersi fatto da solo. La Snam e la Linda, sono imprese di pulizia, la Bonadea si occupa di ristorazione, l’Immobiliare Appia e l’Immobiliare 03, si occupano di edilizia, la Gasoltermica fa manutenzione caldaie, e infine la Roma Union Security, con stemma dell’aquilotto, è un azienda di vigilanza, che tra le altre cose garantisce la sicurezza anche nel palazzo della Regione. Tutto questo fa come somma meno di duemila dipendenti. E ha per clienti, oltre la Regione, la Provincia di Roma, l’Acea, il policlinico di Tor Vergata, il policlinico Sant’Andrea, l’Ospedale Spallanzani e i reparti dello Scico della Guardia di Finanza. Cose normali insomma. Buoni appalti, tutti nel pubblico. Tutti per le buone relazioni del signor Lotito, che mostra un animo rude, ma poi si muove con diplomazia, e senso degli affari. O meglio, si muoveva. Perché il calcio per l’Imperatore del Mocio Vileda fa brutti scherzi. Il calcio non è il solito tran tran, la solita routine, il calcio tira fuori il meglio e il peggio delle persone. Spesso il peggio. Il calcio è ribalta, senso di potenza, e soprattutto volontà di potenza. Chissà cosa avrebbe scritto Nietzsche se avesse visto una curva da stadio in azione. Ma anche se Nietzsche avesse avuto il dono della preveggenza, e avesse pubblicato un trattato sugli ultras, lui Lotito, probabilmente non ne sarebbe al corrente. Nel suo studio, un ufficio esagerato al quartier generale di Villa San Sebastiano, ex ambasciata del Sudan, Lotito mostra tra candelabri, arazzi e quadri del Settecento, pure una libreria in legno massello dal contenuto eclettico. Una targa degli Irriducibili, con la scritta: "Al nostro presidente per la tenacia dimostrata al fine di salvare la SS Lazio" (e quel al fine è davvero una finezza). E assieme alla targa un libro di Suor Paola, la suora supertifosa laziale, ospite fissa di "Quelli che il calcio" dei tempi di Fabio Fazio. Ma se fosse solo questo, che ci sarebbe di strano ? Il rozzo e sbrigativo Lotito non ha un libro. Solo targhe e un tomo di suor Paola. E invece no, perché il resto della biblioteca è tutto un susseguirsi di titoli di medicina. Alcuni antichi e preziosi. Uno è persino in tedesco, un Klinische Medizin, arrivato lì chissà come. Nessuna cronaca fa notare che Lotito è laureato con il massimo dei voti in pedagogia. E che le imprese di pulizia lo hanno allontanato dalla passione per gli studi di medicina. Ma di pedagogia, con la sua Lazio, ne ha applicata assai poca. A luglio ha speso la somma di 26 milioni di euro, per acquisire il controllo della Società Sportiva Lazio. Sono briciole, se si tiene conto che i debiti della società arrivano a circa 75 milioni di euro. Da pagare in tre rate all’erario. Solo che Lotito - fedele al motto tabula rasa e non si paga nessuno - al primo consiglio di amministrazione ha fatto il suo show. Ha preso gli incartamenti relativi a debiti e rate, e ha buttato, fisicamente, tutto nel cestino. Non ha pagato la prima rata e ha detto che tratterà per avere una rateazione a dieci anni. Cosa di fatto impossibile. Questo ha scatenato una claque di ammiratori del rude imprenditore. Che si vanta di tener pulito il calcio oltre che i locali del suo amico Storace. Il suo allenatore, Domenico Caso, quando era responsabile del settore giovanile, guadagnava 100 mila euro netti all’anno. Ora che sta in una panchina di serie A, si deve accontentare di 50 mila netti. Che neanche un allenatore di C2 prende così poco. Nella sua grandeur Lotito ha un motto. Faccio tutto da solo, e non guardo in faccia nessuno. Il 20 agosto scorso, a San Siro, per la partita di supercoppa Milan-Lazio, il presidente della Lazio siede accanto al presidente del Milan, oltre che del Consiglio. Lotito è impressionato dai solerti barellieri e dai Vigili del Fuoco dello Stadio Meazza. Si rivolge a Berlusconi, e chiede: "Ma a te, quanto te costano i barellieri in campo ?". E Berlusconi: "Nulla, è un servizio gratuito". Torna a Roma, e Lotito decide: i pompieri non si pagano. Viene indetta una riunione con il prefetto Achille Serra, perché l’agibilità dello Stadio Olimpico diventa a rischio, se non impossibile, senza i Vigili del fuoco. E Lotito si presenta davanti a Serra con due ore e mezza di ritardo. Cosa che fa andare su tutte le furie il prefetto di Roma. Ma la media dei ritardi degli appuntamenti di Lotito varia dalle 4 alle 6 ore. Ma tutto questo ha un suo pubblico. E' il pubblico del "Me ne frego", di antica tradizione socialfascista, la stessa che incarna così bene, ma senza questi eccessi il governatore Storace. Che però non è il solo amico di Lotito. Nell’elenco dei fedeli del neopresidente della Lazio, c’è Guido Paglia, c’è Cesare Previti, c’è Carlo Taormina. Anche se Taormina uno dei suoi scherzetti glielo ha giocato. Sostenendo che la fede laziale di Lotito era assai poco dimostrabile, visto che il presidente, prima dell’acquisto della società, si vedeva spesso e volentieri nella tribuna dell’Olimpico, certo, ma soltanto quando giocava la Roma. E questo è uno sgarbo che mette a disagio la nuova retorica di Lotito. Tutta costruita sul motto: la Lazio è mia. Oltre che dei tifosi naturalmente, e nessuno può metterci parola. A cominciare da quelli che c’erano prima, e prendevano i soldi della società. Lui i soldi li dà. "Non me metto nella tasca sinistra quello che ho tirato fuori dalla tasca destra. Il Presidente della Lazio ? Stipendio zero". Alla prima riunione del Consiglio di Amministrazione, ha accusato i consiglieri di guadagnare troppo, a spese della buona salute della squadra. Ignorando volutamente che il presidente uscente, Longo, si era sospeso lo stipendio, e non aveva neppure la carta di credito della società: "Se volete stare in questo consiglio avete da paga’ voi", ha detto ai consiglieri. Poi per la prima partita di campionato ha annullato tutte le tessere omaggio. Niente privilegi: chi vuole vede’ a Lazio, ha da paga’. E ogni domenica è lui stesso ha controllare personalmente tutte le richieste di biglietti. Incluse quelle dei giornalisti. Poi Lotito ha deciso che poteva fare a meno di tutti gli addetti della società allo stadio. 300 persone sostituite con solo 120 persone senza esperienza, che provenivano dalle sue aziende, e a gratis. Neanche a dire che l’Olimpico è andato in tilt. Poi è andato da Wolfango Patarca, storico selezionatore della giovanile della Lazio. L’uomo che ha scoperto Di Vaio e Nesta, e lo ha liquidato su due piedi. Ha messo al suo posto un ex generale amico suo. E ancora: lo staff medico della Lazio è stato licenziato e sostituito con un nuovo staff medico. A costo zero. Gratis. Come sia possibile lo sa soltanto lui. Ma tutto questo ha a che fare con i suoi appalti nei policlinici e ospedali romani. Non contento (ci sarebbe da dire: non pago...) ha dimezzato gli stipendi a fisioterapisti e massaggiatori, gente al massimo da 3000 euro al mese. E i preparatori atletici che guadagnavano 60 mila euro ora si portano a casa la metà. E l’allenatore della primavera della Lazio, si deve rassegnare a campare con 10 mila euro netti l’anno. Tutto questo in nome della lazialità. In campo Lotito non vuole giocatori, ma gladiatori. A basso prezzo, possibilmente. Quando ha potuto ha ritoccato i contratti. Simone Inzaghi è passato da 2 milioni e 400 mila euro l’anno a 950 mila euro. Però si è impegnato a darglieli per i prossimi cinque anni. Con Negro gli è andata male. Il contratto non è ancora chiuso. Dai due milioni e 400 mila euro l’anno, vorrebbe abbassare la cifra a 500 mila per tre anni. Negro, e sua moglie, che è il suo procuratore, pare non l’abbiano presa benissimo. Con Esteban Gonzales ha chiuso a 200 mila euro l’anno. Ma sembra che Gonzales fosse convinto di prenderne 1 milione e 200 mila. Lotito gli ha detto. "Se vinciamo lo scudetto te ne aggiungo 500 mila, la Coppa Uefa 300 mila, la Coppa Italia 200 mila. In più ti faccio un contratto annuale a 200 mila euro. E hai da esse’ contento, nel tuo paese ne prendevi 60 mila". I tifosi sono con lui. Il calcio pulito nell’ideologia calcistica fondamentalista è un sogno, un Eden, che ogni ultras coltiva dentro di sé. E che Lotito esprime. Ben oltre il calcio. Inneggiando al simbolo del gladio e del gladiatore, e soprattutto all’idea dell’appartenenza. Essendo quella del calcio l’unica ideologia totalitaria e acritica rimasta in piedi. E in questo totalitarismo calcistico, fatto di presidenti condottieri e di calciatori semidei, la pulizia di Lotito è tutta costruita sul sacrificio. Il primo sacrificio lo avrebbe fatto lui, pagando i 26 milioni di euro. Il resto dei sacrifici è richiesto a tutti gli altri, a cominciare dai suoi collaboratori più stretti. L’autista Felice, ex poliziotto, che ormai mangia solo pizza al taglio perché Lotito non gli dà il tempo neppure di sedersi a tavola; la fedele Michela, segretaria che tenta di sopportare lo stress, ma non osa andare a chiedergli le ferie. L’appartenenza è riportare a Roma quelli che hanno fatto grande la Lazio. Pulici e forse Chinaglia. Oltre naturalmente a Paolo Di Canio, ritornato dall’Inghilterra. E ora prestato proprio all’amico Storace, a cui deve davvero la sua scalata alla presidenza della Lazio. E ora Storace chiede il conto. Vuole Di Canio candidato nella sua Lista Storace. In gioco migliaia di voti laziali. Tutto a colpi di slogan, genere che a destra lascia da sempre molto a desiderare. Dopo "Lotito, calcio pulito", sarà la volta di "Storace, destra pugnace" ?



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mercoledì, ottobre 06, 2004
 

L'inglesorum del ministro

di Gian Antonio Stella (Copyright "Il Corriere della Sera")

"Parla in francese al cane !", inorridiva Camilla Cederna per infilzare chi voleva darsi un certo tono. Fosse viva, avrebbe di che divertirsi. Nella scia di una lunga serie di sdottoreggiamenti anglofili, il ministro del Tesoro Domenico Siniscalco ha ieri individuato un metodo geniale per spazzare via con cristallina trasparenza tutti i dubbi e gli interrogativi e le perplessità sui nuovi pedaggi previsti nella Finanziaria per 1.500 chilometri di strade oggi gratuite. E volto alla plebe l'ha rassicurata così: "Si tratta di shadow toll". Pedaggi-ombra. Sono anni che si parla di questi nuovi pedaggi. Il primo a farlo fu Pietro Lunardi subito dopo essere stato fatto ministro, promettendo che la nuova Salerno-Reggio Calabria (magia !) sarebbe stata pronta "entro il 2004-2005: ho già chiesto che si paghi il pedaggio". E da allora non si contano le dichiarazioni e i commenti, senza che mai una volta il governo avesse sentito la necessità di correggere la definizione della parola. La quale nello Zanichelli risulta: "Tassa corrisposta per il transito di veicoli in determinati luoghi". Di più: "gabella, dazio". Storicamente: "diritto di mettere piede". Del resto, così sta scritto nella relazione tecnica della Finanziaria: "Per stimare l’introito derivante dalla vendita delle strade si assume una concessione quarantennale analoga a quella del gruppo Autostrade con un ricavo medio da pedaggio per km pari a circa 0,68...". Tutto chiaro ? Sembrava. Al punto che il ministro delle Attività produttive Antonio Marzano, dato che nessuno gli aveva fatto uno squillo fornendogli l’interpretazione governativa della parola, si era lanciato ieri mattina in una appassionata arringa in difesa di quello che pensava fosse il provvedimento. E dopo aver assicurato che avrebbe proposto di studiare "l’abbonamento per chi usa più spesso le strade statali e quindi le usa per motivi di lavoro e trasporto merci" in modo che "così come esiste l’abbonamento ferroviario che comporta anche un costo minore per chi lo acquista, si possa studiare l’abbonamento per le strade statali", si era avventurato in una generosa arrampicata sugli specchi: "Bisogna capire i pro e i contro della decisione" e cioè che "non tutti usano le strade statali, oppure non con la stessa frequenza. Se non si paga il pedaggio, qualcuno paga, e cioè tutti quelli che le usano e quelli che non le usano". E via blablablando. Ad immolarsi sullo stesso altare, però, la Lega non ci pensava proprio. E dopo aver sparato con Ugo Barolo un primo botto antimeridionalista ("Se l’intenzione del governo è di pedaggiare le autostrade del Sud attualmente gratuite non possiamo che compiacercene"), aveva aggiustato il tiro con Alessandro Cè: "Se fosse a carico degli automobilisti sarebbe un’ipotesi sciagurata. Se si vuole una sollevazione popolare...". E così, mentre scoppiava la polemica a sinistra e tra i consumatori (che denunciavano apocalittici "il ritorno alle taglie medievali") con immediato contagio ai centristi e ai nazional alleati, il Tesoro si è precipitato a precisare: è tutto un errore ! Anzi: un mistake, direbbe Siniscalco. E giù spiegazioni complicatissime, di cui parliamo a parte, riassunte come dicevamo: non si tratta di un vero pedaggio ma di uno shadow toll . Al che lo stesso Giancarlo Giorgetti borbottava: "Voi avete capito ? Io no". Classico. Ricordate don Abbondio che spiega a Renzo i motivi per cui non lo può maritare ? "Error, conditio, votum, cognatio, crimen, Cultus disparitas, vis, ordo, ligamen...". "Si piglia gioco di me ? Che vuol ch’io faccia del suo latinorum ?", lo interrompe il promesso sposo. E lui: "Dunque, se non sapete le cose, abbiate pazienza, e rimettetevi a chi le sa". Morto il "latinorum", tocca all’"inglesorum". Sono anni che l’andazzo è questo. E a mano a mano che i francesi tentavano un disperato arroccamento in difesa della loro lingua, noi abbiamo ceduto di schianto. Compiacendoci anzi della nostra provinciale rincorsa a ogni parola inglese che c’era nei dintorni. Federalismo ? No: devolution. Stato sociale ? No: welfare. I rapporti sulla sanità ? No: report card . E via così, fino al trionfo del linguaggio televisivo del "Grande Fratello" celebrato da Silvio Berlusconi che, dopo aver lanciato l’Usa Day, il Tax Day, lo Sport Day e l’Election Day, arrivò ad annunciare un possibile rimpasto col linguaggio di Taricone: "Non escludo qualche new entry". Del resto, l’ha teorizzato più volte: "Io sono allergico a tutte le parole della vecchia politica". Perché parlare andreottianamente di "verifica" ? Meglio "tagliando del motore". Perché "manovra" ? Meglio "taglio di spese dello Stato senza incidere su scuola, sicurezza, salute e servizi sociali". Cirino Pomicino ci ha sempre riso su: "Berlusconi fa ’o gallo sull’immondizia". Lui ha tirato diritto. Tanto da suggerire a Letizia Moratti un simpatico metodo educativo: "Nelle mense scolastiche i bambini devono chiedere quello che vogliono in inglese sennò non mangiano...". Giulio "Genius" Tremonti non ha perso occasione per dargli ragione. Tanto che un giorno, racconta Bobo Maroni, usciti i sindacati per passar la staffetta agli imprenditori, sbottò: "Finalmente posso parlare in inglese". E via con panel e tax shield e close to balance, che indicando l’avvicinamento al pareggio stemperava la gravità del buco mettendosi nella prospettiva dei beati che tendono alla santità con pia rassegnazione a non raggiungerla mai. Come poteva, dopo tale maestro, sottrarsi al percorso il suo discepolo e successore ? Ed ecco Siniscalco, bacchettato perfino da Luca di Montezemolo con la battuta su the collegate, marcare altre new entry: spending review e golden rule e infine shadow toll. Insistano. Magari copiando il poeta Pasquale Panella e i suoi deliziosi deliri esterofili: "Fui maître à penser / prêtàporter, entravo / in coupé in ogni / foyer, il mio water / fu un atelier, ogni/ pamphlet un défilé / d’emblée, soirée e matinée / ero fumé, tsetse, checché, coccodè, bignè / per autodafé diventai consommé".

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lunedì, ottobre 04, 2004
 

Assegnati i premi IgNobel

(Copyright "Il Corriere della Sera")

Giunti alla loro 14esima edizione gli IgNobel potrebbero apparire soltanto una pacchiana canzonatura nei confronti del mondo accademico e dei ricercatori, ma alla cerimonia di premiazione 8 dei 10 vincitori non hanno voluto mancare. E, sembra, hanno riso di gusto al ritiro del "prestigioso" riconoscimento. Fisica, medicina, chimica, biologia, economia, ingegneria, letteratura, pace, psicologia, salute pubblica: ci sono tutte le materie tipicamente premiate dal Nobel, quello vero, ma la giuria ha aggiunto un ingrediente indispensabile per la scelta dei candidati: il divertimento. Far ridere e incuriosire le persone sui temi della scienze e della tecnologia, questo il motto del premio IgNobel, non del tutto stupido, non del tutto serio. Se quest'anno tra i premi c'era la scoperta dell'americana Jillian Clarke, la famosa "5 Seconds Rule", secondo la quale il cibo caduto a terra deve essere ingerito nei succesivi 5 secondi se si vogliono evitare infezioni, una sfogliatina agli annali dell'IgNobel rivela le cose più bizzarre. Della lista dei premiati fanno parte anche gli inventori della famosa "Legge di Murphy". E ancora, il creatore del karaoke, per il suo fondamentale contributo alla pace nel mondo. Due fisici che hanno studiato la dinamica dei movimenti dell'hoola hop (quest'anno). Uno studioso del Lichtenstein per aver partorito l'idea di affittare l'intero paese. Due matematici indiani che hanno misurato la superficie della loro nazione in elefanti.

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domenica, ottobre 03, 2004
 

Slow food e le due Simone: l'America premia gli eroi d'Europa

di Vittorio Zucconi (Copyright "La Repubblica")

C'è un altro scontro di civiltà, sulla strada dell'Occidente, che il magazine Time ha individuato, scegliendo subito in quale campo stare, è la guerra tra la barbarie del fast food e la cultura civile del gusto. In questo 2004 di rabbie, il grande periodico americano che ogni anno sceglie i personaggi leader del tempo ha eletto a inatteso "eroe europeo" un guerriero dello slow food, il piemontese Carlo Petrini che da vent'anni combatte, dalla cittadina di Bra, per esportare il buon gusto e per resistere alla globalizzazione del cibo di plastica. E lui, che Time definisce un "Don Juan" forse confondendolo con "Don Quixote", non è il solo, fra i 27 "eroi", che suoni come un dispetto alla retorica dell'America dominante e invasiva di "Giorgio Imperatore" e dei falsi miti americani. E' un bene che Bush ignori i giornali che pubblicano notizie sgradevoli, perché se una copia della prossima edizione di Time Europe con la lista degli "eroi europei" 2004, con il tributo all'avversario piemontese delle multinazionali della orrida polpetta e la copertina con il volto di Simona e Simona finisse sul suo tavolo allo Studio Ovale, il presidente americano ci resterebbe molto male. Dalle due giovani donne italiane, quelle incorreggibili e ingenue "Simone" che osano ancora contestare la missione salvifica della guerra giocandosi le simpatie sentimentali di mezza Italia, al giudice Carla Del Ponte di quella corte internazionali di giustizia che l'amministrazione Bush boicotta e teme, dall'attrice inglese orribilmente progressista Emma Thompson a Carlo Petrini, i 27 "European Heroes" 2004 scelti dal magazine americano sono un who's who di tutto ciò che la nuova retorica muscolare del politically correct antipacifista e antibuonista e filoglobalista troverebbe detestabile e politically incorrect. Sono tutti sbagliati, peggio, sono tutti anacronistici, appunto come il crociato di Bra che lotta contro la polpetta imperialista, questi eroi che Time ha scelto da liste sottoposte dai suoi corrispondenti e redattori in Europa e poi selezionato con un referendum attraverso il suo sito Internet. Sono eroi d'un tempo e d'una cultura che appartengono a un mondo che, ci viene detto, l'11 settembre ha spazzato via come rottami da "vecchia Europa", per usare l'immortale e rivelatrice gaffe di Donald Rumsfeld. Precisamente quella vecchia Europa che il gusto del cibo vero e delle buone azioni disarmate e ingenue, rappresentano. Come già lo scorso anno, quando nella lista dei prescelti comparve un altro dei grandi nemici pubblici della nuova religione del moschetto, il medico di Emergency, Gino Strada, anche quest'anno, Time, che nel 2003 aveva scelto the American soldier, offenderà le legioni dei "cattivisti". Carla Del Ponte, che dall'Aja tenta d'imbastire processi spesso impossibili contro i criminali di guerra di ogni nazione, fa paura a una Casa Bianca che ha rifiutato di sottostare al tribunale del diritto internazionale nel ben fondato timore che a qualche generale o politico americano venga chiesto conto raid aerei su città disarmate o di carceri come la famigerata Abu Grahib. Carlo Petrini, che da quasi vent'anni trama, dalla sua sede piemontese in provincia di Cuneo contro il fondamentalismo del fast food e traffica con personaggi invisi ai repubblicani globalisti come l'economista della Banca Mondiale Joseph Stiglitz, s'oppone, con ormai 60mila iscritti al suo gruppo, all'invasione della polpetta rifritta. Jan Pfeiffer, il ceco che conduce campagne internazionali contro il maltrattamento dei malati di mente negli ospedali psichiatrici, sembra venire da un altro mondo di sensibilità basagliane ormai spente, mentre un'altra "eroina", l'inglese Anita Roddick, con le sue campagne ambientaliste, rema sfacciatamente contro la marea montante dello sviluppo ueber alles. Che sia una testata americana, non di sinistra, e di tanto prestigio come Time, a celebrare eroi tanto politically incorrect per il potere americano del momento, può sorprendere solo chi immagina - o descrive - una nazione che marcia coperta e allineata dietro il suo "piccolo principe", come Bush fu definito, ricordando il personaggio di Saint Exupery, dopo l'atterraggio show in tuta di volo sulla portaerei "missione compiuta". L'ostinazione con la quale giornali, settimanali e tv americani si sforzano di resistere all'uragano del conformismo bellicista e di rappresentare sensibilità diverse da quelle imposta dalla macchina mediatica della propaganda per smentire lo stereotipo di un'America trincerata nel proprio rancore e nelle proprie angosce, è una maniera per preservare, in attesa che cambi il vento politico, qualche ponte di sensibilità sopra un Atlantico che si divarica. Time Europe, che è il fratello oltre oceano di Time americano e ha la propria redazione a Londra, deve vendere in Europa, dunque deve rispondere agli umori d'un pubblico europeo che ancora si vuole riconosce nella cultura civile americana (o altrimenti non leggerebbe Time) ma si sente offeso, se non allineato, dalla supponenza ideologica di chi impartisce lezioni di democrazia che non sempre applica in casa. Come in tutte le selezioni e i concorsi e i premi, anche questi riconoscimenti assegnati a 27 prescelti - tra i quali non tutti europei, come Sorious Samura che in Sierra Leone rischia la vita per filmare le sofferenza del continente dimenticato o il nigeriano Okonjo-Iweala che sfida i mulini a vento della corruzione politica nel suo paese - possono essere discussi e contestati, come sicuramente lo sarà la scelta di Simona Torretta e di Simona Pari, per chi, dopo aver intonato novene, oggi le detesta. E la battaglia del Barolo contro la Coca Cola di Petrini può sembrare teneramente disperata, come la fatica di Strada per ricucire quello che le guerre dilaniano. Ma anche questa guerra, come tutte le guerre, finirà, anche questo clima di rancore reciproco tra Europa e America cambierà. E dunque qualcuno, fosse anche una rivista illustrata, deve pur tenere acceso un cerino di sensibilità con il quale riscaldarci, aspettando che passi la nottata.





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sabato, ottobre 02, 2004
 

Un nastro in testa per le cassiere in periodo mestruale

(Copyright Libero.it)

Portare un nastrino rosso in testa nei giorni del ciclo mesile: è quanto una catena di supermercati voleva imporre alle sue cassiere. La misura discriminatoria è stata respinta solo dopo l'intervento dell'ispettorato del lavoro. La notizia è stata riportata oggi dal "Mlada fronta Dnes". In base a quanto spiegato dall'ispettore del lavoro Michal Ronin, secondo l'azienda il nastrino avrebbe permesso alle cassiere di giustificare le proprie assenze per andare al wc, visto che durante il ciclo mestruale le stesse chiedevano più spesso il permesso di recarsi al bagno. "Per fortuna siamo riusciti a scoprire questa misura prima della sua entrata in vigore - ha aggiunto Ronin - L'impresa ha riconosciuto il suo errore e ha abbandonato questa intenzione". Non è stato rivelato il nome della catena in questione: quelle contattate dal quotidiano hanno negato di avere a che fare con la faccenda.



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venerdì, ottobre 01, 2004
 

Le Olimpiadi di Torino nel caos

Da alcune settimane Evelina Christillin, la donna che deve guidare al successo il comitato per le Olimpiadi di Torino 2006, non dorme più. Dopo il ritorno da Atene le critiche sui ritardi organizzativi si sono moltiplicate. Oggi il presidente del Coni, Gianni Petrucci, spara a zero sulle difficoltà che il Toroc (l’organismo costituito per le gare piemontesi) sta trovando nei rapporti con la Rai, gli sponsor e la comunicazione. A sorpresa Petrucci propone una "guida forte", Mario Pescante, l’uomo del Governo con il quale lo stesso Petrucci ha avuto scontri all’ultimo sangue.

"Queste sono le Olimpiadi del Piemonte"

(Copyright "Il Messaggero")

Neve e Gliz, le mascotte delle Olimpiadi invernali di Torino 2006, si presentano, salutano tutti, da Tomba a Barbara Fusar-Poli, ma non i dirigenti del Coni. Gianni Petrucci e Raffaele Pagnozzi, presidente e segretario generale del Foro Italico, hanno disertato il loro battesimo, entrambi in evidente contestazione con i dirigenti di Torino. Non c'erano loro e non c'era neppure (tranne Antonio Rossi) nessun medagliato di Atene. L'Olimpiade della neve che torna in Italia dopo mezzo secolo si aprirà tra cinquecento giorni e c'è già una lite da sedare. Quello di ieri è stato uno strappo politico, evidente e grave perché i vertici del Toroc, il comitato organizzatore di Torino 2006, avevano scelto per la presentazione della mascotte proprio Roma per riallacciare un rapporto deteriorato. Queste sono le Olimpiadi dell'Italia e non le Olimpiadi di Torino e del Piemonte come negli ultimi tempi è sembrato. Proprio per questo il presidente del Coni aveva mosso qualche appunto. Valentino Castellani, che del Toroc è il presidente, ha tentato di minimizzare. "Non parlerei di frattura con il Foro Italico - ha detto non senza imbarazzo - Probabilmente ci sono valutazioni diverse anche sulla comunicazione. Si è contestata una marca troppo torinese, ma adesso saremo tutti focalizzati sull'evento sportivo". Non così la pensa Chiamparino, sindaco di Torino: "Sono preoccupato per questo stillicidio di veleni da parte del Coni". Diversa l'interpretazione del presidente del Coni. "Castellani sapeva da almeno dieci giorni che non sarei andato - ha spiegato Petrucci - Mi auguro che la situazione si chiarirà al più presto. In ogni modo, mi batterò perché a Torino si faccia una grandissima Olimpiade". Marca troppo torinese - ma non è l'unico motivo - di una competizione che deve invece essere dell'Italia: la scelta di Roma per presentare le mascotte, Neve e Gliz, i due personaggi disegnati,dal portoghese Pedro Albuquerque che ha vinto il concorso (237 sono state le proposte per la mascotte) è stato un atto preciso, una sorta di avvicinamento dopo le polemiche. Il Coni non gradisce, almeno fin qui, l'impostazione organizzativa dei Giochi che appaiono quasi una vicenda privata e troppo regionale mentre invece l'Olimpiade deve non solo essere di tutta l'Italia ma deve avere una gestione diversa, davvero olimpica e con grandi aperture. Il Coni chiede una rivisitazione della struttura organizzativa dopo l’ingresso (recente) di Mario Pescante, ma il suo ruolo è politico così come lo è quello di Luca di Montezemolo che deve essere soprattutto l'ambasciatore di questi Giochi. Dal Foro Italico Petrucci e Pagnozzi vorrebbero che nel Toroc trovassero un posto dirigenti qualificati per portare avanti l'organizzazione non dimenticando che a Torino si faranno le Olimpiadi e non una grande festa. Molti rilievi che affiorano adesso erano già stati mossi in estate dal presidente del Cio, Jacque Rogge. Anche agli occhi del numero uno del comitato olimpico internazionale quella di Torino è apparsa finora un'edizione molto privata, nel senso che appartiene solo a Torino e non al Paese. Roma-Torino-ltalia. Vuole, meglio dire: vorrebbe, partire così l'Olimpiade bianca del 2006, con un legame forte tra tutti. Ma per ricomporre, legami,che negli ultimi tempi si sono quasi dissolti servirà lavorare molto. L'arrivo di Mario Pescante all'interno del Toroc potrebbe servire a questo. "Il mio compito ? Lavorerò sulle fasce laterali - ha osservato il sottosegretario ai beni culturali - In questa squadra c'è qualcosa che somiglia a quella di Atene, ossia unità di intenti". Ecco il primo passo di un lavoro che non sarà facile ma che dovrà avere il supporto dei Coni con (almeno), un uomo gradito al Foro Italico che ora non c'è. Roma-Torino in lite ? Ci sono due mesi per trovare un'intesa perché il prossimo 7 dicembre, ancora qui, ci sarà la presentazione del percorso della fiaccola che scatterà dalla città eterna esattamente un anno dopo.





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