La Gazzetta del Prione


mercoledì, settembre 29, 2004
 

Così il riscatto è stato pagato

(Copyright "La Repubblica")

Il riscatto è stato pagato, e non bisogna aver timore di dirlo. Il governo italiano ha consegnato i primi cinquecentomila dollari lunedì notte. Gli è stato concesso di accertarsi anche che Simona Pari e Simona Torretta fossero vive e in buona salute. Le ha potute addirittura vedere, a quanto pare. Gli altri cinquecentomila dollari sono stati pagati all'alba, ieri, a Bagdad. Si poteva avere fiducia, allora, dello sceicco che si era proposto come mediatore. Non racconta frottole. Non è una trappola, si sono detti gli uomini delle nostra intelligence. L'incubo stava per concludersi dopo otto giorni di pena e di dubbi. Quel canale era giusto ? Era davvero affidabile ? Queste domande frullavano come mosche nella testa dei funzionari del governo, il 23 settembre. Forse lo si ricorderà, quel giovedì fu terribile. Per il governo e per un'Italia soffocata dall'angoscia. Nella notte l'Organizzazione della Jihad annuncia che le due Simone sono state uccise. Qualche ora dopo Ansar Al Zawahri - che già ha diffuso un ultimatum 48 ore prima - comunica che le volontarie italiane sono state giustiziate. Incomprensibilmente quella notte il governo appare preoccupato, quasi intimidito. I messaggi sono con tutta evidenza farlocchi e privi di ragionevolezza. Perché lasciarsene terrorizzare ? Perché Palazzo Chigi prende sul serio quella robaccia in internet ? Le ragioni di quella apprensione ora sono più chiare. La trattativa è, in quelle ore, nella fase più delicata. L'emissario del governo, martedì 21, ha rifiutato ogni dialogo politico. Nessuna trattativa su quel terreno, dice. Nessuna liberazione delle donne irachene detenute (gli americani continuano a dire che, tranne due personalità del regime saddamita, non ci sono donne irachene detenute). Nessun ritiro delle truppe è negoziabile. Nessuna domanda politica sarà presa in considerazione. Facile dire di no, più difficile prevedere che cosa ti potrà arrivare sulla testa dopo quel rifiuto. Come avrebbero risposto i sequestratori ? Fino a quando non arriva la risposta (arriverà soltanto sabato 25 settembre), l'intelligence non sa dire a Roma quali saranno le reazioni. "Tutto a questo punto è possibile, anche il peggio", riferiscono gli uomini sul campo. Tre giorni di silenzio possono essere atroci. E' quel silenzio che gli annunci del web spezzano. E lo spezzano nel modo più spaventevole annunciando la morte delle due Simone. Può essere il segnale che i sequestratori hanno deciso di chiudere definitivamente il canale della trattativa ? Molti lo pensano a Palazzo Chigi la notte di giovedì. La speranza dei giorni precedenti si disintegra come uno specchio e tuttavia è proprio in quelle ore che si raccoglie il successo italiano. Il gruppo che ha catturato le nostre Simone e due iracheni, Mahanz Bassam e Ra'ad Ali Abdul Raziz, è una fazione che fonti arabe definiscono "moderata, nazionalista", lontana dal fondamentalismo religioso. Sono musulmani laici, baathisti. A quanto pare, a quanto dicono i mediatori, non vogliono la guerra all'Occidente, vogliono che il destino dell'Iraq sia nelle mani solitarie e autonome degli iracheni. Guardiamo a quei tre giorni di silenzio (22/23/24) dal loro punto di vista. Immaginiamoli che discutono se insistere sulla rivendicazione politica e uccidere le due Simone o ripiegare su una richiesta economica, salvare la vita alle due volontarie italiane, raccogliere le risorse necessarie per la missione che si sono dati. Il quadro che hanno dinanzi è per loro politicamente desolante. L'Italia non si è divisa. Non c'è un varco da allargare. Non c'è un punto su cui far leva. Il Paese appare unito e saldo nel difendere le scelte del governo dinanzi al ricatto e alla minaccia che grava sul capo di due innocenti, in Iraq soltanto per favorire il popolo iracheno e la ricostruzione di una vita dignitosa e civile. Neanche una richiesta accettabile, politicamente ragionevole, come la liberazione delle donne irachene detenute illegalmente, ha separato la maggioranza dall'opposizione, il governo dall'opinione pubblica. Di più. Il fallimento politico della loro impresa, i sequestratori lo misurano anche, e soprattutto, quando guardano alle reazioni della comunità della diaspora musulmana. Non c'è imam, non c'è moschea, non c'è comunità religiosa o laica che non avverta in Italia prima il disagio per quel rapimento e poi la ferma ostilità per una minaccia di morte di cui - loro, chi vive oggi in Italia e solo loro - pagherà a caro prezzo. Con il sospetto, con il disprezzo, con la discriminazione. Lo si può dire anche così: il gruppo di musulmani laici vede il nostro Paese unito e non soltanto negli italiani, ma in ogni etnia e soprattutto nella comunità musulmana che vive la stessa angoscia degli italiani. E' in quei tre giorni di silenzio che i sequestratori perdono la loro partita politica. Devono rendersene conto se cambiano rapidamente regime. Chiedono soldi ora, molti soldi. Cinque milioni di dollari. Questa volta è lo sceicco-mediatore a rintuzzare le loro richieste. Gli ostaggi sono donne. Sono donne indifese che mai avrebbero dovute essere sequestrate, che mai avrebbero dovuto diventare merce di scambio. Anche a Roma quella richiesta di cinque milioni di dollari muove pericolosamente le acque mettendo a rischio l'equilibrio politico definito dal sottosegretario Gianni Letta. Alleanza Nazionale non è del tutto convinta che si debba pagare e mostra freddezza per la strategia definita da Letta, per la sua disponibilità ad accettare il ricatto economico per aver salve le due Simone. E' in quelle ore che si valuta anche la possibilità di "una soluzione aggressiva". La prigione alle porte di Bagdad è stata ormai individuata con una ragionevole approssimazione. Il blitz si potrebbe tentare. L'opzione cade ancora prima di essere presa davvero in considerazione. Berlusconi è contrario. Letta è contrarissimo. Contrarissima l'opposizione che chiede di far prevalere "una soluzione pacifica". E' domenica 26 settembre, ormai. Le buone notizie arrivano dall'appartamento dove sono prigioniere Simona Pari e Simona Torretta. I sequestratori ridimensionano le loro richieste. Un milione di dollari. Soltanto un milione di dollari, chiedono ora. Da Roma arriva il via libera. L'uomo sul campo prende le sue cautele. Paga la prima tranche, ma prima di consegnare la seconda vuole vedere le due ragazze. All'alba il riscatto è tutto pagato finalmente, e non c'è di che cosa vergognarsi. Simona e Simona tornano a casa. Alle 23,29, tenendosi per mano, sono sulla pista dell'aeroporto di Ciampino. Tutti possiamo essere soddisfatti. Per una volta, il successo, la vittoria ha molti padri.

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lunedì, settembre 27, 2004
 

L'occhio che uccide

di Barbara Spinelli (Copyright "La Stampa")

In tutte e tre le religioni monoteiste c'è un angelo - l'angelo del Signore - che agguanta il braccio di Abramo nell'attimo in cui questi s'appresta a sgozzare il proprio figlio. Abramo si volta verso l'angelo con sguardo sgomento, quasi disturbato. Non era stato proprio Dio, a ordinargli l'olocausto ? No, replica l'angelo: Dio aveva voluto metterlo alla prova, vedere sin dove poteva giungere la sua fede. Ma l'essere umano non va sacrificato con riti d'olocausto, e questa è la vera e ultima parola del Signore. Al posto del figlio Abramo sacrificherà un ariete, che l'angelo fa apparire accanto all'altare, le corna impigliate in un cespuglio. Dio sa fin dove può arrivare la follia delle fede nell'uomo, e costruisce l'Alleanza su una fede che pur essendo pronta a tutto pone a se stessa limiti austeri. Questi limiti Dio li indica, e sono la stoffa della civiltà in cui i tre monoteismi credono. Non così nei terroristi che hanno mostrato al mondo, in questi giorni, di cosa son capaci quando son persuasi d'essere ispirati da Dio: son capaci di minacciare la decapitazione di Simona Torretta e Simona Pari, sui siti Internet, dopo aver mandato in onda la decollazione di due ostaggi americani, Eugene Armstrong e Jack Hensley, e aver trasmesso l'immagine dell'inglese Kenneth Bigley, già vestito con l'abito dell'olocausto, che implora singhiozzando l'aiuto di Blair. Son capaci di rimettere l'essere umano al posto dell'ariete inviato dall'Angelo, e dunque di correggere Dio stesso: occupando il suo spazio sacro, parlando in sua vece. Il colmo della blasfemia è raggiunto dalla scritta che fa da sfondo all'assassinio: "Monoteismo e gihàd". Il Giudizio Universale è strappato al cielo, trascinato in terra. Il terrorista si comporta alla stregua d'un messia profano, che ergendosi a divinità rifà il mondo dopo averlo disfatto. In tutti e tre i monoteismi il grande demiurgo dell'Apocalisse è Dio, non l'uomo: quando usurpa il trono di Dio e pretende di determinare al suo posto la fine dei tempi, l'uomo non è ispirato bensì posseduto: non è posseduto da Dio (Dio non possiede) ma da Satana. Da qui bisogna partire, per provare a capire quel che accade e ci accade. Da quella lama d'una sciabola che decapita, d'un coltello che sgozza, e dall'importanza che ha per il terrorista-demiurgo far vedere l'immagine del rito appena compiuto o minacciato, istantaneamente e in tutto il pianeta. La lama del coltello che recide vite non è per lui un mezzo, ma il fine stesso dell'agire: il terrore indicibile che suscita la decapitazione o la prospettiva d'una decapitazione è tale che l'evento diventa subito mondiale, diffuso da Internet e da canali televisivi satellitari, a cominciare dai satellitari arabi. L'uso della lama è al servizio d'un nuovo terrorismo che ha già sgozzato o decapitato uomini e donne, in Algeria tra il '92 e il 2000, ma che ora s'espande, e opera a partire da situazioni locali con l'intento d'acquistare immediata visibilità globale. È un terrorismo-www: world wide web. Nel momento in cui agisce worldwide - vasto quant'è vasto il mondo - il terrorismo ha bisogno di ricorrere a una camera da presa, per ritrarre i propri tribunali pseudodivini e le proprie esecuzioni. La camera da presa assurge anzi a protagonista, è lì per trasformare la paura che incute universalmente l'immagine in vantaggio bellico. Anche per questo esibisce maniacalmente il dettaglio. Indugia sull'ostaggio abbigliato per il rito e accovacciato per l'esecuzione, si ferma sul boia che lo afferra alla collottola e lo rovescia da un lato, ostenta il tempo che ci vuole per recidere il collo. Nel maggio scorso ho deciso di vedere su Internet l'esecuzione di Nicholas Berg - il filmato non ritraeva tagli fulminei da ghigliottina ma il lento segare del coltello, e le grida dell'ucciso erano di animale macellato a rilento - e le volte successive non sono riuscita. Ma altri guardano e tornano a guardare ripetutamente, e in tal modo non solo la condanna ma anche la decapitazione diventano una banalità, una moneta che circola e s'usa. Una banalità che si vede regolarmente sul web, e che perciò stesso si presenta come gesto quasi normale, fattibile da tutti, copiabile: un fatto che non fuoriesce da epoche arcaiche ma è un fatto "dei nostri tempi". Nelle religioni ci sono riti cruciali che avvengono una sola volta, perché l'umanità capisca. Applicato dai terroristi, il rito ha bisogno, per far proseliti e seminare paura nelle piazze musulmane e in Occidente, di tramutarsi in film di un serial killing mondializzato (scrivo in inglese la parola, solo perché è in inglese che il terrorista fabbrica il suo linguaggio e il suo curriculum). Certo, è terrorismo mediatico. L'abuso dei mezzi di comunicazione serve a far paura, a intimidire, ad accrescere l'incubo dell'attesa, e non per ultimo a reclutare. Forse, se non assistessimo a quei film e all'annuncio di quei film, avremmo meno paura, saremmo meno intimiditi. Non si dorme, dopo averli visti o solo immaginati. Ma non possiamo scordare che la camera da presa mondializzata è parte costitutiva dell'offensiva terrorista, è la finalità del suo assassinio in serie, e come tale va vista per meglio fronteggiarla. Forse è la cosa più terribile da dire, da pensare: l'ostaggio che sta per essere ucciso con la lama vede con i propri occhi quella camera che lo ritrae negli ultimi cruenti minuti della propria esistenza. Gli americani Berg, Hensley, Armstrong, i dodici camerieri e lavapiatti nepalesi sgozzati in agosto: tutti hanno visto i voyeur che li filmavano, come le donne trucidate nel film di Michael Powell del 1960, "Peeping Tom" ("L'occhio che uccide"). C'era un occhio in più che li ammazzava una seconda volta, ed era l'occhio della camera fissa. La vittima si vede defraudata non solo della vita, ma di quel che è più privato e segreto: la propria morte. Queste immagini possiamo non farle vedere, e il più delle volte non è decente mostrarle: chi non accetta di farsi doppiamente derubare (della vita, della morte) s'oppone - come la famiglia Baldoni - alle foto sanguinose. Ma di per sé, la diffusione d'immagini nei media occidentali non è colpevole: fa vedere la guerra asimmetrica del terrorismo, e come viene fatta. Sono i terroristi a essere i demiurghi del male, ed è il cameraman che s'associa alle loro sparute bande. Noi possiamo anche staccare la spina, come suggerito su questo giornale da Giuseppe Zaccaria in uno slancio di pietas. Ma dobbiamo sapere che milioni di altri uomini vedranno il film girato dal cameraman-assassino, perché da tempo ormai l'Occidente non ha più il monopolio del sistema-www. World wide web e televisioni satellitari sono ormai multipolari, e non sono gli occidentali a essere oggi i media più trasparenti. Ormai gli arabi sanno (nei loro paesi e nelle nostre periferie) che Al Jazeera e Al Arabiya offrono più immagini delle tv occidentali, e che le due emittenti non sono terroriste: possono esser corrive verso i fanatici, ma la libertà che offrono è ben più ampia delle tv arabe di stato. Anche per questo sono popolari. Non è neppure sicuro che esse siano malefiche. Neppure Al Jazeera, neppure Al Arabiya sono all'origine dei misfatti, ma sono il medium che li rende pubblici. E i video che trasmettono possono accendere nel telespettatore musulmano più incolto la voglia di coltello ("la sua anima voleva sangue, non rapina: egli era assetato della gioia del coltello !" annuncia il messianico Zarathustra in Nietzsche) ma possono anche svegliare nell'Islam, e già svegliano, un enorme senso di vergogna. È ancora presto per dire che nella guerra contro il terrorismo abbiamo già perso, come pensa oggi una maggioranza degli inglesi. Forse abbiamo perduto una battaglia, in una guerra che continua ma che non potrà né proseguire nei modi odierni, né imboccare la via d’un mal preparato ritiro dall’Iraq. Il presidente Ciampi ha invitato tutti a fare il punto, con sconsolatezza ma anche determinazione: "Le attuali iniziative non bastano a isolare e debellare il terrorismo. Occorrono visioni e proposte nuove: in Iraq e per il superamento del conflitto israeliano-palestinese". Non si vuol qui incitare a capire il crimine contro l'umanità di cui si macchiano i terroristi islamici. Ma così come bisogna guardare in faccia l'uso che essi fanno dei riti e della camera cinematografica, bisogna anche guardare (noi giornalisti, politici, spettatori) quel che è scritto nei loro messaggi. Anche le nostre televisioni devono farsi più trasparenti, inventive: dobbiamo fotografare il loro orrore, e anche il bambino che solo Al Jazeera riprende, schiantato dalle bombe Usa a Falluja. Dobbiamo saper vedere la Cecenia annientata dall'esercito russo. Sennò non sapremo cosa rispondere, a quel che dice Bin Laden nell'ultimatum all'Europa del 15 aprile: "In quale religione i vostri morti sono innocenti e i nostri non valgono nulla, ed il vostro sangue è sangue e il nostro acqua ?". Non dimentichiamo che il grido di Osama echeggia quello dell'ebreo Shylock, nel Mercante di Venezia di Shakespeare: "Un ebreo non ha occhi ? Non ha mani, un ebreo, e membra, corpo, sensi, sentimenti, passioni ? Non si nutre dello stesso cibo, non è ferito dalle stesse armi, soggetto alle stesse malattie, guarito dalle stesse medicine, scaldato e gelato dalla stessa estate e inverno di un cristiano ?... Se ci pungete non sanguiniamo ? Se ci fate il solletico, non ridiamo ? Se ci avvelenate, non moriamo ? E se ci fate torto, non ci vendicheremo ?".

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domenica, settembre 26, 2004
 

Vita senza Internet: soli e depressi

di Anna Masera (Copyright "La Stampa")

Peggio dell'eroina o dell'oppio. La vita ai tempi di Internet, quando si è lontani dalla Rete, può essere un inferno: difficile resistere più di due settimane senza collegarsi al web. Due società leader nel campo dei media, la "Yahoo !" e l'agenzia pubblicitaria "Omd", hanno presentato oggi alla settimana della pubblicità di New York i dati di una ricerca che lo dimostra. L'analisi ha fotografato 28 navigatori di Internet: condannati, ai fini dell'esperimento, a restare per settimane lontani dalla Rete, off-line come si dice in gergo. Quasi la metà degli intervistati ha dichiarato di non poter stare disconnesso per più di quindici giorni ma, in base alle prime rivelazioni delle cavie, si comincia a star male in media dopo meno di una settimana. I primi sintomi di crisi d'astinenza sono confusione, perdita di orientamento e frustrazione. "La Rete occupa buona parte della mia vita. Ogni giorno senza Internet è frustrante", spiega Glecia, una delle partecipanti all'esperimento. E un'altra cavia, Penny, che ricorre a Internet per stare in contatto con i suoi amici, ha detto che, senza web, si sente "tagliata fuori dal giro". "In soli dieci anni di utilizzo di massa, Internet ha irreversibilmente cambiato le abitudini dei consumatori", commenta Wendy Harris Millard, di "Yahoo !". La prospettiva di un periodo senza Rete spaventa talmente tanto che non è stato facile reclutare le cavie per l'esperimento. La ricerca è stata condotta attraverso videodiari e testimonianze scritte, in cui i partecipanti confessavano agli osservatori i loro stati d'animo e i cambiamenti nel rapporto con la realtà quotidiana. "Disorientata" si è detta la maggior parte degli intervistati, come chi perde la bussola necessaria per muoversi nella vita reale. Infatti, Internet non serve solo per comunicare con gli amici o lavorare, ma anche per sapere quale marca di macchina fotografica è più conveniente, per trovare un indirizzo o per prenotare un viaggio. L'alternativa di usare un supporto cartaceo per ottenere le stesse informazioni (una mappa stradale o un elenco telefonico, ad esempio), non viene neppure in mente ai giovani internauti. Internet aumenta la qualità della vita, secondo i navigatori-cavia, e il "Digital Divide", ovvero le differenze di stile di vita tra chi ha l'accesso al web e chi no, esiste davvero. Lo dimostra una seconda ricerca ordinata da "Yahoo !" e "Omd" sui comportamenti di un migliaio di utenti di Internet. Lo studio rivela che, per i tre quarti, la Rete è uno strumento per risparmiare, comprare meglio, godere di migliori servizi. Tre sono i punti evidenziati dai ricercatori. Primo, la rete è il lenzuolo protettivo, dà sicurezza, dà risposte rapide, dà conforto per ogni ansia o dubbio. Secondo, è anche un luogo di ritrovo, tanto che le cavie condannate a stare alla larga da e-mail e chatline si sono sentite sole al mondo. Infine, il web è l'angolino che ogni impiegato costretto a una scrivania può ritagliarsi senza perdere in efficienza: il sostituto virtuale della macchina del caffè.





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sabato, settembre 25, 2004
 

Si uccide chiudendosi in una cassa

(Copyright "La Repubblica")

Si è chiuso in una cassa di imballaggio serrando le viti dall'interno, seduto su uno sgabello, e aspettando la fine. Così potrebbe essere morto Ambrogio Rigamonti, 48 anni, trovato cadavere in un appartamento al secondo piano del palazzo di via Ariosto 8 a Monza, dove abitava da solo. Nello stesso stabile abita anche una sua anziana zia, l'unica parente conosciuta. I carabinieri però sono cauti: "Il mistero si chiarirà solo quando sapremo come è stata chiusa la cassa". Ieri pomeriggio la signora aveva denunciato la scomparsa del nipote da alcuni giorni. Nella cassa, come ha riferito il fabbro che ha aperto il coperchio, l'uomo aveva portato con sé uno sgabello, una torcia elettrica, dell'acqua minerale e del succo di frutta, un bicchiere, e aveva praticato dei fori nel legno per poter respirare. I vicini di casa parlano dell'uomo come di una persona dalla vita regolare, che usciva tutte la mattine con la borsa sotto il braccio per andare al lavoro. Faceva il perito elettronico. Apparentemente era un abitudinario, dalla vita irreprensibile, senza amici, non dava ospitalità in casa propria ad altri. Gli abitanti del civico 8 hanno riferito che i carabinieri hanno bussato a lungo oggi pomeriggio alla porta di casa prima di aprirla a forza e che poi sono andati nel box di via Ariosto 11 dove all'interno hanno trovato la sua Golf e la cassa da cui usciva un odore nauseabondo. Sul posto, oltre ai carabinieri, ci sono il magistrato e il medico legale.



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venerdì, settembre 24, 2004
 

Non si sputa all'autista

(Copyright "The Scotsman")

I guidatori di autobus scozzesi, stanchi di vedersi sputare addosso da passeggeri maleducati, sono stati muniti recentemente di piccoli kit che permettono di identificare le persone che hanno mancato loro di rispetto. Con due tamponi, due guanti in latex e un sacchettino di plastica potranno raccogliere la saliva dei viaggiatori poco delicati. Successivamente il DNA dei campioni sarà confrontato con quello dei registri nazionali. "Succede spesso - ha raccontato il poliziotto Martin White - che i conducenti si facciano sputare addosso nei bus di Edimburgo. Raramente però denunciano il fatto alle forze dell'ordine o alla magistratura: sembrerebbe che considerino l'atto di inciviltà come parte integrante del lavoro". Per ovviare al problema più di 1.800 impiegati saranno muniti di questi kit.



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giovedì, settembre 23, 2004
 

Cat Stevens espulso dagli Usa

(Copyright "La Stampa")

Ingresso proibito negli Stati Uniti per Cat Stevens. L'ex cantante pop convertito all'Islam con il nome di Yusuf Islam era a bordo del volo 919 della United Airlines, decollato da Londra e diretto a Washington, quando il suo nome ha fatto scattare l'allarme della sicurezza aerea. L'esame al computer della lista dei passeggeri del volo 919 ha appurato la presenza del suo nome nella lista degli individui sospetti. L’aereo è atterrato nel primo scalo disponibile a Bangor, in Maine, dove funzionari della sicurezza hanno preso in consegna l'ex cantante facendo ripartire il volo. Stevens-Islam è stato a lungo interrogato, gli è stata confermata l'impossibilità di entrare negli Stati Uniti e quindi è stato espulso, forse verso la Gran Bretagna. Dennis Murphy, portavoce del ministero della Sicurezza Interna, ha spiegato che l'entrata è stata negata per ragioni di "sicurezza nazionale" senza altri dettagli. Il cantante, nato Stephen Georgiou 59 anni fa, prese il nome d'arte di Cat Stevens con il quale firmò negli Anni ‘70 canzoni come "Wild World" e "Morning Has Broken" prima di abbandonare la musica quando diventò musulmano. Questo percorso lo ha portato negli anni ad essere un pubblico difensore dei diritti dei musulmani ed a fondare a Londra nel 1983 la prima scuola elementare musulmana riconosciuta dallo Stato. Alla fine degli anni Ottanta fecero discutere alcune sue pubbliche dichiarazioni in favore della condanna a morte promulgata con un editto religioso dall'ayatollah Khomeini contro lo scrittore Salman Rushdie autore di "Versetti Satanici", ma dopo gli attacchi di Al Qaeda dell'11 settembre 2001 si dichiarò fermamente contrario ad atti di terrorismo. Lo scorso maggio Stevens-Islam si era tuttavia recato a New York senza incontrare alcuna difficoltà e un suo comunicato definisce l'intera vicenda "un sicuro errore".

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mercoledì, settembre 22, 2004
 

Doping, Hamilton nei guai. Un "giallo" per Armstrong

(Copyright "La Stampa")

Tyler Hamilton dopato. E’ l’ultima notizia arrivata a pugnalare il ciclismo, meno di due settimane prima del finale di stagione che assegnerà domenica 3 ottobre la maglia iridata sul circuito di Verona. Lui si dichiara innocente: "Posso garantire che la medaglia d’oro delle Olimpiadi resterà nel mio salotto finchè non avrò finito i soldi per difenderla". Hamilton non avrebbe superato un test ematico l’11 settembre alla Vuelta spagnola, dalla quale giorni fa si era poi ritirato. Il controllo ha evidenziato emotrasfusione. Non sono giorni sereni neppure per Armstrong. Ieri una società assicuratrice, la Sca Promotions, ha congelato il premio post Tour (5 milioni di dollari) perchè vuole vedere come andrà a finire il processo Ferrari. E’ sempre più giallo intorno al campione Usa.

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martedì, settembre 21, 2004
 

Nessuno sta cercando le italiane rapite

(Copyright Dagospia.com)

Qualcuno, prima o poi, dovrà avvertire gli italiani che quello che leggono sui giornali e vedono in televisione è solo una "immagine" di ciò che sta accadendo in Iraq. A mettere in guardia su questo grave deficit di informazione sono gli stessi cronisti spediti sul campo di battaglia. Lo stato delle cose sarà pure atroce nella sua terribilità politica e umana (ormai è chiaro a tutti che il terrorismo paga e ha una rendita altissima) ma le "omissioni mediatiche" non possono essere sostituite dagli appelli accorati di Ciampi e del Papa. La brutta verità - sostiene il nostro "inviato" - è che le due Simone sono state rapite e in pratica abbandonate. Rapite da qualche banda di guerriglieri o miliziani o ribelli e nascoste quasi sicuramente nella roccaforte terroristica di Falluja, assediata dalle forze americane. Da una parte. Dall’altra, "abbandonate" dall’intelligence italiana costretta ad operare a Bagdad tra mille difficoltà e scarsi mezzi. Le due volontarie di "Un ponte per" sono state rapite da 14 giorni. Due settimane di spaventosa attesa durante le quali nessuna "barbafinta" ha tentato di "lavorare sul campo". Vale a dire: non c’è traccia di intermediari arabi che bussano alle porte dei vari capi-tribù di quel paesone chiamato Falluja per intavolare trattative, fare promesse, tentar di capire se c’è una via per liberare le due Simone. Impresa non facile per nessuno. Ma ai tempi del rapimento dei quattro "mercenari" Agliana, Cupertino, Stefio e il povero Quattrocchi sul campo si muoveva il commissario straordinario della Croce Rossa Maurizio Scelli che batteva a tappeto Falluja a caccia di un canale di contatto con gli autori o i fiancheggiatori del rapimento. L’intraprendente Scelli riuscì solo a riportare in Italia quello che restava del corpo di Quattrocchi, se ne vantò un po’ troppo davanti alle telecamere e ai taccuini dei giornalisti, innescando l’inevitabile ira del Sismi di Nicolò Pollari. Che, a ragione, si sentì scavalcato da chi doveva aver a cuore gli aiuti umanitari piuttosto che applicarsi a difficili operazioni di intelligence. Dopodiché Scelli è stato in sostanza messo da parte, "esautorato", e nessun giornale oggi accenna al commissario Cri a proposito delle due Simone. Tutto stavolta è nelle mani dei Sismi e della Farnesina. Con Frattini 007 che ha la bella pensata di atterrare in missione nel Kwait, quello che è considerato lo stato più detestato dagli arabi, Emirati compresi. Un’altra balla, raccontano quelli di Bagdad, che ha avuto vasta ospitalità sui media italici, riguarda le due Simone e i due reporter francesi. Non è assolutamente vero che Francia e Italia abbiano intrecciato le loro forze per la liberazione degli ostaggi. Al contrario. Le due storie, sottolineano i francesi a Bagdad, vanno tenute separate e distinte. Perché, osservano, c’è differenza sostanziale tra i due paesi: l’Italia è coinvolta nella guerra in Iraq, la Francia no. Quindi, ognuno si muove per proprio conto, con i propri contatti e intermediari. Sui giornali italiani, invece, ne abbiamo lette di tutti i colori sulle due nazioni unite per la liberazione dei rapiti. Altro punto dolente tocca da vicino la vita dei 12 giornalisti italiani e operatori-tv di stanza attualmente in Iraq. La Farnesina, dopo gli ultimi tragici avvenimenti, ha consigliato la "ritirata". Al momento, "La Repubblica" ha due inviati (Caprile e Dell’Omo), uno il "Messaggero" (Cubeddu), per "La Stampa" c’è Zaccaria, "Avvenire" ha Claudio Monaci, la free-lance Barbara Schiavulli per l’"Espresso", Giovanni Porzio e il fotografo Michele Di Lauro per "Panorama", Mediaset si collega con Toni Capuozzo, la Rai dà la linea a Enzo Nucci, La7 copre il fronte con Fabio Angelicchio. Per il "Corriere della Sera", invece, nessuno. Sabato scorso, Lorenzo Cremonesi (che è stato tra l’altro l’ultimo italiano ad aver visto Simona Pari prima del rapimento) si è imbarcato (controvoglia) ed è atterrato ad Amman, in Giordania. Il primo quotidiano italiano deve "coprire" il mattatoio iracheno con gli articoli da Roma di Fiorenza Sarzanini. Dicono in via Solferino che presto arriverà Renzo Cianfanelli. Comunque, la partenza di Cremonesi da Bagdad ha lasciato perplessi gli altri colleghi. Anche i reporter stranieri sono ormai pochissimi. Sparsi in due o tre alberghi (Palestine, Rimel o Alhambra), che inalberano muraglioni di cemento per proteggersi da eventuali auto-bomba. Davanti alle stanze, un poliziotto sorveglia. Chi si avventura in città si deve camuffare, usare mini-telecamere e stare accorto a tirare le tendine dentro le auto. L’ambasciata italiana a Bagdad, infine, è come se non esistesse per i reporter. Una telefonata ogni 15 giorni. Come va ? E via.

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lunedì, settembre 20, 2004
 

"La vita non è che lo schiumare epilettoide dell'infinitamente piccolo e la ripetizione insignificante del motivo immutabile".

(Henri Frederic Amiel)

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domenica, settembre 19, 2004
 

Il pedaggi-truffa del ministro Lunardi

di Marco Ponti (Copyright Lavoce.info)

Il ministro Lunardi ha proposto all’inizio dell’estate una novità rilevantissima per il sistema dei trasporti italiano: mettere pedaggi su circa 4.500 chilometri di strade statali con caratteristiche già ora paragonabili a quelle autostradali, o che saranno rese tali in futuro. La proposta è rilevante perché la rete autostradale a pedaggio supera oggi di poco i 6mila chilometri: si tratta dunque quasi di un raddoppio, in buona parte riferito al Mezzogiorno, dove attualmente non si paga in generale alcun pedaggio. Le motivazioni sembrano riconducibili a considerazioni di equità distributiva "orizzontale": tutti quelli che godono dei benefici di un’infrastruttura con caratteristiche autostradali debbono pagarne i costi (o almeno contribuirvi). In termini teorici, si tratta di estendere un sistema di tariffazione ai costi medi di produzione (contrapposta a quella canonica ai costi marginali, che per i monopoli naturali come le strade e le autostrade spingerebbe le tariffe verso valori molto bassi o nulli). Il problema è ulteriormente complicato in presenza di esternalità: nel caso delle strade, inquinamento e congestione (anche se quest’ultima è un’esternalità un po’ particolare). Vediamo le cose in modo minimamente analitico: la tariffazione ai costi medi per infrastrutture nuove è palesemente inefficiente. Una strada nuova nella maggior parte dei casi viene costruita per alleviare la congestione su di un percorso esistente. Ma viene dimensionata da subito per un traffico che è previsto crescere nel corso della (lunga) vita economica dell’investimento. Al momento dell’apertura, dunque, sarà (correttamente) sovradimensionata. Se la tariffa è elevata, cioè tale da coprire davvero i costi di costruzione, avremmo la situazione di una strada vecchia gratuita e una nuova costosa. Il traffico, soprattutto merci, sarà indotto dalla tariffa a rimanere sulla strada vecchia gratuita (e ora meno congestionata), rendendo ancora più sottoutilizzato il percorso nuovo (è quello che è avvenuto sull’autostrada adriatica, e che rischia di avvenire in Toscana e per le linee ferroviarie di alta velocità). Avremo cioè un bene sottoutilizzato che non riesce neppure a finanziarsi. Vediamo ora le esternalità, attenendoci per semplicità alle indicazioni fornite dalla Commissione europea su questo tema. Per l’inquinamento, le tasse sui carburanti, molto elevate già ora, sono lo strumento più diretto ed efficiente per internalizzarne i costi sociali. Per la congestione, le tariffe devono essere tanto più alte quanto più traffico c’è rispetto alle dimensioni della strada: quindi è in generale molto inefficiente mettere tariffe di congestione su strade nuove o appena ampliate: di nuovo, ne peggiorerebbe il fisiologico sottoutilizzo iniziale. Da qui il modello tedesco (rallentato per ora per difficoltà tecniche) di far pagare i veicoli con un sistema satellitare su tutta la rete, in funzione della congestione. Ma i soldi per gli investimenti lo Stato non ce li ha. Allora,che fare ? Per prima cosa occorre fare tutti e soli gli investimenti utili: molti di quelli della Legge obiettivo non lo sono; inoltre la rete delle grandi strade e delle autostrade è nel complesso molto meno congestionata di quanto si voglia far credere. In secondo luogo, occorre eventualmente mettere tariffe "le meno distorsive possibili" cioè essenzialmente sulle strade congestionate, se possibile accelerando l’introduzione di un metodo "alla tedesca", o una più semplice targa elettronica (oggi non costa quasi nulla). In terzo luogo, occorre passare da concessioni "per grandi assi", come sono ora, a concessioni "per bacino di traffico". Ma qui non è possibile dilungarsi. Vediamo invece un altro aspetto essenziale della proposta, nettamente più preoccupante di quelli precedenti. La nuova rete a pedaggio dovrebbe essere gestita, con importanti interventi di potenziamento, dall’Anas, recentemente trasformata in Spa (tutta pubblica, e posseduta come sempre dal ministero dell’Economia). Finora, tutte le autostrade a pedaggio sono state date in concessione. Emergerebbe dunque una grandissima impresa pubblica sostanzialmente con compiti nuovi, che si contrapporrebbe da posizioni di forza alla (privata) "Autostrade per l’Italia Spa" che detiene meno di 4mila chilometri di autostrade a pedaggio. Ottimo, il grado di monopolio del settore si ridurrebbe. C’è però un grave problema di conflitto di interessi: Anas è oggi il soggetto concedente per le autostrade, e di fatto il loro controllore. Ma perché poi questa nuova impresa deve essere necessariamente pubblica ? Non è questo un governo favorevole all’iniziativa privata ? Non è meglio allora mettere in gara il nuovo sistema, facendo così prevalere l’operatore (o gli operatori) più efficienti, e ponendo vincoli all’estensione della dominanza di Autostrade, se necessario ? Nel settore delle concessioni, si sa, i rischi di "cattura" sono altissimi, mancando un’autorità indipendente di regolazione, pur prevista dall’ancora vigente Piano dei trasporti. Un nuovo grande soggetto pubblico in questo contesto rischia di configurare molto più una realtà spartitoria a danno degli utenti che non un contesto realmente concorrenziale.

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sabato, settembre 18, 2004
 

"Pensate che la sorella di Giulio Tremonti mi ha raccontato che il fratello si è comprato una macchinetta metti-supposte. Certo, dico io, con una sorella così c’è da stare attenti, visto che racconta tutto in giro".

(Elisabetta Gardini - Portavoce di Forza italia)

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venerdì, settembre 17, 2004
 

L'anatema tardivo di Kofi Annan

di Vittorio Zucconi (Copyright "La Repubblica")

Kofi il mite, Kofi il segretario generale dal sorriso malinconico e inoffensivo, sferra a Bush la pugnalata di quella verità talmente ovvia e tagliente da essere stata, finora, evitata. Dice che l'invasione dell'Iraq fu un atto "illegale", che neppure la sbandierata risoluzione numero 1441, quella delle "serie conseguenze" se Saddam non si fosse piegato, poteva giustificare. Subito, si scatena la reazione inviperita della Casa Bianca che richiama appunto le risoluzioni del solo e unico organo deliberativo delle Nazioni Unite, che non è la segreteria, è il consiglio di Sicurezza, ma la ferita brucia. Annan non è l'Onu, è solo il notaio, colui al quale è affidato il compito di rogitare e di verificare le decisioni e le azioni prese dai governi. Dunque, il notaio del mondo dice a Bush che la sua pretesa di avere agito come mano armata di un consiglio di Sicurezza troppo diviso e imbelle per farsi rispettare, è illegittima. E gli Stati Uniti d'America non sono lo sceriffo del mondo, ma il fuorilegge. E' una buona notizia per George Bush e la sua Amministrazione che uragani in serie si abbattano in questi giorni sugli Usa allagando i mass media con immagini di rovina e che l'America continui a barcollare nel sonnambulismo che accompagna l'andamento atroce della guerra in Iraq, peggiorato ancora con il sequestro di cittadini americani e dalla rivelazione che già in luglio l'intelligence aveva avvertito Bush, inascoltata, del caos incombente. Un'altra opinione pubblica meno ipnotizzata dal mantra della "guerra al terrore" sarebbe stata scossa dalla scoperta di essere divenuta il "cattivo" del film. Il prestigio e l'autorità delle Nazioni Unite sono scesi presso la maggioranza dei cittadini americani a livelli talmente infimi che la terribile sentenza di Kofi Annan non farà che confermare il disprezzo dei "buoni patrioti" per questa che Rumsfeld chiamò una "impotente società di dibattiti". Se l'Onu fosse quella cosa seria che Bush, e i suoi predecessori, fingono di invocare mentre la boicottano, la sentenza del notaio del mondo avrebbe una cascata di possibili conseguenze tremende, per un'America che si considera l'ultima depositaria della legalità democratica da esportare. Una guerra "illegale" non sarebbe infatti soltanto una guerra strategicamente, ideologicamente e tatticamente sbagliata, come il campo sta dimostrando e come i generali cominciano a denunciare. Avrebbe conseguenze, appunto, legali, molto serie. L'occupazione diverrebbe automaticamente "illegale". Le decisioni prese dalle autorità di controllo e dai generali che combattono per loro sarebbero "illegali". Quei dieci, o ventimila cittadini iracheni uccisi sotto le bombe americane sarebbero vittime di un'azione ingiustificabile e gli autori degli attacchi sarebbero tutti passibili di incriminazione davanti a tribunali internazionali, dal generale Franks, che guidò l'invasione, fino al sergente che tormentava i carcerati rinchiusi ad Abu Grahib. E i terroristi che fanno saltare autobombe e blindati giustificherebbero, ben oltre i loro scarsissimi meriti, l'appellativo tanto contestato di "resistenti". Anche il regicidio è giustificato, insegna la dottrina storica, se il sovrano è un usurpatore illegittimo. Ma l'anatema scagliato dall'ingannevolmente mite Kofi Annan non avrà conseguenze, anche perché arriva tardi, quando ormai altre risoluzioni del consiglio di Sicurezza hanno in pratica autorizzato quella presenza militare degli occupanti che sarebbe stata "illegale". Al Segretario generale si può rimproverare di avere parlato troppo, andando oltre l'autorità del Consiglio, o di avere parlato troppo tardi, quando la sua condanna può suonare come un'ingerenza in una campagna elettorale che rimane affare interno agli Stati Uniti, pur nei suoi ricaschi globali. Annan sa benissimo che le sue parole non cambieranno Bush, come non lo cambieranno gli appelli della sinistra europea perché sospenda i bombardamenti aerei. Il notaio del mondo non può dettare le condizioni alle parti, può soltanto fissare i paletti, funzionare da segnaletica di pericolo morale, lungo una strada che i cingolati continueranno a percorrere. La sua è la angosciosa manifestazione di quanto stia crescendo, oltre i confini di un'America ipnotizzata, quella ostilità che Washington denuncia istericamente come antiamericanismo mentre fa ogni sforzo, ogni giorno, per alimentarla con i propri comportamenti.

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giovedì, settembre 16, 2004
 

Come cambia l'Alitalia

di Filippo Ceccarelli (Copyright "La Stampa")

Comunque vada a finire, bene o male che sia, inarrestabile o meno il suo destino, con l’Alitalia se ne va un pezzo d’Italia. Nel senso che muore. Qualcosa che riguarda e coinvolge la memoria, gli occhi, lo stomaco, anche, il cuore, i sensi e l’anima, insomma, di milioni e milioni di italiani, cittadini, viaggiatori. L’Alitalia, si poteva leggere l’altro giorno sul Financial Times, è "un simbolo dell’identità nazionale che nei suoi 57 anni di vita è stato importante come un’automobile Fiat o un piatto di spaghetti". Ecco, questo simbolo sta per consumarsi, o forse già non è più un simbolo, ma solo un freddo marchio. O peggio ancora è una grana finanziaria, un crack imminente, un probabile "spezzatino", come pure si dice rivolgendosi al macellaio. Per questo, e anche con tutti i dovuti risentimenti accumulatisi nel corso degli anni per via di Malpense, cancellazioni, ritardi, bagagli smarriti e aquile selvagge, verrebbe addirittura voglia di pronunciare un elogio funebre, dell’Alitalia. Vittima dei suoi stessi debiti, ma in fondo anche di una nazione che ha cessato di essere quella di un tempo. Come la bambina bionda con il cerchietto in testa e una specie di grembiulino che compariva nelle prime pubblicità della compagnia di bandiera. Aveva un mazzo di fiori in grembo e gioiosamente sventolava dei biglietti sullo sfondo azzurro del cielo italiano. Gli epicedi, o canti funerari, hanno questo di buono: che non costano nulla, si nutrono di ricordi solamente positivi e non temono la retorica, anche la più sdolcinata, a base di bimbe e di cieli. Però davvero all’inizio l’Alitalia era un po’ l’Italia, e viceversa. La ricostruzione e il benessere che si diffonde, quel tricolore stilizzato sulle code degli aerei, le belle hostess servono il pranzo, una coppia di viaggiatori brinda, allegre musiche di sottofondo, inconfondibile l’atmosfera da cinegiornale, da Settimana Incom. Agitazioni sindacali, zero. Clima interno proiettato verso l’idillio. Nei filmati utilmente messi a disposizione on line dall’Istituto Luce (www.archivioluce.com) ce n’è uno del 1969, purtroppo ancora non visibile, che reca il titolo "Festeggiato il direttore generale dell’Alitalia". Più che eloquente la descrizione delle immagini: "I dipendenti battono le mani, il presidente Carandini aiuta le hostess ad aprire una scatola con un riconoscimento per il direttore generale Saracino". Nicolò Carandini, il presidente, era un conte, ma prima ancora un vero signore. Alle sue dipendenze ebbe anche un principe, Pacelli, che era il nipote di Pio XII. E tuttavia, lungi dall’essere un fatto di blasoni, lo "stato di grazia" dell’Alitalia, come sempre l’ha definito il Financial Times, aveva a che fare con un alone di spensierato entusiasmo per la modernità. Sempre sul Luce si può vedere un altro straordinario filmato, questo del 1957, che dà il senso del posto occupato dall’Alitalia nell’immaginazione nazionale. Dunque, c’è la Lollobrigida che dopo aver tirato la monetina raccoglie in un’anfora romana l’acqua della Fontana di Trevi e tra gli applausi la consegna al sindaco di Roma. Questi a sua volta la consegna a un bellissimo ed elegantissimo comandante-pilota dell’Alitalia che imbarca l’anfora. Ecco, si parte, saluti dalla terrazza, si sorvola il Kilimangiaro, la destinazione è il Sud Africa. Una volta arrivato il bel comandante consegna l’anfora al sindaco di Johannesburg, che sempre davanti a una folla festante e all’equipaggio italiano giustamente orgoglioso di aver svolto questo ruolo para-diplomatico, versa l’acqua in una fontana sudafricana, e la moglie del sindaco tira la monetina. "Il rito così si ripete" nota lo speaker rivelando, dulcis in fundo, che i soldi dell’idrico gemellaggio aereo saranno destinati ai bimbi poliomielitici, "all’insegna della bontà", come si diceva allora. Questa era l’Alitalia, ma questa in fondo era soprattutto l’Italia: tenera, ingenua, fervida, ottimista. C’è tutta un’oleografia a dimostrarlo per immagini, al tempo stesso ovviamente veridiche e fasulle. Aperture di scali, di rotte, di collegamenti, ministri che inaugurano, cardinali che benedicono, studenti che vengono premiati con giri di pullman, attori e attrici che salgono sorridenti sulle scalette, o profughi che ne scendono, finalmente in patria, salvati dall’Alitalia. C’è tutto un mondo visivo di plastici, modellini, consegne di targhe "alla presenza delle più alte cariche", arrivi e partenze. Ecco la banda dei carabinieri che si imbarca per il Giappone sull’aeromobile "ribattezzato per l’occasione Gioacchino Rossini e tutti portano a tracolla una borsa dell’Alitalia". Dall’America arriva un torello per il Santo Padre: gliel’hanno spedito i cattolici americani, "i fotografi riprendono la scena, i dipendenti della compagnia accarezzano il vitello, un uomo scarica scatolette di carne Simmenthal in un carrello da supermercato". Chissà dove saranno oggi il milionesimo passeggero, signora Bruna Justoni, e il duemilionesimo, un giapponese, sempre omaggiato di targa dal conte Carandini. E vai sapere quanti hanno ancora al polso il prezioso Bulova regalato, in massa, ai magnifici piloti italiani, a lungo ritenuti i più bravi del mondo; e anche per questo soprannominati "half beer", la mezza birra che bevevano, "la migliore garanzia - ha riconosciuto anche il Manifesto - per la sicurezza dei passeggeri". L’Alitalia a lungo in coda, occorre riconoscere in questo elogio semi-postumo, nelle graduatorie dei disastri aerei. E ben prima che fosse inaugurata una delle più lungimiranti, generose ed efficaci politiche di cattura del consenso, anche a colpi di biglietti e benefici, pubblicità e sponsorizzazione di feste e sagre nei confronti di giornali e giornalisti, operatori della comunicazione e mondo politico. E’ difficile dunque individuare con precisione il principio della fine, il momento della crepa e poi della frattura. Quando cioè l’indubbio prestigio di quel gioiello d’imprenditorialità italiana cominciò a fare cortocircuito con lo sperpero e poi con l’indebitamento; quando l’orgoglio del controllo pubblico si lasciò impantanare nei dedalo dei favori, dei privilegi, degli autismi, dei nepotismi, delle bestialità tecniche, delle super-garanzie al personale, dei vertici che saltavano, uno dopo l’altro, nel grattacielo dell’Eur. Si intrecciano e si accavallano i nomi della tempestosa dirigenza, i Nordio, i Verri, i Bisignani, e poi Riverso, Schisano, Cempella, Mengozzi, Zanichelli. Si fa meno fatica a pensare agli utenti più illustri, al primo volo di Paolo VI, alla specialissima cabina bianca con il letto per il globe-trotter Wojtyla, "nell’alto dei cieli", alla fantastica partita a scopone, di ritorno dai Mondiali, che vide Pertini e Causio trionfare sulla coppia Bearzot-Zoff. Poi, di colpo, sparirono le icone, si ridimensionò quel prodigio di signorile imprenditorialità. "Freccia alata" divenne formula pretenziosa: al club dell’aeroporto di Fiumicino, d’altra parte, lavorò come barman Valerio Morucci. Perfino le poesie riflettono il mutamento in senso ansiogeno: "con quel tuo correre cieco - scrive Edoardo Sanguineti - oltre gli uffici dell’Alitalia, distratta, astratta". Persero interesse anche i colori e i modelli degli abiti delle hostess. Con qualche fantastica indeterminatezza si potrebbe azzardare che fu un po’ come chiudere gli occhi per riaprirli quando il sogno era già ben svanito, il leggendario spirito di corpo evaporato e il cupio dissolvi stava per trasformare quella che era nata come l’allegra corriera degli italiani in un mostruoso vettore di debiti e conflittualità sindacale. Per certi versi si potrebbe anche dire che la vicenda Alitalia coincide con la storia della dc e più in generale della Prima repubblica, tanto più vituperata a suo tempo, quanto più rimpianta oggi. Ma il quadro è forse più complesso e a suo modo contraddittorio perché in realtà la crisi della compagnia di bandiera anticipa la fine dello scudo crociato e della sua stagione, e al tempo stesso le sopravvive come superstite entità delle Partecipazioni Statali. Ma senza più risoluti boiardi, né sperabili serbatoi di voti, tantomeno costosi stabilimenti da impiantarsi nel deserto dei collegi elettorali. In ogni caso, prima della partenza dell’aeromobile, era meglio aspettare sulla pista il sottosegretario ritardatario. E quando alla Camera o al Senato, il venerdì o il sabato, le votazioni finivano tardi, beh, diamine, si organizzavano torpedoni e voli speciali. Così, della Prima repubblica democristiana, nei suoi ultimi anni l’Alitalia conservò quell’attitudine di benevolo e sciagurato attivismo, quella inestinguibile ambivalenza che nell’aurea sintesi di un giornalista di Montecitorio recitava, a suo tempo: il potere democristiano è capace di accecarti, ma per salvarsi l’anima ti fornirà poi un apposito cane lupo con attrezzatura e magari pure una pensioncina d’invalidità. Dal che, tra arroganti magheggi di Palazzo, segreti ammantati di pudicizia e slanci di solidarietà, la compagnia di bandiera funzionò certamente anche come quarto o quinto ministero degli Esteri ombra (dopo la Farnesina, i servizi segreti, la Segreteria di Stato vaticana e l’Eni). E quindi, in pratica: chi andava a recuperare i bambini nell’Africa nera ? Chi rispediva in Albania, d’accordo con la Pubblica Sicurezza, i profughi arrivati sulle carrette e posteggiati negli stadi o nelle pensioni ? Chi organizzava il volo umanitario nel quadro dell’operazione Arcobaleno ? Chi pagava il trasporto del "presepe della Solidarietà", con tanto di elefanti e cammelli dal peso di kg 25 ciascuno, inviato dalla Camera di Commercio di Napoli ai pompieri di New York ? Risposta: l’Alitalia. E perché ? Boh. O forse: per sopravvivere. Ma ormai solo nei ricordi. Che non sono pochi, né troppi, in volo, però suonano lo stesso struggenti nel loro valore collettivo: e anche per questo, dopo tutto, non si sa mai bene quanto spazio riservargli in fondo al cuore.

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mercoledì, settembre 15, 2004
 

Le allegre pagelle dei designatori

di Gianni Mura (Copyright "La Repubblica")

Dalla prima giornata di campionato escono tre cose da discutere. La prima riguarda l'espulsione dei portieri (Dida, Antonioli). Chiaro che gli arbitri hanno applicato il regolamento. Altrettanto chiaro che il regolamento è assurdo e va cambiato. Abolito il concetto di volontarietà, si punisce l'uscita scomposta o violenta. Facile dire che il portiere può astenersi. Non è nel suo istinto, spesso ci si butta sperando di intercettare il pallone, spesso sono gli attaccanti che vanno apposta addosso al portiere. E' il ruolo più penalizzato del calcio, negli ultimi anni. Un rigore contro e un cartellino giallo sono più che sufficienti, se l'intervento non è violento. Sta ai tecnici farsi carico di una campagna contro rigore e rosso diretto. Mentre starebbe agli arbitri (che invece molto difficilmente usciranno allo scoperto) protestare compatti contro l'ultima brillante pensata dei loro due ineffabili designatori Bergamo e Pairetto. Ieri, e lo farà per tutto il campionato, la "Gazzetta dello Sport" ha pubblicato i giudizi di B&P sulle partite di A. Sotto un profilo giornalistico, ottimo colpo, complimenti sinceri. Ma non è questo il punto. E' un altro: esiste una via di mezzo fra la tanto invocata trasparenza e la gogna in piazza ? Chi autorizza B&P a dare le pagelle agli arbitri da loro stessi designati ? La risposta è: Carraro. Carraro che tiene molto alla questione arbitrale, che aveva spedito qualche ex arbitro a scuola di comunicazione da Costanzo, e poi in note trasmissioni tv dove i Luci e i Nicchi erano stati fatti a pezzi da vecchie volpi del microfono. Carraro che già oggi s'accorgerà dell'autogol. B&P forse no, hanno scorza dura, se non si sono dimessi ai tempi dei Rolex figuriamoci adesso. Però glielo chiedo ugualmente: dimettetevi, fatevi ingaggiare da qualche tv, ci sono mille opportunità. Ma non è accettabile leggere passaggi come questo: "Alle proteste del presidente Pozzo che chiede sanzioni nei confronti di Tombolini possiamo rispondere dicendo: è un problema nostro e non suo. Stia tranquillo". Ora, Tombolini non avrà visto due rigori, ma perché dovrebbe stare tranquillo avendo sopra la testa due come B&P che stendono i panni in piazza ? E con che diritto B&P mettono in piazza, coi panni, lo stesso Tombolini ? Gli arbitri non possono parlare, ma i loro designatori possono scrivere e fargli le pulci coram populo ? Ma che schifezza di sistema è mai? Di sfuggita, tenendo conto dell'orario di chiusura dei giornali, mi sa che B&P sentenziano solo in base a quel che hanno visto sulle moviole televisive, come giornalisti qualsiasi. Ben diverso però il loro ruolo. Ammetto di sognare un calcio senza designatori arbitrali e senza moviole. Pur vivendo in questo calcio, mi sembra molto grave, senza precedenti, l'iniziativa di B&P. Non sto chiedendo omertà, ma rispetto delle regole e dei ruoli. Se Tombolini è punito, lo si capirà al primo sorteggio, è grottesco dire "stia tranquillo" a Pozzo (che non è presidente dell'Udinese, fra l'altro). Ce n'è anche per Collina: "Il rigore calciato da Giunti andava ripetuto, perché in area c'erano troppi giocatori". E magari anche perché il portiere s'era mosso in avanti, non lateralmente, di qualche metro. Non è così che si aiutano gli arbitri a crescere. Si delegittimano, e basta. Si bruciano. Capitasse poi l'equivalente di un caso Ceccarini, vorrei vederli B&P. Terza cosa: in questo sistema in cui alcuni comunicano fin troppo e altri devono stare zitti, ieri sono stati deferiti Corioni (giusto, ma il problema della disparità nell'uso dei cartellini rimane) e Zeman. Sbagliato, perché Zeman, nell'intervista al Romanista, non aveva offeso nessuno e s'era limitato a dire che dopo mille scandali nel calcio tutti quelli che occupavano poltrone importanti e avevano poteri e responsabilità erano rimasti al loro posto. Il che è assolutamente vero: il povero Zeman non può nemmeno esprimere qualche opinione ? Non essendo un tesserato Figc, sfrutto il lusso di poterlo dire.

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lunedì, settembre 13, 2004
 

I trucchi fiscali di Mr. Tod's

di Massimo Mucchetti (Copyright "Il Corriere della Sera")

Secondo il sociologo Giampaolo Fabris, i marchi rappresentano il bene principale di un’azienda che si rivolge ai consumatori. E però, secondo le regole della ragioneria, i marchi non hanno in partenza un valore nel bilancio. Hanno invece un loro posto nell’attivo patrimoniale quando vengano comprati o rappresentino una parte del cosiddetto avviamento pagato su un’acquisizione. Ma c’è una terza possibilità: che i marchi talvolta si materializzino quando serva a far risparmiare imposte alla società o ai suoi proprietari. L’ultimo caso del genere è quello della Geox, brillante gruppo trevigiano delle calzature che si prepara alla Borsa. Benché il quartier generale dell’azienda sia a Crocetta del Montello, il marchio e i brevetti della suola che respira erano di proprietà di una società olandese, la Nottington Holding, ora Geox Holding bv. L’azienda vera, la Geox Spa, versava royalties pari a poco meno del 5% sul fatturato: 4,6 milioni nel 2000; 7 l’anno dopo. Un costo fiscalmente deducibile. Dal 31 dicembre 2001 questi beni immateriali risultano conferiti dall’olandese all’italiana per 223 milioni pagati attraverso l’emissione di nuove azioni Geox a favore della consorella estera. Senza movimenti di denaro, si è creato un bene che verrà ammortizzato in 10 anni. Si tratta di un costo sostitutivo della royalty e pienamente deducibile, e in misura ben superiore, almeno fino a quando le royalties non avessero raggiunto i 23 milioni l’anno; un costo sufficiente a mandare in rosso la società operativa la quale, pertanto, risparmia l’Irpeg e riduce anche l’Irap. Poiché sia l’olandese che l’italiana fanno capo alla stessa proprietà, nel bilancio consolidato ammortamenti e perdite si elidono, ma il risparmio fiscale resta. E così, nel 2003, il gruppo Geox può sfoggiare un utile netto di 29 milioni su 254 fatturati stanziando solo 3 milioni di imposte. Tanto per restare nel settore, anche il gruppo Tod’s ha fatto operazioni sui marchi vantaggiose dal punto di vista fiscale. Prima del collocamento in Borsa, la Tod’s ha comprato da una società lussemburghese della famiglia Della Valle i marchi Hogan e Fay per 155 milioni di euro. Per farlo la Tod’s si è indebitata, salvo rimborsare poi le banche grazie all’aumento di capitale connesso alla quotazione in Borsa. In questo caso i vantaggi fiscali sono stati tre: la lussemburghese ha venduto i marchi dando poco o nulla all’Erario del Granducato; la Tod’s ha avuto un beneficio immediato grazie alla legge Visco, che premiava aumenti di capitale e investimenti, e un altro beneficio di 50-60 milioni nell’arco di 20 anni grazie all’ammortamento dei due marchi. Altri, invece, non fanno nulla. Giorgio Armani per esempio. I marchi del celebre stilista milanese sono registrati nel mondo da una società svizzera del gruppo, la G.A. Modafine, e in Italia dalla capogruppo. Dal sistema Armani, dunque, non escono royalties. Né si è ritenuto di rivalutare i marchi, perché la G.A. Modafine avrebbe dovuto segnare una enorme plusvalenza teorica pagando al fisco elvetico un’imposta reale consistente. La conseguenza è che Armani sopporta imposte in ragione del 35% dell’utile lordo. Avesse seguito il modello Geox, riuscendo a rivalutare il marchio una volta e mezza il fatturato in sostanziale esenzione d’imposta, avrebbe all’attivo patrimoniale un bene immateriale pari a 1,8 miliardi di euro che, ammortizzato in 10 anni, avrebbe azzerato o quasi l’imposizione fiscale per l’intero periodo. Questi tre casi, esemplari di scelte diffuse, dicono che lo stesso bene, il marchio, è trattato in modi assai diversi nei bilanci. Tutti sono in regola con la legge. Ma il legislatore e la sua amministrazione sono sicuri che vada bene così ?

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domenica, settembre 12, 2004
 

Brasile: insegnante chiede agli studenti di masturbarsi

(Copyright Libero.it)

Un'insegnante ha invitato tre dei suoi studenti di 15 anni a mastrubarsi per porter successivamente studiare il loro sperma al microscopio. La notizia è stata resa nota dal giornale brasiliano "La prensa". Quando i ragazzi hanno raccontato la vicenda, i genitori hanno immediatamente avvisato la polizia che si è presentata nella scuola "Nostra Signora del Rosario" di Campo Grande, a Rio de Janeiro. La professoressa è stata denunciata e la direzione dell'istituto ha emesso un comunicato biasimando il suo comportamento. La docente, adesso, rischia il licenziamento.



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venerdì, settembre 10, 2004
 

Lo strano concorso che fa tremare i giudici

(Copyright "La Stampa")

Nessuno s’illuda. L’avvocato Pierpaolo Berardi, di Asti, questa storia dei concorsi per uditori giudiziari "taroccati", non la abbandonerà mai: quattordici anni di durissimo (e costoso) confronto con la magistratura, con il Tar, infine con il Consiglio di Stato. Poche ma importanti vittorie e molte amare sconfitte. E ora siamo alle battute finali. Presto, entro ottobre, proprio il Consiglio di Stato dovrà pronunciarsi sul contenuto del suo ricorso, cioè se annullare il concorso avvenuto il 20, 21, 22 maggio 1992 a Roma, superato da 275 candidati (tutti diventati magistrati) su 2244. Se Berardi ha ragione, le sentenze e le decisioni prese da questi giudici e pm saranno "salve", ma loro no. Rischiano di perdere il posto, le funzioni e le qualifiche. Perché, in quel concorso, "è accaduto veramente l’impossibile", racconta Berardi. Il legale, un penalista, se ne occupa per una ragione strettamente personale. E’ infatti uno dei candidati dichiarati "inidoneo". Siccome ritiene di avere "fatto dei buoni scritti", decide di vederci chiaro. Ai sensi della legge 241/90 chiede la copia degli elaborati e dei verbali. Ne viene fuori un quadro sconcertante su tempi e modi del concorso: alle 9,40 del 6 ottobre 1992, per esempio, inizia la valutazione dei temi dal numero 619 al 633, compresi quelli di Berardi. Tre per ogni candidato. Ebbene, i lavori si chiudono alle 12,25, dopo una pausa di 20 minuti tra le 11,40 e le 12. Un semplice calcolo consente di accertare che gli esaminatori dedicano solo tre minuti per valutare ogni ponderoso elaborato. La sentenza del Tar del Lazio del 4 novembre 1996 è una sorpresa, uno choc. Riconosce semplicemente che i temi, anche quelli dei vincitori, "non potevano essere stati corretti e valutati secondo i tempi indicati dai verbali". A questo punto, l’avvocato di Asti decide che è arrivato il tempo di controllare anche gli altri, quelli dei candidati definiti "idonei". La battaglia dura anni e anni, e finisce però con un successo. Nel ‘97, dopo una serie ricorsi al Tar e un’interminabile querelle con il ministero di Grazia e Giustizia, l’avvocato riesce ad ottenere le copie dei temi dei "promossi", nel frattempo già al lavoro nelle varie circoscrizioni giudiziarie italiane. Errori ed orrori. C’era il candidato che non fa null’altro che copiare "numerosi estratti di una decina di autori, citando lunghi passi virgolettati, ricopiando persino i segni di interpunzione, i capoversi, la pagina, l’editore, l’anno di pubblicazione", in modo così letterale da far pensare a una specie di Pico De Paperis, un enciclopedico dalla memoria davvero troppo ferrea per essere vera. Un’altra, che oggi lavora in Piemonte, mette in fila "una serie di strafalcioni giuridici da non consentire neppure il superamento dell’esame di diritto penale in una qualsiasi università", osservano i denuncianti; una candidata, il suo tema, non lo finisce neanche. Tanto è inutile. Nell’elaborato, giudicato con la minima votazione (12) il pensiero, nell’ultima paginetta, si tronca a metà. Per uno dei "promossi", la commissione non definisce la votazione, il timbro finale resta desolatamente in bianco, senza la firma del segretario del presidente; un secondo furbo, per farsi riconoscere con sicurezza come uno dei raccomandati, scrive i suoi temi con una calligrafia "doppia", un po’ in un modo, un po’ in un altro, con un bizzarro effetto schizofrenico; un terzo scrive su una sola facciata del protocollo, e l’altra resta bianca: come una firma, sempre per farsi riconoscere. Un candidato fa di più. Avrebbe dovuto sviluppare un tema ma lui ne fa tranquillamente un altro. Al liceo, il voto, sarebbe stato il più classico dei 2. Invece ecco spuntare un 12. Ovviamente, idoneo. Sarebbe impietoso, oggi, individuare i nomi dei magistrati in base ai numeri di quei lontani elaborati del ‘92. Ma quello di Francesco Filocamo, uno dei vincitori del concorso, vale una citazione precisa, dato che i suoi tre temi, custoditi in teoria negli archivi del ministero, sono svaniti nel nulla. Proprio nei prossimi giorni, a Perugia (competente per i magistrati romani) dovrebbe concludersi il processo; ci sarà un confronto in camera di consiglio tra l’avvocato Berardi, in qualità di persona offesa, e due magistrati segretari, accusati della scomparsa del fascicolo Filocamo e pure di aver apposto alcune firme "singolari", comparse in calce ai verbali del concorso. Singolari perchè appartengono a persone non presenti nelle varie sedute della commissione. A proposito dei verbali. I quattro conclusivi delle prove scritte, i più importanti, sono appunto firmati da segretari "non pervenuti". In un caso, anche da un altro misterioso signore che addirittura era già stato sostituito. Insomma, un verbale fantasma.

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mercoledì, settembre 08, 2004
 

Dopo Moore, Kitty Kelley

(Copyright Dagospia.com)

Si preannuncia per George W. Bush una prossima brutta sorpresa pubblicitaria forse più deleteria e negativa di quanto non lo sia stato "Farenheit 9/11". Questa volta i fulmini arrivano dalla famosa Kitty Kelley la biografa più temuta del mondo, ma anche la più famosa, che ha stabilito eccezionali record di vendite con i suoi libri iconoclasti e dissacratori nei confronti di grandi famiglie e personalità. Resta famoso il suo volume "I segreti della corona" edito in Italia dalla Sperling & Kupfer nel 1998 nel quale la Kelley, dopo molti anni di meticolose ricerche, ha letteralmente messo al tappeto la famiglia Reale inglese. Tanto scalpore fece quel testo che in Gran Bretagna fu vietato mentre vendeva come patatine fritte in tutto il resto del globo. Famose anche le sue biografie di Jackie Kennedy Onassis, Elisabeth Taylor, Frank Sinatra e Nancy Reagan. Premiata e superpremiata negli USA, più che per la qualità dei suoi prodotti per la diffusione, successo e vendita degli stessi, la Kelley ora se ne esce, a sorpresa, con l’annuncio sensazionale di un libro sulla dinastia dei Bush - "The Family: The Real Story of the Bush Dynasty" - che sarà in libreria tra una settimana (negli USA). Tra le tante pochezze che colpiranno l’attuale Presidente la più rilevante è quella che lo definisce cocainomane. E non si tratta di illazioni ma dichiarazioni. A farle la cognata di George, Sharon Bush, moglie divorziata del fratello Neil Bush. "L’attuale George Bush si rimpinzava di cocaina a Camp David già dai tempi passati quando suo padre era Presidente (1989/93). E spesso anche". Altra e diversa accusa colpisce George padre che pare avesse una storia con la sua segretaria inglese Jennifer Fitzgerald il che traumatizzò sua moglie Barbara Bush per molto tempo. Sostiene la Kelley che i Bush, padre e figlio, hanno adoperato le loro immense ricchezze principalmente per coprire le loro nefandezze, pagando tutti e tutto pur di insabbiare quelli che sarebbero stati colossali scandali. Oltre alla quisquilia che l’attuale Presidente ha anche pagato per far abortire una sua "girlfriend" ed ha dovuto sborsare somme ingenti per il fratello che aveva trasmesso malattie veneree (non meglio specificate e definite "sexual diseases") mentre "patronizzava" alcune prostitute asiatiche, la Kelley impiega ben 700 pagine per narrare il frutto di sue indagini quadriennali. Le previsioni dei quotidiani inglesi ed americani predicono un gigantesco scandalo legato a quello già definito il best-seller pre-elezioni. Sempre secondo Sharon Bush "i Bush non praticano quanto predicano". A difesa dell’attuale inquilino della Casa Bianca sono già scesi sul campo di battaglia diversi "spokesmen" e "spokeswomen" del Presidente che gridano all’oltraggio, definiscono il libro "solito trash" ma non sanno opporsi direttamente alle ben 800 lunghe interviste contenute nel libro e che partono da quando Bush frequentava la scuola pubblica. Sono le voci di studenti, ex amici, segretarie, parenti più o meno distanti, un po’ di tutto. Tale Torbery MacDonald che lo conobbe a Yale dice: "Povero George, non ce la faceva con le donne se non era "fatto"". Un altro studente sostiene: "Aveva due soli interessi booze (alcool) e sport". La Kelley sostiene che Bush iniziò con la cocaina a metà degli anni Sessanta e cita perfino lo spacciatore da lei intervistato. Sostiene ancora la Kelley che allorché Bush serviva al National Guard gli venne sospeso il permesso di volare, ed a riprova cita le parole di un intervistato che dice: "Vi sono evidenze circostanziate che dimostrano l’abuso di sostanze stupefacenti da parte di Bush durante quel periodo". Altre interviste - un PR executive, tale Robert Nash - portano infine a sua moglie Laura che viene accusata di aver spacciato marijuana nell’epoca della sua gioventù. Nonostante ciò Laura viene descritta, nel libro, quale vittima dell’alcoolismo di suo marito (vizio riconosciuto dal Presidente che si curò nel 1986 quando si unì ad un gruppo di evangelisti. Ne ha fatto la ragione di molte prediche contro il bere). Ultime dichiarazioni di alcuni parenti del Presidente: "Ogni tappa politica di George in ascesa lo ha portato verso il declino come uomo, non ha umiltà ed è peggiorato giorno dopo giorno. Oggi è assolutamente intollerabile". Insomma, conoscendo il tipo di pubblicazioni che hanno resa famosa Kitty Kelley, pubblicazioni che però non le sono valse querele proprio perché si avvalgono di multiple dichiarazioni ed interviste con evidenze alla mano - pare abbia preparato questo testo nell’arco di ben 8 anni di lavoro - si prevede che anche questa farà molto scalpore. Riportando le parole del Washington Post cito: "Le indiscrezioni elencate dalla Kelley sono troppo sensazionali e troppo intriganti per essere ignorate....". La Stampa definì a suo tempo "I segreti della corona" come "un libro-killer sui Reali di Londra" e la Repubblica: "Il libro che ha fatto a pezzi i Reali d’Inghilterra". Cosa diranno ora i giornali nostrani che plaudono alle "B" del potere (i nomi che iniziano con la lettera "B") con questo libro della Kelley ? Lo pubblicheremo anche in Italia ? Staremo a vedere. La Sperling & Kupfer è stata assorbita dalla Mondadori per cui si vedrà.....

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martedì, settembre 07, 2004
 

Gli orrori ceceni di Putin

(Copyright "El Mundo")

"Voglio vendicarmi e desidero morire e uccidere il maggior numero possibile di soldati russi, almeno dieci". Sono implacabili le dichiarazioni che una terrorista cecena (che magari è morta nel genocidio della scuola di Beslan) ha rilasciato alcune settimane fa e che ieri ha pubblicato il quotidiano madrileno "El Mundo". Una testimonianza proveniente da una delle "chahid" o "smertinitsa", donne martiri o destinate a morire, ribattezzate anche "vedove nere". L'incontro con la "donna-bomba" avviene nel centro della città che una volta era Grozny, ormai ridotta a un cumulo di macerie. La terrorista non veste, come le sue colleghe del teatro Dubrovka, il "hijab", il classico velo in testa che prescrive l'Islam, ma protegge la sua folta chioma con un foulard qualsiasi. E’ bellissima, ha solo 21 anni. E si fa fotografare, all'interno di una vettura con i finestrini anneriti, solo gli occhi, assassini come le cinture bomba delle "chahid". "Perché voglio uccidere, diventare una donna-bomba, un gesto che non può fare una persona qualsiasi ? Ho perso mio fratello che aveva 27 anni. Lo catturarono i federali (le truppe russe, ndr) in una retata. Conosco i russi che sono venuti a casa a prenderlo. So dove vivono e li incrocio tutti i giorni". E l'odio sgorga come un fiume in piena quando la giovane donna ricorda i tentativi per salvare il familiare. "Lui non lottava, non faceva niente. I soldati mi restituirono sono un indumento di mio fratello, il suo giubbotto di pelle. Inutilmente, per due anni, lo cercai presso il "Fsb" (il Servizio Federale di Sicurezza, la Cia russa) e il quartiere generale dei militari. Chiedevo loro aiuto, ma non ottenni né risposta né cadavere. Solo il giubbotto, grondante ancora di sangue fresco, con 24 buchi prodotti dai proiettili del Kalasnikov". E precisa: "Mi dissero che se volevo recuperare il cadavere dovevo cercare nelle fogne. Ho altri fratelli e sorelle, ma la disgrazia è entrata nella nostra casa, come in quasi tutte le famiglie cecene nella seconda guerra" (quella che è cominciata nel 1999, la prima è durata dalla fine del 1994 all'agosto del 1996). La voglia di vendetta è determinatissima. Aggiunge l’intervistata: "Ho lavorato e studiato come tutte le altre donne della mia età, ma ho perso la voglia di vivere. Quando sento piangere mia madre e le mie sorelle più piccole, sto malissimo. E quando vedo i soldati russi, mi assale il desiderio di strappare loro la pelle con le mie stesse mani. Lo so che è orribile, ma è quello che sento. Voglio vendicarmi". Le sue ansie di omicida sono state comunicate a un membro dei terroristi ceceni. La rete diretta da Shamil Basayev è formata da persone che non si conoscono tra di loro, che usano false generalità e isolano completamente le aspiranti suicide, le quali spesso agiscono solo per rappresaglia. "Vivere a Grozny è guardar passare i giorni, non è vivere. Esisti, senza pensare al domani. Non ho nessuna paura di essere denunciata, perché nessuno, neanche mia madre o le mie sorelle, sono al corrente che sono una "chaid". Mi sentirò molto meglio nell'altra vita che in questa. Quando sarò morta e avrò vendicato mio fratello". In tutta l’intervista, la "donna-bomba" non accenna mai al "jihad" (guerra santa) islamica e neppure ad Allah. Anzi, ci tiene a sottolineare: "Tutte le ragazze cecene che si fanno saltare in aria con i cinturoni di esplosivo (almeno 25 dall'ottobre del 2002) non sono wahabite. Le wahabite sono formate dagli islamici, mentre le "chahid" sono quelle che vendicano i loro fratelli, sorelle o familiari. Non sono state addestrate. E’ una loro decisione, quella di morire uccidendo il nemico. E io sono una di loro". L’intervista volge al termine. La terrorista sembra un’universitaria come tante, mentre nell'auto risuona una canzone di Kylie Minogue. Prima di congedarsi, spiega anche un'altra ragione che spinge le donne cecene (che non indossano quasi mai il jihab perché diventano subito sospette, ma anzi sfoggiano capelli al vento) al terrorismo: "Mia cugina è stata arrestata dai militari, violentata, fucilata e buttata in un tombino. Non si può continuare a vivere così. Le ragazze detenute non ammettono mai lo stupro. In questa società, la perdita della verginità è una vergogna che si ripara solo con la morte. Ci sono molte candidate a "smertnitsa". Io sono decisa e non ho paura. Che cosa succederà ? Lo so già: boom".

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domenica, settembre 05, 2004
 

Chewing gum di Britney Spears venduto a 14.000 dollari

(Copyright ANSA)

14.000 dollari per una gomma da masticare e per giunta già masticata. Ma a sputarla è stata Britney Spears, la reginetta 22enne del pop. E' questo il prezzo raggiunto da un chewing gum all'asta nel sito di eBay insieme ad altre 20 cicche della popstar recuperate nelle situazioni più disparate. Prossimamente sul mercato: fazzoletti, mozziconi di sigaretta, un asciugamano usato che potrebbe raggiungere un costo proibitivo.

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sabato, settembre 04, 2004
 

La scelta impossibile di Zalina

(Copyright "Los Angeles Times")

Zalina Dzandarova culla tra le braccia Alan, un bimbo che dorme col faccino appoggiato al suo petto. Questo è il figlio che Dzandarova è riuscita a salvare, anzi, il figlio che ha scelto di salvare. Letteralmente. Le immagini dell'altra piccola, Alana, una bimba di appena sei anni, la perseguitano: Alana che si appende al suo braccio, Alana che piange e che la chiama, Alana che singhiozza in lontananza mentre Dzandarova esce dalla Scuola Numero 1, stringendo tra le braccia il piccolo Alan di due anni. Giovedì i terroristi hanno consentito a 26 donne e bambini di andarsene. Circa la metà di loro, come Dzandarova, hanno ottenuto il permesso di portare con sé un figlio solo, lasciandosene un altro alle spalle. "Non volevo prendere questa decisione" racconta Zalina, sconvolta, nella casa del suocero, a poca distanza dalla scuola. "Tutti mi dicono di essere lieti che mio figlio ed io siamo in salvo, ma come posso essere felice se non so più niente della mia bambina ?". La violenza spesso sceglie a caso le sue vittime. Molto più raro è che debba essere una madre a fare la scelta di Sophie, salvare un figlio lasciandone un altro davanti all'eventualità della morte. Mercoledì Dzandarova aveva accompagnato la figlia a scuola, per il suo primo giorno in prima elementare. Mentre gli alunni e i loro genitori si allineavano nell'atrio, hanno visto i terroristi fare irruzione nella scuola. La giovane donna si è messa a correre, cercando riparo con i figli in un'aula, ma è stata catturata insieme a tutti gli altri e condotta in palestra. In un primo tempo, stando a quanto racconta, a tutti è stato consentito di bere dai rubinetti, ma in seguito i rapitori l'hanno impedito. Senza acqua il latte in polvere fornito dai terroristi per i bambini ha dovuto essere somministrato a cucchiaiate direttamente in bocca. Anche dopo aver rotto i vetri della palestra, l'ambiente era torrido. In soli due giorni il problema si è fatto gravissimo: "Ci dicevano: vedete, i bambini non potranno sopravvivere perché non hanno acqua a sufficienza. Possiamo solo sperare che superino la notte... ". I guerriglieri, racconta la donna, correvano avanti e indietro nei locali, agitavano le pistole in faccia agli ostaggi, ordinavano e gridavano loro di stare immobili e stare zitti. Quando Alan ha iniziato a strillare per la fame Zalina è stata autorizzata a unirsi ad un gruppo di madri in un'altra stanza, dotata di rubinetti e più fresca. Giovedì, alle donne di quella stanza è stato comunicato che sarebbero state rilasciate. "Ci dissero di preparare velocemente le nostre cose e di portare con noi i bambini" continua Zalina. Poi è arrivato l'ordine: doveva scegliere tra suo figlio o sua figlia. Lei aveva con sé entrambi. Ha tentato di passare Alana alla cognata sedicenne, ma i guerriglieri se ne sono accorti e le hanno proibito di portare con sé la figlia maggiore. "Alana mi si è appesa al braccio, mi stringeva forte la mano. Loro ci hanno separato". Mi hanno detto: "Vattene col bambino. Lei può rimanere qui con tua sorella". Io ho pianto, li ho supplicati... Alana strillava, tutte le donne intorno a me piangevano. Uno dei ceceni allora ha detto: "Se non ve ne andate adesso, non ve ne andrete più. Rimarrete qui con i vostri figli e noi vi faremo fuori tutti". La scelta dunque era chiara: non potendo salvarli entrambi, Dzandarova poteva morire con i suoi due figli o salvare uno di loro e se stessa. "Non ho avuto tempo per pensare a quello che stavo facendo... mi sono stretta Alan forte al petto e sono uscita. Mentre camminavo sentivo alle mie spalle le urla di mia figlia. Mi chiamava, piangeva. Ho creduto che il cuore mi si sarebbe infranto in quell'istante". Zalina piange mentre parla. Le lacrime scendono su Alan, che dorme nelle sue braccia e che continua a dormire anche quando, cullandolo, ne scuote il corpicino con i suoi singhiozzi.



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venerdì, settembre 03, 2004
 

Morire per un truciolato

di Massimo Gramellini (Copyright "La Stampa")

Quando all'inaugurazione di un magazzino Ikea in Arabia Saudita accorrono settantamila clienti, si ha la prova lampante di come gli integralisti ci vendano ogni giorno una realtà immaginaria, che il linguaggio dell'orrore rende forse più persuasiva, ma non per questo più vera. Nessuna comunità islamica è costretta a subire lo stile di vita occidentale contro la propria volontà. La possibilità di un minimo di benessere a buon mercato fa gola a tutti, anche a chi deve conciliare una libreria componibile con le pratiche del Corano. Ma se a quell'inaugurazione succede che muoiano due pachistani e un saudita, calpestati nella ressa dantesca per acciuffare una manciata di buoni-sconto da pochi dollari, allora il trucco dell'integralismo diventa ancora più scoperto. Neanche l'Inghilterra di Dickens era una società tanto squilibrata come quella araba, dove i pochi hanno tutto e gli altri, cioè quasi tutti, niente. Si sono consumati alberi di carta per vivisezionare le ragioni che inducono Bush a usare la guerra a fini interni di conservazione del potere. Ne bastano molti di meno per dire che i veri nemici delle masse truciolate d'Arabia non siamo noi occidentali, ma quei loro fratelli di fede che agitano il feticcio del Grande Satana a scopo sedativo, pur di continuare a tenerle in una condizione di miseria che le induce ad ammazzarsi - letteralmente, purtroppo - per il bracciolo di un divano.





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giovedì, settembre 02, 2004
 

L'esercito delle donne-bomba

di Gabriele Romagnoli (Copyright "La Repubblica")

La prima fu una ragazza libanese di nome Sanaa: aveva 17 anni e un sorriso angelico. L'ultima, per ora, mentre altre in Ossezia sono pronte a seguirla, una donna senza nome né volto saltata in aria a una stazione della metropolitana di Mosca. Quella delle donne kamikaze è una storia di fascinazione, che cresce sotto gli occhi increduli ma voraci dell'Occidente e viene raccontata, da un lato e dall'altro, con le falsità di un'informazione scaduta a propaganda. Ripercorrere la genesi e l'evoluzione di questo fenomeno è un modo per capire fino a che punto (di non ritorno) il conflitto si sia spinto e per denunciare una diseguaglianza che dura fin oltre la morte. Il primo volto femminile accanto al quale appare la luce artificiale del martirio appartiene a Sanaa Muhaidily, 17 anni, originaria del Sud del Libano. Siamo all'inizio degli Anni Ottanta. La sua terra è occupata dagli israeliani. Per combatterli si è costituita l'organizzazione del "partito di Dio", gli Hezbollah. In nome e per conto loro, un ragazzo di 15 anni ha commesso nel novembre del 1982 il primo attentato suicida, uccidendo 90 nemici. E' l'inizio di una strategia. Per metterla in atto vengono scelti giovani considerati già maturi (il secondo avrà 17 anni), ma privi di vincoli familiari. Non si vogliono lasciare né vedove né orfani, nessuno che abbia un dolore di fronte al quale il resto della società avanzi dubbi. Le donne sono escluse da questo tipo di operazioni per motivi religiosi e sociali. Rima Fahkri, laureata in agronomia all'Università americana di Beirut, propone un emendamento a questa regola, ma non passa. Sanaa sovverte lo stato delle cose. La sua Peugeot bianca esplodendo uccide due soldati israeliani. Lascia un video in cui, serena, recita: "Non sono morta, cammino con voi. Canto, ballo, realizzo il mio sogno. Non piangete per me, siate felici e sorridete. Ora ho le radici nella terra del Sud e la irrigo con il mio sangue e il mio amore". Scatena un innamoramento popolare. Appaiono ovunque i poster della "Sposa del Sud". Il presidente siriano Assad la loda. Il poeta egiziano Khaled Mohammed Khaled le dedica versi. Altre due donne la imitano. Ma i dubbi restano. Perfino lo sceicco Yassin, noto per la pilatesca affermazione "non scegliamo noi i martiri, lo fa Dio", dichiara che le donne sono "l'esercito di riserva". La loro ora non è ancora venuta. I clerici si oppongono, gli uomini saggi anche. Questa tesi prevale fino al 27 gennaio 2002, a un anno e quattro mesi dall'avvio della seconda Intifada. Quel giorno si spezza un tabù e si uccide la prima donna palestinese jihadista. Il suo nome è Wafa al Idriss. Ha 28 anni e una storia personale che verrà giudicata esemplare. E' orfana di padre, l'ha allevata il fratello. Si è sposata, ma ha scoperto di essere sterile. Il marito l'ha ripudiata per prendere una seconda moglie. Lei non poteva risposarsi. La morte da martire appariva una via d'uscita onorevole per una vita senza un desiderabile futuro. Seguiranno altre sei, dapprima appartenenti all'organizzazione laica delle brigate Al Aqsa, poi anche ad Hamas in quello che Yassin definisce "un nuovo inizio". Nel suo libro "Donne martiri" la giornalista americana Barbara Victor indica la disperazione personale come comune matrice del percorso di ognuna. Ripudiate, colpevoli di aver rifiutato nozze combinate, di aver avuto figli fuori dal matrimonio, di adulterio. In un'inchiesta dal titolo "La setta delle riluttanti assassine", pubblicata dal Los Angeles Times a febbraio si sostiene che le kamikaze cecene sono "costrette, picchiate, torturate, drogate". Molte sarebbero vedove di suicidi a cui è detto: "La tua vita è uno scandalo, Dio ti ha punito prendendo tuo marito, riscattati morendo anche tu". Il caso di Reem Al Reyashi, palestinese, madre di due figli, che a gennaio lascia un video in cui sogna "di essere la prima martire il cui corpo si frantuma in aria" e poi ottiene il proprio scopo, genera un'autentica soap opera. I giornali israeliani scrivono che aveva tradito il marito con un uomo di Hamas e ha dovuto lavare l'onore: l'amante le avrebbe dato la cintura esplosiva, il marito l'avrebbe accompagnata sul luogo dell'attentato. Dietro queste ricostruzioni, alcune credibili altre meno, dietro le generalizzazioni forzate è evidente la necessità di dare una spiegazione altra, il timore di accettare l'assunto che se anche per una donna, addirittura madre, la vita per come le è data vale meno di una causa senza speranza, allora c'è davvero qualcosa di irrimediabile nella condizione storica in cui si è venuta a trovare. La vernice del fanatismo religioso si scrosta leggendo i messaggi terminali Sanaa o Reem, menti offuscate sì, ma dal nazionalismo. E Hamadi Jaradat, che si fece saltare in una ristorante di Haifa uccidendo 20 persone e se stessa, non aveva una biografia di disagi: era una 29enne avvocatessa a cui avevano ammazzato il fratello e cercava vendetta. Che si arrivasse al loro impiego era inevitabile. Scriveva Michael Ignatieff nel libro "Il male minore". "Se le nostre forze tratteranno le donne come non belligeranti, i nemici useranno donne combattenti". Discriminate in vita, uguali nell'attimo del sacrificio, le donne tornano sul gradino più basso dopo averlo compiuto: Rantisi, defunto leader di Hamas, conferma in un'intervista televisiva che le loro famiglie ricevevano un sussidio di 200 dollari al mese, la metà di quelle dei martiri maschi. Insufficiente a prescindere per lenire il dolore di Mabrouk al Idriss, madre della protomartire Wafa, mentre diceva: "Ogni giorno è un giorno di lacrime. Mi assicurano che mia figlia è in paradiso, ma questo solo Dio lo sa e ancora non è venuto a dirmelo".

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mercoledì, settembre 01, 2004
 

Uno schifo da un milione di euro

(Copyright "La Nuova Venezia")

Visto da qui, da pochi passi dalla spiaggia, il plotone di leoni dorati schierati davanti a Palazzo del Cinema suscita un unico e ben definito sentimento: inquietudine. Sembra un mausoleo. Oro, viola e nero. Nulla di più funereo. E ogni colonna ha il nome del regista che in quell’anno ha vinto il leone. Quelli ancora in vita, appena vedranno l’obbrobrio non potranno far altro che toccarsi. E poi: non era proprio il viola a portare sfiga nel mondo dello spettacolo ? Complimenti alla Biennale e al suo presidente (sì, quello che come prima cosa, appena insediato, ha visto bene di aumentarsi abbondantemente lo stipendio). Provo a guardarlo da ogni posizione, il plotone, ma da qualunque punto li guardi, quelle bestie sembrano sempre pronte ad aggredirti, a saltarti addosso. Quasi a essere il simbolo dell’atteggiamento che la Biennale ha tempo nei confronti della città. Dovranno passare là in mezzo, le star. Speriamo abbiano invitato anche Alberto Tomba, lui sì che saprebbe usarle nell’unico modo possibile quelle assurde colonne viola che diventeranno rosse di notte. Un bello slalom, di quelli suoi, quando con il polso tirava giù i paletti. Venisse a tirarle giù tutte la sera dell’inaugurazione, ridarebbe respiro al nostro sguardo e al povero palazzo che sta dietro e che - non se ne capisce il motivo - ogni anno si fa a gara per nasconderlo il più possibile. Certo, non è una bellezza, ma quello abbiamo e se poi lo nascondi con qualcosa che può solo provocarti conati, be’, allora... E pensare che con l’onda dell’edizione scorsa pensavamo si fosse toccato il fondo. Ma la Biennale sa essere stupefacente. Sì, perché quel mausoleo sembra davvero essere stato tirato su in quattro e quattr’otto per celebrare l’imminente scomparsa della Mostra del Cinema a Venezia. Sì, non è un refuso la "a" al posto del "di". Qualcuno se lo vuole portare via, il festival. E' un disegno piuttosto evidente in atto da qualche anno. Gli abbonamenti per il pubblico - veneziano - dimezzati ne sono un esempio. E quella discutibile inflessibilità sulla scellerata decisione di costruire il nuovo palazzo al posto della pineta sa tanto di provocazione. Noi scegliamo di collocarla lì dove mai ci lasceranno per poi dire: "Ecco, vedete, la mostra al Lido non si può più fare e nemmeno a Venezia, e noi abbiamo Cinecittà a Roma". Ora, nulla di più antipatico per uno lontano anni-luce dalla becera sottocultura di "Roma ladrona" che parlare, appunto, di "romanizzazione". Ma, ahimè, è un dato di fatto. Quest’anno ministri coi loro codazzi sbarcheranno in forze al Lido, invadendo spazi, rendendo off limits zone che non dovrebbero essere loro. E' questo lo stile, ormai. Quello da cene di gala, da abiti scuri e lunghi. L’imbacchettamento e lo svilimento della cultura. Meno male che c’è Global Beach. E fa ridere allora sentire il ministro dello spettacolo - al microfono del cantore del cinema-Rai di questi anni: Gigi Marzullo ! - sventolare Venezia come festival d’arte cinematografica, riempirsi la bocca di cinema d’autore, lui, che come direttore avrebbe voluto Giancarlo Giannini. Per fortuna invece c’è Marco Müller, uno che di cinema ne sa eccome e che alla fine, nonostante tutto, nonostante il plotone di funerei e inquietanti leoni, pare aver messo insieme un buon programma. Inizia la Mostra. Continua l’orrore, come in un film di serie B. come Biennale. Buone visioni.

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