La Gazzetta del Prione


martedì, agosto 31, 2004
 

La Cina è più vicina

di Marco Ansaldo (Copyright "La Stampa")

Non c'era da fidarsi. Le venti medaglie d'oro che i cinesi avevano strombazzato come il loro obiettivo per Atene erano fumo da gettare negli occhi dei russi e degli americani. "Loro sono ancora due potenze inarrivabili per il nostro sport" aveva detto Li Ferong, il vicepresidente del Comitato olimpico cinese, quando presentò le ambizioni della squadra arrivata ad Atene. Mai fidarsi di quelli che fingono di non parlare inglese e poi ti correggono se hai detto, in inglese, un'inesattezza. A Pechino avevano scelto il basso profilo. "Abbiamo le Olimpiadi a casa nostra tra quattro anni non possiamo sembrare troppo aggressivi con il mondo - aveva detto in quella occasione un altro dirigente -. Saranno i risultati a dire cosa valiamo". Con 32 medaglie d'oro, quattro più che a Sydney, tutti hanno capito che la nazione con cui si dovranno fare i conti in futuro è la Cina. Ha vinto molto, ha raccolto ovunque soprattutto con le donne che erano i due terzi della spedizione, unico caso tra tutte le delegazioni. Se Petrucci esalta l'Italia che è andata sul podio in quindici sport diversi, i cinesi lo hanno fatto in venti: la dittatura del ping pong e del badminton si è trasformata in un dominio ad ampio spettro. Anzi, paradossalmente le delusioni (piccole se le guardiamo con il nostro occhio, laceranti per le loro abitudini) sono venute dove c'era l'egemonia. Ad Atlanta e a Sydney nel tennis tavolo avevano fatto l'en-plein: singolo e doppio maschile, singolo e doppio femminile. Agli altri erano rimaste le briciole di qualche argento e qualche bronzo, lasciato dalle seconde scelte di Pechino. Qui, hanno perso il torneo più prestigioso: il singolare maschile, dove hanno tre dei primi quattro specialisti del ranking. Ha vinto Ruy, un coreano, del sud ovviamente, il che ha fatto sommamente andare in bestia i dirigenti cinesi: per la cronaca, il ventunenne Ruy è il terzo non cinese a entrare nell'albo d'oro del ping pong da quando fu introdotto nel programma olimpico nel 1988: prima di lui ce l'aveva fatta soltanto un altro coreano (ma in casa a Seul) e lo svedese Waldner a Barcellona. Un po' come nel badminton, altro gioco di cui in Italia ce ne freghiamo bellamente, ma che in Estremo Oriente è diventato una religione. Il Goudi Olympic Complex pareva il mercato flottante di Bangkok o una pagina di un libro di Salgari: thailandesi, coreani, indonesiani, cinesi di Taipei, di Shangai e di Hongkong che da sei anni è stata reinglobata nella Cina ma le è stato concesso di mantenere l'indipendenza nello sport. Lin Dan non poteva perdere, è il numero 1 al mondo. Invece è stato sbattuto fuori al primo turno da un bandmintonista (si dirà così ?) di Singapore che si è poi piazzato quarto. E il numero due, cinese e del mondo, un certo Chen è stato spazzato dal coreano giunto secondo. A parte questi per noi trascurabili incidenti di percorso la Cina ha scoperto un tesoro. La vittoria simbolo è nelle due tenniste, Li e Sun, che si sono aggiudicate il torneo del doppio sulla Martinez e la Ruano Pascual. Il tennis, pensate un po'. Dopo lo fine dello squadrone di Ma Juren (quello che faceva bere il sangue di tartaruga alle mezzofondiste che schiavizzava) fermato in patria prima di andare a Sydney per evitare uno scandalo all'antidoping, l'atletica ha ripreso a girare. Senza troppi clamori ma con personaggi che fanno immaginare un grande lavoro per i prossimi quattro anni, come Liu Xiang, la freccia sui 110 ostacoli. Nove medaglie (4 ori) nel tiro, cinque primi posti nel sollevamento pesi, il dominio nei tuffi, tre argenti nella scherma. Ci sono discipline in cui i cinesi sono impressionanti, ma questa volta è arrivata anche la prima medaglia nella boxe, il bronzo di Zou nei 48 chili, una cinese ha preceduto la Sensini nella vela. «Abbiamo ancora molto da lavorare» dice Li Ferong. Per esempio negli sport di squadra. L'importazione dei tecnici stranieri non ha prodotto risultati immediati. L'unico trionfo l'ha riportato la pallavolo femminile che era già più avanti degli altri team, ma nessuno immaginava che fosse già pronta a rompere l'egemonia russo-cubano-brasiliana. Costruire una squadra richiede del tempo, il basket del gigantesco Yao Ming e con un tecnico americano in panchina è stato un mezzo flop. Ma si lavora per Pechino. E' indicativo che solo 83 dei 407 atleti portati ad Atene avessero già un'esperienza olimpica e che in venti dei 26 sport in cui erano iscritti, i cinesi avessero un'età media inferiore a quella dei concorrenti. Lo squadrone per il 2008 è già impostato basta rifinirlo. E se con tanti giovani la Cina ha già messo in crisi gli equilibri delle due superpotenze superstiti agli anni della guerra fredda e della Ddr, quando saranno appena più maturi immaginate cosa può succedere.

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lunedì, agosto 30, 2004
 

Piovono pesci

(Copyright "La Stampa")

L’impossibile accade, a volte. Come nel paese di Knighton, in Gran Bretagna, diventato di colpo meta di reporter e di curiosi. Lì piovono pesci dal cielo. Per quanto bizzarro, era da un po’ che il meteo inglese non stupiva tanto. E così anche la Bbc si è mobilitata per un’inchiesta, spiegando subito che il fenomeno è autentico e non c’entrano nulla le allucinazioni collettive oppure le leggende metropolitane (cioè gli scherzi ben architettati). I pesci piovono davvero e "i residenti di Knighton sono piuttosto preoccupati", fanno sapere le autorità locali, nel piccolo centro di 2851 anime sepolto nel Galles, dove l’evento settimanale più significativo è il mercato del giovedì e l’appuntamento più atteso dell’anno è la fiera agricola dell’ultimo sabato di agosto. E la preoccupazione è cresciuta quando alcuni scienziati hanno spiegato che il fenomeno potrebbe anche ripetersi e che, in fondo, continua ad avere ragione il buon vecchio Shakespeare: "Vi sono in cielo e in terra, Orazio, assai più cose di quante ne sogna la tua filosofia". Dal cielo - dicono gli scienziati e naturalmente, con loro, il variopinto popolo degli studiosi di eventi straordinari - si scatenano i fatti più diversi. Dai bolidi di ghiaccio alle rane, fino ai globuli luminosi: la storia è piena di queste segnalazioni, visto che già un testo greco del III secolo d.C. riferisce che "nel Chersoneso, una volta, per tre giorni senza interruzione piovvero pesci". Da allora, i casi entrati negli annali sono migliaia e migliaia, come scoprì a fine ‘800 il primo studioso sistematico della materia, il bizzarro eppure precisissimo newyorchese Charles Fort, che dedicò la vita alla raccolta di notizie "strane". Da allora c’è chi le chiama in suo onore notizie "fortiane". Peccato, allora, aggiungono gli scienziati intervistati dalle televisioni locali, che alla fin fine di veramente "fortiano" ci sia soprattutto lo stupore della gente. E’ sufficiente una combinazione atmosferica di venti forti, prodotti da piccoli tornadi tipicamente estivi, con i luoghi adatti, vale a dire fiumi e laghi. Le correnti ascensionali risucchiano tutto ciò che trovano (dai frammenti più disparati agli sfortunati pesci) e poi li trasportano in quota, spostando il loro carico anche per chilometri e chilometri, finché le nuvole di queste tempeste improvvise, quasi fossero un bombardiere, si aprono e colpiscono.

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sabato, agosto 28, 2004
 

I pubblicitari boicottano Feltri

(Copyright "Europa")

Addolorate ma anche furiose le reazioni degli amici e dei colleghi pubblicitari di Baldoni. Lo descrivono come uomo alieno a qualsiasi vena radical-chic, rifiutano le caricature proposte in questi giorni soprattutto dalla stampa di destra. E contro "Libero", il quotidiano che sia ieri che l’altroieri infieriva sull’uomo prigioniero e poi ucciso, annunciano dure ritorsioni: "D’ora in poi impediremo che la pubblicità venga pianificata su quel giornale".

posted by luminet | 12:56 | commenti


venerdì, agosto 27, 2004
 

Usa, gli annunciano la morte del figlio in Iraq: si dà fuoco nella macchina dei Marines

(Copyright "L'Unità")

Nel giorno del suo compleanno suonano al campanello di Carlos Arredondo. Sono tre ufficiali dei Marines. Carlos capisce: gli vanno a dire che suo figlio Alexander è morto in Iraq. Così infatti è, il figlio è rimasto ucciso durante la battaglia di Najaf con i militanti di al Sadr. Pochi secondi dopo, ricevuta la notizia, il padre ha perso la testa: il dolore si è trasformato in furore. Arredondo si è diretto in garage, ha preso una tanica di benzina ed un accendino, ha spaccato un vetro del furgoncino militare parcheggiato nel vialetto dai tre marines, si è infilato al posto di guida, ha cosparso il liquido infiammabile all'interno del veicolo, ha dato fuoco. La tragedia si è così trasformata in una doppia tragedia. Il furgoncino in pochi attimi è diventato una palla di fuoco e l' uomo è stato avvolto dalle fiamme. I tre marines sono entrati solo a questo punto in azione estraendo il corpo in fiamme dell'uomo dal veicolo e cercando di soffocare le fiamme con delle coperte. Carlos Arredondo, con oltre metà del corpo bruciata nell'incendio da lui stesso appiccato, è stato trasportato d'urgenza in un ospedale di Miami, dove i medici hanno lottato per salvargli la vita. "E' ancora in condizioni molto gravi, ma i medici affermano che sopravviverà", ha detto la moglie Melida. Arredondo, immigrato molti anni fa dal Costarica, era "molto orgoglioso" della decisione del figlio di prestare servizio nei marines, anche se avrebbe preferito che la decisione fosse stata presa da Alexander "in un periodo più pacifico" della vita politica americana. "I nostri marines sono addestrati a reagire alle situazioni più imprevedibili - ha affermato il maggiore Scott Mack -. Ma nessuno poteva immaginare che Carlos Arredondo, sconvolto dalla notizia della morte del figlio, tentasse di bruciare il veicolo di chi aveva portato la cattiva notizia". Secondo le testimonianze dei tre marines, non vi sono dubbi che Arredondo volesse soprattutto distruggere il veicolo col fuoco: "Non è stato un tentativo di suicidio - hanno spiegato -, voleva mandare in fiamme il furgone. Ha dato fuoco ai suoi vestiti per errore, la sua rabbia era tutta indirizzata contro una proprietà del governo". Alcuni familiari del caporale ucciso hanno espresso rabbia nei confronti delle autorità. "E' tutta colpa loro - ha detto la nonna del marine ucciso - li hanno mandati in Iraq a fare da cavie". Il capitano della polizia locale ha detto che è ancora presto per dire se Arredondo sarà incriminato per l'incendio del veicolo militare.

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giovedì, agosto 26, 2004
 

"La FIAT è in una situazione disastrosa come debiti, subito dopo Tronchetti Provera: il doppio di Parmalat. Chiaramente i bilanci possono essere falsificati a norma di legge. Puoi aumentare i ricavi spostando gli ammortamenti. Sul "Times" ho visto la foto di Geronzi, presidente di Capitalia, e sotto c'era scritto: come mai questa persona non è ancora in galera ?".

Beppe Grillo

posted by luminet | 09:52 | commenti


mercoledì, agosto 25, 2004
 

Leoni: "Tentarono di corrompermi. A Seul verdetto deciso da buste con 10 mila dollari"

(Copyright "La Stampa")

Il piglio è deciso, la parlantina fluida e molto chiara nei contenuti: "Gli arbitri si possono comprare, eccome". Aldo Leoni, classe ’33, romano che a Torino trovò, da giovanotto, la terna essenziale per mettere radici (amore, lavoro, casa), ex pugile medio e poi massimo, e soprattutto arbitro internazionale di boxe fino al 1993. Fu lui a dirigere la finale olimpica di pugilato super-welter a Seul ’88 fra l’americano Roy Jones e il coreano Park Si Hun, quella passata alla storia come la "più scandalosa finale di tutti i Giochi". Finirono radiati per la vittoria dell’atleta di casa tre dei cinque componenti la giuria e cambiarono i presidenti di molte federazioni nazionali.

Quali furono i motivi del vergognoso verdetto ?

"Il mattino del match, il presidente dell’Aiba (federazione mondiale dilettanti, ndr) comunicò il nome dell’arbitro e dei giudici dell’incontro. Io sarei stato sul ring, in giuria due arbitri europei, un marocchino, un ugandese ed un argentino. L’argentino, Osvaldo Bisben, era mio amico, ci conoscevamo già e dividevamo la camera d’albergo a Seul, anche perché io parlavo spagnolo. Quando salii sul ring guardando l’angolo dei giudici non lo vidi, al suo posto c’era un uruguaiano. Mi domandai dove fosse finito Osvaldo, cosa gli fosse successo. Diressi l’incontro in un palazzetto strapieno di gente, Jones aveva stravinto, nettamente superiore al coreano. Il verdetto invece fu una schifezza, spudoratamente casalingo. Prima di alzare il braccio del vincitore, bisbigliai a Jones di stare molto calmo".

Pensò subito che la giuria era stata comprata ?

"Sì, non ebbi dubbi. La conferma mi venne poche ore dopo in albergo, quando Osvaldo mi raccontò che era stato convocato un’ora prima del match insieme al collega marocchino e ugandese nell’ufficio del comitato organizzatore. Consegnarono una busta a testa. Osvaldo la aprì subito, c’erano 10 mila dollari in contanti. Gli venne detto che era un regalo. Richiuse la busta e la riconsegnò. Uscì dall’ufficio. Dieci minuti più tardi l’argentino venne sostituito con un uruguaiano".

A lei non offrirono nulla ?

"Certamente, anche se in maniera meno esplicita. Quasi tutte le sere si presentava in hotel una hostess che proponeva a me ed anche ad altri colleghi di uscire a fare shopping. "Non ci sono problemi, c’è l’auto qui fuori e tante cose belle da prendere come ricordo di Seul", ripeteva in inglese. Io rifiutai sempre".

Le è capitato, anche al di là dell’evento olimpico, di venire a diretta conoscenza di risultati comprati ?

"Le pastette ci sono, credo, in molte discipline, non solo nella boxe e non solo alle Olimpiadi. E la corruzione non passa solo attraverso il denaro sonante. Bisogna essere onesti, virtù che non s’impara: o ce l’hai o non ce l’hai. L’uso delle "sirene tentatrici" è comunque frequente, finché qualcuno non vuota il sacco e denuncia la cosa si resta però nel campo delle illazioni".

E’ ancora in contatto con il mondo della boxe ?

"Non l’ho mai abbandonato, anche se sono in pensione da arbitro. Insegno agli aspiranti maestri di pugilato e sono in buoni rapporti con la federazione nazionale. Proprio stamattina (ieri, ndr) ho sentito per telefono Beppe Minutoli, commissario Aiba che è ad Atene. Mi sono lamentato per i penosi arbitraggi non solo nel pugilato, mi ha risposto sconsolato che ormai si sta raschiando il fondo del barile".

posted by luminet | 09:37 | commenti


martedì, agosto 24, 2004
 

Gran Bretagna: esce dal coma e manda la mamma a quel paese

(Copyright Libero.it)

Quarantuno giorni di coma, sospeso tra la vita e la morte. Poi il risveglio e un sonoro vaffanculo alla madre che aveva vegliato su di lui per tutto il tempo. Questo è quanto accaduto a Joan Hopkins, la mamma 39enne di un giovane di 22 ricoverato in gravi condizioni in un ospedale dopo un grave incidente d'auto a Portsmouth. Per niente offesa dall'uscita del figlio Joey, la donna ha raccontato che quando ha sentito la parolaccia ha provato invece un grande sollievo. "Era il suo modo di dirmi che andava tutto bene. E da allora non ha più smesso di parlare".






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domenica, agosto 22, 2004
 

Il lato tricologico dell'Italia

di Beppe Severgnini (Copyright "Il Corriere della Sera")

Il bello dell'Italia è che non ci s'annoia mai. Pochi prevedevano una vittoria nella 20 chilometri olimpica, nessuno poteva immaginare tante discussioni su altrettanti peli. La nazione scopre il suo risvolto tricologico, rivelando quello psicologico. C'è chi vede nel trapianto i segni dell'infamia politica, e chi lo considera irrilevante. C'è chi inorridisce alla vista della bandana governativa; e chi corre a comperarla, pensando possa tornar utile per la carriera. L’unico rilassato sembra il proprietario dei peli in questione. Silvio Berlusconi non poteva non sapere che l’apparizione sarda con bandana avrebbe suscitato curiosità (è come se, a Camp David, George W. Bush ricevesse gli ospiti in tanga: se ne parlerebbe). Forse per questo il presidente del Consiglio, durante il bagnetto di folla a Portorotondo, ha lasciato intendere che trapianto c’era stato. Forse per questo il chirurgo di Ferrara che l’ha operato, Piero Rosati, ha rilasciato un’intervista al Corriere , mostrando legittimo orgoglio professionale. Far sembrare capelluto Berlusconi, infatti, è come far diventare garbato Calderoli: mica facile. Ma qualcuno a Palazzo Chigi s’è fatto prendere dal panico: e giovedì sera il trapianto è stato smentito. A quel punto il dottor Rosati si dev’essere preoccupato. Improvvisamente s’è ricordato della privacy del paziente, e ha deciso di tacere circa i capelli sul capo del capo. Ma tacere dopo aver parlato è come digiunare dopo cena. Si può fare, ma non ha senso. Tutti questi - sarete d’accordo - sono però dettagli. La storia politica italiana ha ormai deglutito il trapianto estivo di capelli, dopo aver digerito il lifting invernale. Scandaloso ? No: sono altre le iniziative berlusconiane che preoccupano. Stupefacente, semmai. Stupefacente l’ossessione dell’uomo per il proprio aspetto fisico: i chirurghi estetici stiano in guardia, perché dopo aver visto le Olimpiadi, il nostro presidente del Consiglio potrebbe voler diventare come Ian Thorpe. Stupefacente la cautela paurosa dei collaboratori del capo. Stupefacente - come dicevamo - la retromarcia del chirurgo ferrarese (autotrapiantarsi un cuor di leone, evidentemente, non si può). Stupefacente, infine, che nessuno abbia capito una cosa: queste iniziative berlusconiane fanno rabbia a qualcuno, ma fanno tenerezza a molti. Dimostrano infatti un’insicurezza pirotecnica, che provoca indulgenza. In altre iniziative berlusconiane è possibile leggere l’astuzia o l’arroganza (quelle leggi, certe nomine !). Ma l’ossessione per i peli (pochi invece di pochissimi) è umana. Troppo umana. Di questo mi preoccuperei, fossi Romano Prodi. Mostri il giro-vita belga, faccia parlare il barbiere bolognese, racconti certi scatti d’ira, inventi qualcosa. Perché l’Italia imperfetta non vuole statisti da ammirare; vuole capi di cui sorridere, magnanima.

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sabato, agosto 21, 2004
 

Lippi è già in bilico

(Copyright "La Repubblica")

Partenza falsa di Marcello Lippi (non solo per la sconfitta in Islanda): il neo-ct non ha capito, forse mal consigliato (da chi ?), che la Nazionale è di tutti. E' il club dei club. Non può essere gestita, quindi, come una società "normale": il tecnico viareggino ha già stabilito che dalle prossime trasferte azzurre i giornalisti dovranno rientrare per conto loro e non più col charter della Nazionale. Un bel guaio, ad esempio, dalla Moldavia. Così, d'altronde, Lippi faceva alla Juve dove i giornalisti erano tenuti a debita distanza: ma adesso in Federazione cercheranno di farlo ragionare, gli spiegheranno che la Nazionale non è un club, ma, appunto, il club dei club. Presto Lippi sarà quindi convocato, d'urgenza, a Roma. Già non è piaciuto affatto, a via Allegri e dintorni, l'atteggiamento che Lippi ha tenuto sulla questione dello staff: voleva far fuori l'ufficio stampa (ma Carraro ha confermato la sua totale fiducia in Valentini e Balducci), è riuscito invece a far fuori i due medici, Zeppilli e Ferretti, nominati ora coordinatori, per metterci un amico suo, Castellacci. Il quale Castellacci è l'unico deputato a sedersi in panca, al fianco del ct. Lippi ha il suo carattere, "non è certo uno come Trapattoni" dicono in Figc: ma l'ex bianconero è partito malissimo, alienandosi simpatie non solo fra i giornalisti. Anche in Federazione c'è moltissima agitazione: e c'è stato pure grosso fermento in Islanda nei giorni scorsi dove il Club Italia era rappresentato da Giancarlo Abete. Il contratto del ct è stato firmato, ormai, e scade nel 2006, ma se si continua di questo passo non sono escluse sorprese. Clamorose.

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venerdì, agosto 20, 2004
 

La rivincita dei gregari

di Roberto Beccantini (Copyright "La Stampa")

Sono insurrezioni pacifiche, che si tengono ogni quattro anni. Si chiamano Olimpiadi e hanno questo scopo: abbattere la statua del Dio pallone e sostituirla con i simboli dell'altro sport, lo sport che di maiuscolo ha lo spirito, non i bilanci. E' successo anche ieri, dopo il ko dell'Italcalcio (col Paraguay) e dell'Italbasket (con la Spagna). Maneggiando arco e frecce, Marco Galiazzo ci ha regalato addirittura la medaglia d'oro. La scherma è una fabbrica che non chiude mai: e così, nella scia del derby tra Valentina Vezzali e Giovanna Trillini, ecco l'argento della squadra di sciabola, Giampiero Pastore, Luigi Tarantino e, naturalmente, Aldo Montano. E le donne ? Lucia Morico si è presa il bronzo nel judo, categoria 78 chilogrammi, a conferma che il sesso debole continua a essere la più bugiarda e stravagante delle convenzioni. Evviva, dunque, i "gregari" che rifiutano la borraccia ai signori della schedina, e per un titolo di giornale sono costretti a mettersi in coda. Un Galiazzo, tanto per rendere l'idea, non porta a casa più di trentamila euro a stagione. In cambio di un sogno, i "tupamaros" dell'anti-sistema si danno alla macchia e tramano nell'ombra. Il prezzo della dittatura è salato e non tollera dilazioni: bisogna pagare tutto e subito, briciole di tv raccolte fra i tovaglioli di Totti e Vieri. Poi, improvvisamente, arrivano i Giochi e per due settimane succede il finimondo. Ai cerchietti dei milionari subentrano i cerchi dei visionari, pochi ma buoni, il calcio scivola in fondo al gruppo, in testa salgono le altre discipline, quelle che hanno "una" storia che non coincide quasi mai con "la" storia. Ma quando coincide...





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mercoledì, agosto 18, 2004
 

Il Cavalier Bandana

di Marco Travaglio (Copyright "L’Unità")

Come diceva il grande Montanelli "Berlusconi ha almeno questo di buono: quando ti aspetti che faccia una scempiaggine, la fa". Non che l'idea di accogliere il premier britannico Tony Blair travestito da bagnino di Gabicce Mare, completo bianco e bandana d'ordinanza, sia la peggiore, tutt'altro. Il fatto è che ieri, credendo di far cosa gradita, i tg hanno associato le immagini del Cavalier Bandana al compunto comunicato di Palazzo Chigi sul vile attentato contro i carabinieri a Nassiriya, in cui si assicurava che il presidente del Consiglio segue minuto per minuto la crisi irachena senza mai distogliere la mente dal dramma dei nostri ragazzi al fronte, riunito in permanenza con Apicella e il cuoco Michele, insomma con il consiglio di guerra. Ecco, quelle immagini ridanciane associate a quelle parole dolenti stridevano un po', almeno quanto quelle di Bobo Vieri che ricorda ai giornalisti "io sono più uomo di tutti voi" mentre le telecamere indugiano sulle braghette corte e sul cerchietto per i capelli. Cose che capitano. A parte questo incidente di percorso, il nuovo look dello statista di Porto Rotondo ha un profondo significato sociologico. Risponde finalmente all'interrogativo che gli studiosi pongono da tempo sul blocco sociale di riferimento della destra italiana: il Cavalier Bandana ammicca all'italiano da Billionaire, all'aspirante inquilino del Grande Fratello, al prototipo umano immortalato da quell'attore milanese reso celebre da film tipo "Sapore di sale", con Jerry Calà e Umberto Smaila: il "bauscia" spelacchiato di una certa età che si vergogna della sua anagrafe, si tinge i capelli, se li fa crescere sulla nuca, si abbronza sul balcone di casa con la carta stagnola, poi parte per le ferie agghindato in camicia hawaijana per "cuccare" coi figli e attardarsi in discoteca raccontando barzellette sconce ad alta voce e inghiottendo un whisky dietro l'altro, nella vana speranza che una squinzia in astinenza si accorga di lui. Se non fosse così, per spiegare le motivazioni che hanno portato un presidente del Consiglio di 68 anni, nonno di tre nipotini, nel pieno della tragedia irakena, a calarsi una bandana sul capo, non resterebbero che le seguenti alternative.

1) Berlusconi è a corto di tappi di sughero bruciati per mascherare l'ingiusta calvizie che lo perseguita da anni.

2) Carlo Rossella, disegnatore ufficiale di capelli finti, è in ferie e non ha lasciato recapiti.

3) Presentarsi col tradizionale cappuccio nero della P2 non pareva il caso.

4) Dopo il lifting, il Bisunto del Signore sta tentando un disperato trapianto di capelli, ma il concime non è bello a vedersi.

5) Sotto le apparenze di una banale bandana si nasconde un poderoso casco antiproiettile, ultimo ritrovato dei servizi di sicurezza contro le minacce di Bin Laden.

6) Silvio ha saputo che il collega imputato Michael Jackson si sarebbe presentato in tribunale di bianco vestito e ha voluto imitarlo.

7) Il nostro è evaso dalla clinica che l'ha in cura per le sue ultime bizzarrie e ha fatto appena in tempo a coprire la fasciatura sul capo, dimenticando nella fretta di smettere il pigiama bianco.

8) Il premier ha tenuto a rivendicare ancora una volta, con una maggiore sobrietà anche esteriore, l'eredità di De Gasperi, Einaudi e don Sturzo.

9) Nella guerra intestina fra gli adepti di Bondi e i discepoli di Scajola, Berlusconi ha indicato una terza via per il rilancio di Forza Italia: quella del Billionaire, che fa presagire, per il ruolo di nuovo coordinatore, un testa a testa (si fa per dire) fra Costantino e Briatore.

10) L'ometto di Stato ha voluto dimostrare all'Onu che l'Italia merita un posto al sole nel Consiglio di sicurezza.

11) L'anziano gagà ha semplicemente voluto rassicurare gli italiani che sono sempre in buone mani.

Ora la bandana delle libertà, come già l'orologio sul polsino dell'Avvocato, è destinata a fare immediatamente tendenza. Pare che il devoto James Bondi ne abbia subito ordinato uno stock di ogni foggia e colore, per tutti i gusti e le stagioni. Galli della Loggia e Panebianco stanno preparando in tutta fretta un saggio per il Mulino sul ruolo della bandana come emancipatrice e liberatrice degli italiani dalla plumbea egemonia culturale della sinistra che per cinquant'anni ha imposto loro l'onta della pelata a cielo aperto (titolo: "Corvo rosso non avrai il mio scalpo"). Intanto il nuovo Magister Elegantiarum, congedato Tony lo Scroccone in viaggio-premio, ha convocato a Villa La Certosa un vertice internazionale di sarti e cappellai per preparare i copricapi da sfoggiare nei prossimi summit dei Grandi del Mondo: un berretto a sonagli, uno zuccotto di Lucio Dalla, una bombetta alla Stanlio e Ollio, un cappellino con veletta già in dotazione alla Regina Madre, un fez da gran mogol delle giovani marmotte, un pelouche con la coda alla David Crockett, una cuffia da notte all'uncinetto preparata da Bondi con le sue mani, una tiara pontificia, un cappello di Napoleone. Si avvicina precipitosamente la profezia di Massimo D'Alema: "Un giorno o l'altro lo vedremo con lo scolapasta in testa". Ci siamo quasi.

posted by luminet | 13:35 | commenti


domenica, agosto 15, 2004
 

Sprecopoli

di Giampaolo Pansa (Copyright "L’Espresso")

Che cosa avrebbe detto Enrico Berlinguer del cotechino emiliano in Polinesia ? La domanda vi sembrerà surreale, ma proverò a dimostrarvi che non è così. Dunque, molti ricorderanno che lo scomparso leader del Pci era uomo di vita sobria. E più volte aveva invitato gli italiani all'austerità. Dagli spalti delle Botteghe Oscure, "re Enrico" vedeva che, nel nostro paese, troppi vivevano da cicale. E aveva tentato di fare della formica uno dei simboli della moralità comunista. Senza grandi risultati, bisogna ammettere. Adesso leggo sul "Giornale" dell'8 agosto, una notizia sino a oggi mai smentita. La Regione Emilia-Romagna, la rossa per eccellenza, dove immagino che Berlinguer sia sempre un'icona venerata, ha sponsorizzato una trasmissione televisiva della Rete Tre Rai. E' "Velisti per caso", dei bolognesi Susy Blady e Patrizio Roversi. Prima di veleggiare per mari esotici (Cuba, Polinesia, Caraibi, Tahiti) la coppia ha ottenuto uno stanziamento regionale di 516 mila euro, un miliardo di vecchie lire. Sì, un bel miliardozzo, immagino già versato dall'Azienda di Promozione Turistica della Regione Emilia-Romagna. Come mai ? Lo scopo era, e forse ancora è, di fare della barca Adriatica di Susy e Patrizio "un consolato galleggiante dell'Emilia-Romagna, per esportare i colori, ma soprattutto i sapori della tradizione emiliana". I Velisti per caso hanno giustificato così il miliardo: "Saremo i messaggeri dell'Emilia-Romagna intorno al mondo". E in quanto tali, parleranno dovunque delle ricchezze della regione. Segue un elenco che cito alla rinfusa: Giuseppe Verdi, il parmigiano reggiano, Fellini, la Ferrari, la piadina, il cotechino, il prosciutto, i pedalò, i tortellini, gli asili nido, la Linea Gotica, Predappio, il Duce, il Pci e via enumerando. Sarà contento "re Enrico" ? Chissà. Comunque, la storia del consolato galleggiante con un gettone miliardario è appena una delle tante che emergono da un'inchiesta giustamente martellante cominciata da "Libero" di Vittorio Feltri e Renato Farina, a cui si è aggiunto "Il Giornale" di Maurizio Belpietro, dal quale abbiamo tratto la vicenda di "Velisti per caso", scritta da Massimiliano Lussana. E' poi scesa in campo, ma svogliatamente, "L'Unità". Diciamo due quotidiani e un quartino. Sufficienti però a mostrarci che Sprecopoli (l'immagine è mia) non è soltanto un cancro delle giunte di centro-sinistra, bensì un male che corrode gran parte degli enti locali italiani, oltrechè l'amministrazione statale. Come era avvenuto con Affittopoli, il bubbone messo allo scoperto sempre da Feltri, anche Sprecopoli è un Vajont di nefandezze (etiche e di stile, se non giuridiche). Sono storie che lasciano sgomenti, che fa male leggere e turbano chi come il sottoscritto è rimasto tanto ingenuo da aggrapparsi a un'illusione. Quella che la sinistra sia migliore della destra, almeno per il rispetto da portare al denaro pubblico, ai soldi che i cittadini danno al fisco. La verità è un'altra: non esistono più barriere alle schifezze. E sinistra e destra si sono già omologate nell'impresa di spendere e spandere con stupida arroganza. Nel serraglio di Sprecopoli ce n'è per tutti. A cominciare dalla Regione Campania e dal suo governatore Antonio Bassolino. Un comitato di studiosi strapagati non si capisce bene per cosa. Un altro comitato per creare un'enoteca che valorizzi il vino regionale. Un lussuoso ufficio a New York affittato a 500 mila euro l'anno. Ma anche in altre regioni non si scherza. Le Marche pagano per avere un meteo locale e per una ricerca sulle fonti musicali regionali. La Sicilia ha stanziato 103 mila euro per far comporre l'inno della regione. Quasi dovunque c'è una dilatazione folle degli uffici stampa. La sola Lombardia, del governatore Roberto Formigoni, spende per la comunicazione 7 milioni di euro all'anno, quasi 14 miliardi delle vecchie lire. La Toscana si limita a 4 milioni, 8 miliardi di lirette. Ma in compenso paga l'ex brigatista Giovanni Senzani perché indaghi sulle carceri. Il Comune di Firenze ha buttato 14 mila euro per uno studio sull'immagine del sindaco. Sempre a Firenze, una circoscrizione ha bruciato 8 mila euro per avere un "consigliere filosofico". Anche a Roma (Comune e Regione) i consulenti dilagano. Sempre a Roma, la Provincia del margherito Enrico Gasbarra sgancia 72 mila euro l'anno per i suggerimenti di uno che se ne intende: Maurizio Costanzo, beneficiato anche dal Comune di Genova. E qui mi fermo, per non farvi soffocare dal disgusto. Ormai siamo la Repubblica fondata sulle consulenze d'oro, pagate agli amici politici, ai clienti, a chi bisogna tener buono. E i sindaci e i presidenti che le pagano, poi piangono perché il governo affama gli enti locali. Caro Ulivo, vuoi un consiglio per il tuo mitico programma ? Metti al primo punto il divieto assoluto per tutte le amministrazioni pubbliche di regalare quattrini a consulenti esterni. Saremo in tanti a baciarti in fronte.

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venerdì, agosto 13, 2004
 

Sesso e orge nel seminario austriaco

(Copyright "Il Corriere della Sera")

In apparenza è un seminario. Anzi, il più tradizionalista e ultraconservatore dei seminari cattolici in Austria, luogo di religiosa purezza, preghiera e pio magistero alla cura delle anime, dove volentieri l’anziano arcivescovo Kurt Krenn predicava, bollando con parole di fuoco i rei contro natura. In realtà, quello della diocesi di Sankt Polten, ottanta chilometri a Ovest di Vienna, è stato in questi anni un antro di orchi pedofili, teatro di perversioni peccaminose, una Sodoma asburgica dove preposti e seminaristi indulgevano spesso e volentieri in orge omosessuali, giochi erotici e notti scandite da alcol e sesso, al posto delle orazioni. Qualcuno parla anche di parodie naziste e cerimonie ufficialmente esecrate dal Vaticano, come la celebrazione di un finto matrimonio gay, fra due aspiranti preti, officiato dal direttore, inutile precisare tutti in costume adamitico. C’è ancora del marcio nella Chiesa austriaca. A sei anni dallo scandalo del cardinale Hans Hermann Groer, l’ex primate, morto nel 2003, che era stato riconosciuto colpevole di aver sessualmente abusato di giovani religiosi, una nuova, devastante scoperta scuote le fondamenta del cattolicesimo viennese. Non più sospetti o bugie di "querulanti ubriachi", come aveva fin qui sostenuto monsignor Krenn, capo della diocesi incriminata, quando il tema era più volte venuto a galla in passato. Ma un’incredibile documentazione fotografica, scoperta un anno fa nei computer della biblioteca del seminario e ora al vaglio delle autorità di polizia, in attesa della formale apertura di un’inchiesta criminale da parte della magistratura. Almeno 40 mila istantanee e una quantità imprecisata di filmati pornografici, che illustrano con precisione e ricchezza di dettagli gli esercizi, non esattamente spirituali, di Sankt Polten. Alcune di queste comprenderebbero atti sessuali dei preposti con minorenni. A svelare lo scandalo, il settimanale "Profil", che nell’edizione in edicola ieri ha pubblicato alcune delle foto, dove i religiosi e i loro allievi vengono immortalati mentre si baciano appassionatamente sulla bocca. Secondo il periodico, l’inchiesta è partita, dopo che diverse immagini e film girati a Sankt Polten erano apparsi su un sito a luci rosse polacco. Il direttore del seminario, Ulrich Kuchl e il suo vice, Wolfgang Rothe, si sono dimessi, pur protestando la loro innocenza. Su di loro pende l’accusa di pedofilia. La diocesi si è schierata a quadrato in loro difesa. Monsignor Krenn, soprattutto, ha definito gli addebiti infondati, liquidando addirittura le foto, che ha ammesso di aver visto, come "ragazzate". Fortunatamente, i vertici della Chiesa viennese sono di ben altro parere. "Tutto ciò che ha a che fare con la pratica dell’omosessualità, non può trovare spazio in un seminario per preti", recita un comunicato della Conferenza episcopale austriaca, che ha anche annunciato l’avvio di una indagine interna, al termine della quale non è difficile prevedere le dimissioni di Krenn, 68 anni, da vescovo di Sankt Polten. E in questo senso si sono già levate diverse voci dall’interno del mondo cattolico: "Krenn è il vero responsabile e deve rispondere di tutto questo davanti alla Chiesa e a Dio". ha detto Martin Walchhofer, il prelato che supervisiona tutti i seminari austriaci. Anche la politica è intervenuta. "Collezionare materiale pornografico, che coinvolge bambini, non può essere liquidato come una ragazzata", ha dichiarato Thomas Huber, leader dei Verdi. Un portavoce dell’opposizione socialdemocratica, Hannes Jarolim, ha chiesto al ministero dell’Interno di indagare per favoreggiamento nei confronti dello stesso arcivescovo e aprire una procedura formale. Secondo Profil, una foto documenterebbe la celebrazione del matrimonio gay da parte del reverendo Kuchl. Il resto del materiale, con le parole del procuratore Walter Nemec, "mostra i seminaristi in situazione perverse con i loro superiori". Un seminarista di Sankt Polten, citato dal settimanale, afferma che "tutti sapevano cosa succedesse da noi, non era possibile ignorarlo, ma nella Chiesa domina un silenzio di piombo, quando si tratta di temi tabù, semplicemente non sappiamo in che modo affrontare correttamente il problema". Quelli che avevano provato a parlarne direttamente con i due superiori o con Krenn, sono stati subito identificati da loro come nemici e isolati. Anche la polizia, afferma Profil, avrebbe trovato all’inizio grosse difficoltà a rompere il muro dell’omertà di Sankt Polten, dopo la scoperta del materiale e le prime denunce inviate via email da alcuni seminaristi.

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giovedì, agosto 12, 2004
 

"Piuttosto che votare per Bush mi farei decapitare".

Carl Lewis

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martedì, agosto 10, 2004
 

Niyazov il folle

(Copyright "La Stampa")

Tra i guai numerosi che ci ha lasciato l’Urss spirando tredici anni fa tra il tripudio quasi generale c’è Saparmurat Niyazov. Ai tempi del politburo, Breznev lo aveva tra i tipi ameni e esotici della sua galleria di fantocci. Lui, il turkmeno, dalle mani grosse da contadino, la pettinatura fitta copiata da quella del capo si faceva iniziare ai segreti degli espedienti del potere. Un mattino non appena il tarlatissimo edificio della seconda potenza mondiale crollò tra polvere e fracasso, gettò via le medaglie i fazzoletti rossi, la spilla di Lenin, e si proclamò "turkmenbashi". A tradurre l’ingombrante qualifica in "duce dei turkmeni" non si corre il rischio di sbagliare. Il suo slogan peraltro ha indubitabili echi mussoliniani: xalq, vatan, turkmenbashi ovvero popolo patria e lui naturalmente, il duce. L’ultima iniziativa politica di questo scultore mirabile della pietrificazione oligarchica è l’annuncio che per ottenere la patente di guida bisognerà superare un nuovo tipo di esame: conoscenza del motore e prontezza sui segnali stradali non conteranno nulla. Il testo su cui dovranno affannarsi i guidatori locali si chiama "Ruhnama". Affannarsi non è un eufemismo: sono quattrocento pagine, una purtroppo rachitica sintesi di quanto la mente del "duce" ha escogitato in questi anni di potere assoluto (il parlamento è molto discreto: si riunisce una volta l’anno). La filosofia e la politica non esauriscono la torrenziale attività dell’omone. E’ infatti anche poeta, e prolifico. L’ultima fatica si intitola "Il nuovo spirito dei turkmeni"; i critici che con coraggio omerico si sono azzardati nella esegesi sostengono che il primo libro, "Benedetto sia il mio popolo", resta ineguagliabile. I giudici del maggior premio letterario del Paese comunque non procedono su queste ardue finezze; ogni anno, senza paura della monotonia, lo premiano. Versi e aforismi imbandierano marche di dopobarba e fiancate degli aerei di linea, marmi e lapidi, sigarette e tappeti. Non c’è moneta che non si impreziosisca con la sua effigie. Persino il tempo si è piegato al demiurgo. Il calendario è stato totalmente stravolto: aprile - mese ribattezzato "gurbansoltan" in onore della madre purtroppo defunta - è quello più caro al satrapo indaffarato. Qualcosa del suo pensiero i sei milioni di turkmeni lo hanno già imparato: perché il libro è depositato in tutte le moschee accanto al Corano che, poveretto, sfigura un po’ a fianco di quella enciclopedia. Ogni giorno negli uffici pubblici una sosta provvidenziale consente a riverenti impiegati e funzionari di ripetere ampi stralci dell’opera. Ai renitenti accudisce la televisione, che nel palinsesto dedica ore alla lettura commento e ripetizione del testo. Non c’è il rischio che i sudditi vengano distratti da spettacoli empi e leggeri: le antenne satellitari sono giudiziosamente proibite. In auto invece l’inesauribile tormentatore dei propri simili concede una tregua: alcuni anni fa, per ragioni rimaste misteriose, ha vietato le radio. La velocità è la passione di questo presidente che ha aggiunto alla carica l’aggettivo perpetuo. Ama guidare a tavoletta per le vie di Ashkabad, sgusciando dal palazzo - poco sobrio incrocio tra il Vaticano e il Taj Mahal - dove accudisce il potere. Gli agenti sbarazzano a randellate le vie, cacciando le auto in mostruosi ingorghi laterali. Il peggio tocca ai pedoni terrorizzati, costretti a gettarsi nei fossi e nei portoni. Il presidente ha il piede pesante e non rallenta certo per un suddito molesto. Anche perché al suo passaggio scatta una scenografia realizzata per chilometri, dopo aver raso al suolo avvilenti quartieri abitati da povera gente. Una sfilata di fontane, cascate e giochi d’acqua: come per miracolo, via via che la Mercedes nera fila a tutto gas, con l’autista terrorizzato e inutile a fianco del presidente, le acque zampillano, le cascate scrosciano, i torrentelli si riempiono. Per poi spegnersi mestamente non appena il dio dei turkmeni svanisce in un rombo. La sua silhouette massiccia dilaga presidia occhieggia sovrasta. A piedi a cavallo in doppiopetto a mezzo busto o intero. Vestito da nomade e da banchiere, piccolo grande enorme sorridente pensieroso corrucciato paterno, in pietra calcare marmo porcellana cartone seta plastica. E in oro. Una delle statue è stata coperta di lamine massicce e, mossa da un ingegnoso congegno, ruota come un girasole durante la giornata inseguendo con il suo occhio indagatore i passanti. Dicono che persino un collega non certo estraneo al culto della personalità, il kazako Nazarbayev, alla vista di quella ciclopica stravaganza abbia mormorato che gli sembrava un po’ troppo. Niyazov comunque non esaurisce i suoi sforzi architettonici nell’autocelebrazione. Ha predisposizione per il monumentale, tutto deve rivaleggiare con la torre di babele. Ha appena annunciato una nuova realizzazione nel cuore del deserto turkmeno, dove temperature terribili calcinarono eserciti carovane tribù: costruirà un gigantesco palazzo del ghiaccio. "I turkemi - ha detto - hanno il diritto di pattinare come gli altri". Il mostruoso e costosissimo falansterio si affianca alle centinaia di alberghi di lusso costruiti alla periferia della capitale e desolatamente vuoti. Niyazov era certo che milioni di stranieri sarebbero accorsi ad abbeverarsi alla mecca del suo pensiero. Ha fatto costruire nel suo paese natale una moschea più grande di quella di Istanbul. Dicono che le barbe e i denti d’oro lo mandino in bestia: ora sono vietati. Non chiediamoci se Niyazov è un pazzo, un caso clinico di schizofrenia del potere. Niente affatto: sa che incrociando Stalin e Gengis Khan si affascina un popolo intorpidito da secoli di rassegnato assolutismo. Le galere comunque sono piene. E chi è seduto su un enorme barile di 155 trilioni di metri cubi di gas e sei miliardi e mezzo di tonnellate di petrolio può permettersi qualche stramberia.

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domenica, agosto 08, 2004
 

Ostaggio Usa decapitato: solo una beffa

di Vittorio Zucconi (Copyright "La Repubblica")

Al numero 1510 di Eddy Street a San Francisco abita l'uomo che è stato decapitato in tv, ma continua a vivere. Il suo nome è Benjamin Vanderford, ha 22 anni, la sua professione è incerta, la sua ambizione è un posto di consigliere comunale con un programma di "libero software in libero stato", ma per milioni di telespettatori arabi e per gli sfortunati italiani che ieri all'ora di colazione hanno guardato i telegiornali Ben è stato sgozzato in Iraq, un'altra vittima dell'efferato al-Zarqawi. Nella realtà, se ancora esiste una realtà non televisiva, Ben sta benissimo e le vittime sono coloro che lo hanno visto fingere la propria esecuzione, in un video di 55 secondi, esempio terrificante di come sia facile, per chiunque possieda una videocamera, un computer, un sito internet e magari sappia scrivere in arabo, bucare i monitor e rivoltare l'informazione contro sé stessa, approfittando della paranoia da terrorismo. Per poche ore il macabro scherzo è riuscito a beffare l'intero sistema dell'informazione (agenzie di stampa, tv, siti internet dei giornali) ed è diventato "realtà". Alla fine è bastato un colpo di telefono dell'Associated Press allo stesso Benjamin, che è nell'elenco di San Francisco e nel video fornisce addirittura il proprio recapito, per scoprire, dalla sua stessa voce, che il decapitato era vivo e non si era mai mosso dalla California. Ma per oltre tre ore hanno vinto l'ansia della notizia, il suo rilievo, la fretta del mondo dei media, e l'atroce beffa ha superato il muro di tutti i controlli. I principali telegiornali italiani l'hanno preso per buono e hanno ravvivato i pranzi di mezza estate ai telespettatori in vacanza. Le tv arabe, prima al-Arabya e poi al-Jazeera online, l'hanno diffuso, come diffusero la falsa notizia di un'altra decapitazione, quella del sergente dei Marines di origine libanese. Soltanto negli Stati Uniti, dove la pioggia quotidiana di allarmi di sapore elettorale comincia a produrre gli anticorpi dello scetticismo, qualcuno si è insospettito. Il finto video, Ben lo aveva immesso in rete da un paio di mesi e lo aveva quasi dimenticato. Sorpreso dai cronisti ha cercato di dare una spiegazione sociologica alla cosa: "L'ho fatto per attirare l'attenzione ma soprattutto per dimostrare come sia facile falsificare certi comunicati. So che può sembrare irriguardoso per le vittime vere ma credo che il mio sia un messaggio utile". Abbiamo ormai, purtroppo, una certa esperienza in materia di "video dell'orrore", come sono annunciati con la finta compunzione dalle emittenti che fanno a gara per mostrarceli, e dopo lo sgozzamento di Nick Berg, il primo, poi dell'interprete coreano Kim Sun-Il, del Bulgaro Georgy Lazov, la scenografia e la sceneggiatura di questi macabri - e ghiotti - reality show ci sono familiari. Quando al-Arabya ha mandato in onda il filmato, i primi siti americani a dare la notizia, e quelli della Associated Press, hanno subito avuto qualche dubbio. Benjamin Vanderford ha un proprio sito internet, per farsi campagna elettorale, e mai, in quel sito, aveva raccontato di avere lasciato San Francisco e di essere andato in Iraq, un evento che sicuramente avrebbe pubblicizzato. La scena "da raccapriccio" non lo mostra vestito nella tuta arancione da carcerato come altri ostaggi uccisi, ma in T-shirt e nella inquadratura mancano i soliti "militanti" mascherati e armati di AK47 che fanno da coro alle esecuzioni. Si sentono versi del Corano recitati nel background, per dare credibilità al rituale jihadista, e mentre Benjamin mormora frasi sulla necessità di "andarsene dall'Iraq", "altrimenti faremo tutti la stessa fine", l'inquadratura è intervallata da un montaggio di sequenze di guerra e di civili iracheni sfigurati dalle bombe. Poi, i fotogrammi culminanti, il money shot, la scena pagante. Il giovane gettato a terra. Il coltellaccio, simile a quello usato per decapitare Nick Berg, che gli aggredisce la gola, i fiotti di sangue che cominciano a sgorgare. Mancano i titoli di coda, ma non quelli di testa. Il video ha un titolo classico e di sicuro effetto: "Abu Musab al-Zarqawi macella un americano". Accantonata la imbarazzante stella nera di Osama Bin Laden, almeno in attesa di una sua consegna in tempo per le presidenziali americane, oggi è il giordano al-Zarqawi quello al quale viene attribuita ogni nefandezza. Dunque, poiché nulla è più credibile, in questa guerra dove neppure più la morte è vera, dopo gli arsenali di Saddam e il goffo trasferimento di sovranità limitata, tutto è implicitamente credibile. Lo sapeva benissimo anche "la vittima", che ha confessato alla Associated Press di avere girato tutto lo show a San Francisco, con un paio di amici, nei classici garage un tempo riservati alle meno cruente esibizioni di pornografia amatoriale, con materiale di repertorio registrato dai network e vescichette di sangue finto cinematografico. Al resto ha provveduto un collegamento Internet a banda larga per la rapida trasmissione del video a reti tv arabe, ansiose quanto quelle europee di raccogliere e rilanciare ogni spazzatura, per ragioni ideologiche opposte, ma con l'eguale intento di spaventare, mobilitare e agitare il proprio pubblico. L'esibizione della crudeltà disumana del "terrorista" o del "resistente" corrisponde in maniera perfettamente ambigua alle intenzioni opposte di chi vuole stimolare l'opposizione alla guerra e di chi vuole rafforzare lo sdegno e l'odio per il macellaio "islamico" della Jihad da macelleria. Ogni annuncio di avvenuta o di possibile strage viene preso sul serio, perché il dubbio e il sospetto che sia fondato non concede il lusso dello scetticismo.

posted by luminet | 11:48 | commenti


venerdì, agosto 06, 2004
 

Ogni giorno ha la sua verifica

di Gian Antonio Stella (Copyright "Il Corriere della Sera")

"Chiudere una verifica è facilissimo: l'ho già fatto un migliaio di volte". Amante com'è delle battute, passione che talora lo espone a imbarazzanti scivoloni, Silvio Berlusconi non dovrebbe farsi scappare un aggiornamento in chiave governativa del celeberrimo aforisma di Mark Twain su quanto è facile smettere di fumare. Dopo aver proclamato la chiusura della verifica in gennaio e poi in febbraio e in marzo e in aprile, maggio, giugno, luglio e agosto, ha annunciato ieri che a settembre è in arrivo anche il famoso "aggiustamento" alla squadra di governo contro il quale per mesi e mesi aveva opposto il suo granitico "mai". Lanciando dunque un segnale di speranza: la verifica già chiusa e richiusa potrebbe essere di nuovo chiusa a ottobre e poi a novembre, a dicembre... Intendiamoci, è in buona compagnia: non c'è giorno senza che pezzi della sinistra non guardino alle crepe che si aprono nella marmorea maggioranza di centrodestra levando un coro di speranzosa attesa manco fossero i militi di Giosuè sotto la porta di Gerico: "Casca ! Casca ! Casca !". Né gli si può rinfacciare di essere l'unico a largheggiare in ottimismo se è vero che negli ultimi tre anni quasi non è passato giorno senza che Tremonti o Marzano, D'Amato o Baldassarre vedessero "incoraggianti segnali di ripresa dell'economia". Per non dire dell'allegra sicurezza oracolare che ostentavano ai loro tempi Lamberto Dini (ricordate l'appello jovanottiano a "pensare positivo" ?) o Romano Prodi, che i nemici chiamavano apposta "professor GiUlivo". E come scordare che persino il severo Nino Andreatta prevedeva: "I sacrifici hanno pagato. Ancora qualche piccolo sforzo e si apriranno davanti a noi le verdi vallate della politica facile, di un'economia che corre in discesa: tassi in diminuzione, sistema produttivo liberato da vincoli finanziari, incertezze sui cambi e repentine variazioni del carico fiscale". Insomma: vedere il bicchiere mezzo pieno, per chi sta al governo, è ovvio. Nessuno però, probabilmente, ha mai dispensato certezze rosee e azzurrine quante Berlusconi. Forse perché era stato illuso dai numeri della vittoria del 2001 e da analisi quali quella di "Libero": "Cappotto extralarge. Tanto grande e comodo da mettere la Casa delle Libertà e soprattutto Berlusconi al riparo da possibili intemperie". Sì, ciao... Così, appena gli alleati hanno abbozzato le parole "verifica", "rimpasto", "riequilibrio", lui ha cominciato a sbuffare e non ha smesso più: "Vecchia politica !". E via via che perdeva per strada questo o quel ministro è diventato sempre più roccioso nell'arroccarsi contro l'ipotesi di una crisi formale: e il primato ? Già si vede negli annali: record di scudetti col Milan, record di preferenze alle elezioni, record di ascolti tra le massaie con "Ok il prezzo è giusto !", record di permanenza a Palazzo Chigi, record di incontri con Putin e Bush, record di cactus a villa Certosa... "Godiamo di ottima salute, io e tutta la mia maggioranza: abbiamo superato le prove cliniche", taglia corto ai primi di luglio 2003 dichiarando già "chiusa la verifica" che peraltro si era sempre rifiutato di considerare aperta. Veramente, alza il ditino il leghista Alessandro Cè, "occorre un accordo formale sottoscritto da tutti i leader". "Il chiarimento c'è stato e non serve alcuna verifica", rassicura in ottobre. "Noi a dire il vero...", eccepisce Marco Follini. "Il premier: verifica chiusa e adesso scordatevi anche il rimpasto", titolano i giornali alla fine di gennaio di quest'anno. E storcono il naso un po' tutti. E via così, per mesi. Col Cavaliere che, come Topolino nel famoso cartoon della diga, non fa in tempo a infilare un dito in una falla e a sfornare il suo sorriso vincente che subito l'acqua tracima da un'altra parte. A febbraio va a far visita a Gheddafi e, forse invidioso del collega che non ha tra i piedi un solo doroteo, esulta: "La verifica è finita. Saremo collegiali ma la struttura del governo non cambia". Sicuro ? La risposta, più che dal "presidente operaio", sembra ricamata da Arnaldo Forlani: "Per adesso abbiamo semplicemente fatto una razionalizzazione della cosiddetta collegialità". A marzo sbotta: "Verifica ? Che verifica ?". Ad aprile, spiega l'Ansa, è certo che sia fatta: "Il presidente del Consiglio ha affermato che la verifica è chiusa". E la rissa tra Fini e Tremonti ? Egli "ritiene che possono essere ricomposti anche grazie alla sua pazienza". Macché... A giugno salta Giulio Tremonti e il TG4 si fa portavoce del sentimento del Cavaliere così: "La Casa delle Libertà, dopo il chiarimento politico, ha ritrovato la sua compattezza. Nessuna divergenza sulla linea. Il ministro Tremonti si sarebbe dimesso per motivi personali. Il presidente Berlusconi è al lavoro in assoluta tranquillità". A luglio scoppia lo scontro sull'interim. E riparte: "Abbiamo chiuso la verifica con la nomina del ministro dell'Economia Siniscalco, che ha cominciato molto bene". Sicuro ? "Ve lo posso garantire: la verifica è chiusa", ribadisce agli ambasciatori. Sicuro sicurissimo ? "Credo che il capitolo della verifica sia chiuso. Anzi, ne sono assolutamente certo". Anzi: "Sono abbastanza convinto". Abbastanza ?

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giovedì, agosto 05, 2004
 

FIAT in crisi

(Copyright "Finanza & Mercati")

La lettera di dimissioni di Pierluigi Fattori, responsabile per le risorse umane del gruppo Fiat, è arrivata sul tavolo dell’amministratore delegato Sergio Marchionne già nella mattinata di venerdì 30 luglio. Ma è difficile che l’amministratore delegato ne sia rimasto sorpreso. E con lui il presidente Luca Cordero di Montezemolo con cui, recita il tam tam del Lingotto, i rapporti non erano idilliaci da tempi lontani. Al di là delle congetture, che lasciano il tempo che trovano, il dato di fatto è che le dimissioni sono state consegnate 24 ore dopo l’incontro tra i vertici del gruppo torinese e i sindacati di giovedì scorso. In quell’occasione Sergio Marchionne, affiancato da Fattori e dal responsabile delle risorse umane dell’Auto, Paolo Rebaudengo, ha dato ai sindacati garanzie sull’attività degli stabilimenti "a rischio" del Lingotto (Mirafiori, Cassino e Termini Imerese) senza tacere però che, a suo avviso, la "situazione è pesantissima". Difficile, naturalmente, mettere in relazione lo strappo con questo incontro. Più facile, però, collegare la rottura con il dirigente (pare assai apprezzato dall’amministratore delegato uscente, Giuseppe Morchio) con il duro braccio di ferro dello scorso inverno allo stabilimento di Melfi, un black out costato 50 milioni di euro di mancata produzione (e relativi ricavi) alla consociata a quattro ruote del Lingotto. Come si ricorderà, l’azienda venne colta in contropiede dal malcontento dello stabilimento lucano, rientrato dopo l’accordo che accorcia in maniera sensibile il diverso trattamento tra i lavoratori di Melfi e degli altri stabilimenti. In quell’occasione, secondo molti, la casa torinese subì colpevolmente eventi che andavano maturando da tempo e che erano perciò prevedibili. Dunque, la rivoluzione organizzativa all’auto già annunciata da Marchionne dovrà probabilmente prevedere un tassello in più. La nuova squadra di Mirafiori, del resto, non parte di sicuro da posizioni facili. Dalla Powertrain di Temoli (joint venture tra Fiat e GM) giunge l’eco della preoccupazione sindacale perché sabato la direzione ha comunicato a soli 30 giorni i nuovi contratti a tempo determinato. Intanto in Francia, in un mercato in pesante flessione (-10,1% le immatricolazioni a luglio), la casa torinese ha subito una pesante caduta, superiore al 30%.

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martedì, agosto 03, 2004
 

Il tatuaggio era il segno dell'uomo in carcere, l'arte lugubre dei reclusi e dei condannati. Che sia diventato arte e fenomeno di massa senza distinzioni può indicare questo: che la carcerazione perpetua è ormai una condizione stabile, che non ci sono più differenze tra la prigione, la via di fuori, la casa. Gioventù tatuata e gioventù ammanettata, che non vuole essere liberata.

Il filosofo ignoto

posted by luminet | 09:22 | commenti


lunedì, agosto 02, 2004
 

Un uomo contro

(Copyright "La Stampa")

Spesso capita che si debba aspettare la fine per fare meglio i conti. La fine è questa qui, questo mezzogiorno fra le bancarelle nella piazza di Porta Capena, questa faccia rasata che butta sangue come da una fontana e che fa ancora paura, e il corpo steso su una barella con i lacci ai polsi e il respiro vuoto, con il suo soprannome da Lupo e il capo inerte appena reclino sulla sinistra, in mezzo a una folla di agenti e di telecamere che adesso lo accompagnano sull’ambulanza nel vociare confuso: eccola la fine, "una polo e i jeans, guardate, assolutamente normale, sembrava uno tranquillo", come lo racconta ai microfoni della tv Giorgio De Angelis, uno dei due vigili urbani che lo hanno segnalato ai carabinieri. Sarà pure tutto così semplice, e lui così banale, ma mentre lo cercavano persino in Medio Oriente, il superlatitante continuava la sua vita da barbone nel centro di Roma, con i soldi nello zaino e il sacco a pelo nelle aiuole del Circo Massimo, elemosinando un pasto caldo alla Caritas, in coda con il suo vassoio assieme a puzzoni e disperati, facendosi aiutare da tutti i perdenti e gli emarginati di una metropoli, dai tossici e dai barboni, dai senzatetto e dai senzaniente, e da quelli senza denti con i piedi nudi e neri che non si bruciano più sull’asfalto. La fine ci riporta la sua verità. Era come un barbone brutto e cattivo, il mostro che ci ammazzava la pace, uno che non ci amava, ma che noi non vedevamo neanche. Poco prima che arrivasse la fine, una signora romana aveva avvicinato i vigili urbani Giorgio De Angelis e Ivan Bianco con la sua borsa della spesa, ansimando appena un po’ per la fatica e per l’orrore. Aveva detto che c’era uno lì, "un tipo brutto, troppo brutto" per essere vero, così aveva soffiato, una faccia losca, un’aria malsana, che le ricordava tanto quello che stavano cercando tutti, quello che aveva ucciso il carabiniere. De Angelis e Bianco se l’erano fatti indicare e poi l’avevano seguito. "Era lui, aveva il neo sullo zigomo". Adesso che conosciamo la fine, possiamo anche guardare le sue foto per fare meglio i conti, così diverse da quelle che gli hanno recuperato dallo zaino con il pizzo e gli occhiali: a 17 anni ha una faccia da romantico, i capelli folti e lo sguardo triste, quasi liquido, nero, da disperato, da far girare la testa alle ragazzine. Era in riformatorio a quell’età: piccoli furti, risse, liti. A 25 anni, i primi baffi e i capelli ricci, una faccia da rivoluzionario, un sorriso sarcastico. Aveva già un figlio. Ma non era brutto, come ha detto la signora. Faceva a botte per rabbia e per esistere, e anche per educazione: aveva già mandato all’ospedale un dipendente del Comune che perdeva tempo in ufficio, un vigile urbano che gli contestava un’infrazione, un automobilista che lo rimproverava per un parcheggio. Due fratelli nell’orfanotrofio, un padre sempre ubriaco che picchiava i figli come beveva, e una madre depressa che non s’alzava più dal letto. Da lì non potevano che venir fuori Luciano Liboni e la sua vita fuori dagli altri. Era uscita questa faccia e questa storia. Capelli pochi, la malinconia della gioventù persa negli occhi del nemico. E questo era diventato, un nemico. La droga, le rapine, l’emarginazione gli avevano lasciato questa strada senza ritorno. Proprio come diceva Richard Dick Hickock al giornalista Truman Capote che lo confessava prima dell’impiccagione: "Andy, Perry Smith, era un buffo ragazzo. Era come gli avevo detto io. Non aveva rispetto per la vita umana. Neanche per la sua". Siamo un oceano lontano da Garden City, Kansas, e da quegli anni nel 1959. Ma certe figure sono eterne, esistono con noi: gli uomini contro. Luciano Liboni è così, senza rispetto per la vita umana, neanche per la sua. Però, nessuno sa parlare con gli ubriachi, i pezzenti e i cattivi senza futuro, come lui. In questi 7 giorni, dalla sparatoria vicino a Roma Termini con gli agenti della polizia a quella di ieri, a 200 metri da Circo Massimo, dove magari sarebbe andato nella sera a sentire il concerto di Simon & Garfunkel, è riuscito a nascondersi e a esistere assieme a loro, tra l’Aventino, la zona di Anagnina e il metro per Termini. Il maggiore Giovanni Arcangioli, comandante del nucleo operativo dei carabinieri, ha fatto capire che nella capitale Liboni ha potuto contare su amicizie fra vagabondi e barboni, "persone che probabilmente lo hanno aiutato anche in altri momenti senza sapere chi fosse", circoscritte nelle zone centrali, fra Termini e piazza Vittorio. Li pagava per farsi acquistare cibo, indumenti e medicine. Il superlatitante è un epilettico, che forse ha contratto pure la malaria in giro nei deserti, per l’Africa. Gli avevano dato anche una pensione di invalidità. Adesso aveva trovato gli amici che andavano al posto suo nei negozi dove avrebbe potuto tradirsi. Così si è cambiato, ha indossato abiti puliti e ha potuto prendere i farmaci per la epilessia. Alla fine gli hanno aperto lo zaino, che portava sempre con sé. Dentro, gli hanno trovato 23 mila euro in contanti riposti in fondo, assieme a due documenti falsi. Altri diecimila li aveva nel portafoglio. Aveva una carta d’identità e una patente con la sua foto sotto il nome di Franco Franchini, nato il 6 maggio 1960 ad Ancona, professione operaio. Era il nome con cui era stato ricoverato a Bagno di Romagna dopo che era caduto dalla sua moto sopra le colline di Sarsina: frattura del setto nasale e tre dita rotte. Con quella fasciatura al polso, con quell’aria lercia, puzzando come una bestia, la signora Gabriella Cicconi del bar tabaccheria di Pereto l’aveva notato e aveva chiamato i carabinieri: "C’è qui un brutto un tipo, non mi fido". L’appuntato Alessandro Giorgioni era venuto e gli aveva chiesto i documenti. "Mi segua, li tengo nella moto", aveva detto lui. E subito fuori gli aveva sparato due colpi di pistola. Agli amici l’aveva promesso: "Non torno più in carcere. Piuttosto li porto all’inferno con me". Non aveva mai fatto molta galera: 6 mesi, per 5 anni di rapine assieme a un’amica tossicodipendente. Era uscito fra i cavilli della burocrazia. Dopo, aveva sparato a un benzinaio di Todi colpendolo alla testa, Franco Gentili, che aveva riconosciuto la macchina rubata su cui viaggiava, il 9 febbraio 2004. Il 30 marzo a Civitavecchia, a un posto di blocco della Finanza: 3 agenti feriti. A giugno, sulla Tiburtina, a Sette Camini, fra Tivoli e Roma: un carabiniere ferito. Rubava moto e le teneva dentro a un furgone bianco che non doveva registrare come un garage. Sulla Yamaha rossa era scappato da Pereto dopo aver ucciso l’appuntato. L’avevano ritrovato a Roma perché lì sapeva come nascondersi, vivendo in un anfratto con un saccoapelo e telefonando solo dai call center come fanno gli immigrati extracomunitari. Dal bar tabaccheria Cicconi, la telefonata che aveva insospettito la signora, l’aveva fatta nello Sri Lanka, dove aveva una fidanzata e anche delle proprietà immobiliari, secondo i carabinieri. Aveva investito lì il frutto dei suoi colpi. Alcuni carabinieri era andati là a cercare la ragazza. Lui in questi giorni non l’aveva più richiamata. La cosa strana è che molte segnalazioni erano arrivate all’Arma dal mondo degli emarginati: anche i suoi amici l’avevano lasciato. "Ormai sapevamo dov’era", hanno detto ieri. L’avrebbero preso, ma lui forse pensava al concerto, come Perry Smith che poco prima che lo impiccassero si era mangiato due polli alla griglia. E quando erano venuti a prenderlo aveva detto addio al suo amico: "Ci rivediamo presto, sono sicuro. Da qualche parte".

posted by luminet | 09:04 | commenti (1)