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sabato, luglio 31, 2004
Supermario attack
(Copyright "Il Corriere della sera")
Professor Monti, che giudizio dà della finanza pubblica italiana alla vigilia del Dpef ?
"Me ne sarei dovuto fare un'opinione approfondita in pochi giorni se l'incontro del 4 luglio avesse avuto un altro esito...".
Già , in quell'occasione, Silvio Berlusconi avrebbe dovuto convincerla a diventare ministro dell’Economia.
"Ci convincemmo, invece, entrambi, dell’opportunità che io continuassi nel mio impegno di commissario europeo".
Ma della manovra correttiva e della riforma delle pensioni che cosa pensa ?
"Si tratta di passi importanti nella direzione giusta. Tanto più se si accompagneranno a un piano di liberalizzazioni incisivo e serrato dal quale possiamo aspettarci una crescita dell’economia che permetta poi alla finanza pubblica di tollerare la riduzione delle imposte personali".
Dunque, il taglio dell’Irpef, secondo lei, può arrivare solo dopo le liberalizzazioni, non subito.
"Teniamo conto che sulle liberalizzazioni non partiamo da zero. Nel 1994 Silvio Berlusconi, nel discorso programmatico alle Camere, parlò della necessità di un "liberismo disciplinato e rigoroso", citando - lo ricordo ancora con emozione - un mio editoriale sul Corriere. E nel 2001 il concetto è stato ripetuto. Alcune cose sono state fatte, ma certo non tutto quanto era possibile. Da persona che fa politica (perché in Europa si fa politica anche quando si prendono decisioni apparentemente tecniche) ma che non fa parte del mondo politico nazionale, mi permetto di dire che la leadership deriva da "to lead", guidare. Significa spiegare all'opinione pubblica, anche contro le convinzioni correnti, che certe iniziative vanno prese e daranno frutti in futuro".
Oggi si deve aggiornare il Patto di Stabilità per consentire all'Europa di agganciare la ripresa mondiale.
"A gennaio, all'interno della Commissione europea, abbiamo discusso per ore se deferire alla Corte di Giustizia il consiglio dei ministri Ecofin che il 25 novembre del 2003, sotto presidenza italiana, aveva deciso di non applicare a Francia e Germania gli ammonimenti previsti, nonostante i loro bilanci pubblici non fossero in linea con il Patto. In quell'occasione mi sono schierato decisamente a favore del ricorso alla Corte".
Una posizione legalitaria, è stato detto. Burocratica.
"Sono in profondo dissenso con queste critiche. L'Europa è un condominio di 25 Stati nel quale ogni decisione va valutata per il suo merito, ma anche per le sue conseguenze sulla credibilità del condominio, che si indebolisce quando le regole non vengono rispettate. Il ragionevole rispetto delle regole e dell'arbitro, che è poi la Commissione, è nell'interesse di tutti: in particolare dei piccoli, che avrebbero poco potere in una costante trattativa tra governi, ma anche di un Paese come l'Italia, grande ma che soffre ancora di un'economia e di un'amministrazione deboli. E in questo senso è un successo dell'Europa a 25 che alla presidenza della Commissione sia stato nominato il portoghese Barroso e non il candidato di Francia e Germania".
La Corte ha accolto il ricorso. Il Patto è salvo. Sarà anche immutabile ?
"Non penso. Il Patto è stato concepito a suo tempo nella versione semplice che conosciamo per persuadere i risparmiatori tedeschi, olandesi e degli altri Paesi virtuosi a rinunciare alle proprie monete a favore dell'euro che avrebbe avuto corso anche negli scapestrati Paesi mediterranei. Per un'ironia della storia è poi capitato che alcuni degli scapestrati abbiano oggi una finanza pubblica migliore di quella dei vecchi maestri. Una catarsi che offre l'opportunità di articolare meglio il Patto".
Come ?
"C'è stato un Patto per la gravidanza e l'infanzia dell'euro. Ce ne vorrebbe una versione adatta alla maturità , nella quale si possa distinguere la spesa pubblica destinata ad alimentare i consumi da quella per gli investimenti, purché definiti in modo rigoroso e controllabile. Si può chiamarla una "lisbonizzazione" del patto, nel senso di legarlo agli obiettivi di competitività individuati dal Consiglio a Lisbona nel 2000".
Sarà la posizione della Commissione ?
"Non lo so ancora. Ne discuteremo all'inizio di settembre".
Il governo italiano ha difeso bene l'interesse nazionale ?
"A me spiace rilevare che in un paio di occasioni il governo non ha difeso al meglio l'interesse nazionale. Una è stata la riunione dell'Ecofin sotto presidenza italiana che abbiamo appena ricordato. Dopo aver applicato rigorosamente le norme a Irlanda e Portogallo, non si doveva sospendere l'efficacia del Patto perché questa volta colpiva due grandi come Francia e Germania. Era quella un'occasione preziosa: comminate le sanzioni previste a Parigi e Berlino, si poteva considerare chiusa la prima fase e ridefinire le regole. Adesso, dopo il vulnus, tutto è più difficile".
Diceva di un'altra delusione.
"Risale al luglio del 2001 quando il Parlamento europeo venne chiamato a votare la direttiva sulla disciplina delle Offerte pubbliche d'acquisto che avevo proposto nel 1996, da commissario al mercato interno. Quella direttiva era stata approvata dal Consiglio dei ministri del mercato interno a maggioranza qualificata nonostante l'opposizione della Germania. L'obiettivo era quello di rendere più contendibili le società quotate. L'Italia, che già aveva una legge avanzata sull'Opa, avrebbe avuto tutto l'interesse che anche l'economia più forte del continente, quella tedesca, dovesse sottostare a un'analoga apertura. La Commissione, del resto, aveva già raggiunto un successo costringendo la Germania ad abolire le garanzie pubbliche a favore delle banche, un sistema che legava il credito alla politica. Si trattava di smantellare l'altro fortino. Ma l'assemblea di Strasburgo si divise, 273 voti a favore e 273 contro, e la direttiva venne respinta. In quell'occasione, alcuni parlamentari italiani soccombettero a una forte azione di lobbying".
Da parte dell'allora ministro per i Rapporti comunitari, il filotedesco Rocco Buttiglione, oggi commissario Ue in pectore.
"A parte i personalismi, conta il risultato: mentre oggi le società italiane sono possibile bersaglio di Opa ostili, quelle tedesche non lo sono. Durante la presidenza italiana del 2003, è stata alla fine varata una direttiva Opa molto diluita, che fece tornare il sorriso a Berlino. Era così annacquata che il commissario competente, Frits Bolkestein, la voleva ritirare".
Ma il governo italiano ripete spesso che l'interesse nazionale viene prima della retorica europeista.
"A me piace un governo che sia assertivo in Europa, che parli senza complessi dell'interesse nazionale. Roma però non può dimenticare che, per non finire come il vaso di coccio tra i vasi di ferro, ha bisogno di un arbitro forte ed equo. E che non conviene, per rendersi simpatici ai potenti, fare loro favori che non restituiranno".
E' curioso: il governo italiano si schiera dalla parte degli Stati Uniti e del Regno Unito in politica internazionale, ma poi in Europa aiuta Francia e Germania a coprire i loro difetti.
"L'incarico di commissario europeo è stato per me un grande privilegio. Lo devo a Silvio Berlusconi che nel 1994 mi designò con il consenso dell'opposizione, non necessario e tuttavia significativo, e a Massimo D'Alema e Romano Prodi che mi confermarono nel 1999, sempre con il consenso dell'opposizione. Questi 10 anni di esperienza a Bruxelles mi hanno convinto che, per essere più competitiva, l'Europa deve diventare più liberale. Semplificando, si è rivelato più utile l'asse Blair-Aznar di quello Chirac-Schroder. Un'Italia assertiva in Europa dovrebbe capire che Francia e Germania, alle quali pure l'Unione deve moltissimo, rappresentano oggi un freno all'integrazione. Un italiano che in questi anni certo non si è fatto molti amici a Parigi e a Berlino semplicemente perché ha applicato le regole a Francia e Germania come a tutti gli altri, poteva rappresentare un'opportunità , che mi sembra fosse stata ben percepita dal presidente Barroso e dagli osservatori europei. Per questo, pur avendo declinato in passato, altri incarichi pubblici, mi è molto dispiaciuto non poter continuare quest'opera".
Forse tutto si spiega con l'euroscetticismo di larga parte del centrodestra. L'Europa, del resto, sembra proprio segnare il passo.
"Non sono d'accordo con questo pessimismo. In 10 anni l'Europa ha varato il mercato unico, l'euro, la Costituzione, l'allargamento da 15 a 25 membri. Quale organismo non ne risulterebbe stressato ? In realtà , oggi, l'Europa, che ha il multilateralismo nel suo Dna, può dare un contributo essenziale nella governance della globalizzazione, a fianco e talvolta nel contraddittorio con gli Stati Uniti. A condizione, però, che non perda troppe posizioni nell'economia".
Sfortunatamente, questo è proprio quanto sta accadendo.
"L'Europa deve sforzarsi di assomigliare di più agli Stati Uniti".
Come ?
"Usando la tutela della concorrenza come leva operativa per dare finalmente attuazione all'agenda di Lisbona sulla competitività e, al tempo stesso, rafforzando, d'intesa con gli Stati Uniti, la vigilanza antitrust su scala internazionale".
Con gli Stati Uniti lei ha avuto forti contrasti.
"Le divergenze su General Electric e Microsoft rappresentano le due sole eccezioni su centinaia di casi nel quadro di una collaborazione crescente che oggi si manifesta anche nell'International Competition Network, il quale ha il compito di coordinare su scala globale la tutela della concorrenza. Dal primo maggio 2004 è operativa anche una rete europea delle autorità Antitrust che consentirà un ampio decentramento alle autorità nazionali".
In Italia nella maggioranza di governo si criticano le Autorità indipendenti perché non risponderebbero a nessuno.
"L'accountability delle autorità viene garantita in modo pieno dalla possibilità di ricorrere alla magistratura comunitaria e nazionale e, sul piano politico, da forme di controllo di ultima istanza come i rapporti al parlamento. Spesso sono stato chiamato a riferire a Strasburgo e vi ho sempre fornito tutte le informazioni di carattere generale, senza entrare nei singoli dossier".
E' la linea del governatore Antonio Fazio nei suoi rapporti con il potere politico. Ma lei condivide l'attribuzione dei poteri antitrust nel settore bancario alla Banca d'Italia e non all'Autorità ?
"E' il risultato di un compromesso intervenuto nella fase preparatoria della legge antitrust del 1990. Ritenevo allora che fosse meglio assegnare all'Autorità anche la tutela della concorrenza nel settore bancario. E credo che ora ci si arriverà ".
Perché l'Europa fatica tanto a tener fede all'agenda di Lisbona ?
"Il trattato di Maastricht ha natura cogente, perché è nato per impedire il contagio dei paesi virtuosi a opera di quelli che non lo erano. L'agenda di Lisbona, invece, non ha denti perché, a prima vista, non può fare danni: anzi, se un paese resta indietro nella competitività , gli altri a breve termine se ne possono anche avvantaggiare. E' su questo che sarebbe bene intervenire: finora non c'è stato rapporto tra Maastricht e Lisbona, ma un nuovo Patto di Stabilità "lisbonizzato" sarebbe auspicabile. Inoltre, in pieno accordo con il presidente Prodi, che voglio ringraziare per la fiducia e il sostegno in questi cinque anni, abbiamo varato un budget pluriennale che si lega ai progetti dell'agenda di Lisbona. E su questo terreno mi sarei impegnato con entusiasmo assieme con il presidente Barroso".
Per vincere la sfida globale alcuni paesi puntano sui campioni nazionali. Ma la Commissione Ue, secondo Parigi, rema contro.
"La Francia è diventata un problema per sé e per l'Europa. Vive male i suoi successi, che spesso non vede, e attribuisce all'Europa i suoi insuccessi immaginari. In realtà , l'Europa ha autorizzato la costituzione dell'Eads, che contiene l'Airbus, di Arcelor, il maggior gruppo siderurgico mondiale, di Air France-Klm, di Areva nel nucleare, e così via. E ciò è stato possibile anche per la cultura dei responsabili delle aziende francesi, che pensano alto e sono capaci di tenere rapporti molto professionali con le autorità comunitarie".
La difesa dei campioni nazionali non è solo francese. Vengono in mente, l'Alitalia, la Fiat...
"La Francia, ma anche l'Italia e la Germania sono paesi dominati fin dal Medioevo da coalizioni di produttori. I consumatori, i lavoratori non organizzati e i disoccupati non hanno influenza. E così i governi tendono a considerare automaticamente interesse nazionale ciò che viene rappresentato dalle varie corporazioni. Altri paesi, Regno Unito e Irlanda, hanno deciso di privilegiare i fattori della produzione, il capitale e il lavoro, e i consumatori. Indipendentemente dalla nazionalità . Londra ha rinunciato al controllo nazionale sull'industria automobilistica e su storiche istituzioni finanziarie, ma la sua economia è oggi più competitiva di ieri. Ho fatto notare ai francesi che ci sono paesi che si specializzano nella difesa delle bandiere sulle imprese e altri nella creazione di posti di lavoro nelle imprese".
In Italia la banca centrale sbarra la strada agli stranieri anche quando vogliono prendersi banche piene di problemi come Capitalia o Bnl.
"Immagino sia di reciproco conforto tra controllato e controllore l'essere nati e convissuti nello stesso ambito: in chi viene da fuori è possibile incontrare una minor docilità . Ma molti ostacoli alla contendibilità delle banche allignano nelle banche stesse. La contiguità con i governi e la politica è durata così a lungo che può rendere difficile seguire una logica di mercato. Questa non esiste in natura, ma comporta uno sforzo da parte dei banchieri. Se una banca incontra ostacoli da parte delle autorità nazionali di vigilanza, che ritiene non siano in linea con le norme del mercato unico o della concorrenza può ricorrere alla Commissione. Nel 1999 il Santander lo fece e le autorità portoghesi poi dovettero permettere l'acquisizione del gruppo Champalimaud".
Dunque, le Opa ostili nel settore bancario non sono un'eresia ?
"E perché mai dovrebbero esserlo ?".
Insomma, è andato a Bruxelles dieci anni fa prendendo a modello il rigore dei conti pubblici tedeschi e torna in Italia da anglosassone ?
"Ma perché non da italiano ? Sa che cosa disse nel 1994 Jacques Santer a Berlusconi, che gli aveva telefonato per presentarmi ? "Ah, Silvio, l'ho appena conosciuto. Mi ha fatto una buona impressione: non sembra nemmeno un italiano". Così parlava l'allora presidente della Commissione. In questi anni, per me, la maggior sofferenza, ma anche la maggiore sfida, è derivata dal percepire che su certe questioni, l'economia prima di tutto, essere italiani toglieva un po' di credibilità . Almeno in partenza".
giovedì, luglio 29, 2004
Obama, il futuro del partito è una stella nera
(Copyright "La Stampa")
"Potrebbe fare un autografo sulla mia vacca ?". A noi gente di città una richiesta del genere può sembrare uno scherzo, oppure una follia. Ma nella Kane County dell'Illinois, dove secondo il "Los Angeles Times" l'allevatore Darryl Collins chiese sul serio a Barack Obama di apporre la sua firma su una mucca, dev’essere il massimo della popolarità . Da ieri sera questa fama ha assunto una dimensione nazionale, non perché gli allevatori del Texas abbiano fatto la stessa richiesta a Obama, ma perché il candidato democratico al seggio senatoriale dell'Illinois ha tenuto il "keynote speech" alla Convention di Boston, il discorso tecnicamente più importante dopo quello del candidato, perché serve ad indicare la direzione del partito. Mario Cuomo lo tenne a San Francisco durante l'era Reagan, accusandolo di essere l'unico che riusciva a vedere l'America come un "villaggio splendente", dal portico del suo ranch, e divenne una celebrità nazionale. Bill Clinton lo sbagliò qualche anno dopo, al punto che i delegati si misero ad applaudire quando disse "in conclusione", e per poco non si rovinò la carriera. Se Barack ieri sera ha convinto l'America, ogni sogno potrebbe diventare possibile. Ma perché proprio lui ? Per un mucchio di ragioni, scolpite nella sua biografia. Il padre di Obama, Barack pure lui, era nato in Kenya da una famiglia di agricoltori sulle rive del Lago Vittoria. Gli era venuta voglia di girare il mondo e, grazie a un programma di scambio tra studenti, aveva potuto trasferirsi alle Hawaii. La futura madre di Obama si chiamava Ann, era bianca e viveva con la sua famiglia in Kansas. I genitori a un certo punto decisero di tentare la fortuna ai tropici e andarono ad abitare ad Honolulu. E’ dunque alle Hawaii che Barack senior e Ann si erano incontrati, si erano innamorati e si erano sposati, tra le minacce dei parenti di lui, che avevano inviato lettere dal Kenya, accusandolo di disonorarli mettendosi con una bianca. I due sposi ressero per un po’ alla pressione, poi lui andò a studiare ad Harvard e decise di tornare in Kenya. Nel frattempo era nato il piccolo Barack, che così rimase senza padre prima ancora di imparare a parlare. Già questa sarebbe una storia interessante, ma non basta. Ann aveva conosciuto un indonesiano manager di una compagnia petrolifera, si era risposata e nel 1964, quando Obama aveva appena quattro anni, e aveva portato il figlio a vivere con lei a Giakarta. Quell'esperienza lo aveva segnato: "Bambini poveri in mezzo alla strada, troppo malati o troppo stanchi per chiedere l'elemosina. Guardie di ricche ville che gettavano monete fuori dai cancelli, solo per vedere la gente che si buttava nel traffico a raccoglierle". La storia non durò, almeno per lui, e la madre lo rispedì alle Hawaii per stare con i nonni: un bambino nero, in una famiglia bianca del Kansas, che cresce sulle spiagge di Honolulu facendo surf. Inevitabile che Barack fosse un po’ confuso. Nella biografia "Dreams From My Father" ha confessato che si era messo a fumare marijuana e tirare cocaina: "Succede. E’ successo a parecchi giovani. Io però ho imparato dai miei errori e sono andato avanti". Nel suo caso andare avanti significò iscriversi alla Facoltà di Antropologia della Columbia University di New York, laurearsi e trasferirsi a Chicago, per lavorare nel Developing Communities Project, un gruppo di assistenza sociale gestito da una chiesa. Dopo tre anni passati ad aiutare i poveri di South Side, il ghetto nero della città , Obama ancora una volta ripartì. Questa volta la destinazione era la prestigiosa Università di Harvard, dove non solo si laureò in legge, ma divenne il primo direttore nero della "Law Review". I bianchi si lamentavano che la razza lo aveva aiutato, i neri lo accusavano di non assumere abbastanza afro-americani, e lui lavorava così bene che una casa editrice gli propose di scrivere la sua autobiografia. Chicago, però, gli era rimasta nel cuore, e dopo la laurea tornò in Illinois per fare pratica in uno studio legale, specializzato nelle cause delle vittime della discriminazione sul lavoro e negli alloggi. Poiché lo stipendio non gli bastava a pagare i conti, insegnava anche alla Law School della University of Chicago. Nel frattempo aveva conosciuto Michelle, si era sposato, e avevano avuto due bambine. Nel 1996 un amico gli propose di candidarsi al Senato dell'Illinois, e lui anche questa volta disse sì e vinse. Così, quando il repubblicano Peter Fitzgerald annunciò che lasciava il seggio senatoriale nazionale dello Stato, Barack fu la scelta ovvia dell'opposizione. Ha vinto le primarie con l'aiuto del reverendo Jesse Jackson, puntando sulla difesa dei poveri e della classe media, e in pochi mesi si è trasformato nella stella nascente del Partito democratico. Nel frattempo il suo avversario repubblicano, Jack Ryan, si è dovuto ritirare, perché sono uscite le carte del suo divorzio, con l’accusa della moglie di averla portarla nei club privati per fare sesso davanti ai "guardoni". Obama è così rimasto senza avversario e la sua popolarità ha convinto anche celebrità come Mike Ditka, leggendario allenatore della squadra locale di football dei Bears, a non sfidarlo. Se a novembre Barack entrerà in Senato, sarà il terzo nero a riuscirci dalla Guerra Civile. Meglio di così, per chi ha davvero voglia di sognare, c'è solo la Casa Bianca.
mercoledì, luglio 28, 2004
La scuola di furto per bambini
(Copyright "La Stampa")
La regola era quella di almeno una cattiva azione quotidiana. Il campo estivo per ragazzi di Sakhalin era poco adatto a risolvere i problemi dei genitori tormentati, come ogni agosto, dal problema di dove mandare i figli in vacanza. Offriva - gratis - mare, foreste, vita sana all'aria aperta, la compagnia dei coetanei, il romanticismo delle serate attorno al falò a cantare e suonare la chitarra, e anche imparare qualcosa di utile per la vita adulta. Una scuola di vita insomma, non una vacanza da rammolliti figli di papà . I ragazzi avrebbero imparato a sopravvivere da soli, a stare con i compagni, a strappare borsette, scippare portafogli, rapinare negozi, forzare serrature e svaligiare appartamenti. Gli incredibili "corsi di apprendimento" criminali sono stati scoperti dalla polizia dopo una telefonata anonima, forse di qualche genitore preoccupato. Tutto perfettamente in regola: tende, cucine da campo, generatori elettrici, giochi e libri di studio. Scritti rigorosamente in fenja, il gergo criminale, per spiegare alle nuove generazioni i trucchi del mestiere di ladro. C'erano anche due educatori di mezza età , con una grande esperienza alle spalle a giudicare dai loro dossier polizieschi e una grande voglia di non lasciare disperdere le loro conoscenze una volta che si fossero ritirati. L'insegnamento aveva più successo dell'indottrinamento ideologico dei "campi di pionieri" sovietici o dei pseudosurvival delle giovani marmotte: tra i ragazzi una trentina avevano già trascorsi criminali ed erano ansiosi di perfezionarsi sotto la guida dei loro istruttori. Quasi tutti venivano da famiglie povere e disagiate, nati su un'isola bellissima e maledetta, che Cechov già nel crudo reportage-inchiesta su Sakhalin del 1890 definiva "un inferno in terra". Un Gulag ante litteram, dove lo zar mandava i forzati a vita e dove, dopo il passaggio al Giappone, l'Urss aveva ripreso a spedire confinati. Cayenna nell'Estremo Oriente russo, che oggi si sta spopolando dopo il tentativo di industrializzazione sovietico, tra rimpianti per il passato comunista, i sogni di un futuro giapponese e un presente di miseria e crimine. I ragazzi del campo dei giovani ladruncoli erano in un certo senso galeotti nati, figli di quella terra che, un secolo dopo Cechov, continua a "corrompere e moltiplicare criminali".
martedì, luglio 27, 2004
La cacca di Naomi e il botox della Versace
(Copyright "Dipiù")
1 - Miei adorati, mentre me ne sto a Gstaad a gustarmi le meringhe alla panna di nonna Margrete (io e Marina Doria ne andiamo letteralmente pazze), mi giungono dei racconti raccapriccianti che mi inducono a pensare che il caldo dia veramente alla testa. Una per tutte ? State a sentire quello che è successo sulla barca del mio amico Flavio Briatore lo scorso weekend. Dopo una breve colazione a base di frutta e piña colada insieme con Marta Brivio Sforza, Matteo Teodorani Fabbri, Giovanna Deodato, Carlo Giovanelli e Marta Marzotto all'hotel Cala di Volpe, un noto giornalista di Panorama si fionda sul Lady in Blue, accompagnato da Flavio e dal fotografo del giornale per realizzare un servizio a "patron" Renault sulla sua nuova bagnarola. Peccato che sul ponte, sdraiata a prendere il sole (a proposito, perché ?), ci stava Naomi Campbell. Che si scaglia come una furia contro i malcapitati, sbraitando che non voleva essere ripresa. Alle spiegazioni che non era lei la protagonista del servizio, Naomi, indispettita, se ne va a mangiare da un'altra parte. Senonché, quando viene raggiunta da Flavio, che doveva realizzare alcune foto a prua della barca, la pantera riprende a urlare. Briatore la zittisce a modo suo: "Loro sono amici miei, sono ospiti miei. Se non ti va, ti alzi e te ne vai". Detto fatto, Naomi alza il tacco e si fa accompagnare con il tender al Cala di Volpe. A un certo punto, e qui viene il bello, il giornalista nota sul lindo teak della barca qualcosa di strano, solido e marrone. Oddio, che ci fa quella roba ? Cani a bordo non ce ne sono e i marinai si rifiutano di commentare. Che sia forse un dispetto della diva Naomi ? Interpellato direttamente sull'inquietante oggetto Briatore minimizza, dicendo che si trattava di una cosa finta, che gli armatori si passano di barca in barca per fare scherzi (di pessimo gusto) ai loro ospiti.
2 - Adoro Donatella Versace. Non soltanto perché tutte le mattine nella sua bellissima toilette azzurro cielo si fa ossigenare i capelli dalla sua estetista, non soltanto perché quando viaggia in prima classe si compra sempre due biglietti per non avere scocciatori e questuanti al fianco, ma soprattutto perché si dice che abbia imparato a farsi il botox da sola. Dicono anche che ne ordini a quintali e si faccia i ritocchini solamente quando vuole lei. E sapete perché non vuole chirurghi estetici tra i piedi ? Dice che sanno troppo di disinfettante. Semplicemente divina.
3 - E adesso spiegatemi voi perché gli uomini debbano impicciarsi della nostra toilette. Non riesco a farmene una ragione. Vado da Gai Mattiolo, da Lacroix, da Christian Dior e me lo trovo sempre tra i piedi. Di chi (s)parlo ? Di Jaime de Marichalar Saenz de Tajada, duca di Lugo, il marito della infanta Elena di Spagna. Parla con sarte e sciampiste, decide lui i vestiti che si deve mettere la moglie, li accosta perfino al suo viso. Be', farebbe prima a comprarli per sé.
4 - A proposito di stilisti, Roberto Cavalli ha preso una storica decisione. Quest'estate per la sua festa in Sardegna niente cuscini e nessuna tovaglia griffata dalla maison. Roberto è stufo di vederseli rubare sotto il naso dagli ospiti. Le mie amiche Barbara, Marta e Mariella (faccio solo i nomi per decenza) sono state viste andarsene dalla festa con le borse piene. Una di loro ci ha riempito il suo salotto, mentre una delle altre due si è rifatta il corredo della casa.
5 - E ora, miei adorati, la vostra talpa vi lascia. Sono talmente stravolta dalle chiacchiere che neppure l'aria fine di Gstaad riesce a sortire i suoi effetti. Devo assolutamente rimediare un'altra vacanza (gratis, naturalmente) o una barca sulla quale sollazzarmi. Chiederò consiglio alla mia amica Alba Parietti. Alla prossima !
lunedì, luglio 26, 2004
Pescatore lancia la lenza e rimane folgorato
(Copyright "Il Corriere della Sera")
E' morto folgorato mentre stava pescando. Luigi Comazzi, pescatore di 66 anni, si trovava nelle acque della Roggia Mora, in località Cascina Val Lunga nel pavese. L'uomo sarebbe stato colpito da una scarica di 15 mila Volt mentre lanciava la lenza della sua canna da pesca (che è andata a urtare i cavi dell'alta tensione). Sull'episodio indagano gli agenti della polizia locale del paese.
sabato, luglio 24, 2004
Un bancarottiere giudica i bilanci della serie A
(Copyright "La Repubblica")
Un nuovo scandalo scuote la Federcalcio: un membro della Covisoc, l'organismo che controlla i bilanci delle società calcistiche, è stato condannato a due anni di carcere (in primo grado) per bancarotta fraudolenta. Il membro è di La Spezia, si chiama Giovanni Grazzini: è rimasto coinvolto in una vicenda di un fallimento, per circa 3 milioni di euro, e il tribunale l'ha condannato in primo grado per bancarotta fraudolenta. Grazzini ha tenuto tutto nascosto, in Federcalcio non sapevano assolutamente nulla: proprio quest'anno, infatti, il presidente Franco Carraro ha stabilito dei criteri di massimo rigore. Alla Covisoc ha affiancato, infatti, la Coavisoc, organismo d'appello. C'è stata, dopo lo scandalo dell'anno scorso delle fideiussioni false, massima attenzione da parte della Federcalcio. Ma purtroppo adesso è venuta a galla la notizia di questo membro della Covisoc che non aveva detto nulla della sua condanna. La novità è emersa proprio nei giorni in cui la Covisoc ha cancellato dalla serie A, dalla serie B e dalla serie C numerose società . Insomma, in un momento particolarmente delicato. In Figc, a Roma, sono rimasti stupiti e sbalorditi. E' probabile che presto Grazzini si dimetta. Il membro di La Spezia è uno dei cinque componenti della Covisoc, completamente rinnovata quest'anno dopo gli scandali dell'anno scorso. Il presidente dell'organismo di controllo sui bilanci delle società calcistiche è Cesare Bisoni. Lo scorso anno c'era Salvatore Pescatore che era rimasto coinvolto anche lui nell'inchiesta giudiziaria per le fideiussioni false. Pescatore era stato sentito di recente anche dalla commissione parlamentare di indagine sui problemi del calcio e alla domanda se aveva avuto pressioni aveva risposto che soltanto da parte di una società calcistica c'erano state delle pressioni nei confronti della Covisoc. La società era l'Aquila che lo scorso anno era stata iscritta ai campionati dal Tar e quest'anno non è stata nemmeno in grado di iscriversi alla serie C2. E' praticamente scomparsa. Ma torniamo al caso di Giovanni Grazzini. La questione è estremamente grave perché per quanto riguarda il calcio scommesse ci sono, ad esempio, due arbitri, Gabriele e Palabnca, che sono stati sospesi a tempo indeterminato soltanto perché hanno ricevuto un avviso di garanzia. Grazzini, invece, è stato addirittura condannato, anche se in primo grado. E' chiaro che ci sono due leggi, completamente contrapposte: nel caso dei due arbitri la punizione è stata davvero estremamente severa. Basta pensare, ad esempio, che Palanca vive praticamente di arbitraggio e non si sa quando e se potrà tornare ad arbitrare. La sua carriera, in pratica si può considerare conclusa. Perché è legata soprattutto alle decisioni dei magistrati di Napoli, che chiuderanno la loro inchiesta tra uno o due anni. Se va bene. La Federcalcio, invece, sta accelerando i tempi per quanto riguarda il calcio-scommesse: anche ieri dieci ore di interrogatori di numerosi calciatori, da parte degli 007 del generale Italo Pappa c'è ormai la convinzione che numerosi calciatori, oltre a scommettere sulle partite "sicure", hanno anche compiuto dei tentativi di combine. Coinvolti anche dei dirigenti. A questo punto è molto probabile che possano rischiare delle società . In Federcalcio si fa soprattutto il nome del Chievo e del Modena, mentre è ancora da stabilire la posizione della Reggina, della Sampdoria e del Siena. Le punizioni, se l'inchiesta si chiuderà in tempi brevi, saranno scontate nel campionato 2003-2004: questo vuol dire che il Chievo potrebbe rischiare di essere retrocesso all'ultimo posto in classifica e mandato in serie B: in questo caso verrebbe ripescato il Perugia che aveva perso lo spareggio con la Fiorentina. Per quanto riguarda il Modena, invece, il club è già retrocesso in serie B e quindi partirebbe il prossimo anno con una penalizzazione, probabilmente pesante, in classifica. Insomma, tra Covisoc, iscrizione ai campionati e calcio-scommesse un'altra estate infernale per la Federcalcio.
venerdì, luglio 23, 2004
Si filma e si spara: "Non dico perché"
(Copyright "La Stampa")
Diciott’anni e un grande, incontenibile mal di vivere. Ci ha pensato per mesi. Finché, ieri mattina, F.L. ha aspettato che uscissero di casa i genitori per mettere in atto il suo piano: ha girato un video con la telecamerina digitale che si portava sempre dietro, una sorta di testamento spirituale rivolto al mondo, poi è uscito, ha nascosto la videocassetta nell’androne del palazzo del suo migliore amico, l’ha chiamato al telefono perché recuperasse il plico, e s’è sparato. L’amico ha visto il video e ha avvertito i carabinieri. Tutto inutile. Sono rimasti di sasso i carabinieri di Ostia, quando hanno visto la scena. Mai suicidio è stato più elaborato: una pistola fissata dentro un armadio, un supporto a reggerla, un cavetto annodato al grilletto, sangue dappertutto. Ma ancor più raggelato è il colonnello che li comanda, Massimo Ilariucci, quando s’è reso conto di quale lucida follia reggeva il tutto. Il video, innanzitutto. Il diciottenne ha spiegato per filo e per segno le sue intenzioni. Uno sconvolgente dialogo con l’ignoto. "I motivi per cui mi uccido sono tre: il primo, il principale, non lo dirò mai; il secondo è che non voglio più soffrire, il terzo è semplice, tanto uno nella vita prima o poi deve morire, io accelero il processo". Ora nessuno si capacita di quanto è successo. I genitori, disperati, non sanno trovare una ragione. Alla sua scuola, il liceo privato "Vincenzo Pallotti", lo descrivono "discreto, timido, ma socievole". Frequentava il quarto anno dello Scientifico. Buoni voti, una bel giro di amici, piccoli flirt, nessun precedente penale. Nessun problema apparente. Ma nel suo animo montava una rabbia sorda contro tutto e tutti. Vedeva il suicidio come unica soluzione. Ci ha meditato sopra per tanto tempo, ma nessuno ha capito. Lo dice nel video: "Volevo gettarmi dal balcone, ma è un modo che ho scartato, perché temevo qualche gesto protettivo dell’ultimo istante. Poi ho pensato al veleno, ma era difficile trovare il cianuro". Chissà perché solo il cianuro. L’avrà visto alla televisione. Alla fine, ha optato per la pistola. Qualche mese fa aveva tanto insistito per andare al poligono. Aveva chiesto e ottenuto un porto d’armi "a uso sportivo". Poi, una settimana fa, ha comprato una pistola, regolarmente denunciata. Probabilmente pensava già all’uso che ne avrebbe fatto. Ieri mattina s’è alzato presto, come al solito. Ha aspettato che il padre, tassista, e la madre, infermiera, andassero al lavoro. Poi ha cominciato ad armeggiare con la telecamera. Ha filmato le sue collezioni di automobiline, di accendini e di pugnali. Ci teneva tanto. Per lui, erano importanti. Ha stabilito a quali amici dovessero andare in eredità . Quindi ha bloccato l’obiettivo con il cavalletto e s’è lanciato nel testamento spirituale. E qui, chi ha visto il video si è detto sconvolto. Alle parole: "Ci sarà un sacco di gente che cercherà di capire perché l’ho fatto. Diranno che i giovani non hanno più valori, che non sono sani. Che ho avuto una delusione sentimentale. Che partecipavo alle messe nere. Li lascerò parlare. Tanto io non ci sarò più e non me ne fregherà più niente". Ed è con questo sentimento trionfante di portarsi nella tomba il suo mal di vivere, di non dare a chi gli voleva bene la soddisfazione delle spiegazioni, di lasciarsi dietro solo dolore e interrogativi, che ha chiuso la registrazione. E ha tirato fuori la pistola.
giovedì, luglio 22, 2004
Nei villaggi del Darfur dove gli uomini non sanno più sperare
(Copyright "The Daily Telegraph")
Qui nella cittadina di Tawila, nel Darfur del Nord, mi portano a vedere le rovine del centro commerciale completamente bruciato. Poi parlo con una donna terrorizzata e con dei bambini lì attorno, che hanno vissuto le atrocità perpetrate quattro mesi fa. Alcuni fra loro oggi hanno per casa solo un riparo di sterpi. Guardarli, vedere i loro miseri effetti personali, i focolai per cucinare marci di pioggia, significa scrutare nell’abisso dell’inumanità dell’uomo verso i propri simili. Grazie al cielo "Save the children", l’ong che opera in questa zona, sta per portare loro coperte, teli di plastica e attrezzi da cucina. C’è anche in corso un’operazione di pronto soccorso medico che sta salvando Dio sa quante vite. Che cosa è successo a Tawila ? L’attacco della temibile milizia Janiaweed si è concentrato in un’area di 20 miglia attorno alla città . Circa 34 villaggi sono stati saccheggiati o bruciati, un centinaio di persone uccise, le donne e i bambini violentati e quasi l’intera popolazione costretta a fuggire nella savana. Quanto questo sia da imputare alla pulizia etnica è difficile stabilirlo. Gli esperti del governo sudanese potrebbero dire che è servito solo, insieme agli altri attacchi, a impartire agli abitanti del Darfur una lezione indimenticabile. In ogni caso, ciò che vedo è orribile. Perché il mondo è stato così lento a reagire ? Perché ci è voluto così tanto per salvare questa gente ? Stiamo parlando di un milione di profughi, di cui 700 mila hanno urgentemente bisogno di cibo e soccorso e 150 mila saranno completamente isolati dall’imminente stagione delle piogge. "Abbiamo bisogno di mille volontari in più - mi ha detto una fonte delle Nazioni Unite - ed è già tardi". Ma arrivare in questa remota parte del mondo è maledettamente difficile. Mancano del tutto le infrastrutture. Non c’è regola né legge. Le organizzazioni umanitarie hanno incontrato molte difficoltà nell’ottenere i visti per i loro collaboratori, anche se la situazione, dopo pesanti pressioni su Khartum, si è sbloccata. La sicurezza è usata come pretesto per impedire ogni movimento. Ci sono volute quattro ore di mercanteggiamenti per riuscire a entrare a Tawila. Come il segretario dell’Onu Kofi Annan ha recentemente scoperto il governo è estremamente desideroso di nascondere l’accaduto e le sue tremende conseguenze. La burocrazia governativa qui vive di vita propria e il regno del terrore, stabilito soprattutto per allontanare gli africani dai territori che gli arabi vogliono per sè, ha avuto conseguenze che sono andate persino al di là delle intenzioni: ha portato a una chiusura ermetica, che impedisce ogni tipo di comunicazione. I darfuriani sono così terrorizzati che non osano abbandonare i campi dove hanno trovato rifugio. Ho visitato un enorme campo vicino a El Fasher dove 30 mila dei 40 mila occupanti sono bambini. Gli uomini cercano lavoro per cercare di tirare avanti. I bambini sono traumatizzati. Le donne sono impaurite. Molti rifugiati occupano le case altrui e questo porta ulteriore confusione. E’ impressionante sentirli parlare dell’incombenza domestica quotidiana più consueta in tutta l’Africa, andare a far legna. "Se mandi gli uomini saranno uccisi. Se mandi le donne o i bambini saranno violentati. Se mandi le vecchie si limiteranno a picchiarle". E’ tristissimo il destino dei rifugiati che sanno che la loro casa, e tutto quel che hanno, probabilmente è stato distrutto. Mentre visitavamo il campo di El Fasher giravano attorno alla nostra auto, senza mendicare, senza chiedere nulla, ma con grandi sorrisi pieni di aspettativa. Potevamo forse fare qualcosa per cambiare la loro vita ? E’ quel sorriso che ti spezza il cuore. Da metà luglio a metà agosto è stagione di semina ma c’è ben poco da seminare. Le scuole nella regione che ho visitato o sono state distrutte, o sono chiuse, o sono occupate dai rifugiati. Ci sono, come è facile immaginare, un sacco di armi in circolazione. Gli uomini armati sono assai rispettati perché si pensa che possano tenere a bada i Janjaweed. La cosa peggiore è che il regno del terrore ha talmente sparpagliato la popolazione che diventa sempre più difficile nutrirla. Sia Port Sudan sia Libya offrono molte vie di approvvigionamento ma portare viveri a piccole sacche di rifugiati implica l’uso di un grande numero di mezzi e quando inizierà a piovere si bloccherà tutto. Si parla di elicotteri, ma costano troppo. E con le piogge arriveranno i problemi di salute. Dati il sovraffollamento e la malnutrizione sarà un miracolo se non scoppierà un’epidemia. Se avete fede pregate perché un’epidemia non si aggiunga alle disgrazie del Darfur. Banalmente, serve con urgenza una forza di pace. L’ipotesi che il governo del Sudan dispieghi il suo esercito terrorizza la popolazione. L’Onu è impegnato in Iraq. L’Unione africana ha promesso 300 uomini, del tutto insufficienti; e il governo sudanese ha stabilito che dovrà limitarsi a vigilare sul cessate il fuoco mentre la protezione dei sudanesi spetta solo al governo nazionale. Impasse. E tuttavia, la stretta osservanza della legge potrebbe pregiudicare l’urgente operazione di soccorso. E’ una regione pericolosa per gli interventi umanitari. Ci sono un mucchio di "forse" riguardo al futuro del Darfur. Forse riusciranno ad arrivare abbastanza volontari per affiancare quelli già all’opera. Ma il tempo è poco, occorre raccogliere fondi, non è facile entrare nella regione e occorre un aiuto professionale. Forse il governo del Sudan manterrà la parola e obbedirà alle richieste di Kofi Annan e del segretario di Stato americano Colin Powell, richiamando le bande di assassini. Ma Karthum è maestra di attendismo. Sono convinto che la maggior parte dei governanti, desiderando fare bella figura sulla ribalta internazionale, fosse contraria a ciò che è accaduto nel Darfur. Ma ci sono elementi che teorizzano la linea dura e sono stati loro a prevalere. Un attento monitoraggio della situazione è d’obbligo se si vuole rimettere ordine nel Darfur. Forse i camion e gli operatori arriveranno in tempo per salvare gli abitanti di questa sperduta regione dalla morte per fame. Forse le piogge non saranno troppo forti, abbondanti quanto basta per aiutare le coltivazioni - se ce ne dovessero mai essere - ma non tanto da fermare gli aiuti. Forse, dopo tutto, ci sarà una forza di pace in grado di ristabilire un minimo di regole. Ma la strada è tutta in salita.
mercoledì, luglio 21, 2004
Spadaccino compra carceri
(Copyright "Il Tempo")
Come sia accaduto, è ancora oggi un mistero che né il vecchio titolare, Giulio Tremonti, né il nuovo ministro dell'Economia, Domenico Siniscalco, sono in grado di sciogliere. Fatto sta che il loro amato Tesoro oggi si ritrova socio di uno spadaccino. Anzi, di un rinomato maestro d'armi che li assiste non nel tirare di scherma e fioretto (e ne avrebbero bisogno), ma nella costruzione delle nuove supercarceri italiane. Lo spadaccino in questione, è Renzo Musumeci Greco, titolare di una delle più celebri scuole d'arma della capitale. Uno che ha insegnato a muovere i primi passi in pedana all'attuale direttore del "Corriere della Sera", Stefano Folli, e a molte celebri firme del giornalismo italiano che lì andavano quasi per gioco. Figlio d'arte, perché con il padre quasi omonimo, Enzo, ha insegnato i fondamentali della scherma a una sfilza impressionante di attori impegnati in polpettoni di cappa e di spada. Il padre ha firmato kolossal come "Ben Hur", insegnato a Tyron Power, Erroll Flynn; Burt Lancaster e Vittorio Gasmann. Renzo ha pensato alle generazioni successive: prima Giancarlo Giannini e Massimo Ranieri, poi Kim Rossi Stuart e Monica Bellucci, con cui si è fatto immortalare durante una lezione. Chissà , forse un giorno nella sua palestra è apparso il vulcanico Massimo Ponzellini, desideroso di riacquistare la linea prima di trasferirsi in una di quelle spiagge a cui la sua Patrimonio spa non riesce a fare pagare uno straccio di canone decente. I due devono essersi piaciuti. Perché poi, proprio lì al Tesoro, si sono trovati. compagni di avventura. E quando lo scorso anno Patrimonio dello Stato spa, di cui Ponzellini è amministratore, ha deciso di iniziare la sua missione operativa valorizzando tutti i beni immobiliari del Tesoro, le strade di sono unite. Ponzellini ha dato i natali a una società per azioni, la Dike Aedifica, ha fatto sottoscrivere 950 mila azioni alla Patrimonio spa; e ne ha vendute le restanti 50 mila (il 5% appunto) al suo maestro d'armi preferito: Renzo Musumeci Greco. La strana coppia nella Dike Aedifica ha una missione di non poco conto: "il compito di realizzare interventi di edilizia giudiziaria e penitenziaria". Per un anno la società se ne è stata con le mani in mano, ma la scorsa primavera, come informa la relazione al bilancio 2003, è stato finalmente firmato "il decreto di trasferimento relativo ad un primo gruppo di ex penitenziari a Patrimonio dello Stato, un segnale positivo nell'ottica di un imminente avvio dell'operatività dell'azienda". Senza beni l'avventura dello spadaccino per ora non è stata entusiasmante, e ha dovuto sborsare circa 10 mila euro per coprire la quota parte delle perdite 2003 della Dike Aedifica: 202.910 euro. Ma gli affari della strana coppia di cappa e di spada sono ormai all'orizzonte...
martedì, luglio 20, 2004
"George, uno studente mediocre e sprezzante"
(Copyright "La Stampa")
Uno studente mediocre e sprezzante: questo era l’uomo che oggi regge le sorti degli Stati Uniti, e quindi del mondo. A ricordarlo così è uno dei suoi professori alla Harvard Business School, dove George Bush negli Anni 70 frequentava un Master of Business Administration. Yoshihiro Tsurumi, che dal 1972 al 1976 insegnò economia internazionale, lo ricorda tra i peggiori degli 85 studenti che, il primo anno, frequentarono il suo corso di "Analisi gestionale ambientale", una materia che comprendeva elementi di macroeconomia, economia internazionale e politica industriale. I ragazzi dovevano discutere, per 90 minuti più volte alla settimana, casi esemplari. Tsurumi ricorda che il futuro presidente era tra i peggiori: nel 10 per cento che aveva i voti più bassi. Trent’anni dopo, Tsurumi dice ricorda ancora il suo atteggiamento superficiale e le osservazioni assani banali: "Ogni volta che ci incontravamo per caso, sentiva il bisogno di dirmi qualcosa, sempre rivelatrice dei suoi pregiudizi". La Casa Bianca, interpellata per una risposta a queste dichiarazioni, ha scelto di tacere. Adesso Tsurumi insegna economia internazionale alla City University di New York ma conserva un’ottima memoria di quello studenti che esibiva il suo estremismo di destra con commenti estemporanei sul New Deal degli Anni 30 - "è uguale al socialismo" - o la Commissione che doveva regolare le società e gli scambi di borsa - "nemica del capitalismo" -, fino allo sprezzante: "I poveri sono poveri perché sono pigri". Bush vantava in continuazione la sua influente famiglia. "Non si distingueva certo per essere uno studente brillante - ricorda Tsurumi -. In compenso ci ricordava in continuazione le sue relazioni altolocate. Non si vergognava affatto di andare avanti solo grazie alle relazioni di papà ". Tra i favoritismi, ci sono anche le manovre politiche di George Bush Sr. per portarlo nella Guardia Nazionale del Texas, che gli avrebbe risparmiato il servizio militare in Vietnam. E ai suoi compagni che cercavano lavoretti estivi per pagarsi gli studi, Bush parlava del viaggio a Pechino dal padre, allora inviato speciale degli Stati Uniti in Cina. Quanto ai gusti cinematografici, Tsurumi ricorda il suo commento a una proiezioni di "Furore" di John Ford, scelto a commento della Grande Depressione: "Film trito e sdolcinato". A quel tempo Tsurumi pensava che George W. volesse diventare, come sognano tutti gli studenti di economia, presidente di una società . "Mi ricordo di aver pensato: se Bush lo diventa, che Dio la mandi buona a clienti e dipendenti". Quando scoprì che il suo ex allievo puntava alla presidenza degli Stati Uniti, cercò di informare l’opinione pubblica su chi era stato l’allora governatore del Texas all’Università , ma non trovò orecchie per ascoltarlo. Adesso ci riprova. "Dopo tre anni di presidenza Bush, la gente sembra più incline a credere che la sua mediocrità fosse chiara già negli anni di Harvard".
domenica, luglio 18, 2004
Tutte le battaglie dell'Alieno, dai manifestini al federalismo
di Giorgio Bocca (Copyright "La Repubblica")
Ho conosciuto Umberto Bossi un mattino dell'aprile '93 nella sede della Lega a Milano, in via Arbe. Nell'anticamera del suo ufficio c'erano i giornalisti di "Time" ancora sbalorditi dal Bossi che per riceverli si era messo un abito nuovo color nocciola e una cravatta a fiori. Umberto era decisamente soddisfatto e a ragione. Solo sei anni prima friggeva le patate nelle feste di paese e andava ad attaccar manifesti di notte con una sbarra di ferro a portata di mano. "Guarda, dissi a quello che mi voleva far smettere, che ti apro dalla punta dei capelli ai piedi. Non scherzavamo allora". Di Bossi non si è mai capito bene quando parla sul serio e quando per scherzo, ma per lui è la stessa cosa fin che funziona. Quella volta in via Arbe attaccò alla grande: "Perché vedi come diceva Kant le teorie idealistiche hanno il difetto di non essere scientifiche". Cercai di bloccarlo: "Umberto, è vero che nei primi anni ti facevi i tuoi centomila chilometri l'anno in auto ?". "Anche i centocinquanta, i duecento". "Ma per fare che ?". Sorrise: "Per spargere il nostro veleno silenzioso, il nostro giornale, Autonomia lombarda". "Ma non si chiamava Nord Ovest ?". "Quello era il sottotitolo. Su mille copie che distribuivamo rispondevano in due, in tre. Allora passammo ai manifestini e lì devi metterci ben chiaro il telefono della sede regionale". "Mi hanno detto che il numero era quello di casa tua". "Beh, allora eravamo tre o quattro e io non ero ancora convinto, volevo fare il lavoro di elettromedico. Ero entrato nell'équipe del professor Zuffi di Pavia quello dei trapianti di cuore. Ti ripeto che non volevo entrare in politica, venivo da una gioventù balorda ma quando tu hai capito una cosa, ne sei certo, come fai ad abbandonarla ?". Più che una gioventù balorda era una gioventù avventurosa, la madre si lamentava con i vicini che l'Umberto "dorme invece che andar a lavorare". Ma dormiva perché aveva passato la notte a far politica dietro quella sua idea fissa: "La politica è fatta di automatismi: se hai i soldi comperi i consensi, se hai i consensi vinci le elezioni e ottieni il potere, se hai il potere trovi altro denaro. Loro credevano che fossero degli automatismi sicuri, infallibili e invece è bastato metter un bastone in quell'ingranaggio per farlo saltare. Non si sono accorti di noi negli anni in cui potevano schiacciarci, ma noi eravamo come gli indiani che tirano le frecce e spariscono o come alieni, gente di un altro pianeta, non capivano il nostro linguaggio, proprio non capivano chi potessero essere questi provinciali che non si occupavano della lotta di classe ma del dialetto e della tradizione". I primi ad accorgersi dei leghisti furono i preti che mandarono quelli di Comunione e Liberazione per "impacchettarli" come dice Bossi, ma l'Umberto è un furbo, accoglie da amico un industrialotto di Cl di quelli "tutto casa, chiesa e carnevale di Rio" che gli trova una sede a buon mercato e convinto di averlo giocato va in giro per Monza a dire che il vero segretario della Lega è lui. E' lì che Bossi inventa il doppio tesseramento, quello per i compagni di strada di cui non fidarsi e quello per i veri leghisti. Cercai nuovamente di bloccarlo: "Sai che cosa mi colpisce in te, Bossi ? La tua sicumera, questo tuo modo nasuto, occhialuto, arruffato di affrontare i misteri e gli inganni del mondo. E credi di essere seguito da questi italiani che votano Lega che potrebbero portarti al governo del paese. Non ne sei spaventato ?". "No, nessuno spavento. Noi abbiamo la fortuna di essere pirati e i pirati vincono perché sono capaci di decisioni rapide. Io sono un democratico realista. No, non ho paura di governare. Mi sono convinto che la gente sa che cosa le abbiamo dato, senza di noi saremmo ancora al CAF, a Craxi Andreotti Forlani". Dicono che Bossi dietro le sue maniere bizzarre di autodidatta e di demagogo sia un autentico uomo politico, e ora che sta sulla soglia del governo, incerto se restare o andarsene, si prepara all'ennesima astuzia: trasformare la sua malattia in un'occasione di smarcamento politico. E' uno che negli anni di fondazione della Lega ha intuito che si era formato in Lombardia e nell'Italia del Nord un nuovo protagonista sociale, una piccola borghesia che si era lasciata alle spalle il proletariato, che si era arricchita e voleva contare anche politicamente. E' difficile dire quante manifestazioni pacchiane o balorde del leghismo siano dovute a Bossi e quante a questo ceto sociale emergente privo di cultura, di gusto e orgoglioso di esserlo. Certo Bossi era ed è ancora uno dei loro, lo sanno tutti coloro che sono saltati sul carro della Lega solo per avere successo, tutte le volte che si sono scontrati con il senatur la base si è schierata dietro di lui. Il gruppo dirigente della Lega faceva politica in modo sconosciuto in Italia. All'organizzazione pesante, costosa dei partiti opponeva la sua agile, leggera: il bar di un paese diventava una sede del movimento, i fax sostituivano i collegamenti fissi, costosi, il controllo del movimento restava affidato a un piccolo gruppo di fedelissimi, i convegni del movimento non hanno mai avuto una funzione di progettazione e di guida che restava nelle mani di Bossi e dei suoi stretti collaboratori. In occasione dell'ultimo successo elettorale Bossi ha dichiarato "la Lega è indistruttibile". In parte è vero. Finché il glocal, cioè la convivenza del globale con il locale resterà una delle giunture delicate e contraddittorie della società moderna, movimenti come la Lega troveranno ragione di esistere. Si aggiunga che la disunità d'Italia non è un'invenzione letteraria o sociologica, ma un dato di fatto che non ha paragoni nel resto d'Europa, persino nell'Europa mediterranea. La soluzione di questa disunità ideata dalla borghesia liberale di cooptare gli interessi mafiosi a fini nazionali, di accettare a Roma come notabili politici gli stessi che a Palermo sono vicini alla Onorata società , a cui ricorrere prima del voto con promesse di privilegi e di impunità ha impedito al nostro Stato di essere uno Stato di diritto, ha impedito nelle grandi regioni meridionali di stabilire rapporti sociali ed economici moderni, relativamente trasparenti, non coperti perennemente dalle doppie morali, dalla doppia appartenenza al legale e all'illegale. La storia politica del Sud procede immutabile: e in questo la Lega ha uno strumento di continuità davvero formidabile.
sabato, luglio 17, 2004
La legge sul conflitto d'interessi salva Silvio, ma inguaia i suoi ministri
(Copyright "Il Corriere della sera")
La Credieuronord è considerata la banca della Lega Nord, cioè di un partito politico. Ma è pur sempre un istituto di credito. Nel quale, dettaglio non trascurabile, in base alla legge sul conflitto d'interessi i membri del governo non possono avere incarichi. E se per il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, proprietario dell'impero economico che fa capo alla Fininvest (nonché della squadra di calcio del Milan), le nuove regole non cambieranno una virgola, così non sarà per il leghista Maurizio Balocchi, sottosegretario all'Interno. Consigliere della banca Credieuronord, si dovrà dimettere. Il suo collega Stefano Stefani, vicepresidente esecutivo di quell'istituto, non lo imiterà solo perché si è già dimesso dalla carica di sottosegretario alle Attività produttive. Altrimenti la banca sarebbe stata letteralmente decapitata. Quello di Balocchi, in un governo nel quale abbondano professionisti e imprenditori, non è tuttavia un caso isolato. La legge prescrive che chi sta al governo non possa "ricoprire cariche o uffici o svolgere altre funzioni comunque denominate ovvero esercitare compiti di gestione in società aventi fini di lucro". Ma nemmeno esercitare "attività di lavoro autonomo in materie connesse all'incarico". Questo significa che se fosse stato ancora sottosegretario all'Interno Carlo Taormina non avrebbe potuto esercitare il mestiere di avvocato penalista. Ma forse pure che il sottosegretario alle Attività produttive Mario Valducci, esponente di Forza Italia ed ex dirigente della Fininvest, sarà costretto a lasciare la presidenza del collegio sindacale della Servizio grande distribuzione srl, visto che, fra l'altro, il suo ministero ha competenze sul commercio. E che il sottosegretario all'Economia Daniele Molgora dovrà cedere a sua volta il posto di presidente dei revisori dell'impresa meccanica F.I. automazione. Ma, poi, che ne sarà degli altri suoi numerosi colleghi che amministrano società , attraverso le quali vengono gestite le proprietà immobiliari (spesso non trascurabili) di famiglia ? Il sottosegretario alla Giustizia Michele Vietti è socio amministratore di ben quattro immobiliari: San Fermo, Agricola Mappano, San Michele e San Luigi. Giovanni Dell'Elce, sottosegretario alle Attività produttive sopravvissuto a uno spaventoso incidente con l'elicottero, è presidente del consiglio di amministrazione della Immobiliare Mazzini 20 srl. Oggetto sociale: compravendita immobiliare di beni propri. Nemmeno chi ha pensato di risolvere il problema, ben prima che la legge venisse approvata, passando proprietà e attività ai familiari, potrà dormire sonni proprio tranquilli. L'Antitrust terrà un faro acceso anche su di lui, dato che la legge considera conflitto d'interessi il caso in cui un ministro ponga in essere un qualsiasi atto che possa favorire il coniuge o i parenti fino al secondo grado. Il caso per eccellenza è quello di Pietro Lunardi, fondatore del gruppo imprenditoriale che gravita intorno alla società di ingegneria Rocksoil, ora posseduto dalla moglie Maria Paola e dai figli Martina, Giovanna e Giuseppe. E c'è anche quello di Mario Baldassarri e delle due società di consulenza che fanno capo a lui (Mac Italia e Sefi - Strategie economiche e finanziarie per le imprese legali). A differenza di Lunardi, però, il viceministro dell'Economia è rimasto azionista, insieme ai figli Marta, Pierfrancesco e Pier Luca. Fino a qualche giorno fa era anche presidente. Quelli che dopo l'ingresso al governo si sono liberati delle proprietà che avrebbero potuto generare conflitti d'interessi, del resto, si contano sulle dita di una mano. Il ministro dei Beni culturali Giuliano Urbani ha ceduto le poche azioni che aveva della società Domina Vacanze di Ernesto Preatoni (di cui era anche consigliere). E anche la sua società di consulenza ha chiuso à battenti. Letizia Moratti, ministro dell'istruzione, già titolare del gruppo di brokeraggio Nikols e azionista della società di telecomunicazioni Ipse, non risulta avere più alcuna carica né possedere, almeno direttamente, pacchetti azionari. Nel 2001 l'ex ministro dell'Economia Giulio Tremonti ha ceduto la titolarità del proprio studio tributario, anche se risulta tuttora proprietario della immobiliare Crocefisso srl. Il sottosegretario all'Interno, Antonio D'Alì, ex azionista della Banca Sicula, poi confluita nella Comit e quindi nel gruppo Banca Intesa, è invece titolare di un paio di società a Trapani, fra cui un'impresa di costruzioni. Il suo collega degli Esteri Mario BaccÃni possiede un terzo di una società di grafica pubblicitaria e cartellonistica (Saro Italia) che lavora, fra l'altro, per la Menarini farmaceutica e per l'Unione petrolifera. Il sottosegretarÃo alla Difesa Filippo Berselli controlla invece il 7% della New media srl. Mentre il ministro delle Pari opportunità Stefania PrestÃgiacomo è socia della Vaeva srl: aziende agricole, mobili, eccetera. Ma la nuova legge sul conflitto di interessi potrebbe avere conseguenze anche su chi, stando al governo, ricopre altri incarichi pubblici. L'articolo 2, infatti, lo vieta espressamente. Si tratta ora di vedere se in questa casistica ricade o meno Luigi Mazzella. Il ministro della Funzione pubblica è l'Avvocato generale dello Stato. Naturalmente è stato collocato fuori ruolo dal 14 novembre 2002; quando è entrato nel governo. Ma non è stato sostituito, se non da un facente funzioni nella persona di Giuseppe Stipo. L'incarico di capo dell'Avvocatura è quindi ancora formalmente suo. Fino a quando il presidente dell'Antitrust (con ogni probabilità il successore di Giuseppe Tesauro) non deciderà il contrario.
venerdì, luglio 16, 2004
L’America in bolletta: le coppie in bancarotta
(Copyright "La Stampa")
Ricerca della scuola migliore per i figli o acquisto di una casa più spaziosa. Case ricolme di beni non indispensabili ed autobomibili di grido. Abitudine al consumo, ambizione personale e pressione sociale spingono gli americani a spendere oltre le proprie possibilità ed il risultato, dati alla mano, ha portato il numero delle famiglie in bancarotta a superare quello dei divorzi. Il conteggio si deve allo studio sul "Perché madri e padri della classe media finiscono in bancarotta" realizzato a quattro mani da Elizabeth Warren, docente di diritto societario alla Law School dell'Università di Harvard, assieme alla figlia Amelia Warren Tyagi, già consulente finanziaria della "McKinsey". I numeri aiutano a descrivere l'entità del fenomeno. Nel corso del 2003 le famiglie che hanno fatto fallimento - ovvero si sono trovate impossibilitate a far fronte alle proprie uscite mensili - sono state 1.625.208 ed a questo ritmo alla fine del 2004 saranno il 2,7 per cento del totale mentre il numero dei divorzi - secondo gli ultimi dati resi noti del Centro sanitario nazionale - è stato nel 2002 di 949.214, in discesa rispetto ai 957.200 del 2000. Paradosso vuole che scomponendo le cifre ci si accorga che è il matrimonio la "trappola per due" - come la definiscono Warren e Tyagi - che accelera il collasso finanziario perché l'impennata delle spese si registra in coincidenza con la crescita ed il consolidamento del nucleo famigliare. I coniugi iniziano a fare debiti per trasferirsi dai piccoli appartamenti dove vivevano da singles in case nei sobborghi urbani che considerano più tranquilli ed eleganti. Subito dopo arriva il momento dell'assicurazione sanitaria privata. Il servizio pubblico è da anni una piaga del sistema federale e per garantirsi dal rischio di malattie e gravi incidenti, mariti e mogli sottoscrivono polizze a molti zeri, per mantenere le quali devono impegnare buona parte dei propri stipendi. Quando arrivano i figli, alle già esistenti pendenze finanziarie si sommano le spese per l'istruzione presente e futura: da subito quelle per asilo, scuole elementare e medie inferiori e in prospettiva quelle ancora più onerose per consentire agli eredi di poter studiare nelle Università migliori. I costi dell'istruzione superiore sono tali - la Business School di Harvard arriva a costare 60 mila dollari l'anno - che si sottoscrivono particolari programmi di accumulo finanziario quando i figli hanno cinque o sei anni per poter essere pronti a pagare ciò che serve quando ne avranno venti o più. La "trappola" sta nella somma degli oneri finanziari assunti che destinano ad uscite fisse gran parte dei salari dei coniugi. "Il corto circuito avviene quando un evento imprevisto come la morte di un coniuge, una grave malattia o la perdita del posto di lavoro - ha scritto la Warren - rompe l'equilibrio fra entrate ed uscite, trasformando l'indebitamento sottoscritto in qualcosa di non più sostenibile e trascinando l'intera famiglia verso la bancarotta". Tali "imprevisti" rischiano di diventare più numerosi a seguito del cambiamento di direzione della Federal Reserve che nella sua ultima seduta ha deciso di tornare ad aumentare i tassi di interesse ponendo fine a quasi quattro anni di riduzioni. Tassi più alti significa interessi più salati da pagare sui debiti, a cominciare dai mutui per la casa, un vero e proprio boom degli ultimi anni. L'abitudine delle famiglie americane infatti è di contrarre mutui non a tasso fisso ma a tasso variabile, per poi rinegoziarlo dopo un periodo breve - da tre a cinque anni - al fine di ottenere condizioni migliori. Ma il tentativo di spendere di meno in futuro si trasforma, per via del rialzo dei tassi, in un'ulteriore "trappola". E non solo sul fronte del mutuo ma su quello, ancor più minaccioso delle carte di credito. L'intera vita di un cittadino medio è scandita da spese fatte con la carta di credito. C'è più fiducia nella sicurezza delle transazioni rispetto all'Europa e i "soldi di plastica" vengono usati per fare acquisti al supermercato, per comprare giocattoli e bere un semplice caffè come anche per impegni più onerosi come le rate di un'automobile o quelle necessarie per pagare all'agenzia di viaggio le vacanze per tutti i componenti della famiglia. Alla fine del mese arriva a domicilio l'estratto conto della carta di credito al quale bisogna rispondere inviando per posta un assegno ma, a differenza di quanto avviene in gran parte dei Paesi europei, l'abitudine è di non pagare l'intera somma ed accumulare presso la carta di credito un debito che, mese dopo mese, anno dopo anno, può arrivare a misurarsi in decine di migliaia di dollari. Il lato positivo di questo sistema di pagamento è la possibilità che il cliente ha di negoziare il proprio debito con altre società di carte di credito - offrendosi di venderlo in cambio di tassi più favorevoli - ma quello negativo è legato, anche qui, all'aumento dei tassi di interesse che fanno lievitare rapidamente, ed a dismisura, le uscire mensili. "Quando uno dei coniugi non è più in grado di pagare le spese della carta di credito il nuclero famigliare entra in una spirale - ha osservato la Warren - destinata a terminare con la progressiva perdita di tutto ciò che si possiede, ovvero il collasso". Le cronache delle ultime settimane sono disseminate di storia-fotocopia: da Dale Gravelle di Attleboro, in Massachusetts, obbligata a prendere soldi in prestito per far fronte ad un debito con la carta di credito di 22.500 dollari alla famiglia Carnaghi di St Clair Shores, Michigan, obbligata a cambiare casa da un'esposizione cumulativa di oltre 80 mila dollari. L'indebitamento delle famiglie americane non ha eguali sul Pianeta, ammontando alla stratosferica cifra di 8,9 miliardi di dollari. Come fare ad evitare il ko finanziario, salvando le sorti di una famiglia media ? Alcuni suggerimenti al cittadino comune sono raccolti nell'"Ultimate Credit Handbook", un manuale di indicazioni pratiche, fra finanza e buon senso, confezionato dal consulente Gerri Detweiler. Ecco cosa consiglia: ottenete interessi più bassi sui vostri debiti; spendete meno di quanto guadagnate e risparmiate il più possibile; destinate una parte importante del vostro budget per assicurarsi contro decessi, gravi malattie ed incidenti stradali; lavorate e conservate con premura il vostro posto di lavoro; trattare il datore di lavoro come se fosse un vostro cliente e cercate sempre nuove opportunità di guadagno. Ma, soprattutto, "quando si tratta di shopping fate scelte coscienziose, evitate di acquistare ciò che non vi serve".
giovedì, luglio 15, 2004
Scoperto mentre ruba cipolle, muore d'infarto per lo spavento
(Copyright "Il Corriere del Mezzogiorno")
Per sfuggire alla reazione di un agricoltore che lo avrebbe sorpreso a rubare alcune cipolle in un terreno di sua proprietà , un uomo di 76 anni di Racale, nel leccese, ha tentato di allontanarsi con il proprio ciclomotore. Ma la fuga è terminata poco dopo: è stato colto da infarto ed è morto.
mercoledì, luglio 14, 2004
Colao Meravigliao
di Pietrangelo Buttafuoco (Copyrighr "Panorama Economy")
Bella è la faccia del quarantenne Vittorio Colao ora al vertice di Vodafone e a partire da agosto amministratore delegato di Rcs Media-Group, praticamente capo della più rognosa tra le gatte da pelare, ossia il "Corriere della Sera" che non può avere Megan Gale come testimonial (a meno di non riprendere la minigonna di Gianni Agnelli che Paolo Mieli fece indossare al giornale ai tempi della sua direzione). Ma siccome la gatta è una gatta, questo signore bresciano che arriva dal successo e va verso la visibilità pop dovrà svegliare dal letargo tipico del contenitore generalista (manco fosse "Domenica In") il giornale di via Solferino. Per giusta scienza la presidenza specifica sui quotidiani è stata assegnata a Piergaetano Marchetti. Ma il gioiello di famiglia è appunto la preoccupazione principale e retroscena impone che solo sul destino prossimo del giornale milanese si risolvano le partite più importanti - prova ne sia che la tribuna dello stadio di Firenze, culla di Diego Della Valle (uno dei nuovi arrivati in proprietà ), è diventata appuntamento obbligato per gli aspiranti direttori - ma questo è un altro discorso, quel che ci importa adesso è dire che tutti - conclusa l’era di Cesare Romiti - s’aspettano la mossa di Colao. La biografia del nostro eroe vanta poche frivolezze: è infatti inadeguato rispetto al ciacolare dei suoi interlocutori della proprietà , non è tipo da Acqua di Parma né da scarpettine, forse gusta le arance di Salvatore Ligresti, certamente è forgiato alla stessa fucina di Corrado Passera e Alessandro Profumo, ossia la McKinsey, e la sostanza di Colao, infatti, è quella del bocconiano che s’è guadagnato galloni nell’economia aziendale e non nelle pubbliche relazioni: si parrà di sua futura nobilitate quando rimetterà in riga tutto il cosiddetto nuovo capitalismo della bella gente altrimenti noto come "patto di sindacato".
lunedì, luglio 12, 2004
Juventus, spunta lo spettro dell'Epo
(Copyright "Il Corriere della Sera")
Variazioni ematiche non fisiologiche, e dunque, in diversi casi, riconducibili a somministrazione di eritropoietina. Farmaci assunti in dosi massicce dai giocatori per scopi differenti rispetto alle indicazioni terapeutiche. Le conclusioni dei due periti, nominati nel gennaio scorso dal giudice di Torino, Giuseppe Casalbore, fanno tremare la Juventus e scuotono clamorosamente il processo. Alla ripresa del dibattimento, dopo cinque mesi di stop, che vede imputati per frode sportiva il medico Riccardo Agricola e l'amministratore delegato Antonio Giraudo, la società bianconera ha subito infatti colpi pesantissimi. Il primo attacco, nelle otto ore complessive dell'udienza, è stato sferrato dal professor Giuseppe D'Onofrio, direttore del servizio emotrasfusione del Policlinico "Gemelli" di Roma, uno dei super esperti (l'altro è il professor Eugenio Muller, farmacologo dell'Università di Milano) a cui si è affidato il giudice. D'Onofrio ha illustrato le 132 pagine del suo lavoro lungo tre mesi: secondo l'ematologo (lo stesso che effettuò la super perizia nel processo di Ferrara al professor Francesco Conconi), gli sbalzi dei valori di emoglobina non sono tutti "fisiologici e compatibili con la normale attività sportiva. E' quindi possibile, in alcuni casi, che le variazioni siano determinate da stimolazione dell'eritropoiesi (attraverso l'Epo, ndr). Stimolazione quasi certa nei due casi acuti, molto probabile in quelli cronici". I due casi acuti si riferiscono ad Antonio Conte e Alessio Tacchinardi. Mentre gli altri nomi citati in aula sono quelli di Deschamps, Ferrara, Peruzzi, Montero, Torricelli, Di Livio, Birindelli e Dimas. La Juventus, sotto accusa per il periodo che va dal '94 al '98, l'epoca dei grandi successi targati Marcello Lippi, neo c.t. della nazionale, ha replicato con i suoi consulenti Alberto Grossi e Pier Mannuccio Manucci: "Sono soltanto ipotesi, da non portare in un'aula di tribunale dov'è in gioco la vita e la reputazione delle persone". E il dottor Agricola: "Conte e Tacchinardi erano infortunati, perché avremmo dovuto dargli l'Epo ?". Poi, è stata la volta del professor Eugenio Muller. Il farmacologo milanese, che concluderà giovedì prossimo (su Voltaren e creatina) la sua deposizione, ha preso in esame i primi due medicinali contestati alla Juventus: il Neoton e l' Esafosfina. E anche in questo caso, le conclusioni sono piovute come macigni addosso ai bianconeri. Quei medicinali, infatti, sono stati usati, secondo Muller, "senza ispirarsi a criteri clinico-terapeutici", ma solo perché in grado di influire sul "metabolismo energetico muscolare" o "liberare energia utilizzabile ai fini della prestazione motoria". Secondo Muller, uno dei massimi esperti sulla scena mondiale, si ravviserebbero una "gestione farmacologica non trasparente (documentazione carente e assenza di prescrizioni nelle cartelle mediche dei giocatori, ndr) e un uso di medicinali sfrenato e non razionale". Molto soddisfatto, comprensibilmente, il pm Raffaele Guariniello, titolare dell'inchiesta. "Un buon lunedì ? Vedete voi. Dall'udienza sono emerse cose molto interessanti, ma l'ultima parola spetterà al giudice». Quella che forse teme, ora e sempre di più, la Juventus.
domenica, luglio 11, 2004
Il retroscena
di Furio Colombo (Copyright "L'Unità ")
Il retroscena è che non c’è alcun retroscena. Tutto si svolge sul palcoscenico pubblico nel quale Berlusconi si muove senza imbarazzo e da padrone, mentre dalla platea ci sono sempre spettatori che ti sussurrano: non essere ossessionato da quella immagine, da quello che fa o cerca di fare. Non è importante quel che fa lui. L’importante è ciò che avviene da un’altra parte. E ti indicano un punto buio e lontano nel quale - a quanto pare - esiste il vero altrove, il luogo in cui accadono le cose che contano. Intanto il Berlusconi mattatore va avanti con il suo spettacolo che comprende l’interim di tutto il potere economico, dopo avere assunto da tre anni l’interim di tutta la comunicazione in Italia, e avere messo tutti i suoi uomini migliori al lavoro per recare danno - possibilmente danno irreversibile - a tutto ciò che Berlusconi e i suoi non controllano direttamente, come la giustizia e la scuola. A Berlusconi va riconosciuta faccia tosta e risposte pronte. Quando perfino coloro che si sono dimostrati con lui pazienti come con nessuno al mondo, stavano per dire che il troppo è troppo (dominio di tutta l’economia, per uno che, nel Paese, rappresenta quasi tutta l’economia) lui se l’è cavata inserendo in un suo monologo tre parole ("solo pochi giorni") a proposito dell’interim del superministero. Da quando sta sulla scena, come noi tutti sappiamo, Berlusconi non ha mai mantenuto una parola data (il caso più clamoroso: la legge sul conflitto di interessi). Ma tutti gli credono. E mostrano di aspettare a momenti la nuova nomina. Qualcosa fa pensare che se i pochi giorni saranno poche settimane (che, montate quattro a quattro, possono comporre pochi mesi) non ci saranno scatti di ira. Dopo tutto lui si è impegnato. E questo ha sgombrato il campo dal problema. Si può guardare avanti. Poiché non sta bene occuparsi a tempo pieno del problema vero (Berlusconi e il suo spettacolo devastante per il Paese, causa di meraviglia, di ilarità e di disprezzo dal resto del mondo) i commenti ammirati della platea si concentrano adesso su uno spettacolino laterale (side show, si direbbe a Broadway) che ha cominciato a svolgersi su un lato della scena. Un bravo attore di spalla, Follini, fa per un momento il verso al capocomico, mostra di non prenderlo sul serio, fa pensare che non crede alle sue battute, lo incalza con l’aria di recitare non si sa se a braccio o da un altro copione. Il pubblico ci sta, tutto il pubblico, ed è evidente che ciò che stimola l’attenzione è una domanda da teatro dell’Arte: 2Come se la caverà Berlusconi ?". Come in certi teatri d’avanguardia, lo spettacolo cambia titolo mentre si svolge. In questa parte dello spettacolo il titolo adatto, adesso, è: "Morte e resurrezione del centrodestra". Infatti qui c’è dramma, un tentativo di parricidio, trame che appaiono oscure, e una intensa vitalità . Riassunto del punto a cui siamo arrivati: Berlusconi conta quanto Mussolini a Salò. Ma, come Mussolini a Salò, è molto pericoloso. Non è in corso la distruzione fisica di una guerra, ma quella economica e delle comunicazioni, della libertà di espressione dei media di un intero Paese. Scoppiano, dalla sua parte, rivolte che fanno sbandare tutto l’arco degli schieramenti politici. Si leva una piccola marea che spinge verso il centro. Qualcuno rischia di farsi male, ma la folla preme. Voci gridano: "il centro, il centro, è lì che si vince". Se uno riesce a star fuori dalla calca, nota due cose: la prima, proprio in punto di morte, e mentre sosta accanto alle rovine di tutto quello che ha fatto, con la partecipazione convinta di tutti gli attori della compagnia "Berlusconi e soci" (un Paese sano e rispettato, ridotto in meno di tre anni a mendicare un po’ di comprensione internazionale) il centro destra riesce a tenersi tutta l’attenzione, ad essere non solo il protagonista negativo ma anche l’antagonista positivo di una riscossa che avviene comunque a destra. Secondo, il centro destra ha persino la forza di richiamare l’attenzione del pubblico (incluso un po’ di pubblico del centro sinistra) su un fantomatico centro che non è proprio al centro, ma, piuttosto, è bene ambientato sul lato destro della scena. Va dunque riconosciuto che uno scatto di attivismo ben calcolato continua a trattenere i riflettori sulla zona berlusconiana. O almeno questa è l’impressione, se ci si lascia ipnotizzare dal brulicare di voci e di gesti in movimento sulla scena del centro destra. Intanto nel centro sinistra, che pure ha appena ottenuto la più grande e piena vittoria elettorale degli ultimi dieci anni, circolano incertezze. Pare che si debba cambiare la guida. Prima che Berlusconi sia uscito di scena (e non sembra che abbia alcuna intenzione di uscire davvero di scena) si comincia a dire una frase insensata tipo: se esce Berlusconi, allora deve uscire anche Prodi, dimenticando che Berlusconi uscirà solo col voto e dunque solo se Prodi partecipa al confronto. Pare, comunque che si debba portare pazienza verso la nuova perplessità che, forse per contagio della vitalità nel centro della destra, adesso si constata nel centro del centro sinistra. Alcuni sono tormentati da due ossessioni. Una è che "si vince al centro" e che dunque bisogna calibrare ogni azione e ogni parola con grande riguardo nei confronti di coloro che si trovano al centro, in qualunque centro, da una parte e dall’altra. L’altra ossessione è anche più tormentosa: dove è il centro ? E se fosse dalle parti di Follini, su quella scena bene illuminata in cui accade di tutto ? Se ti avvicini non entri forse nello spot dei loro riflettori in modo che tutti ti vedano ? A noi sembra molto serio il comportamento della sinistra di questo centro sinistra che invita la folla alla calma e cerca di impedire gli sbandamenti che rischiano di travolgere persone innocenti. Ma ci sembra anche di capire come si forma il clamoroso errore di alcuni centristi dell’Ulivo che pensano di andare con le mani alzate verso Follini, come se l’ultimo confronto elettorale l’avessero vinto loro, i Follini, che erano accanto allo sfascio di Forza Italia e non l’Ulivo che ha vinto quasi dovunque nel Paese, annettendo vaste zone perdute in passato. L’errore è quello che noi, in questo giornale, denunciamo dal giorno in cui siamo tornati in edicola: mai sottovalutare Berlusconi. Mai pretendere di non vedere l’immensa anomalia, la vera e propria deformazione della politica che Berlusconi ha introdotto in Italia con il peso della sua ricchezza, la forza della sua capacità di intimidazione, la totale mancanza di senso della legalità (tanto che, mentre scriviamo, Berlusconi è ancora superministro dell’economia), la qualità destabilizzante e infettiva del conflitto di interessi il cui risvolto, per i fuori legge più poveri, è il condono edilizio. Le conseguenze di questa anomalia vanno calcolate in due modi. Il primo: Berlusconi non ha fatto tutto da solo. Ha avuto i suoi assistenti, i suoi sostenitori, e tutti i voti di cui ha avuto bisogno nelle due Camere. Il secondo: se Berlusconi dovesse scivolare fuori dalla scena (non è imminente, non è probabile, il voto sarà l’unica risposta al suo disastro) lascerebbe sul campo una destra un po’ più normale. Ma perché decretare che quella destra è il centro ? Se il criterio è l’ossequiosità alla Chiesa, nessuno ne ha avuta tanta quanto Berlusconi (e Craxi, e Mussolini). Se invece si tratta di valutare leggi e orientamento sociale, beh, si va dalla stupida e crudele legge Bossi-Fini (un modo di pensare ispirato dalla Lega, nel quale si situa l’odissea della nave tedesca che non può far sbarcare in Italia i profughi dell’orrore del Sudan) ai tentativi di spingere fuori dalla scena i sindacati, di spezzare ogni dialogo, e puntare esclusivamente sui vantaggi e sugli interessi di alcuni, di dominare con sarcasmo e cattiveria i mezzi di comunicazione di massa. Si va dalla Genova del G8 e del pestaggio selvaggio della caserma Diaz, all’arroganza sprezzante e libera da obiezioni centriste del ministro della Giustizia Castelli. Si va dal ministro "centrista" Giovanardi che del governo e di Berlusconi in persona ha puntualmente giustificato e difeso tutto, alla commissione Telekom Serbia, creata e manovrata come strumento esclusivamente diffamatorio verso i leader del centro sinistra, senza che si sia mai potuta registrare una ragionevole obiezione dalla zona centrista di questa destra. D’accordo, Berlusconi è peggio. Finché resta in scena noi rifiutiamo di distrarci e suggeriamo a coloro che lo vogliono battere col voto di fare esattamente ciò che ha fatto il nuovo Presidente della Provincia di Milano: mai dimenticare a chi era affiliata Ombretta Colli, e che il problema non era tanto l’inadeguatezza della signora quanto il pericolo e il simbolo rappresentato dal suo datore di lavoro. E ciò che ha fatto Cofferati a Bologna. Guazzaloca sarà anche stato un "indipendente", ma chi sta dalla parte di Berlusconi dipende, sempre. E si identifica fatalmente e comunque con il suo mandante, in tutta la portata di ciò che Berlusconi rappresenta. Ma se Berlusconi dovesse perdere, prima del tempo, il controllo dei suoi, o di una parte dei suoi, il fatto che essi non siano più, senza di lui, la incredibile anomalia che ormai il mondo conosce e per cui ci compiange, non significa che si siano spostati i confini fra destra e sinistra. Le cose cambieranno, naturalmente. Il confronto fra destra e sinistra sarà un fronteggiarsi normale, simile all’alternanza che avviene negli altri Paesi normali. Sarà qualcosa che cambierà le campagne elettorali. E la vita di Camera e Senato sarà restituita ad un funzionamento non più segnato dalle patologie del capo. Ma il centro, politicamente, non esiste. Infatti è impossibile definirlo, se non in Paesi bloccati dalla guerra fredda o dalla tempesta Berlusconi, con il suo rilancio del "pericolo comunista". I democratici americani sono orgogliosi di essere diversi - storia, radici, miti, ricordi, speranze, cultura - dai repubblicani , anche se il loro schieramento comprende gradazioni diverse di militanza e di autodefinizione politica, che sono spesso caratteriali, o segnate dalle esigenze di un particolare scontro elettorale. E la stessa definizione vale per i repubblicani. In Italia c’è una destra resa, per ora, anormale e priva di riferimenti al resto del mondo democratico, a causa di Berlusconi. Ma c’è anche una opposizione che - unita - ha dimostrato di poter largamente vincere. Un proverbio americano avverte: se una macchina funziona, non riparatela.
sabato, luglio 10, 2004
Sui giornali pro Cavaliere la fatwa contro Follini il "pelato"
(Copyright "La Repubblica")
Con la sofisticata eleganza che gli è propria "Libero", il quotidiano di Vittorio Feltri, riassume in un dettaglio la possente carica di fastidio, insofferenza, rancore e ostilità che la Casa delle Libertà normalmente dissimula per Marco Follini. E' pelato. Ecco il particolare illuminante, la parte che descrive e rende ragione del tutto. Il leader dell'Udc è calvo, è una testa a palla di biliardo priva di quella giovanile peluria che se ce l'hai bene, se no è meglio che tu te la faccia impiantare o almeno disegnare con la china sui giornali amici. Quando i giornali sono ostili, invece, anche se si tratta di ostilità a tempo, ecco cosa succede. Titolo di apertura di "Libero", giovedì: "Ponzio Pelato". Foto del soggetto, un quarto di pagina. Catenaccio: non vuole più stare al governo, ma neppure andare all'opposizione. L'articolo di prima segue in pagina due. Indica "chi è pronto ad andare all'opposizione insieme a Follini: dalla tv di Stato alle Ferrovie, dalla Popolare di Milano al Messaggero". I nomi: Casini, i Caltagirone, Pellegrino Capaldo, Roberto Mazzotta, Marco Staderini, Giancarlo Leone, Sergio Valzania, Angela Buttiglione e Giorgio Rumi. "Gli eredi della Balena bianca pronti a ricostituire la vecchia finanza cattolica": una rete "di amicizie e di voti che ha il suo baricentro al Sud". Ecco cosa sta succedendo, in guardia: si ricostituisce la Dc sulle clientele del Meridione, ai danni di Berlusconi e della coalizione tutta. La fatwa di Berlusconi contro Follini, l'editto che mette l'alleato al bando sui giornali di famiglia e di area, prende però corpo sul "Giornale" di casa. Il direttore Belpietro ha schierato il quotidiano. "Follini contro il Premier ? Prova tecnica di inciucio", dice il capogruppo della Lega Alessandro Cè, che intervistato entra nel dettaglio: l'attacco a Berlusconi "è irresponsabile, quello al cda Rai inspiegabile, quello a Tremonti infondato". Apertura del giorno prima, 7 luglio: "L'Udc non è contenta e vuole la crisi". Tabella su quanto pesi in parlamento. Bondi, intervistato: l'Udc è paradossale. Maroni, in apertura di pagina 5: "Follini sembra Che Guevara". Ieri una pagina intera di torte e istogrammi, per dire che "l'Udc rischia di perdere un elettore su 5". Secondo un sondaggio Unicab un mese dopo le europee il 6,6 per cento dei centristi voterebbe Forza Italia. Nei titoli si tace sul fatto che la stessa percentuale perderebbe Forza Italia in favore di An. Il "Foglio", giornale cognato, pubblica un editoriale intitolato "Alla ricerca delle radici della variante Follini: la fronda contro la monarchia, una fissa dei moderati dc". Arriva alla fine di una campagna pre-elettorale confezionata sul filo rosso dello slogan "io dentro", parafrasi di "io c'entro" con sottile allusione alle vicende giudiziarie che riguardano un certo numero di esponenti locali dell'Udc soprattutto al Sud: bizzarra coincidenza di intenti giornalistici con "Diario", il settimanale di Deaglio che alla corruzione politica degli ex dc dedica un dossier. L'editoriale di ieri del "Foglio" inizia così: "Poiché a quel che pare le sorti del governo, di più, della legislatura, di più, del sistema politico insomma dell'Italia dipendono da Marco Follini può essere di una qualche utilità cercare di capire non quel che vuole, che è troppo per chiunque, ma come la pensa". Ciascuno secondo il suo stile. Il "Secolo", An, più sfumato probabilmente in rispetto di certe ultime comuni battaglie, vinta quella contro Tremonti: "Per trovare la quadra manca solo il Centro. Ma l'Udc continua a tirare la corda". La "Padania" monografica, pagina delle lettere intitolata "Attenti ai restauratori Fini e Follini". Una lettera firmata Carneade: "Il signor Follini ha la passione per lo spray urticante al peperoncino. Dovrebbe impegnare se stesso a rispettare gli accordi. La sinistra è li che lo aspetta". Traditore, ecco. Traditore e pelato.
giovedì, luglio 08, 2004
Tutti gli uomini della McKinsey
(Copyright "L'Espresso")
Con l'arrivo di Vittorio Colao, un'altra casella è stata occupata: un rappresentante dei McKinsey boys ha preso la guida di Rcs, il punto nevralgico dei poteri forti del Nord, dove oggi si sta giocando la più spettacolare riorganizzazione degli equilibri del capitalismo italiano. Un altro colpo che alimenta la leggenda dell'influenza della McKinsey, la società di consulenza per l'alta dirigenza i cui "ex" per la prima volta occupano i posti chiave delle aziende più importanti del paese. Una generazione non più cresciuta nei tradizionali vivai come l'Olivetti o la scuola dei manager dell'Iri, o ancora la Banca d'Italia. Ma che esce dalla selezione di stampo americano applicata in azienda: laurea col massimo dei voti e master nei santuari della formazione internazionale. Rappresentata da uomini come Corrado Passera, amministratore delegato di Banca Intesa dopo esserlo stato alle Poste, o Alessandro Profumo, stesso incarico in Unicredito, Paolo Scaroni, il capo di Enel, o Mario Greco, che guida la Ras. E ancora Francesco Caio, boss di Cable&Wireless dopo essere passato per la Merloni, Enrico Cucchiani, amministratore del Lloyd Adriatico e Silvio Scaglia, fondatore di ebiscom. Sono almeno una ventina quelli arrivati al top della carriera e che hanno nel curriculum il passaggio in McKinsey. Molti di più se si considerano anche le seconde e le terze file. Un marchio di fabbrica vincente o una consorteria ? A loro non piace alimentare il mito della "Spectre" mondiale della consulenza. "Stiamo molto attenti alla qualità , al profilo delle persone, scegliamo solo l'eccellenza", preferisce il low profile Vittorio Terzi, nuovo office manager della McKinsey Italia: "In realtà siamo buoni mestieranti, e dobbiamo restare nelle cucine, mai rubare la scena ai manager dell'azienda che ci chiama". Ma in "Dangerous company", il libro scritto dai giornalisti americani Charles Madigan e James O'Shea, la McKinsey veniva rappresentata come un incrocio tra la compagnia dei gesuiti e il corpo dei marines: ha la capacità di infiltrarsi nei circoli del potere con la disciplina intellettuale dei primi e la forza d'urto dei secondi nel conquistare i clienti. Con il risultato che da noi, dove la comunità economica e finanziaria è viziata da intrecci al limite del confetto d'interesse, la comune provenienza in McKinsey finisce per creare una vero network. Così Colao, ex assistente di Passera in Mondadori, oggi si ritrova il suo ex capo come azionista di rango di Rcs, al pari di Profumo. Lo stesso Colao siede nel consiglio d'amministrazione della Ras, chiamato come amministratore indipendente da Greco. E le revolving doors, le porte girevoli del mondo della consulenza, fanno sì che spesso uomini McKinsey passati nelle aziende come analisti ne diventino alti dirigenti. Mario Cuccia, mandato in missione in Fideuram, c'è rimasto come condirettore generale. Massimo Capuano, oggi amministratore delegato di Borsa spa, aveva prima lavorato come consulente per la sua nascita, e persino il solito Colao è diventato aministratore di Omnitel lasciando la casacca del consulente. La McKinsey sta dappertutto. Nel mondo affianca la metà delle prime 500 società globali della classifica di "Fortune". Ben 77 delle prime cento compagnie Usa per capitalizzazione di Borsa ricorrono ai suoi consigli. Quanto all'Italia, 18 delle prime venti imprese per capitalizzazione sono nel suo portafoglio e il 44 per cento delle prime 50 per numero di dipendenti. Il mondo che ha bisogno di lei non ha confini: i suoi uomini hanno riorganizzato la Nasa, Roberto Colaninno li ha chiamati in Telecom dopo la sua scalata, danno consigli per gli affari bancari al Vaticano, lavorano per il sindaco Bloomberg a New York, sono consulenti di Siemens in Germania e di Telefonica in Spagna. E poi Enel, Fs, Poste. Ora la grande sfida del piano di risanamento dell'Alitalia: anche il nuovo plenipotenziario Giancarlo Cimoli si è rivolto a McKinsey. Ma questo è solo un piccolo campionario dei 1.700 clienti. Anche se bisogna dire che tutte le grandi società non si affidano mai a un solo consulente, ma distribuiscono fette della torta un po' a tutti. Una torta ricca. Anche se l'Italia, per esempio, è considerato un mercato ancora da sviluppare: il peso della consulenza rappresenta lo 0,18 del Pil, contro una media europea dello 0,42. Ma intanto si favoleggia di parcelle molto attraenti, come quella che viene attribuita per i cinque anni di servizi a Banca Intesa, pari a 80 milioni di euro. O come quella da 20 milioni di euro che viene accreditata per i tre anni di lavoro in Unicredìto. Non è mancato anche qualche incidente di percorso. I McKinsey boys erano alla Enron da 18 anni quando il ceo Jeffrey K. Skilling, pure lui della confraternita, la condusse allo storico fallimento. Anche Kmart e Global Crossing, entrambe alla bancarotta, lì avevano in casa. Erano alla Swissair fino al crack della compagnia aerea. E sull'intervento non sempre vittorioso di McKinsey, in Germania ci sono andati pesanti: quest'inverno a Berlino spopolava la commedia satirica "McKinsey kommt" sullo scippo clamoroso della tedesca Mannesmann da parte degli inglesi di Vodafone. "Come non ci prendiamo i meriti dei successi, che vanno ai dirigenti delle aziende e alla loro capacità di aver ben utilizzato i consulenti", dichiara Terzi, "così non possiamo essere chiamati a responsabilità se i risultati non sono all'altezza". Distacco british o puzza sotto il naso ? "Nel nostro settore, per il tipo di cose che facciamo, abbiamo pochi concorrenti", rincara Terzi senza falsa modestia. Anche perché buona parte della concorrenza è fatta da ex compagni che hanno sbagliato. Imperdonabili: tanto da essere cancellati dalla lista degli ex alumni. Una vera e propria damnatio memoriae. E' successo a Gianfilippo Cuneo, l'uomo del primo grande scisma, che se ne andò portandosi via 16 uomini di punta come Scaglia e Profumo, per fondare la Bain & Cuneo (ora sciolta: Bain guidata da un ex McKinsey come Giovanni Cagnoli, e Cuneo & associati). Dopo di lui, un altro McKinsey bad boy è Giorgio Rossi Cairo, che andandosene ha creato la sua Value partners: arrivato con Giuseppe Morchio, ha tagliato la strada ai suoi ex datori di lavoro aggiudicandosi la consulenza per la Fiat. Ora, l'avvento di Sergio Marchionne, e l'uscita di Rossi Cairo, ha riaperto tutti i giochi. Con quelli che non tradiscono, invece, non si rompe mai il cordone ombelicale. Non solo l'invito al party di Natale, in cui anche gli junior danno del tu ai supercapi. Non solo i report riservati e il "McKinsey Quarterly", la rivista aziendale come vetrina internazionale. Ma anche l'accesso ai numeri privati di tutti i capi galattici ex McKinsey: gente del calibro di Helmut Panke, presidente della Bmw, di Peter Wuffli, capo della Ubs o di Doug Woodham, presidente di Moody's. Tutto perché il legame quasi familiare resti saldo. Per poter diventare, un domani, fonte di lavoro e di nuove consulenze. Anche perché il turn over dei dipendenti è piuttosto accelerato. In media, la permanenza in azienda è di quattro anni e tre mesi. Questo vuol dire che molti se ne vanno prima di essere eletti partner, passaggio obbligato, dopo cinque anni, per fare carriera all'interno. La regola, infatti, è quella dell'up or out, cioè o si passano gli sbarramenti annuali e si avanza velocemente nella piramide, o è meglio mollare e cambiare strada. In realtà l'organizzazione è riuscita a colmare il vuoto lasciato dalla mancanza di centri di formazione, siano essi scuole o grandi imprese. Tanto da essere paragonata, con le dovute proporzioni, alle francesi Ena o Ecole Polytechnique. Un vivaio di talenti ma anche l'incubatrice di una nuova razza padrona. Da oltre vent'anni, le ricette aziendali McKinsey vengono studiate e applicate a macchia d'olio. Ben noto è il "Modello delle 7 S", il sistema McKinsey per analizzare e migliorare l'efficienza di un'organizzazione. La prima S, posta al centro di una circonferenza, è costituita dagli "Shared values" (i valori aziendalà condivisi) a cui i dipendenti si devono ispirare per "produrre valore". Intorno ci sono le altre sei S: Strategy (la direzione dell'azienda sul lungo termine); Structure (l'organizzazione aziendale); Systems (le procedure che guidano l'attività quotidiana dell'azienda e la collegano ai clienti); Skills (le competenze dei dipendenti); Staff (lo sviluppo delle risorse umane); Style (il particolare modello di leadership). E' un metodo che viene applicato a qualunque situazione. È stato usato anche per analizzare l'efficienza dei servizi di soccorso del Comune di New York, dopo la tragedia dei World Trade Center: il sindaco Bloomberg li sta riorganizzando sulla base delle indicazioni di McKinsey. L'azienda dove i laureandi delle maggiori scuole di business del mondo sognano di andare a lavorare fu fondata nel 1926 da James McKinsey, un professore di ragioneria della Northwestern University. All'inizio svolgeva soprattutto attività contabile. Ma con l'arrivo in ditta di Marvin Bower, un laureato della Harvard School of Business, cominciò a dedicarsi alla consulenza aziendale: Bower aveva notato che molte società mancavano di direzione strategica e di un piano commerciale. Oggi la McKinsey conta 82 uffici in 44 paesi, ha 12 mila dipendenti e un fatturato annuo di 3 miliardi di dollari. Fornisce assistenza ad aziende in crisi, agenzie governative, fondazioni private. I suoi consulenti (oltre 6 mila) guadagnano in media 450 mila dollari all'anno. Suoi ex dipendenti sono arrivati al vertice di aziende come Ibm, General Electric, Nestlé, Pepsi, Salomon Smith Barney, NorthWest Airlines, DaimlerChrisler, il Comune di Dallas, della Banca Mondiale e persino della prima società di venture capital afgana.
martedì, luglio 06, 2004
Il progetto "Fame zero"
di Carlo Petrini (Copyright "La Stampa")
"Terra Madre" porterà a Torino lavoratori del cibo da tutti i continenti per consentire a molti di questi personaggi, gli "intellettuali della terra", di "vedere altre terre". La fame sarà tra i grandi temi del meeting. Poiché a "Terra Madre" converranno 200 persone dal Brasile, nazione in cui l'attuale governo del presidente Lula ha lanciato l'ambizioso programma "Fame Zero", abbiamo incontrato il consigliere personale del Presidente Lula, Frei Betto, tra i capofila del progetto. Qual è in Brasile la situazione dei Sem Terra (i "senza terra" che chiedono assegnazioni di terreni da coltivare) e a che punto è la riforma agraria tanto agognata ? "Il Brasile e l'unico Stato dell'America Latina che non ha mai fatto una riforma agraria. E' una cosa incredibile se si pensa che il Paese ha una dimensione continentale e che su tutta la sua superficie ci sono 821 milioni di ettari di terre coltivabili. Il problema principale, che impedisce infine la realizzazione della riforma, è quello della proprietà : basti dire che l'1% dei proprietari terrieri possiede il 44% delle terre totali. Si tratta di poco più di 30.000 persone a capo di aziende con un'estensione sopra i 10.000 ettari, contro circa 300.000 proprietari tra i 10.000 e i 200 ettari e qualcosa come 3 milioni di persone - quelli che chiamiamo addetti all'agricoltura familiare - con meno di 200 ettari a disposizione. Per rendere meglio conto della situazione aggiungo che nell'agricoltura familiare lavora l'86,6% degli occupati nel settore rurale, nella media proprietà il 10,9% e nel latifondo soltanto il 2,5%". Dunque la maggior parte delle terre resta incolta e non sfruttata secondo le sue potenzialità . È una distorsione pazzesca, tanto più se si pensa a un paese alle prese con milioni di persone affamate. "Effettivamente è così, ci sono addirittura aziende grandi come l'intero stato del Lussemburgo. I latifondisti non possono renderle pienamente produttive, ma non hanno nessun interesse a vendere e nemmeno vogliono la riforma agraria: la terra è un investimento solido; la trattengono come valorizzazione del proprio capitale. La cosa pazzesca è che i grandi proprietari in questo modo sono gli unici ad avere accesso al credito e alle risorse, maneggiando tutto l'agribusinness che esporta i loro prodotti. Essendo esportatori, per di più, sono esenti da tasse in ogni fase del loro lavoro, dalla produzione alla trasformazione. Nessuno in Brasile, tranne loro, beneficia di quelle terre". I grandi producono per esportare e fare soldi mentre la gente ha poco da mangiare: a chi tocca produrre il cibo che si consuma in Brasile ? "E' in gran parte quell'86% di piccoli produttori che vive di sussistenza. Il 40% del valore lordo della produzione agricola nazionale viene dall'agricoltura familiare e rappresenta il 60% dei prodotti che finiscono a tavola in Brasile. L'agricoltura familiare produce oggi il 70% dei fagioli, il 58% di carne di maiale, il 54% delle vacche, il 49% di mais, il 40% di uova. Sono loro la reale speranza per risollevarsi: è incentivando la piccola produzione familiare che si può abbattere il problema della fame ed è naturalmente su di loro che deve puntare la riforma". Nonché su quei quattro milioni e mezzo di persone che aspettano l'assegnazione di un po' di terra per diventare anche loro piccoli produttori. Però non mi sembra facile il rapporto con i "Sem Terra", se non sbaglio il piano nazionale di riforma agraria aveva previsto in 4 anni di dare la terra a un milione di famiglie: ora vi siete resi conto che non riuscirete ad accontentare tutti e si riscontrano problemi, le contestazioni. "Bisogna comprendere che il governo Lula non si trova di fronte alle condizioni per fare una riforma agraria completa. Ricordiamoci che non abbiamo fatto una rivoluzione, abbiamo vinto delle elezioni democratiche e quindi dobbiamo confrontarci con i conservatori che difendono gli interessi dei latifondisti e con il potere giudiziario, ancora più conservatore. In linea di principio i rapporti tra governo e "Sem Terra" (MST) sono molto buoni, il governo li rispetta e cerca un dialogo, mentre le parti "capitaliste" del paese fanno pressioni per criminalizzarli. In realtà con l'MST ci sono molti punti di contatto, abbiamo nemici in comune e siamo tutti interessati alla riforma agraria. Purtroppo la previsione degli specialisti della commissione del piano di riforma non era realistica, il governo non ha fondi sufficienti. Il presidente Lula si è comunque impegnato per 400.000 famiglie e ad oggi 130.000 di queste hanno ottenuto la terra. Ma all'MST la metà del progetto originario non basta e non capiscono le difficoltà del governo: dalle pressioni incredibili a un bilancio in crisi. Il cammino è molto complesso, ogni decisione deve passare in parlamento, dove c'è una forte lobby dei latifondisti e se si va in giudizio per l'assegnazione di un terreno, viste le tendenze politiche dei giudici, le sentenze in generale non sono mai favorevoli ai Sem Terra". Il problema dei senza terra ha del paradossale, perché la terra c'è ma non si può coltivare. Mi accennava che al governo mancano risorse finanziarie: ma l'unica via è quella di acquisire le terre dai privati che non le vogliono cedere, oppure ci sono dei margini per intervenire ? Suppongo ci siano delle terre statali utili allo scopo. "Degli 821 milioni di ettari coltivabili brasiliani almeno 200 milioni sarebbero disponibili per la riforma: sono terre che appartengono al governo, chiamate "devolute". La legalizzazione, cioè la mappatura delle proprietà in Brasile, è avvenuta nel 1855. L'imperatore affidò alla Chiesa il compito di "notaia": tutti quelli che possedevano della terra dovevano denunciarla alla chiesa più vicina, disegnando i confini della propria azienda. Dopo quest'operazione si arrivò alla conclusione che tra le frontiere delle proprietà private c'era la terra pubblica, quella "devoluta". A quel punto però sorse un problema, perché iniziò la pratica dei "grilleiros": molti grandi proprietari cercarono di falsificare le scritture legali utilizzando una tecnica curiosa. I registri falsi venivano messi in cassetti pieni di grilli di una specie particolare, i quali producono una resina che ha l'effetto di antichizzare i documenti. Il fenomeno è stato vastissimo e ora il governo cerca di recuperare queste terre, smascherando i grilleiros". Se c'è la terra, qual è la difficoltà allora ? "Ci sono dei problemi di qualità , non basta mettere la gente nella terra. Bisogna creare le infrastrutture: strade, supporti per la commercializzazione, assistenza tecnica. Dobbiamo realizzare quella che si chiama "inversione sociale", cioè un cambiamento più profondo. Tra l'altro, i soldi che Lula ha stanziato per queste riforme sono tenuti bloccati per finanziare il pagamento del debito estero. Necessitiamo quindi anche di un accordo con il Fondo Monetario Internazionale, sul quale stiamo lavorando alacremente. Il problema è davvero complesso". Alla complessità , che richiede tempo e pazienza, si aggiunge il fatto che ci sono delle urgenze improrogabili. La fame purtroppo è una realtà consistente in Brasile; il quadro della situazione mi sembra terribile. "Il valore alimentare dei prodotti che esporta il Brasile nutrirebbe 35.000.000 di persone. E ci troviamo con 50.000.000 di persone alle prese con mancanza di cibo o malnutrizione. Oggi in Sud America muoiono 400.000 bambini per denutrizione e di questi 150.000 sono brasiliani. Lula è molto sensibile al problema e per questo ha dato la priorità a "Fame zero". Egli stesso viene da una famiglia molto povera. Quattro suoi fratelli sono morti di fame, denutrizione, problemi creati dall'acqua contaminata". "Fame Zero" è un progetto ambizioso, che affronta il problema della denutrizione con un approccio inedito e lungimirante. "Alla base di "Fame Zero" c'è la convinzione che un problema sociale ha soluzione soltanto nella misura in cui diventa una questione politica. Il progetto funziona e trova senso in quattro pilastri fondamentali. Il primo è questa politica dei trasferimenti: 73 Reales al mese (circa 20 euro) per acquistare prodotti alimentari. L'obiettivo immediato sono le 11.400.000 famiglie sotto la soglia di povertà . Ora siamo a 4 milioni di famiglie che ricevono regolarmente il sussidio e arriveremo a 6 milioni entro dicembre. Contiamo di provvedere a tutti per il 2006 e devo dire che su questo punto stiamo andando bene, sono ottimista. I problemi stanno negli altri pilastri su cui si fonda "Fame Zero". Il secondo è la politica che riguarda le strutture sociali: "Fame Zero" non è stato pensato per essere un programma assistenzialista, ma di "inversione sociale". Abbiamo già parlato della riforma agraria, ma c'è anche la questione del microcredito, l'assistenza ai cittadini, l'obbligo d'istruzione per ridurre l'analfabetismo, la sanità . C'è difficoltà nel creare sinergie tra la politica dei trasferimenti e quella relativa alle infrastrutture, sociali e non. Il terzo pilastro è dato dalle azioni di emergenza per i gruppi che non hanno nulla per produrre cibo, come le comunità di ex schiavi e i gruppi indigeni. La questione indigena è delicatissima. Il quarto è il lavoro di educazione a tutti i livelli: è necessario cambiare un po' la mentalità delle persone e avvicinarle al cooperativismo, al microcredito, a cercare una pianificazione familiare responsabile senza dover imporre un controllo delle nascite. Fame zero è una forma d'organizzazione popolare, che dipende, secondo il mio punto di vista, dalla politca strutturale: bisogna creare le condizioni perché inizi un reale sviluppo". Trovo molto interessante, addirittura rivoluzionario, che "Fame Zero" abbia scelto l'agricoltura familiare come risorsa produttiva per gli alimenti che i beneficiari della retta mensile possono comprare con i 73 Reales. Sarà la prima volta nella storia che non ci sono appalti offerti alle multinazionali per un progetto di così vasta portata. "Bisogna socializzare le risorse interne per combattere la fame. Il 20 settembre Lula presenterà all'Onu il progetto Fame Zero su scala mondiale. Si fanno campagne contro la guerra e il terrorismo, ma la fame fa più vittime e nessuno si scandalizza. Secondo me è perché la fame, a differenza di guerre e terrorismo, fa distinzioni di classe. Secondo la Fao il mondo produce cibo sufficiente per 11 miliardi di persone e sulla terra siamo la metà . Il problema dunque è di giustizia. Quando Lula parlò per la prima volta dell'idea di un Fame Zero mondiale, molti presidenti europei si dichiararono entusiasti e la loro prima proposta fu di inviare alimenti ai paesi in difficoltà . Lula rispose: "Non chiedo cibo, ma denaro !" Il cibo regalato è per prima cosa una maniera intelligente per giustificare i sussidi agricoli nei paesi ricchi. Secondariamente distrugge la cultura locale; poi crea dipendenza e infine favorisce la corruzione dei politici che gestiscono questi aiuti umanitari. Noi invece stiamo parlando di sostenibilità , di riattivazione delle culture locali, di ricostruzione delle identità e dei piccoli sistemi produttivi tradizionali". Il Brasile è stato ultimamente al centro delle polemiche per una legge sulle biotecnologie molto contestata, soprattutto all'estero, ma forse neanche ben compresa. "Il transgenico in Brasile è sempre stato vietato per legge, ma arrivava di contrabbando dall'Argentina. Perfino i "Sem Terra", che sono completamente contrari agli ogm, hanno seminato soia transgenica inconsapevolmente. Proprio questa soia "illegale" ha scatenato il problema, perché Brasile è tra i primi tre produttori mondiali di soia. Tra l'altro qui nasce un'altra contraddizione, perché questa soia transgenica è quasi totalmente esportata, il Brasile ne consuma pochissima: è tutta destinata all'alimentazione animale all'estero. Quando ci rendemmo conto di quanto transgenico c'era nel paese si aprì una dura discussione all'interno del governo. Si propose dunque una "legge di biosicurezza", che però rappresentava una posizione di mezzo tra le parti. Oggi la legge stabilisce che non si può coltivare niente di transgenico senza autorizzazione del governo e in virtù di una fiscalizzazione permanente. Non si può immettere sul mercato se non c'è autorizzazione governativa ed evidenza sull'etichetta dei prodotti. Alcuni stati si sono addirittura dichiarati ogm free, come il Paranà , ma tutti dobbiamo fare i conti con quello che è già stato seminato. E' vero che si tratta di una soluzione salomonica, ma almeno consente un controllo del governo".
domenica, luglio 04, 2004
Crisi di governo con rissa
(Copyright "Il Corriere della Sera")
"Di fronte a una crisi al buio, all’uscita di un partito dal governo, io preferisco sacrificare un ministro. Giulio, c’è un problema di incompatibilità tra te e Gianfranco, a questo punto sono io a chiedere le tue dimissioni": le parole di Silvio Berlusconi, al vertice della Casa delle Libertà , giungono - non inaspettate - a certificare il fatto che per Giulio Tremonti è finita. Arrivano dopo due ore di polemiche, insulti e qualche parolaccia. E precedono l’ultimo violento scontro, quello tra il presidente del Consiglio e il ministro sacrificale (e sacrificato). "Bene, Silvio, siccome sei tu che mi licenzi e non io che mi dimetto, voglio da te una lettera formale e protocollata cui risponderò, eppoi voglio parlare con Ciampi. Non finisce qui", quasi grida Tremonti in faccia al premier. Ma di urla è costellata tutta la riunione. Che comincia subito malissimo. Il ministro (non ancora ex) dell’Economia sale in cattedra a dare una lezione a Fini che nel pomeriggio ha contestato i suoi conti, definendoli "falsi e truccati". "Si è trattato di un errore tecnico e solo chi non capisce niente di economia può dire che sono numeri falsi". Il vicepremier scatta, livido in volto. "Se io non capisco niente di economia tu non capisci un cazzo di politica". La lite tra i due continua. Nessuno difende Tremonti in quella stanza. Solo Gianni De Michelis spende qualche parola. Ma non il leghista Roberto Calderoli. Intanto Fini, vestiti i panni dell’inquisitore continua con il suo atto d’accusa. "C’è un problema - dice il leader di An sillabando le parole - di incompatibilità . O si dimette Tremonti o mi dimetto io. Qui c’è una persona che deve avere una lezione".
sabato, luglio 03, 2004
"Basta col lavoro, fermiamoci". La lentezza diventa un programma politico
(Copyright "La Repubblica")
Ad un certo punto punto Hiroya Masuda ha detto: basta rinunciarci. Un po' strano per uno che fa il capo in una delle più grandi province giapponesi, Iwate, nord del Giappone e che dice cose del genere di fronte a una situazione economica di ristagno, con una situazione di debito pubblico da far saltare dalla poltrona qualsiasi politico. Masuda invece ha insistito. La seconda cosa che a un certo punto ha detto è stata: non muoveremo un dito per cambiare. Sprezzante, folle, in ogni caso perdente. Altro che: lo scorso anno il governatore è stato rieletto per la terza volta con l'88% dei voti. Un plebiscito. La gente è bizzarra. O sta rinsavendo, chissà : il fatto è che quello che di Masuda piace alla gente non sono i suoi occhialini tondi e la sua faccia tonda e sorridente, ma il suo programma politico: tornate a casa presto la sera, fatevi una bella passeggiata tra i boschi con le vostre famiglie, chiacchierate nei quartieri, aprite gli occhi sulle valli e sui monti di cui Iwate e piena, cucinatevi un bel salmone di cui le nostre acque sono ricche, respirate la brezza che soffia tra i pini rossi. Mica scherzi: Masuda queste cose le scrive nel suo "contratto con gli iwatesi" da tre anni e la campagna pro relax gli costa qualcosa come 400mila dollari l'anno. Progetti: case in legno al posto dei grattacieli di Tokyo, orgoglio dei boschi piuttosto che compulsione al guadagno. Masuda a Tokyo ci è nato 52 anni fa e lì si è laureato in legge, sa di che cosa parla quando parla di profitto. Il fatto è che lui lo vede nella lentezza e nella pausa, non nella corsa e nell'ossessione del capitale. "La gente a Tokyo è inseguita dalla velocità , e la vita consiste nel lavorare, mangiare e dormire", ha spiegato al Wall Street Journal il governatore che nel sito Internet della provincia (molto sobrio ai limiti dello sciatto) aggiunge, citando poeti e il progresso culturale e spirituale ispirato dalla benignità della natura locale, che "a Iwate vorrei ci fosse un'altra visione delle cose". Volontà recepita non solo dal responso delle urne locali, ma anche dalle migliaia di e-mail che al governatore arrivano da ogni parte del Giappone per sostenere la quarta campagna elettorale. Come quella di una 42enne di Tokyo: "Iwate mi sembra il posto giusto per rinunciare al lavoro: sento scrollarmi di dosso un grave peso". Sentito evidentemente da molti giapponesi, specie di Tokyo, che a Iwate si trasferiscono scegliendo la via "slow" alla vita. Come Nobuo Yoshinari, un workaholic che sua moglie dava per perso ("parla solo di lavoro, se lo vedo"), manager di eventi a Tokyo che è uscito dal tunnel: a 47 anni ha deciso di mollare tutto e si è trasferito a Iwate per fondare la Iwate Children's Forest, una scuola che mette insieme gioco e studio e ai genitori dice: "Smettetela di mettere fretta ai vostri figli". In programma un esilio volontario in montagna. L'andiamoci piano - col cibo, col lavoro, col sesso - il facciamolo piano che per una volta l'Italia ha lanciato al mondo raccontando la possibilità e soprattutto la necessità di una bella frenata sul pedale della modernità , si sta traducendo da pensiero filosofico a politica. E che sia il Giappone a recepire e tradurre il messaggio fa pensare. "In passato se si dava la vita per l'azienda si poteva arrivare ad avere una vita prosperosa con salari da 76mila euro l'anno" spiega Takuro Morinaga, un'economista che ha scritto un libro diventato bestseller il cui titolo, provocatorio, è "It's cool to be poor" ("E' figo essere poveri"). Ma, appunto, si trattava di dare la vita, "e se oggi fai lo stesso - continua Morinaga - ricco non diventi più. Dunque: a che serve morire di lavoro ?". Stessa domanda del governatore di Iwate che, persi anche gli aiuti economici che un tempo il governo di Tokyo dava alle province, si chiede perché combattere una battaglia inverosimile in un decennio di grave recessione e, soprattutto, inutile per un motivo impronunciabile in politica: insignificante. Se il nascente slow life movement giapponese si esalta a tale azzardo, per i tradizionalisti Masuda è andato troppo oltre: alcuni imputano al governatore un lassismo imperdonabile visto che con una popolazione di 1500 abitanti circa (al '99) e un debito di 9mila dollari pro capite, si spendono soldi per dare dignità a una popolazione pantofolaia. "Bisogna rivedere i valori" replica imperturbabile Masuda per il quale "apprezzare quel che si ha cancella dalla visione quel che non c'è". Un mezzo bicchiere pieno che in una visione sempre più condivisa si riempie di senso. L'andamento slow accelera l'adesione dei consensi: da Sonzogno è appena uscito "E vinse la tartaruga", autore un giornalista britannico, Carl Honorè, ex forsennato del lavoro che racconta di coloro che dal Giappone agli Stati Uniti, dall'Italia alla Spagna, dall'Australia a Israele, fermandosi non si sono perduti.
giovedì, luglio 01, 2004
Asta per la foto del Papa che fa la linguaccia
(Copyright Dagospia.com)
Mentre la Rai manda a tutti i giornalisti di Saxa Rubra una circolare-gaffe nella disgraziata ipotesi che il Wojtylaccio ci lasci in questa valle di lacrime, su Ebay viene messa all’asta un'immagine del Papa che fa la linguaccia. Leggiamo: "Durante una sessione fotografica professionale svoltasi nei primi anni '80, Karol Wojtyla, evidentemente stanco, si lasciava andare in una smorfia puerile estromettendo la lingua e corrugando platealmente le sopracciglia. Il fotografo riprendeva il momento, ma i negativi furono fatti distruggere, in quanto l'immagine ottenuta risultava estremamente ridicola". Ma prima che i negativi venissero eliminati, uno sviluppo fu stampato in formato 20cm X 30cm su carta Kodak dell'epoca. Dopo vari passaggi di mano, ora quest'unico esemplare è in vendita, corredato da perizia di autenticità a firma del Cav. Andrea De Liberis, Amministratore della EuroConsulArt SRL di Roma, già Consulente dei Tribunali di Roma, Trento e Fermo e della Camera di Commercio di Roma, nonchè Presidente dell'Associazione "LegaBeniCulturali", Consigliere dell'Associazione Nazionale Finanzieri d'Italia "Villa Spada" e Direttore del magazine "Cultura".
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