La Gazzetta del Prione


martedì, giugno 29, 2004
 

Gli USA non possono decidere sulla colpevolezza dei detenuti di Guantanamo

(Copyright Dagospia.com)

"Drudgereport" anticipa l’attesa decisione della Corte Suprema USA che, con una maggioranza di 6 voti a 3, ha stabilito che gli oltre 600 prigionieri stranieri detenuti nella base di Guantanamo non possono essere giudicati. Possono anzi contestare la loro detenzione davanti ad una corte federale. E' una chiara sconfitta per il presidente Bush, proprio nel giorno del passaggio dei poteri in Iraq. La legittimità della prigionia dei "nemici combattenti" di Guantanamo è stata a lungo discussa anche negli Stati Uniti. Molte associazioni per i diritti civili l’hanno da sempre ritenuta illegale. Nella base cubana presunti terroristi sono trattenuti senza conoscere l’accusa formulata contro di loro e senza essere tutelati dalla Convenzione di Ginevra. La decisione della Corte Suprema sembra essere un’ulteriore conferma del cambiato clima dopo la scoperta delle torture di Abu Ghraib.

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domenica, giugno 27, 2004
 

Fede, speranza e finanza

di Sandro Magister (Copyright "L’Espresso")

Non s'è mai occupato di soldi, non ha un proprio conto in banca e tanto meno s'è arricchito. Ma Giovanni Paolo II lascerà al suo successore una lauta eredità: un Vaticano rimesso a nuovo, con i conti a posto, i profitti floridi, gli amministratori fidati. Sono quattro, in Vaticano, gli uffici finanziari chiave. In ordine di importanza sono lo Ior, Istituto per le Opere di Religione; l'Apsa, Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica; il Governatorato dello Stato della Città del Vaticano; la Prefettura degli Affari Economici. A capo di ciascuno c'è un cardinale. Ma con un'avvertenza. Perché allo Ior, la banca vaticana, c'è sì una commissione cardinalizia di vigilanza, con alla testa il segretario di stato Angelo Sodano, ma il vero uomo di comando è un'eminenza laica di 64 anni venuto dalla Lombardia, con moglie inglese e due figli, il banchiere Angelo Caloia. Caloia è una leggenda di riservatezza ed è personaggio ai più sconosciuto. Ma per la finanza vaticana è il parallelo perfetto di quel che è il cardinale Camillo Ruini per il governo della Chiesa in Italia: l'uno e l'altro autori di una doppia rivoluzione. Anche nelle date i due hanno sempre viaggiato in parallelo. Diventano l'uno presidente dello Ior e l'altro presidente della conferenza episcopale all'inizio degli anni Novanta e, riconfermati di quinquennio in quinquennio, sono tuttora alla testa dei rispettivi organismi. Entrambi hanno cominciato le loro battaglie isolati, con molti più avversari che amici. Entrambi hanno vinto. La differenza è che oggi Caloia ha deciso di rompere il silenzio: con tanto di nomi, giudizi, retroscena sulla sua storia di banchiere del papa, per la prima volta messi nero su bianco. L'outing di Caloia è in un libro scritto da un suo amico e collaboratore d'antica data, Giancarlo Galli. Lo pubblica Mondadori a ruota del bestseller del papa, ed è in vendita dal 22 giugno. Il titolo è "Finanza bianca" e si riferisce a quell'insieme di banche e banchieri cattolici che a Roma e in Italia hanno oggi accumulato un potere senza precedenti: con Antonio Fazio governatore della Banca d'Italia, con Cesare Geronzi dominus di Capitalia, con Giovanni Bazoli presidente di Banca Intesa, con i templi della finanza laica caduti nelle loro mani o assediati. Caloia è parte di questa finanza bianca, è da li che è venuto. Ma nel libro non la esalta per gli attuali trionfi. Anzi. La accusa d'aver venduto l'anima per ottenerli, d'aver smarrito la sua "identità cristiana". La prova è nel coinvolgimento delle banche cattoliche nei colossali disastri di Parmalat, Cirio e simili: una "Caporetto etica" dalla quale invece, dice, è rimasto immune lo Ior. Partito isolato nella sua battaglia per ripulire e rilanciare la banca vaticana, Caloia lamenta oggi di ritrovarsi di nuovo solo, unico baluardo di una finanza moralmente corretta. Quando Caloia inizia la sua lunga marcia, nei primi anni Ottanta, il Vaticano è in pieno dissesto, al pari dei finanzieri cattolici con i quali aveva fatto i suoi pessimi affari: Michele Sindona e Roberto Calvi. Alla testa dello Ior regnano un arcivescovo americano, Paul Marcinkus, che Caloia definisce "facilone, pressappochista, mal consigliato" e un prelato italiano che è tra gli autori di questi cattivi consigli, Donato De Bonis. Lo lor è assediato dai creditori, e nel 1984 il cardinale Agostino Casaroli, il segretario di Stato dell'epoca, li tacita una volta per tutte versando 406 milioni di dollari a titolo di "contributo volontario", sfidando il parere contrario non solo di Marcinkus e De Bonis, ma di quasi tutti i dirigenti vaticani. Quello stesso anno, a Milano, anche la buona finanza cattolica decide di risalire la china. Lo fa dando vita a un Gruppo Cultura Etica Finanza. Si riunisce in via Broletto, a pochi passi dal Duomo, e di esso fa parte anche un vescovo, Attilio Nicora, ausiliare del cardinale Carlo Maria Martini. Tra i banchieri, Bazoli è il predicatore più acceso della crociata contro la finanza laica e il suo nume Enrico Cuccia. A coordinare il tutto è Caloia, con Galli segretario. Caloia è presidente del Mediocredito Lombardo e punta più in alto, alla Cariplo, una delle più grosse Casse di Risparmio del mondo. Ma tra i cattolici c'è chi gli sbarra la strada, e nella curia di Milano gli rema contro monsignor Giuseppe Merisi. "Nemo propheta in patria", dice oggi Caloia rievocando quella battaglia perduta. Perché invece che a Milano il suo futuro è a Roma. Nel 1987 e poi nel 1988 si presentano da lui emissari del Vaticano. A nome del cardinale Casaroli vogliono che prenda in pugno lo Ior. Non solo. Casaroli gli chiede di riscriverne gli statuti. Caloia accetta e si mette al lavoro. E' fatta. Nel 1990 Giovanni Paolo II promulga i nuovi statuti, Marcinkus lascia Roma e si ritira in una parrocchia dell'Illinois, Caloia diventa presidente del nuovo consiglio di sovrintendenza dello Ior. A nominarlo sono gli altri quattro banchieri del consiglio: un tedesco, uno svizzero, uno spagnolo e un americano. Lo svizzero è Philippe De Weck, ex presidente della banca Ubs, vicino all'Opus Dei e frequentatore a Milano del Gruppo Cultura Etica Finanza. E' lui il grande elettore di Caloia. Ma alla macchina dello Ior resiste la vecchia guardia: il prelato De Bonis, il direttore generale Luigi Mennini, il ragioniere capo Pellegrino De Strobel. Questi due sono i primi a saltare. De Bonis non cede. A norma del nuovo statuto dovrebbe fare solo assistenza spirituale, in realtà continua i suoi affari come in passato. Si allea in Vaticano con l'allora presidente dell'Apsa, il cardinale Rosalio José Castillo Lara, e col segretario di quell'organismo, monsignor Gianni Danzi, e manovra per sostituire Caloia, al termine del suo primo quinquennio di presidenza, con un suo candidato, l'americano Virgil C. Dechant, ex presidente dei Cavalieri di Colombo e grande finanziatore di Solidarnosc in Polonia. Castillo Lara e Danzi premono anche perché lo Ior faccia merchandising religioso. Caloia rifiuta e riceve dal cardinale una raffica di lettere al veleno. Ma alla fine la spunta. De Bonis è spedito a far da cappellano ai Cavalieri di Malta, Caloia è riconfermato presidente nel 1995 per altri cinque anni e Castillo Lara lascerà presto l'Apsa. Nel 1999, altra manovra. Questa volta il candidato a rimpiazzare Caloia è nientemeno che il presidente uscente della Bundesbank, Hans Tietmeyer. E il suo promotore è il cardinale americano Edmund Casimir Szoka, all'epoca presidente della Prefettura degli Affari Economici del Vaticano. A mettere sull'allarme Caloia è monsignor Renato Dardozzi, dell'Opus Dei. A una conferenza di Tietmeyer alla Pontificia Accademia delle Scienze Caloia si alza a criticarne le tesi ultraliberiste. Tra i due scoppiano scintille. Ma di nuovo è Caloia a vincere la sfida, forte anche dell'appoggio del segretario personale del papa, Stanislaw Dziwisz. Nel 2000 è riconfermato presidente. L'ultima parola l'avrebbe detta Giovanni Paolo II: "Finché vivo io, mai un tedesco alle finanze vaticane". Ma più che il cuore polacco, a convincere il papa sono i proventi dello Ior a lui devoluti ogni anno per opere di bene. Erano 15 miliardi di lire nel 1990, all'inizio della gestione Caloia. Oggi sono "molti, molti di più". Nel 2005 scadrà il terzo quinquennio di Caloia, e nessuno questa volta trama più contro di lui. All'Apsa c'è il suo amico Nicora, divenuto cardinale, con segretario Claudio Maria Celli, uomo di Casaroli e Sodano. Al Governatorato Szoka ha passato i limiti d'età e un candidato a succedergli è Carlo Maria Viganó, legatissimo a Sodano e Nicora. Resti o no presidente Caloia, il suo Ior, almeno questo, non passerà certo al nemico.

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sabato, giugno 26, 2004
 

I burini della finanza

(Copyright "L’Unità")

C’erano una volta le grandi famiglie del capitalismo italiano. Gli Agnelli, i Pirelli, i Pesenti, i Falck, i Lucchini. Quando i destini dell’industria nazionale si decidevano nel quadrilatero milanese tra piazza Cordusio e piazza della Scala. Poi sono arrivati i manager e gli uomini della finanza, i De Benedetti, i Romiti, fino ai Tronchetti Provera e ai Benetton: ma le regole del "salotto buono" non sono cambiate e le azioni hanno continuato ad essere pesate piuttosto che contate, come ripeteva Enrico Cuccia, lo scomparso presidente di Mediobanca. Con il tempo le maglie si sono allentate ed è stato il turno dei volti nuovi, fino alla comparsa di parvenu come il ragioner Roberto Colaninno ed Emilio Gnutti, suo alleato nella maxi scalata a Telecom Italia. Ma per i palazzinari è sembrato non esserci mai posto: e di fatti i Berlusconi, i Caltagirone, i Ligresti, fin quando è stato possibile, sono stati esclusi dai patti di sindacato stretti tra gli azionisti di grandi società. Da un paio d’anni, però, una nuova generazione di immobiliaristi si è fatta avanti, rastrellando in Borsa partecipazioni bancarie e assicurarsi così l’ingresso nei salotti dell’alta finanza. Personaggi di provincia, venuti su dal nulla, senza una storia verificabile, 30-40 anni, ricchi nel giro di un decennio o poco più col mattone, e una spiccata abilità a far ricorso ai paradisi offshore. Ma pronti a mettere sul piatto milioni di euro in contanti pur di rivendicare il diritto a sedersi nei tavoli che contano. Come Stefano Ricucci, 42enne "de li Castelli", che solo per poter trattare da pari a pari con Luca Cordero di Montezemolo (Fiat), Gabriele Galateri di Genola (Mediobanca), Corrado Passera (Banca Intesa), Giovanni Bazoli (Mittel) e Marco Tronchetti Provera (Pirelli), ha investito di recente 70 milioni circa per acquistare più del 3% di Rcs MediaGroup, l’editore del Corriere della Sera, ora che il patto sta per scadere e gli accordi vanno ridefiniti con l’uscita dei Romiti e l’entrata di nuovi soci. Per diventare un interlocutore privilegiato del mondo creditizio, questo odontecnico di San Cesareo non ha badato a spese, sborsando in meno di due anni più di 500 milioni di euro, per diventare, nell’ordine, azionista della Hopa di Gnutti (finanziaria bresciana che controlla anche una quota del Montepaschi), della Popolare di Lodi, di Bipielle Investimenti e Banca Valori, di Capitalia (col 3,7%, da poco dismesso), di Meliorbanca e Bnl (5%), oltre che della Lazio Calcio e del Corriere. Dove ha trovato i soldi Ricucci ? Mistero. Anche perché ancora a fine 2002 (ultimo bilancio disponibile) la Magiste Spa, ovvero la subholding romana a cui fanno capo le sue attività immobiliari, dichiarava un giro d’affari inferiore ai 19 milioni, con una perdita di 1,3 milioni e, soprattutto, un indebitamento con le banche a breve di quasi 92 milioni. La scatola di controllo a monte, la lussemburghese Magiste International Sa, alla stessa data era messa anche peggio, con 140 milioni di debiti. Un’esposizione sostenibile solo a fronte del patrimonio immobiliare vantato dal costruttore, che a suo dire dovrebbe valere più di 400 milioni. Di certo l’ingresso nel capitale di grandi istituti come Capitalia e Bnl non può che averlo agevolato negli affari, visto che la sua prima fonte di ricavi è costituita dai contratti pluriennali di locazione di uffici, "minimo 12 anni senza diritto di recesso", a banche ed assicurazioni. Ancora più enigmatica è l’ascesa di Danilo Coppola, un palazzinaro casertano di 37 anni che è addirittura sconosciuto all’Associazione nazionale dei costruttori, e che per blindare il controllo delle sue numerose immobiliari romane (Dacop, Fincapo, Pacop, ecc.) si è servito nel Granducato di cassaforti dal nome più che indovinato (Keope, Sfinge). Lui dichiara di possedere un patrimonio immobiliare di 650 milioni, con un’esposizione bancaria di 120 milioni circa, e non c’è che da credergli, perché gli unici bilanci disponibili delle sue società (tutte costituite nel 2002) non forniscono indicazioni sufficienti. Di sicuro c’è che ha speso quasi 300 milioni per entrare nel capitale di Banca Intermobiliare, Meliorbanca e Bnl, portandosi dietro in quest’ultimo caso anche un costruttore di Aversa suo coetaneo, Giuseppe Statuto, che è altrettanto sconosciuto. E ora che con il 5% del capitale in tasca è diventato uno dei "debitori di riferimento" (come ironizza qualcuno) della banca guidata da Luigi Abete, Coppola rivendica per sé anche l’ingresso nel patto di sindacato e un posto nel cda. Assicurando che dietro di lui non c’è nessun altro, e che insomma non è un prestanome. Ma il dubbio di perché tanti misteri, con scatole di controllo che arrivano in Micronesia, resta. A dispetto di tutte le critiche contro le "famiglie Adams" del capitalismo, e le vecchie regole dei salotti della finanza.

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venerdì, giugno 25, 2004
 

Pornoterapia nelle case di riposo di Copenhagen

(Copyright Dagospia.com)

Nella liberale città di Copenaghen il sesso e la vecchiaia non attirano facili ironie e rimproveri sarcastici. Al contrario, sembrano andare molto d'accordo. Alcune case di riposo, con l'obiettivo dichiarato di risvegliare i sensi degli anziani danesi, hanno deciso di animare le serate dei loro acciaccati ospiti con le proiezioni di film porno. Non piccanti, osé o erotici: pellicole hard, in piena regola. Tutto è cominciato a Thorupgarden, una casa di riposo della capitale danese. Invece di cullare i nonnetti con il solito film di Hollywood, la televisione a circuito interno ha provato a scuoterli con un porno. Un errore ? Il figlio del proiezionista ha fatto confusione con i video ? Uno scherzo del sorvegliante ? Niente affatto. L'idea è partita nientemeno che dal consiglio degli anziani dell'istituto e ha ricevuto l'approvazione della direzione, sempre attenta a promuovere la salute (anche sessuale) dei pazienti. E’ bastato poco tempo, comunque, perché il nuovo divertimento si guadagnasse l'approvazione generale non solo a Thorupgarden ma anche nelle altre residenze per la terza età di Copenaghen e dintorni. Oltre a questi piaceri visivi, i medici delle case di riposo incoraggiano gli anziani a usufruire dei servizi delle cosiddette "happy girl", un nome che evoca passatempi più che allegri. Intervistata da un giornale tedesco, un'ex assistente sociale che adesso lavora come "happy girl" raccontala sua esperienza: "Li aiuto a spogliarsi, a lavarsi dopo il rapporto sessuale e a rivestirsi. Ma il mio compito principale è quello di far loro godere una bella esperienza sessuale. E’ molto emozionante vedere che un uomo di 79 anni può ancora stare bene con una donna. Lo stesso vale per gli invalidi. Molti vorrebbero avere dei rapporti, ma non sanno bene come fare". "E’ chiaro a tutti che la pornografia è più sana, economica e facile da usare delle medicine", afferma Lars Elmsted Petersen, portavoce di Eldre Sagen, organizzazione danese di anziani. Visti i risultati, il ministero della salute danese ha redatto una serie di consigli per aiutare le persone anziane o invalide a raggiungere l'orgasmo. La guida sul sesso raccomanda di praticare la masturbazione aiutandosi con film, foto o accessori erotici. Sempre a patto di non obbligare nessuno, i professionisti sono liberi di fare da intermediari tra i vari pazienti o tra pazienti e prostitute.

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mercoledì, giugno 23, 2004
 

Lo scandalo Postalmarket

(Copyright "Il Giornale")

Quella che segue è una storia incredibile. Che vale la pena seguire da cima a fondo. E' un piccolo, ma in fondo mica tanto, quadro di quello strano impasto che regola i rapporti tra risparmiatori e i loro difensori di ufficio, giustizia italiana e burocrazia, quattrini e dinastie di provincia. Gli ingredienti di questa storia sono Nicola Stock, il commercialista italo-tedesco scelto dai banchieri italiani dell’Abi, per rappresentare e difendere i piccoli risparmiatori che hanno bruciato i propri quattrini comprando obbligazioni argentine. Un marchio decaduto, la Postalmarket, che alla fine degli anni 90 si è vista costretta a portare i propri libri in tribunale. Dopo essere stato uno dei gioiellini meglio custoditi dalla mitica Anna Bonomi Bolchini. E una società friulana, la Bernardi confezioni srl, di Riccardo Di Tommaso da San Giorgio di Nogaro, con una buona presenza nell’abbigliamento a basso costo. I nostri tre attori si incontrano nel 2003. Ma la storia facciamola partire nel ’99, quando la Postalmarket, nonostante le modelline in copertina, non riesce a far tornare i conti. I suoi amministratori vanno in banca a chiedere un po’ di mezzi freschi. Bussano alla porta giusta, quella di Antonveneta. La banca apre il portafoglio e concede un prestito da trenta miliardi. Non prima, ovviamente, di aver verificato l’esistenza di solide garanzie da parte di Postalmarket. Ci sono, eccome. Si chiamano 23mila metri quadri di giardini e aree verdi, più 68.625 (sessantottomila) metri quadrati di edifici alle porte di Milano, a Peschiera Borromeo, a un passo da Linate e dallo scalo merci di Limito: per intenderci lo scalo dell’Esselunga. Antonveneta ipoteca l’immobile per i trenta miliardi prestati, ma in tasca ha una perizia che valuta il complesso circa 47 miliardi e lo assicura per sessanta. Teniamo bene a mente queste cifre. Su questo immobile si gioca tutta la vicenda. Quando dopo pochi mesi gli amministratori di Postalmarket gettano la spugna, si attiva, al ministero dell’Industria, la cosiddetta legge Prodi, per cercare di tutelare le migliaia di lavoratori del gruppo. Vengono così nominati tre commissari straordinari: Mario Santaroni, Elio Blasio e il nostro Nicola Stock. Che rispetto agli altri due nella storia ha un rilievo particolare solo perché, ahilui, è salito alla ribalta per la sua difesa degli interessi dei risparmiatori colpiti dal fallimento argentino, presiedendo il comitato dei "tango-bond". I tre commissari si mettono subito al lavoro e preparano un piano, come vuole la legge, per capire come dare continuità all’azienda. E come soddisfare ovviamente i creditori, tra cui proprio l’Antonveneta rimasta con un cerino in mano da poco meno di trenta miliardi. Nel piano dei commissari, supportato da una serie di perizie tecniche, l’azienda viene valutata 41 milioni (82 miliardi in vecchie lirette), valore che deriva proprio e solo dal valore dell’immobile. Nel 2002 il ministero dell’Industria approva questo "progetto" che incorpora dunque un valore dell’immobile doppio di quello inizialmente stimato da Antonveneta. Il mercato immobiliare d’altronde ha avuto in questi anni un tale boom che la valutazione sembra a tutti credibile. Insomma c’è grasso a sufficienza perché l’amministrazione continui. Senonché i tre commissari fino a marzo 2003 non trovano acquirenti o li trovano ma non rispondenti al bando (uno di questi non presenta le necessarie fideiussioni). Solo nel marzo 2003 si presenta il nostro terzo attore, la Bernardi, con un’offerta da 20 milioni, di molto inferiore alle iniziali aspettative. Andando a leggere bene si scopre che la società friulana in realtà ne avrebbe pagati solo dieci di milioni, il resto sarebbe stato accollo debiti. Per farla breve Bernardi si compra un’azienda con un immobile stimato 40 milioni di euro, pagandola 10 milioni cash e 10 come accollo debiti. Un ottimo affare. Suffragato anche da una nuova e provvidenziale perizia che valuta il complesso 15 milioni di euro. Con il tempo la situazione migliora. Anche le tre prime rate cash, pari a 7 milioni, vengono trasformate in accollo debiti. Insomma alla Bernardi devono trovare solo 3 milioni in contanti per portarsi a casa tutta la baracca: così ormai conviene definire l’immobile. E la valutazione data all’azienda per 20 milioni, prevede uno scorporo per il valore dell’immobile solo per 9 milioni di euro. Insomma, è difficile raccapezzarsi: ma la sostanza è semplice. Un immobile che per una banca vale a titolo di garanzia 23 milioni di euro, dopo due anni viene valutato da un perito 40 milioni, al momento della vendita effettiva il valore passa a solo 9 milioni di euro, nonostante una recente ribassista perizia lo svaluti a 15. A questo punto non si tratta più di un grande affare, ma di "un’enorme svalorizzazione... pari a 219 euro per metro quadrato... e il corrispettivo appare irrisorio". Così si legge in una sentenza del Tar di pochi giorni fa anticipata dal quotidiano "MF". Ma non basta. Chi si compra l’azienda, con l’immobile annesso, si fa prestare i soldi. Bene, improvvisamente il valore sale di nuovo. E chi presta i soldi alla Bernardi iscrive ipoteche sull’immobile per 20 milioni incrementabili di altri dieci. Chi pensa di non capire sbaglia. L’immobile cambia valore come in un Monopoli, a seconda di quale casella scegliamo. Se l’immobile serve per avere garanzie vale un sacco di soldi, se deve essere venduto il suo prezzo ridiventa vile. Il Tar su ricorso di Antonveneta e dei legali Ribolzi, Bifulco e Arlenghi annulla la procedura. Trovando "illogiche", "incomprensibili" molte delle valutazioni dei commissari, tra cui il nostro Stock, e dei loro periti che hanno portato un immobile nel giro di pochi mesi al valere non più 40, ma 9 milioni. Per di più non rispettando i passi formali necessari. Procedura che, secondo quanto risulta al "Giornale", aveva visto a un certo punto l’interessamento di un big del settore come la società Grandi Stazioni, ma che fu esclusa proprio perché la sua richiesta di prorogare i termini collideva con il rigore formale che l’amministrazione straordinaria prevede. Rigore che nello svilimento del valore dell’immobile, nell’utilizzo dell’accollo debiti al posto del pagamento in contanti è stata invece flessibilmente aggirata. Un tribunale amministrativo ha già stabilito che si tratta di una brutta storia. I tribunali civili si sono già attivati. A leggere la sentenza del Tar i commissari hanno commesso molti errori. Non è un buon curriculum, ci si passi, per difendere gli interessi di 450mila risparmiatori che hanno visto i propri risparmi volatilizzarsi come neve al sole argentino.

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lunedì, giugno 21, 2004
 

Il declino dell'Eminenza Azzurrina

di Giuliano Ferrara (Copyright "Il Foglio")

Parliamo di Gianni Letta. Nessun gossip, naturalmente, sono così noiosi. Ma niente reticenze, sono altrettanto noiose. Letta parla poco, in misura inversamente proporzionale all'importanza del suo lavoro e della sua stessa carriera di giornalista abbruzzese gemello di Bruno Vespa, amico di famiglia degli Angiolillo padroni del "Tempo", poi professionista, defilato al servizio della parte mite, intelligente, moderata della Dc nel suo luogo costitutivo e di mediazione curiale che era la Roma di Giulio Andreotti. Di lui si parla poco; si parla poco della sua fredda cortesia, della sua squisita amabilità da animale politico femmina, dello scivolare presenzialista della sua zazzera grigio argento tra cene, presentazioni di libri, necrologi, del suo gusto per la supplenza, del suo gregarismo consapevole e maturo, disciplinato e gaudente, della sua capacità gesuitica di sopportare ogni tipo di umiliazione purché finalizzata alla gloria della casa; se ne parla poco perché Letta conta e ha una posizione particolare, centrale, discorsiva in ogni direzione. Con tutto che è un perno d'acciaio nel sistema di potere dell'odiato Cavaliere, ha sempre goduto della benevolenza di "Repubblica", dell'editore CDB e di una parte molto vasta dell'opposizione. Intorno a lui si è costruita nel tempo una leggenda meramente aneddotica, sottilmente apologetica o maliziosamente detrattrice, ma sempre con attenzione a non dire quel che non si deve dire. Persone così non bisogna disturbarle, e loro non disturbano. Sono polizze di assicurazione universali, polizze-vita non pignorabili da alcuno. Possiamo fare un'eccezione noi, giornale birichino di famiglia impegnato da tempo in un'inchiesta tra le righe sul berlusconismo au jour le jour, sui segnali di declino del carisma del Capo, sulla opportunità per lui di cambiare passo e realizzare qualcosa di meno virtuale, egotistico e personale, qualcosa di davvero utile al paese che governa, che sigilli il ben fatto fino ad ora (non abbastanza) e il mal fatto (abbastanza da perdere perfino contro un centro sinistra squinternato come il nostro). Possiamo farlo sicuri di irritare Letta, che il suo non essere in discussione lo considera fuori discussione, ma anche di fargli una cortesia, magari fredda come la sua, e tuttavia una cortesia. Per usare un'espressione piatta ma significativa, Letta sta dietro le quinte, lascia il palcoscenico ad attori bravi e mediocri, a oche e tenori, organizza e smaltisce i dossier che scottano, ha numerose deleghe di potere, compresi Vaticano e servizi segreti, e le esercita con cura, senza mai strafare, faticando giorno e notte. Quando è spiazzato, perché non capisce quel che succede intorno a lui, che cosa davvero voglia il suo principale, si defila con fredda cortesia, talvolta alza la voce in privato, mai in pubblico, e generalmente incassa una reputazione inconcussa di persona affidabile e addirittura di "dono di Dio all’Italia", che in fondo merita, e che basta al suo narcisismo di seconda battuta, quel narcisismo dell'assenza che è il gentile e accettabile vizio di tutte le eminenze grigie (altra definizione banale, ma perfetta per lui). In un paese di chiacchieroni, noi compresi, Letta è ormai una leggenda antitaliana, come fu il governatore televisivo vaticano Ettore Bernabei per lunghi anni. Come Eugenio Cefis nella piazza chimica e finanziaria di Milano, fino alla morte. In qualche senso, perfino al divino Enrico Cuccia, che aveva però il gusto sanguinario di tutti i siciliani, non era latte e miele, è associabile il suo stile. Una volta lo definimmo ambasciatore della Sublime Porta (Porta, non Porta a Porta), missus del Sultano, ed è perfettamente nella natura delle cose che una simile funzione, gestita con seria impersonalità, sia esercitata e custodita, da amici ed avversari, perfino da loro; con grande discrezione. Se facciamo ora un'eccezione, è perché il Sultano sta cambiando o deve cambiare di ruolo, deve abdicare almeno parzialmente, a meno che non sia accecato dagli dei intenzionati a fargli perdere il regno. Il Sultanato pretende nei fatti la scrittura di una Costituzione (del partito, della coalizione, della corte stessa, e dell'harem). Non basta più che l'ambasciatore discuta le cose di Stato con i maggiorenti del paese mentre il signore ascolta dalla grata, pronto a premiare i fedeli e a punire i reprobi. Non basta più la funzione di rappresentanza riservata, di consiglio, di lobbying a bassa intensità e spesso di alta qualità. In queste vesti Letta raggiunse uno zenith assoluto quando, sei anni fa, in piena opposizione berlusconiana all'Ulivo di governo e nel corso del primo congresso (si fa per dire) di Forza Italia, fu esplicitamente indicato come il numero due del sistemo berlusconiano pur non essendo nemmeno iscritto al partito del premier, comunque non frequentando mai le sue stanze e le sue assise, rimanendo rigorosamente estraneo alle dispute di corrente e correntucola, essendosi addirittura ritirato negli uffici di Mediaset, da dove aveva ripreso il suo vecchio mestiere onorato, in cui è competentissimo oltre che abile, di antenna della tv commerciale nei palazzi romani e negoziatore degli interessi aziendali e politici del Cav., cose notoriamente inestricabili nel suo universo di leader e padrone. Questo Letta prezioso, redditizio, socio patrimoniale di una grande impresa mediatica, civis romanus esperto della pubblica amministrazione, diplomatico extra carriera capace di tutte le ambasciate, fenomeno multiverso di fedeltà e acume, persona gradevole che non dice mai di no, che dice sì soprattutto se è no, non basta più. Il Sultano ha bisogno di un Gran Vizir, il primo ministro deve essere sostenuto da un primo ministro del primo ministro, qualcuno che, si assuma responsabilità effettive, di direzione politica della coalizione e delle truppe: non il solito organizzatore che disciplina il culto del capo e le truppe nel territorio ricavandone una sua piccola cricca, non un coordinatore senza deleghe e senza poteri, non un nuovo portavoce qualsiasi, ma un vero capo staff, uno cui sia delegata l’autorità per fare quel che Berlusconi da solo non ha voglia di fare, non riesce a fare, e - che Dio ci perdoni - forse proprio non sa fare: la conduzione politica di un'insieme di partiti in Parlamento e nel paese. Letta sarebbe in teoria l’uomo giusto per la bisogna. Tutti sanno che se Berlusconi potesse, sarebbe lui il primo ministro e anche il capo del partito. E' fedele, ed è intelligente. Non basta ? Ma intelligente in politica è quasi niente, ove non ci sia la scorta del carattere, la voglia di esporsi e di dare battaglia, la sapienza nel mescolare le cose ai discorsi, il fare al parlare. Perché l'illusione impersonata magistralmente da Letta, che come tutti i suoi collaboratori non è che una faccia del Cav., è proprio questa: l'illusione che contino soltanto i fatti, che invece sono la cosa più presuntiva che esista nell'arte di governo, e il dialogo riservato ma sempre accessibile tra coloro che possono, mentre il resto, i discorsi e i gesti, è roba da teatrino: della politica, roba inutile che fa perdere tempo, tanto c'è il carisma personale e il contatto diretto con il popolo, c'è la versione all'italiana dell'unzione democratica. Invece la politica in una monarchia costituzionale o in una repubblica bene ordinata è una sintesi di fatti e discorsi pubblici, è l'arte di decidere con dolore, un'arte sconosciuta, et pour cause, agli ambasciatori come Letta; che per mestiere temono la decisione come un veleno, e rinvierebbero sempre tutto, portando a cottura con il metodo dello stufato qualsiasi problema. Eppure è il tempo il problema del governo Berlusconi, del sistema Berlusconi, e senza una stretta nel suo orologio politico, senza una astuta e pronta registrazione di atti e parole nel calendario che scorre, tutto rischia di essere perduto. Letta è generoso di sé, e la sua ipocrisia naturale è di una impressionante schiettezza. E', come il Cav., un altro che paradossalmente non sa fingere. Se c’è una sua grandezza, è precisamente in questo, che non si finge un leader politico. Sa di non essere né un Mazarino né un Richelieu, che allargavano i confini della Corona a rischio della vita. Lui odia il sangue. Non si presenta alle elezioni, non fa le liste, non fa vita di partito, non ha ambizioni personali di potere diverse dal potere che ha pro tempore, se ne impipa di tutto quel che non è là delega diretta del suo capo esecutivo, è allineato per statuto personale con ogni tipo di potere neutro, e per quante delusioni questi poteri abbiano dato a Berlusconi, gliene garantisce pur sempre la leggibilità. Era contrario all'avventura politica del suo alto tutore, lo è restato negli anni ma condividendo ogni scelta nell'ovatta del suo ruolo, garantendo così, non senza sofferenza personale, della sua alta funzione diplomatica: sono rari gli ambasciatori che apprezzano le decisioni dei governi per cui lavorano e che magari abbiano amore per la politica. Farebbero un altro mestiere, non quel delicato e necessario succedaneo che è il riferire, il bisbigliare, il garantire tutti nel silenzio e nel segreto. Fedele Confalonieri sarebbe un perfetto Gran Vizir. E' il mestiere che ha fatto nel corso della costruzione dell'impero televisivo. Dovrebbe però dimenticare tante cose: l'azienda, la legge del rinvio che prende il suo nome da tempo immemorabile (un giorno una settimana un mese un anno), il mezzo cioè con cui ha tutelato il sacrosanto diritto a esistere di una grande impresa commerciale nata nel bosco tagliente dove volavano le schegge della politiconzola romana. Dovrebbe dimenticare anche il suo nordismo, il suo disprezzo, così simile a quello del suo capo, per le costanti del palazzo insabbiatore. Pero è un decisionista, uno che si espone, uno che è tentato di fare il Sindaco di Milano, carica amministrativa, è vero, ma di enorme impatto politico. Poi c'è Beppe Pisanu, uno che ha gestito con sapienza il Viminale. Ma è facile vederlo tessere una tela politica; dall'alto della sua esperienza di democratico e di parlamentare di lungo corso, è facile pensare che possa aiutare a dare ordine a un progetto collettivo, di coalizione, tuttavia è difficile immaginarlo mentre taglia le tasse e la spesa pubblica, fa fallire finalmente l'Alitalia rimpiazzandola con una compagnia sana e fa altre cose buone e giuste, sapendo alternare la forma morbida nei rapporti di potere con alleati e avversari e la durezza sostanziale della lotta (il famoso motto di Teddy Roosevelt: parla con dolcezza e portati sempre appresso un bastone nodoso). Non so. Di nomi non è che ce ne siano molti in giro, per questa carica di primo ministro del primo ministro e di segretario del segretario del partito, una carica degna di quel geniale e talentuoso e incasinato paradosso che è diventato il berlusconismo. O forse un altro nome ci sarebbe, posto che cambi registro: Gianni Letta.

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domenica, giugno 20, 2004
 

Giapponese rapito in Iraq fa causa al suo paese

(Copyright "La Repubblica")

Un ex ostaggio giapponese rapito in Iraq ha fatto causa al suo governo. Nobutaka Watanabe, 36 anni, ha dichiarato che "se il Giappone non avesse occupato l'Iraq io non sarei stato sequestrato". Chiederà 38mila euro più interessi di risarcimento danni e soprattutto che il tribunale dichiari l'illegalità del dispiegamento nipponico in Iraq. Questo costringerebbe il governo a far rientrare le truppe.





posted by luminet | 12:25 | commenti


sabato, giugno 19, 2004
 

Rocco Siffredi si ritira

(Copyright "Vanity Fair")

"A 13 anni il mio primo rapporto; lei ne aveva 27. Dimostravo più della mia età: ero altissimo, magro e "lui" aveva già le dimensioni di adesso. La vidi su un autobus, lei mi portò nel suo appartamento". Sembra l'inizio di un film a luci rosse, e in un certo senso lo è. Perché è il racconto dell'iniziazione sessuale di un divo del cinema hard. Meglio. Perché l'italiano Rocco Tano, in arte Siffredi, è una stella del porno internazionale: alle sue spalle, 1.300 film a luci rosse e oltre quattromila partner diverse. A quarant'anni, compiuti il 4 maggio, l’annuncio shock: "Lascio il set". Lo incontriamo a Parigi, nel Paese che l'ha sdoganato dall'hard. Merito della regista Catherine Breillat che l'ha voluto prima in "Romance" e oggi nel suo nuovo film "Pornograzia", in Italia dal 2 luglio. E' vestito in jeans e giubbotto di pelle. Ha la voce suadente, i modi educati; parla di sesso come un avvocato parlerebbe di leggi e un architetto di case.

Fa sul serio, Siffredi ? Si ritira dall'hard ?

"Ho sempre pensato che a 40 anni avrei smesso".

Vuol dire che è pentito ?

"No. Dirigerò e produrrò ancora film porno, solo non li interpreterò più".

Perché ?

"Quando ho iniziato questa carriera, a 20 anni, le ragazze che dovevano girare scene con quelli più "vecchi" mi facevano pena".

Ma c'è la fila per lavorare con lei.

"E' vero, ma non piacerei più a me stesso".

Come è diventato un pornodivo ?

"Lo sognavo da quando avevo dieci anni e, a Ortona, raccoglievo per strada i giornaletti porno buttati dai camionisti. Il mio mito era Gabriel Pontello, l'attore che nella rivista "Supersex" interpretava un extraterrestre dotato di superpoteri con le donne. Sfogliando quel giornale, mi masturbavo anche dieci volte al giorno. A 15 sono finito in ospedale: mi ero provocato una cistite".

Quindi attore hard si nasce ?

"Dopo la prima volta, l'unico scopo della mia vita era fare sesso con il maggior numero di donne possibile. Il sogno si è avverato quando ho girato il mio primo film porno a Parigi: donne bellissime a disposizione, e mi pagavano pure. Il massimo".

La sua famiglia come la prese ?

«Per fortuna ero maschio. Fossi stato femmina, mi avrebbero dato della prostituta, posto che per me dirlo a una donna è un complimento. Vengo da una famiglia semplice. Mia madre non ha creduto che facessi questo lavoro finché non mi ha visto sul giornale. Poverina, avrebbe voluto che facessi il prete. Da bambino, ogni domenica, ero obbligato a fare il chierichetto» .

E suo padre ?

"A settant'anni mi ha confessato che anche la sua vita è stata una continua ricerca di avventure sessuali. Oggi, che ne ha ottanta, si lamenta che deve fare sesso almeno due volte alla settimana".

Allora il Dna c'entra qualcosa ?

"Sì. Mio nonno, che allevava tori, ha avuto 27 figli da due donne diverse".

E le misure c'entrano ? Le sue, a proposito, quali sono ?

"24 centimetri. Lo so perché mi hanno fatto il calco da vendere nei sex shop".

John Holmes era il re dei superdotati. Lo ha mai conosciuto ?

"Un giorno ci siamo incontrati sul set. Lui era alla fine, io all'inizio della mia carriera. Faceva pena perché non riusciva più a ottenere l'erezione".

Non gli ha mai invidiato i suoi 35 cm ?

"Bastano e avanzano i miei 24. Di solito il commento della mia partner sul set è: "Accidenti quanto è grande !". Poi però non si lamenta nessuna. Una volta ero già pronto per andare a fare un film in Cina e non mi hanno fatto partire per via della taglia. Comunque, ci sono attori più dotati. La mia vera forza è che posso andare avanti per ore. Ho un record personale: 14 orgasmi in un giorno. Ma se ho avuto questo successo il motivo è un altro: quando faccio sesso ci metto tutto me stesso".

Può spiegarsi meglio ?

"Non basta avercelo lungo e duro per intrattenere il pubblico a casa; nel mio caso si vede che faccio sul serio. Non a caso giro solo con attrici con cui ho feeling".

I suoi film sono spesso violenti. E' vero che quando fa sesso picchia le donne ?

"Vero. Ma a questo tipo di sesso mi ha iniziato proprio una donna, la mia ex fidanzata inglese Tina: provava piacere solo se la schiaffeggiavo. Ne ho conosciute a centinaia con i suoi stessi gusti. Una volta un fan mi ha detto: "Perché invece di prendere a sberle le donne, non te le fai dare tu ?". Ho provato. Non ha funzionato perché il novanta per cento delle donne ama essere dominato, non dominare".

Le è capitato di fare cilecca ?

"Mai. Se ti capita nel porno hai chiuso".

Mai preso il Viagra ?

"Sono contrario alle pasticche. Ho sempre pensato che se non ce l'avessi più fatta, avrei cambiato mestiere".

Se lei fa l'attore hard per passione, come è riuscito ad avere una famiglia ?

"All'inizio della carriera non pensavo che l'avrei avuta. Mi hanno fatto cambiare idea le mie radici italiane e Rosa, mia moglie. Il segreto del nostro matrimonio, che dura da undici anni, è l'aver messo in chiaro le cose fin dall'inizio: non doveva chiedermi di lasciare il mio lavoro".

Rosa ha recitato in qualche suo film, poi ha smesso. L’avrebbe sposata lo stesso se avesse voluto continuare nell'hard ?

"Non credo. Rosa mi ha conquistato perché è diversa da me, è molto dolce. Una di quelle che io definisco "poveretta" perché riesce a fare sesso solo con chi ama".

E' diverso il sesso che fa in privato ?

"L'unica differenza è che nel privato non mi forzo a fare nulla. E poi con mia moglie a volte sto nella stessa posizione per due ore, cosa che nei film non posso fare perché chi lo vede si romperebbe le scatole".

E' contenta Rosa ora che Rocco ha deciso di lasciare il set ?

"Pensavo che sarebbe stata felice. Invece mi ha detto: "Conoscendoti, non lo so se è una buona notizia". Io mia moglie non l'ho mai tradita, il set è un'altra cosa. Non fare più così tanto sesso mi mancherà; resistere sarà la mia nuova sfida".

Com'è Siffredi nella quotidianità ?

"Mi piace pilotare elicotteri e fare motocross con i miei figli".

Lorenzo, di otto anni, e Leonardo, di cinque. Sanno che lavoro fa il papà ?

"Sanno che lavoro con le donne nude perché hanno visto delle foto. Non hanno bisogno dei dettagli per capirlo. Ogni volta che vedono una ragazza svestita dicono: "Quella è per papà"".

Questo non la preoccupa ?

"No. Quando saranno più grandi dirò loro che papà ha avuto la grande fortuna di fare quello che realmente lo rendeva felice".

E se volessero fare la stessa carriera ?

"Se fosse una scelta sincera, non per imitarmi, li aiuterei a farlo al meglio".

E' un uomo ricco ?

"Considerando che sono il numero uno del settore, non credo di guadagnare tanto; ma prendo anche cento volte di più di un normale attore hard".

Quanti film fa all'anno ?

"Un tempo giravo dagli 80 ai 90 film e lavoravo 25 giorni al mese; oggi faccio 12 film all'anno ma li produco io".

Sta per uscire in Italia "Pornocrazia", il film della Breillat dove interpreta un omosessuale che guida una donna alla conoscenza di sé. Come si è trovato a recitare fuori dal porno ?

"E' impegnativo. Paradossalmente, le scene più difficili sono quelle di sesso: lavorare con attrici "non hard" è un incubo, non vogliono nemmeno che le sfiori".

A 40 anni, le piacerebbe una carriera nel cinema tradizionale ?

"Mi piacerebbe, ma perché succeda dovrebbe diminuire il razzismo che c'è nei confronti di chi viene dal mio settore. Alcuni attori hanno rifiutato di partecipare al film perché c'ero io".

Ha già ricevuto proposte ?

"In passato sì. Mi è dispiaciuto rifiutare la parte del datore di lavoro in "Santa Maradona", ero impegnato. E ho detto no al regista portoghese Montero, che mi voleva far recitare le "Operette Morali" di Leopardi in italiano arcaico. Mi è sembrato un po' troppo".

Che ruolo avrebbe voluto interpretare ?

"Quello di Benoit Magimel nella "Pianista". Amo i film forti, che danno emozioni. E poi mi piacerebbe dirigere un film sulla crisi esistenziale di un pornodivo che, compiuti i quarant'anni, va sul set e scopre che non riesce più a scopare...".































posted by luminet | 14:40 | commenti


giovedì, giugno 17, 2004
 

Scazzo in Transatlantico

(Copyright "Il Velino")

"Bravo, bravo, macché Berlusconi bis, facciamo il Berlusconi tris ! E falla, ‘sta crisi di Governo". Va in scena la verifica da bar sport. E’ cominciato così, con una sarcastica pacca sulla spalla del forzista Fabrizio Cicchitto a Bruno Tabacci, un infuocato botta e risposta che ha tenuto banco per circa venti minuti in Transatlantico, tra l’imbarazzo di alcuni e il divertito stupore dei più, il tutto di fronte ai giornalisti. Uno scontro verbale che ha toccato vette palpabili di tensione, soprattutto quando Tabacci, rosso in volto e visibilmente irritato, ha detto al vice-coordinatore di Forza Italia: "La verità è che volevate annientarci, si è capito fin dall’inizio con la proposta della lista unica", frase alla quale Cicchitto ha risposto: "Ma che cosa stai dicendo ? Lo avete eletto voi Casini ? Ci siamo svenati per voi !".

posted by luminet | 20:15 | commenti


mercoledì, giugno 16, 2004
 

Inventato il tessuto autopulente, i vestiti si laveranno da soli

(Copyright "La Repubblica")

Lavaggio a mano o in lavatrice, a secco o in acqua ? In futuro nessuno si farà più queste domande. Il vestito si laverà da solo. Alcuni ricercatori di Hong Kong hanno inventato il "tessuto autopulente". In cantina, quindi, lavatrici e smacchiatori. Per pulire i vestiti sarà sufficiente uscire di casa e fare un giro. I raggi del sole, a contatto con una sostanza del nuovo tessuto, attiveranno il processo di pulizia. La sostanza si chiama diossido di titanio, un composto chimico naturale già utilizzato nei dentifrici e in alcuni generi alimentari. Mettendone uno strato sottilissimo (2.500 volte più fine di un capello) negli abiti li renderebbe immuni alla sporcizia. Quando le nanoparticelle di diossido di titanio entrano in contatto con la luce del sole, avviano una reazione a catena con l'ossigeno e l'aria. Si forma in questo modo un agente ossidante che trasforma la sporcizia, i depositi dell'inquinamento e i micro-organismi di vario genere in acqua e diossido di carbonio. Insomma, una specie di detersivo incorporato nel tessuto. Gli inventori, John Xin e Valid Daoud dell'Istituto Tessile del Politecnico di Hong Kong, lo hanno ottenuto immergendo per 30 secondi una pezza di cotone in un contenitore pieno di diossido di titanio. Quindi l'hanno asciugata e riscaldata in un forno a 97 gradi per 15 minuti. Infine la pezza è stata lasciata nell'acqua bollente per tre ore. Alla fine il cotone era ricoperto dallo strato auto-pulente. Una tecnologia simile è già stata utilizzata per produrre finestre autopulenti. I vestiti potrebbero essere il passo successivo. I due ricercatori hanno ammesso, però, che prima che il tessuto possa essere messo in vendita potrebbero passare degli anni. I gestori di lavanderie possono stare tranquilli. Per il momento.



posted by luminet | 11:23 | commenti


lunedì, giugno 14, 2004
 

SMS (Spedisco Molto Silvio)

di Massimo Gramellini (Copyright "La Stampa")  
 
Come milioni di italiani, da ore sto cercando di rispondere al messaggino telefonico in cui la "Pres del Cons" mi ricorda di andare a votare. Nessuna intenzione di mancare di rispetto a persone tanto premurose. Vorrei soltanto chiedere se il servizio di "memo" istituzionale può essere esteso ad altre informazioni rilevanti. Troverei cortese che venissero segnalate tramite SMS (Silvio Mi Suggerisce) anche la scadenza delle tasse, quella mobile dei condoni e - perché no ? - la ricetta del gelato di Arcore e l'elenco preventivo degli ospiti di "Porta a porta". In fondo ogni SMS (Silvio Moltiplica Soldi) costa appena 5 milioni di euro all'erario: un modo originale di ridicolizzare definitivamente gli antipatici parametri di Maastricht. Gli SMS (Spedisco Molto Silvio) aiutano a combattere l'astensionismo dei delusi dal governo e perciò rispettano in pieno la legge sulla privacy, che li ammette solo "in caso di disastri e calamità naturali". Non v'è dubbio infatti che una sconfitta elettorale lo sarebbe. Per chi ha mandato i messaggini, ma soprattutto per chi li ha ricevuti: i cittadini, costretti a sorbirsi per giorni l'ira lamentosa del battuto, a canali e cellulari unificati. Purtroppo anche questi astuti SMS (Sempre Meglio Silvio) scontano il peccato originale di ogni spot berlusconiano: l'unilateralità. Per quanto uno smanetti sui tasti, non riesce a spedire la risposta. Quel grand'uomo non accetta il contradditorio neppure sul telefonino.



posted by luminet | 20:55 | commenti (1)


domenica, giugno 13, 2004
 

Rubano un bagno pubblico con un trattore, ma dentro c'è un uomo

(Copyright Libero.it)

I ladri che hanno rubato una toilette pubblica a Gomel in Bielorussia evidentemente non ci avevano pensato, ma dentro, seduto sul water, c'era una persona. Arrivati con un trattore, hanno portato via il bagno con una naturalezza tale che i passanti li hanno creduti degli operai al lavoro. L'uomo di 45 anni ha avuto qualche difficoltà a liberarsi perché intorno alla cabina i ladri avevano fatto passare una corda. E' riuscito ad aprire il portellone solo quando si è allentata. Vedendo che il mezzo era diretto verso i sobborghi della città si è lanciato fuori ed è andato subito alla polizia a raccontare l'accaduto. Le forze dell'ordine hanno identificato la toilette nella casa di un abitante della zona.



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sabato, giugno 12, 2004
 

Torino, la leggenda del Filadelfia fra le rovine il mito granata

di Massimo Novelli (Copyright "La Repubblica")

In apparenza oggi è la maceria di un campo di calcio che fu famoso, il mozzicone di uno stadio in cui si consumò, negli anni Quaranta, la leggenda di una squadra chiamata Grande Torino, sconfitta solo dal fato. In realtà anche adesso, in attesa di una ristrutturazione che non è ancora cominciata e che comunque si porterà dietro più speculazione che effettiva rinascita, il Filadelfia, o Campo Torino, continua a essere, tra quei moncherini di curve e le altre ferite devastanti dell'abbandono, un luogo in cui il tempo si è cristallizzato. Per tutti, pure per chi non vide mai giocarci i granata, non ascoltò la carica suonata dalla tromba del tifoso ferroviere Bolmida e non ribollì di emozioni per capitan Valentino Mazzola intento a rimboccarsi le maniche e dare così il via all'assalto alla porta avversaria, il "Fila" continua a significare mito che non muore, romanticismo, gioventù, lealtà. Passione e fede autentica, popolare, insomma, in qualcosa che va ben al di là dello sport. Venne inaugurato il 17 ottobre del 1926. Il Torino, guidato da un presidente illuminato e ambizioso come il conte Enrico Marone Cinzano, stava per compiere il grande balzo e diventare una delle squadre di rango del campionato di prima divisione. Necessitava quindi di un impianto adeguato. Fu scelta allora un'area della nuova Torino, non distante dai posti in cui stava nascendo il quartiere del Mercato Nuovo, quello dei mercati generali della città. La prima gara che si disputò, Torino-Fortitudo Roma (finì 4-0 per il Toro, con doppiette di Gino Rossetti e di Julio Libonatti), fu foriera subito di gloria. I granata si aggiudicarono infatti lo scudetto, successivamente revocato per il noto scandalo Allemandi. Si ripeterono la stagione successiva, e questa volta nessuno poté portargli via il titolo di campioni d'Italia. Fu tuttavia con il Grande Torino, che il presidente Ferruccio Novo aveva cominciato a costruire all'inizio degli anni Quaranta, che il "Fila" si trasformò da normale, pur glorioso, campo di football, in un pezzo di storia non soltanto calcistica del Paese. A scriverne l'epopea, a farne un terreno di gioco dove il fatto sportivo assumeva le dimensioni di un poema antico, furono certamente le gesta di Mazzola e dei suoi compagni, i loro cinque scudetti consecutivi, i formidabili quarti d'ora dello squadrone in cui qualsiasi avversario veniva travolto. Ma, più di tutto, a creare la leggenda del Filadelfia fu soprattutto l'incredibile e magico connubio fra la squadra e il pubblico che gremiva le gradinate e la tribuna di legno. Meritatosi giustamente l'appellativo di "fossa dei leoni", lo stadio del Toro, grazie al calore della sua gente, divenne inespugnabile: in oltre sei anni, dal 17 gennaio '43 al sei novembre '49, i granata non vi furono mai sconfitti. La tragedia di Superga, la morte del Grande Toro il 4 maggio del 1949, riportarono la società di Novo dall'Olimpo alla terra, ma non uccise le "vie dei canti" del Filadelfia. Pur nelle avversità, nei lunghi anni di magra e di miserie, fantasmi ed echi dei Campioni aleggiarono, infondendosi nei tifosi e nei giocatori. Tanto che tutti i granata che hanno pestato quell'erba, calcato il terreno a schiena d'asino, hanno sempre rammentato i brividi che li coglievano quando entravano nel sottopassaggio, quello percorso da "Bacigalupo, Ballarin, Maroso...", per sbucare in campo. L'ultima gara di campionato che si giocò al "Fila" risale al 19 maggio del 1963: Torino Napoli 1-1, con rete del "Vecio", al secolo Enzo Bearzot, capitano che incarnò al meglio i valori granata. Poi, fino all'orribile soglia degli anni Novanta, quando il presidente Calleri decise di sbarazzarsi per sempre del Campo Torino, il Filadelfia si tramutò ancora una volta, facendosi fucina inesauribile di talenti su talenti. Uno di loro, Roberto Cravero, ricordò qualche anno fa che i ragazzi delle giovanili imparavano ad amare la maglia granata e il Toro respirando storia e mito dai muri di quegli spogliatoi ormai cadenti e da quei cimeli sempre più sparuti che raccontavano le imprese del passato, così come dai tifosi che consideravano quello stadio un tempio inviolabile degli affetti e della memoria. Il Torino ha cominciato a essere meno Toro con la sciagurata dismissione del "Fila". Restano però i tifosi, vecchi e giovani. Sono loro a sapere che anche tra i rovi c'è la magia. A loro basta tagliare un po' di sterpaglie ogni tanto, per risentire le voci delle "vie dei canti", l'incitamento dalle gradinate stracolme, la tromba di Bolmida, i passi di "Baciga" Volante e del Barone Gabetto. E le "vie dei canti", per gli aborigeni d'Australia, sono le vie degli dei.

posted by luminet | 22:32 | commenti


giovedì, giugno 10, 2004
 

Le "premonizioni" dei piccoli Carmela e William

(Copyright "La Repubblica")

La nipotina di Umberto Cupertino, dieci anni, nei giorni scorsi sul calendario di casa aveva cerchiato la data di oggi e di fianco aveva scritto la parola "Liberi". Carmela aveva quindi previsto il giorno in cui suo zio e gli altri due ostaggi italiani sarebbero stati liberati. E anche il piccolo William, figlio di Salvatore Stefio, aveva detto che oggi il suo papà sarebbe stato liberato. La bambina è figlia di Francesco Cupertino, il fratello di Umberto, e di Laura Albanese che in questi 55 giorni ha per lo più curato i rapporti della famiglia con i numerosi giornalisti che hanno assediato la loro casa. "Quando sono tornata dalla visita a Padre Pio - ha detto Carmela - mi sono avvicinata al calendario della nonna per annotare il nome di un frate e ho sentito dentro di me una voce che mi diceva di scrivere la parola "liberi" in corrispondenza dell'8 giugno. Il 31 maggio scorso io, mamma, papà, mia nonna, mia zia Franca e mia sorella siamo tornati da San Giovanni Rotondo, dove abbiamo visitato la tomba di Padre Pio. Giunti a casa, mio padre Francesco mi ha detto di scrivere sul calendario il nome di fra' Cosimo, un frate del convento. E' allora che ho sentito la vocina dentro di me che mi ha suggerito di segnare proprio la data di oggi". "Liberi" è stato scritto a stampatello con una penna nera; la piccola l'avrebbe segnato il 31 maggio, quando bisognava voltare la pagina del calendario della basilica dei santissimi Cosma e Damiano di Alberobello, posto nel soggiorno, sopra il telefono. Una premonizione o solo un semplice caso ? Per la famiglia Cupertino non ha dubbi. "Il fatto ha del miracoloso", ha commentato la madre di Carmela. Anche il figlioletto di Salvatore Stefio, William che ha tre anni, ieri sera ha avuto un presagio, dopo mesi di silenzio. Il piccolo William, ha detto: "Domani papà torna dal lavoro, alle 13 sarà con noi a casa". La predizione è stata esatta, perfino nell'orario. I giornalisti l'hanno appreso da Carmelo Nicolosi, il suocero dell'ostaggio italiano liberato in Iraq. Sereno, tranquillo, pantaloncini blu e camicia verde militare il bambino sembra essere estraneo alla tensione che ancora si respira in casa Stefio a Catenanuova. Una cugina lo porta via, "per evitare i contatti con i giornalisti", perchè lui non sa che suo padre è stato sequestrato. Lo credeva lontano per lavoro. "Non è stato facile - rivela la madre Emanuela di 26 anni - nascondergli la verità, sorridergli, mostrarsi tranquilla mentre dentro piangi e urli. Lui continua a sapere che papà è stato fuori per lavoro e così sarà sempre. Adesso voglio ringraziare tutti per come ci sono stati vicini. Adesso la priorità è organizzare il viaggio di domani a Roma, per andare a Ciampino ad accogliere Salvatore".



posted by luminet | 19:58 | commenti


martedì, giugno 08, 2004
 

Le masse hanno sempre dato ascolto agli stregoni. Gli incantatori hanno sempre creato illusioni promettendo la conoscenza assoluta, accampando la pretesa che il loro pensiero e la loro azione volta al bene altrui avesse un significato sovrasensibile. La messa in scena di sé ha sempre avuto successo mediante una rappresentazione globale dell'accadere delle cose in cui lo stregone si pone come centro e punto di svolta. Si è riusciti a creare un'atmosfera magica. Vario è questo regno di sofisti, di ciarlatani, di furfanti della tarda antichità messi in ridicolo da Luciano, e degli odierni stregoni scientifici. Per primi Socrate e Platone li hanno combattuti a fondo e con chiarezza.

Karl Jaspers

posted by luminet | 23:21 | commenti


domenica, giugno 06, 2004
 

Il capitalismo dei poteri deboli

di Federico Rampini (Copyright "La Repubblica")

"Scompare l´Italia industriale ma la classe dirigente non comprende neppure quanto questo sia grave, perché la classe dirigente nazionale è la causa stessa di questa decadenza. Il declino della Fiat è la conseguenza di tre patologie: l´intreccio fra i vizi del capitalismo familiare, quelli del capitalismo di Stato, e quelli di un sistema bancocentrico. Un capitalismo senza capitali e uno Stato indebitato hanno congiurato a impedire lo sviluppo. Di fronte al drammatico declassamento del nostro paese, l´unica reazione che sento affiorare è la nostalgia di ricette antiche, anacronistiche e fallimentari. Per esempio un neodirigismo strisciante, che l´Italia di oggi non si può più permettere". La morte di Umberto Agnelli, l´avvento di Luca di Montezemolo ai vertici della Fiat, la denuncia del governatore della Banca d´Italia sulla perdita di competitività del paese: ne parliamo con il giurista Guido Rossi, grande conoscitore del capitalismo italiano.

In quale misura la vicenda Fiat e la scomparsa della grande industria nazionale si spiegano con il capitalismo familiare ?
 
"Un peccato originale che ha contribuito a indebolire la Fiat è la struttura delle scatole cinesi e del controllo piramidale: marchingegni tipicamente italiani, architettati per garantire il potere della famiglia con il minimo investimento di capitali propri. Parallelamente le holding di famiglia e il gruppo per decenni hanno investito ovunque al fine di diversificare i rischi: dal turismo alle assicurazioni, dai supermercati al nocciolino duro Telecom e infine, nel peggior momento della crisi dell´auto, a Italenergia. Proprio mentre la crisi mondiale dell´automobile richiedeva investimenti imponenti, loro si rivolgevano altrove. Sono fenomeni di diversificazione che hanno contagiato molti grandi gruppi italiani. Il capitalismo familiare con i suoi patti di sindacato e la sua opacità ritarda l´assunzione di responsabilità, cerca di sfuggire alla crisi correndo sotto l´ombrello protettivo dello Stato e delle banche. Si creano quelle "mostruose fratellanze siamesi" denunciate mezzo secolo fa da Mattioli: un altro modo per dire conflitti d´interessi. Il sistema bancario continua a essere il centro di tutto ma non risponde di niente. In questo disastro non mi convincono gli appelli a rilanciare il ruolo pubblico, che sento anche a proposito dell´Alitalia. Vogliamo creare una nuova Iri ? Per farlo dovremmo uscire dall´Europa".

La presidenza Montezemolo è destinata a traghettare quel che resta del gruppo Fiat verso l´approdo di una public company ?

"Non credo. L´esistenza di una moderna public company in Italia è un´utopia. Il mercato finanziario è minuscolo. La legislazione favorisce la mancanza di trasparenza. In quanto alla famiglia Agnelli, anche dopo la tragica scomparsa di Umberto ha dimostrato di mantenere un ruolo non simbolico. Nell´arco di un weekend si sono riuniti, hanno deciso loro il presidente e l´ad. Tenuto conto della quota di capitali che hanno nel gruppo, non è un episodio edificante di corporate governance. La moderna democrazia societaria è ancora un traguardo lontano".

Montezemolo ora cumula la presidenza della Fiat e della Confindustria nonché la proprietà o l´influenza su tre quotidiani nazionali: "Stampa", "Corriere della Sera", "Sole 24 Ore". La sua nomina in Confindustria era stata salutata come una positiva presa di distanza degli industriali dal berlusconismo. Montezemolo manterrà spirito critico verso il governo ora che deve gestire gli interessi Fiat ?

"Per cominciare trovo sempre più anomala questa Confindustria in un paese che non ha più industria. Le associazioni imprenditoriali straniere, come il Cbi inglese e il Medef francese, hanno meno visibilità politica, in compenso hanno avuto un ruolo utile nel dettare codici di comportamento e regole di corporate governance avanzate ai propri iscritti. Al contrario la nostra Confindustria ha sempre fatto battaglie di retroguardia che hanno nuociuto alla tutela dei piccoli azionisti e dei risparmiatori. Montezemolo ora eredita la tradizione filogovernativa della Fiat, ed eredita un´azienda in difficoltà che può avere bisogno nuovamente di aiuti pubblici. L´intreccio tra imprese e politica continua a esercitare un´attrazione perversa. Ma il suo primo discorso in Confindustria lascia ben sperare. Si è rivolto ai sindacati, ha riparlato di concertazione, cambiando linguaggio rispetto al suo predecessore. Forse è un segno dei tempi: oggi la concertazione può giovare di più di un abbraccio al governo Berlusconi, che ormai non è in grado di offrire niente".

In teoria uno dei pochi vantaggi del capitalismo familiare dovrebbe essere quello di garantire la stabilità dell´azienda. Ma avendo cambiato cinque amministratori delegati in cinque anni, nessun gruppo automobilistico mondiale ha subìto tanta instabilità quanto la Fiat.

"Come i governi della Prima Repubblica. Il capitalismo familiare garantisce la stabilità della proprietà attraverso sistemi non sempre trasparenti, ma non può garantire la stabilità della gestione. Anzi, in questa situazione anomala i manager non si sentono sicuri finché non riescono a mettere un piede nella proprietà, come ha tentato di fare Morchio".

La vendita della Fiat auto a una casa straniera, paventata ancora pochi anni fa come una catastrofe, oggi sembrerebbe una salvezza. L´Italia può permettersi il "nazionalismo industriale" di Francia e Germania ?
 
"Dubito che nel lungo termine sia vincente anche quel nazionalismo che organizza il salvataggio di Alstom a spese del contribuente francese. In ogni caso il problema non si pone neppure in un´Italia che non ha più la grande industria. E non confondiamo la causa con l´effetto. La chimica italiana è morta per colpe italiane molto prima che arrivassero le multinazionali straniere a comprarsi quel poco che ne restava. L´industria dell´auto è entrata in crisi pur avendo nazionalisticamente impedito alla Ford di comprarsi l´Alfa Romeo. Non mi preoccuperei di chi sarà l´azionista di maggioranza di Fiat auto, quel che conta sono le riforme di sistema. In mancanza di quelle, mi spaventa il fatto che gli stranieri non arrivano perché preferiscono investire altrove. Se poi il nazionalismo all´italiana è la premessa per rilanciare il capitalismo di Stato, le Partecipazioni statali, allora siamo spacciati".

Montezemolo con la Ferrari, Armani, Della Valle: oggi i nomi noti del capitalismo italiano si identificano con queste marche di prestigio all´estero. E´ un capitalismo diverso dai tempi in cui l´Italia aveva grandi imprese presenti sui mercati mondiali della siderurgia e della farmaceutica, dell´auto e dell´informatica. Anche la scelta di un manager italo-canadese sembra indicativa: l´Italia fa fatica a formare una classe dirigente dell´economia che sia competitiva sui mercati globali ?

"Il dramma è proprio che l´Italia non forma più nessuna classe dirigente, in nessun settore. E´ qui che stiamo perdendo contatto con gli altri paesi, distanziati da tutti. Il capitalismo familiare che ha puntato sulla finanza e sulle rendite monopolistiche non ci ha certo aiutato, ma le responsabilità non si fermano lì".

Mentre il governatore della Banca d´Italia denuncia la nostra perdita di competitività, lei che cosa pensa del ruolo dominante delle banche nel capitalismo italiano di oggi ? Le vediamo protagoniste in tutte le vicende, dalla Parmalat alla Fiat.

"La diagnosi macroeconomica di Fazio sul declino nazionale è giusta, il suo severo bilancio della politica economica del governo è ineccepibile. Non individua però tutte le cause. Fazio difende un sistema bancario che invece è parte della malattia: protetto, non competitivo, non risponde dei danni che fa. D´altra parte il degrado della classe politica porta a esiti sconcertanti: di fronte a drammi come Cirio e Parmalat, nei palazzi del potere si occupano di quanti anni deve durare in carica il governatore della Banca d´Italia. Quegli scandali gravi, che dovevano essere l´occasione per un ripensamento generale delle regole del sistema, sono stati ridotti a occasioni per regolamenti di conti".





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sabato, giugno 05, 2004
 

Il Signore degli Agnelli intorta tutti con uno show-imitazione dell'Avvocato (e i servi risero....)

di Maurizio Crosetti (Copyright "La Repubblica")

Ha fatto pubblicità, ha mandato baci, ha dato pacche sulle spalle, è quasi zompato con i piedi sul tavolo, ha parlato delle sue bimbe piccole, ha chiesto un minuto di raccoglimento, ha evocato Pippo Baudo e ha ufficialmente eletto la Lancia Ypsilon l´auto che ogni uomo dovrebbe regalare all´amica. Non alla moglie: per lei c´è la Panda. Anche Fiorello fa gli spot per la Fiat, ma Montezemolo è meglio. In venticinque minuti di conferenza-show, il "terzo Agnelli" ha svecchiato Torino di dieci anni. Altro che città in cui i carri funebri viaggiano più delle auto. Altro che fine della dinastia. Senza mai nominare la parola crisi (se non la nomini, non esiste) ma sillabando invece termini un po´ fuorimoda come lavoratori, sindacato e fabbrica, senza esagerare però l´ha fatto, e naturalmente usando il glamour di Ferrari e Juventus, Luca Cordero di Montezemolo ha riportato in vita un´epoca che pareva, pure lei, tumulata per sempre: quella dell´Avvocato e delle sue battute. E ha iniziato un mezzo miracolo: ridare a una sigla un po´ frusta, Fiat appunto, il valore e l´orgoglio di un vero marchio. Montezemolo ha rubato la scena al nuovo amministratore delegato Marchionne e al giovane John Elkann detto Jaki: mentre i flash bombardavano il presidente, Marchionne tagliava corto e Jaki provava davvero a diventare John, crescendo nel ruolo, stringendo la sua cartellina da primo giorno di scuola e leggendo le dieci righe del discorsetto vergato con ampia calligrafia. Ma erano solo le due spalle di un mattatore. Sotto la gigantesca scritta Fiat e il dipinto di Casorati dove puntini luminosi tracciano l´esattezza di una Torino notturna, Montezemolo ha scompaginato proprio quella geometria. Lo ha fatto con l´entusiasmo rombante del ferrarista. Quando i fotografi hanno chiesto al terzetto di mettersi in posa, il presidente ha alzato piede e gamba sulla scrivania e ha simulato la scalata: "Eh, voi volete farmi fare brutta figura, mettendomi vicino a John che è alto tre metri...". Ma subito ha riequilibrato la metafora, scendendo di qualche centimetro e dicendo che Marchionne sarà il capo operativo e che il giovanotto col gessato blu e gli occhi spauriti "si farà valere sul campo". Quando ha visto il plotone dei giornalisti ne ha salutati molti al volo, con affetto cameratesco, come se fosse il raduno degli alpini o la pizza dei dieci anni della maturità. Alcuni li ha chiamati per nome, "beati voi, siete una bella compagnia di giro". Le hostess dell´ufficio stampa lo guardavano radiose, e la direttrice del cerimoniere pareva la figlia di se stessa, della se stessa che sabato - proprio in questo stesso luogo, sotto questo identico tetto a punta - dirigeva con accenni di sguardo il protocollo funebre per Umberto Agnelli. E magari a qualcuno sarà parso irrispettoso che nel punto in cui stava la bara, appena tre giorni fa, ieri ci fosse invece il tavolo del rinfresco, e poco più a lato una 600 Sporting gialla: in fondo, questo è il Centro Storico della Fiat. Ma così si dimentica che Umberto Agnellli, la mattina dopo il funerale del figlio era già in ufficio per lavorare. L´uomo che pianse l´Avvocato con lacrime irrefrenabili e che ha ricevuto dalla moglie di Umberto l´abbraccio e il bacio più dolenti, ora rappresenta gli Agnelli che non c´erano più e che invece, non solo per via di somiglianze nei gesti e nello stile, in qualche modo ci sono ancora. "La mia vita è intrecciata a questa famiglia". Con abile miscela di pubblico e privato ("Temevo di non riuscire a godermi le mie splendide bambine di uno e tre anni, la cosa più bella per un padre della mia età", oppure "vorrei vivere un po´ meglio, ora corro troppo"), Montezemolo è stato tumultuoso e appassionato: "Guardate quei muri e capirete cos´è la Fiat" e ha indicato gigantesche foto di auto, camion, ruspe, aeroplani. Ha sgridato gli industriali del Varesotto per le troppe Bmw, ha scelto parole pesanti come affetto, incoscienza, squadra, cultura, lavoro, ha accennato a una bevuta direttamente dalla bottiglia dell´acqua minerale (poi però ha preso il bicchiere), ha chiamato "Pippo Baudo" il capo ufficio stampa Fiat che stava facendo il bravo presentatore, ha confermato Giraudo e Moggi alla Juve, ha detto che il nuovo amministratore delegato non lo conosceva neanche, ma Umberto Agnelli gli spiegò che era bravissimo: "Poi siamo stati vicini di banco, e mi ha aiutato a copiare". Ed è tutto un richiamo ai due personaggi che non ci sono più, ma che dovranno esserci ancora: "Il dottor Umberto adesso direbbe che sono stato troppo lungo, che ho parlato troppo, lui era sempre molto critico, ma io mi ero abituato". Il "terzo Agnelli" ha saputo dosare i toni, parlando più di Umberto, ma usando di più le parole di Gianni. E forse non è solo suggestione la frase del collega straniero che alla fine dello show dice: "Sembra di ascoltare l´Avvocato". Anche lui, vedendo passare una Ypsilon, non potrà fare a meno di chiedersi di chi sarà amica quella signora al volante.

posted by luminet | 11:30 | commenti


giovedì, giugno 03, 2004
 

Lettera a Dagospia

Avete visto Schumacher che mette il lutto per Agnelli sul braccio all'altezza del gomito per non coprire i marchi ? Ammazza che bel lutto ! Non ci credi ? Guarda la foto pubblicata sulla prima pagina del "Corriere della Sera".

Emanuele

posted by luminet | 20:32 | commenti


martedì, giugno 01, 2004
 

Bush e Sharon: il fine distrutto dai mezzi

di Mario Vargas Llosa (Copyright "La Stampa")

Albert Camus lo ha spiegato come meglio non si potrebbe: non sono i fini a giustificare i mezzi, ma i mezzi a giustificare i fini. Abbattere una tirannia sanguinaria come quella di Saddam Hussein e aiutare l’Iraq a diventare una moderna democrazia è un nobile obiettivo; ma se, per ottenerlo, le forze militari degli Stati Uniti violano i diritti umani e si lasciano andare, nelle carceri della vecchia satrapia, a torture crudeli e abiette simili a quelle praticate dalla Mukhabarat o dalla polizia politica dell’antico regime, quell’obiettivo si snatura e si trasforma in un mero pretesto. La difesa della popolazione israeliana contro le organizzazioni terroristiche palestinesi che compiono attentati ciechi nei confronti della società civile è un fine perfettamente legittimo, ma quando un governo, come quello di Ariel Sharon, si crede autorizzato a realizzare quest’impegno attaccando con missili antiaerei popolazioni inermi, assassinando bambini, donne e anziani, organizzando omicidi preventivi e facendo saltare con la dinamite le case di conoscenti, familiari o vicini di veri o presunti terroristi, questo governo diventa esso stesso terrorista e perde ogni diritto di rivendicare una superiorità morale sui fanatici decisi ad abbattere, con il sangue e con il fuoco, lo Stato d’Israele. Gli orrori che il mondo ha visto in queste ultime settimane in tv o sui giornali, con le immagini che arrivavano dalle prigioni di Abu Ghraib - il carcere alla periferia di Baghdad che Saddam Hussein ha trasformato nel simbolo dell’ignominia per le torture inflitte proprio qui alle sue vittime - e quelle delle strade e dei rifugiati nel campo di Rafah, a Gaza, assaliti dalle truppe israeliane, hanno provocato la reazione indignata dell’opinione pubblica internazionale. Non è esagerato affermare che hanno fatto più danni agli Stati Uniti e a Israele di tutte le bombe e gli attentati suicidi degli estremisti islamici in questi ultimi mesi. Che credibilità possono avere, raffrontate con le foto di questi prigionieri denudati, obbligati a masturbarsi e a sodomizzarsi, sottoposti a scariche elettriche o ai denti di cani feroci per la gioiosa imbecillità dei loro guardiani, le affermazioni del presidente Bush o del segretario alla Difesa Rumsfeld secondo cui gli Usa sono in Iraq per portare la libertà e la legalità al popolo iracheno ? E chi potrebbe credere seriamente, davanti ai cadaveri dei bambini palestinesi annientati dalle mitragliatrici nelle strade piene di fame e di miseria di Gaza, alle assicurazioni di Sharon per il quale la sua politica ha come unico fine la difesa di Israele ? I torturatori di Abu Ghraib e i commandos sterminatori di Sharon sguinzagliati a Gaza hanno offerto un incommensurabile appoggio a quanti sostengono da tempo che non esistono differenze tra Bush e Saddam Hussein e tra Ariel Sharon e i dirigenti di Hamas e della jihad islamica. Nonostante tutto, malgrado il giustificato disprezzo al quale possono spingerci le torture di Abu Ghraib e i crimini israeliani contro la popolazione civile di Rafah, occorre fare uno sforzo, evitare pericolose equazioni e cogliere le differenze con un minimo di razionalità. Una società democratica può avere al governo un mediocre senza attenuanti come Bush o un macellaio come Sharon, ma possiede meccanismi di controllo, revisione e rettifica degli errori che giustificano la speranza: vale a dire, la possibilità d’un radicale cambiamento di politica. Negli Stati Uniti e in Israele tali meccanismi esistono e, in questi giorni degli scandali, li abbiamo visti entrare in azione. Nessuno, fino a ora, credo, ha avuto occasione di osservare la faccia del giovane soldato Joseph Darby che, il 13 gennaio, con un atto di grande coraggio e di dirittura morale, ha spontaneamente denunciato alla Divisione Investigativa Criminale quanto accadeva a Abu Ghraib allegando un cd colmo di fotografie, parte delle quali sono arrivate alla tv e ai giornali degli Usa. Il Pentagono e lo stesso Rumsfeld non hanno potuto far passare sotto silenzio questa denuncia, causa prima della tempesta che ha scosso dalle radici l’amministrazione Bush. Benché sinora siano stati incriminati solo sette soldati e agenti di polizia - ridicoli capri espiatori di quelli che, con tutta evidenza, erano sistemi generalizzati di estorsione e di "ammorbidimento" dei prigionieri per strappar loro informazioni - già sono rotolate molte teste di generali, compresa quella dello stesso generale Sanchez, capo delle forze della coalizione in Iraq. Ed è assai probabile, anzi quasi certo, che le torture di Abu Ghraib significhino per Bush la sconfitta alle elezioni di novembre. Alcune centinaia di prigionieri ingiustamente incarcerati in Iraq sono stati liberati e la funesta prigione di Abu Ghraib sarà presto demolita. Ciò può non essere sufficiente per riparare il danno, ma nulla di tutto questo sarebbe potuto accadere nel regime di Saddam Hussein o sotto qualsiasi altra dittatura. La critica più feroce alle atrocità sui civili palestinesi a Gaza non è uscita dalla bocca o dalla penna degli avversari di Israele, ma da Tomy Lapid, leader del partito laico israeliano di ispirazione centrista e ministro della Giustizia dello stesso governo Sharon. Bisogna complimentarsi per il coraggio e la rettitudine morale di questo israeliano, degni d’ammirazione come come quelli del soldato Joseph Darby, anche se gli integralisti e i fanatici dei rispettivi paesi accusano entrambi d’essere traditori della patria. In realtà nessuno incarna meglio di loro quanto ci può essere di pulito e di degno in quella pericolosa parola - rifugio di canaglie, come ha ricordato Samuel Johnson - che è "patriottismo". Il ministro Lapid, nipote d’una donna assassinata dai nazisti ad Auschwitz, non ha avuto difficoltà a dire, dal suo seggio nel Parlamento israeliano, che le immagini delle donne palestinesi intente a frugare tra le macerie delle loro case abbattute dai carri armati di Israele "gli ricordavano la nonna". E ha chiesto che si mettesse fine alle demolizioni nel campo dei rifugiati di Gaza perché queste rappresaglie "non erano umane, non erano ebree". Anche se gli sono piovuti addosso insulti e polemiche, Tomy Lapid sta ancora in Parlamento, al governo e tra le fila del suo partito. Non è il solo, in Israele, a rappresentare l’alternativa sensata e decente alla politica demenziale di Sharon. Appena qualche settimana fa una folla gigantesca di 100-150 mila persone ha manifestato nel centro di Tel Aviv reclamando l’abbandono di Gaza da parte di Israele e chiedendo al governo d’instaurare negoziati con l’Autorità Palestinese. E sono frequenti, sui giornali e nelle tv del paese, le critiche agli eccessi e agli abusi di Sharon. Così come è cospicuo il numero di ufficiali e soldati dell’esercito israeliano che si sono rifiutati, pubblicamente, di partecipare ad azioni di repressione o di sterminio della popolazione civile. Sfortunatamente non esistono esempi analoghi da parte palestinese. Tra quanto accaduto ad Abu Ghraib e quanto accaduto a Gaza le coincidenze non sono soltanto d’ordine morale. La verità è che la crisi irachena e il problema israelo-palestinese sono visceralmente intrecciati. L’appoggio acritico e totale che il presidente Bush ha dato al piano di Sharon durante l’ultima visita di questo a Washington, non ha contribuito in alcun modo a facilitare una soluzione negoziata del problema nevralgico del Medio Oriente e ha soltanto reso più difficile e lontana la fine delle ostilità in Iraq. In questo e in tutti i paesi arabi esistono immensi settori della società ansiosi d’uscire dall’oscurantismo dispotico in cui ancora vivono. Ma, finché gli Stati Uniti saranno visti - e nessuno ha fatto più di Bush perché ciò si verifichi - come un alleato e un complice sistematico della politica del governo di Ariel Sharon nell’imporre al popolo palestinese una pace che sembra quella dei cimiteri attraverso repressioni selvagge, appropriazioni di territori, omicidi preventivi, persecuzione militare e asfissia economica, qualsiasi azione o iniziativa che arrivi da Washington - compresa quella, assai positiva, d’abbattere un tiranno che era un assassino patologico o di dare impulso alla democratizzazione - appare sospetta ed è accolta con sfiducia e ostilità. Ciò ha trasformato quella che sembrava una passeggiata trionfale delle forze della coalizione in Iraq nella trappola mortale da cui, ora, non sanno come uscire. Mi piacerebbe molto che venisse proiettato in Israele - e non è escluso che ciò avvenga visto che, nonostante la politica di Sharon, questo paese è ancora una democrazia - il documentario Death in Gaza trasmesso la sera del 27 maggio alla tv britannica. E' realizzato dal cameraman James Millar, morto il mese scorso sotto il fuoco dell’esercito israeliano mentre stava filmando. Descrive con algida obiettività la vita dei bambini e delle bambine nel campo per rifugiati di Rafah, tra i rifiuti, il sudiciume, la paura, le incursioni dei carri armati e dei soldati d’Israele che lasciano sempre dietro sé una scia di sangue e di morte. Il divertimento di questi piccoli consiste nel tirare pietre contro i nemici e, per il resto del tempo, nel dimenticarsi la fame facendo sogni d’odio, di vendetta, di martirio, o attendendo una morte simile a quella che ha stroncato la vita dei loro fratelli, dei loro padri, dei loro amici. Tra le testimonianze c’è quella d’una adolescente che ha perduto otto membri della sua famiglia e che guarda l’obiettivo con occhi profondamente disgustati e vuoti, come se fosse morta. Mentre la vedevo ho sentito, all’improvviso, la mia faccia bagnarsi di lacrime. Sembra impossibile che le belle gesta dei sionisti i quali, dopo aver tanto sofferto in Europa, arrivarono in Palestina per trasformare il deserto in un giardino e costruire una società libera e generosa basata sulla fratellanza, siano sprofondate in questa vergogna.

posted by luminet | 20:45 | commenti (1)