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domenica, maggio 30, 2004
OGM
di Guido Ceronetti (Copyright "La Stampa")
Se può aiutare a capire. L’Ogm alimentare ha caratteristiche di telefonino, somiglia a una conversazione con questo mezzo in strada, in viaggio, in compagnia. Col telefonino succede questo: Giovanna, in compagnia di Federico in un ristorante di Milano è chiamata da qualcuno che si trova in Turchia, la parola di Federico viene troncata e tra loro s’inserisce il fragore di un aeroporto, lei ne è risucchiata e mentre si sta sempre più allontanando indica sulla carta, con distratto cenno affermativo, la ribollita. L’elemento estraneo si fa preponderante in modo arrogante e spietato, chi è presente è, nello stesso momento, anche assente. La cosa non è superficiale: quella conversazione alienata è un Organismo Geneticamente Modificato ! Il food (come si dice in italiano corrente) conserva il nome di granturco o di carciofo, ma dalle sue fornicazioni di laboratorio biotecnico col merluzzo, la banana, la coca, il pollo, la placenta di toro, è nato qualcosa che ne ha capovolto la granturchità e la carciofità . In verità , la storia del cavallo di Troia è senza fine. Ma di alimenti modificati ci nutriamo da generazioni ormai, e non bene: l’Ogm apporta la modificazione definitiva, in essenza, che ancora mancava. Con la proclamazione della sua innocuità da parte delle aziende e dei loro tirapiedi scientifici, la bacchetta del Direttore sul podio è passata nelle mani del dottor Goebbels. Ogm è anche paragonabile all’aria che si respira. Che cosa c’è di altro che di aria del tipo necessario alla vita in quel che i polmoni hanno a disposizione in Largo Chigi o in un mercato di Calcutta ? Col termine smog definiamo da tempo dappertutto l’aria urbana fatta Ogm, mischiata con molecole aliene al punto che di aria rimane il nome. Una speciale truffa: dice il dottor Goebbels che "il consumatore potrà scegliere" guardando l’etichetta. Ma vi siete visti comprare in quella Grande Distribuzione che sta stringendo il commercio alimentare con spire di colossale boa, in un abbraccio mortale ? I carrelli traboccano di roba buttata dentro con furia senza discernere tra prosciutto e detersivi.
sabato, maggio 29, 2004
Stilata la classifica dei divi che puzzano
(Copyright Libero.it)
Bello, anzi bellissimo, ma puzzolente. Questo è ciò che sostiene il giornalista Mikael Jagerbrand, che si è preso la briga di stilare la classifica dei divi più maleodoranti di Hollywood. Ed è il marito di Jennifer Aniston che guida la graduatoria. Pare che al suo debutto Pitt venne sommerso dalle proteste dei colleghi per il cattivo odore emanato dai suoi abiti. In tutta risposta il divo preferì comprarsi una camicia nuova da 3.600 euro di Calvin Klein piuttosto che prendere acqua e sapone. Al secondo posto si è piazzato Russel Crowe, seguito da Hayden Christensen e David Bowie. Seguono Courtney Cox (collega di Aniston sul set di "Friends"), Robbie Williams, Christina Aguilera e Cameron Diaz.
venerdì, maggio 28, 2004
L'ultima febbre di Berlusconi: il finto teatro greco in costruzione
(Copyright "La Repubblica")
Marco è abbronzato, sveglio e scalzo. Salta sul gommone bianco, accende il motore da 60 cavalli che fa ronzare il mare blu, dice: "Andiamo ?". Come no. Questa è una gita speciale. Si va a visitare un cantiere che non si può vedere, non esiste sulla carta, ma già galleggia sul mare. Il mare di Punta Lada. Ponteggio a ridosso della scogliera: gru, escavatrici, bracci meccanici, operai in tuta arancio. E' la sola Grande Opera che Silvio Berlusconi non ha mai disegnato con il pennarello, ma che sta realizzando (direttamente) con il cemento, i martelli pneumatici, un decreto che nessuno ha ancora visto, il velo impenetrabile della "sicurezza nazionale", le motovedette dei carabinieri a fronteggiare i curiosi, dissuadere ambientalisti e scocciatori. Non è un ponte, non è uno svincolo, non è un raddoppio autostradale. E' una grotta. E' casa sua. Casa sua sta a un paio di miglia di mare da qui. Si chiama Villa La Certosa, 50 ettari di mirto, ginestre, ulivi, tutto comprato un po' alla volta. Tutto cresciuto un po' alla volta. Compreso un agrumeto. Una foresta di ulivi secolari. La spianata dei cactus. Il lago artificiale. La finta cascata. E adesso (in un colpo solo) un nuovissimo anfiteatro finto-greco, ma di autentico granito, che si vede solo dalle alture di Porto Rotondo. E questo benedetto cantiere a mare che si vede da qualunque punto del Golfo. Il cantiere ha scatenato un vespaio. Trattasi, secondo le parole del ministro Giovanardi di "cavità naturale da ingrandire e consolidare". Un "approdo coperto per piccole imbarcazioni". Una "via di fuga sicura" per il premier, i familiari e "le illustri personalità straniere". Roba talmente segreta che sino a una manciata di giorni fa nessuno ne sapeva niente. Cento metri quadrati di tubi Innocenti spuntati sul mare, chiatte avanti e indietro per il Golfo, camion via terra, e il sindaco di Olbia Settimo Nizzi (Forza Italia) cascava dalle nuvole: "Non ho niente da dire". Buio completo da carabinieri, polizia, guardia forestale e costiera. La prefettura di Sassari ? Incompetente. Il ministero degli Interni ? Nulla da dichiarare. Mistero. Sabato scorso Gianni Nieddu, senatore ds, un pugno di ambientalisti e i cronisti della Nuova Sardegna hanno provato un assalto con i gommoni. Sono arrivate rombando un paio di vedette dei carabinieri, una lancia costiera e un elicottero: navigazione interdetta entro i 500 metri dalla costa. Ma come ? Un senatore della Repubblica non può approdare sul terreno demaniale di costa ? No. Tutti fermati, identificati, rispediti a terra. "Sicurezza nazionale". Dice Marco: "Questa è la rotta dell'altra volta". Dice: "Guardi laggiù. Dove finiscono quelle case, iniziano i terreni di Berlusconi". Giusto. A destra dell'ultima speculazione edilizia (vecchio stile, ruggenti Anni Sessanta) cominciano i boschetti incontaminati di Villa Certosa. Berlusconi comprò i primi 7 ettari una ventina di anni fa dal suo vecchio amico Flavio Carboni. Nel 2001 fece le cose in grande: ne aggiunse 40 acquistandoli da Tom Barrak, il finanziere. L'anno scorso ancora un pezzetto, questa volta dalla famiglia Dejana. Da allora, in attesa del passaggio estivo dell'amico Putin, la tenuta è diventata un cantiere. Dalla diga del Liscia è arrivata l'acqua dolce per il laghetto artificiale. Dalle cave di San Giacomo (tra Olbia e Arzachena) è arrivato il granito giallo per i pontili, i finti scogli, le finte barche che ornano le sue rive. Ogni tanto giganteschi ulivi arrivano sdraiati sulla schiena di camion speciali. Ogni tanto arrivano scatoloni di legno imballati dall'altra parte del mondo con cactus rarissimi che si aggiungono ai 2 mila già piantati nella lunare (e celebre) spianata. Adesso tocca all'anfiteatro che una tripla squadra di operai sta rivestendo di granito. Lo scavo è circondato da prati e ulivi. Da cespugli di mirto e vento. Il teatro è il pallino di Marcello Dell'Utri, che ama Eschilo e la tragedia. Ma è anche il sogno di Silvio che (invece) adora Apicella. Navigando con il gommone, il teatro è solo una macchia polverosa nel verde. Dal verde si vedono spuntare i tetti delle rosate dimore che fanno da corona a Villa Certosa, grande come una chioccia da 2 mila 500 metri quadri. La residenza. Il villone. Blocchi rosa quadrati e blocchi circolari. Vetrate. Piscine rettangolari di acqua di mare. Una discesa scavata nella roccia e nel verde dei prati all'inglese. Fino al molo. Fino a quei 4 pennoni, altissimi, spuntati anche loro la scorsa estate, autentici pennoni portabandiera, che fanno un po' Grand Hotel e un po' Onu. Oppure Camp David. A proposito. Al porticciolo di Marana qualunque fabbro, qualunque pittore di scafi e di timoni ti intrattiene sui memorabili passaggi dei grandi della Terra, sulle guardie del corpo di Putin, sugli assaltatori in mimetica e (naturalmente) sull'imminente arrivo di George Bush con la sua valigetta nucleare. Arriva, come no. Secondo tutti il cantiere degli scandali è un bunker che Silvio sta preparando per lui. Non un approdo coperto, come dice Giovanardi. E neppure "una normale miglioria di un privato cittadino" come ebbe a dire il simpatico Paolo Bonaiuti, portavoce del premier, attribuendo le proteste degli ambientalisti al livore e all'invidia, anzi "ai professionisti dell'invidia". Come se qui a qualunque "privato cittadino" fosse possibile spostare un cespuglio, un sasso, senza attendere cento controlli, cento verifiche e incassare cento divieti. Eccoci dunque. Il cantiere adesso si vede benissimo alle spalle della Motovedetta che dondola agganciata a due boe arancioni. Sulla cima del ponteggio ci sono le macchie gialle dei grossi compressori per i martelli pneumatici. C'è il braccio bianco della escavatrice che gratta l'arco nero della grotta. Un mucchio di terra smossa sta a mezza collina, circondata da grandi massi. Dicono stiano costruendo anche un tunnel. Lo chiamano il tunnel James Bond, avventura "La spia che mi amò", sequenza del sottomarino che entra nella "cavità naturale". Piattaforma. Ascensore. Interno villa. Di fianco al cantiere c'è la sequenza di massi in verticale che, solo d'estate, diventano il percorso della cascata. Pochissimi l'hanno vista in funzione. "Putin sicuramente e pure io" dice Marco seguendo gli spigoli dell'onda che fanno saltellare il gommone. Dice che funziona con una grossa pompa che aspira acqua da sotto gli scogli, la porta in cima ai massi e la spinge verso il salto di venti metri. Dice: "Una meraviglia". Dice: "Anche se non serve a niente". Ci avviciniamo. La motovedetta dondola. Operai vanno su e giù lungo i fianchi verdi e neri del cantiere. Non si sente un rumore, a parte il gocciolare del mare. Un carabiniere si affaccia. Guarda, fa sciò con le mani. Due volte. Non minaccioso, semmai rallentato. Come è rallentata (in fondo) tutta la scena. Marco vira e si torna. Al porto ti dicono che Berlusconi pagherà tutto di tasca propria. Hanno un tono a metà tra l'ammirazione e il fatalismo. Tra l'ammirazione e la sfida. Non capisci se stanno parlando (solo) di soldi o anche di voti. Marco sparisce. Bisognerebbe farsi un bagno.
mercoledì, maggio 26, 2004
Euro-pacchia
di Filippo Ceccarelli (Copyright "La Stampa")
Avvertenza: l’articolo che segue reca fatti, giudizi e interpretazioni che, nel caso di taluni soggetti, potrebbero scoraggiare la doverosa partecipazione democratica alle prossime elezioni del 12 e 13 giugno per il Parlamento europeo. E tuttavia. Siccome il tema appare generalmente escluso, o per meglio dire magnificamente rimosso dalla campagna elettorale; e siccome proprio ieri un autorevole quotidiano americano come l’Herald Tribune ci ha giustamente inzuppato il pane dedicando un crudele e documentato articolo ai privilegi del Parlamento europeo, beh, tanto vale riconoscere che non solo l’euro-pacchia esiste, ma al giorno d’oggi è anche da considerarsi come una avvincente categoria della politica. "Pacchia" è parola d’origine dialettale (romana) entrata in circolo nel millecinquecento, molto prima cioè che si potesse accusare qualcuno di qualunquismo o antiparlamentarismo. Designa, la "pacchia", qualcosa che sta tra la mangiata, una mangiata per lo più ingorda, e il lieto vivere. Rinvia insomma a una situazione che in modo più o meno inaspettato diviene straordinariamente vantaggiosa sul piano materiale. Dal che l’assunto iniziale, espresso nel suo realistico cinismo (o cinico realismo). E dunque: chi viene eletto alle imminenti europee comunque riceve dagli elettori, oltre al mandato a rappresentarli, un fantastico regalo. Personale. Una pacchia. Come vincere la lotteria. E infatti: "Ho fatto Gratta e Vinci", scappò detto un giorno all’ex sindacalista Enzo Mattina con un amico che gli faceva i complimenti dopo l’elezione a Strasburgo e a Bruxelles. Ora, Mattina è uno che a Bruxelles e a Strasburgo ha anche lavorato sodo, come si deduce dalle sue memorie pubblicate qualche anno fa. Ma quell’elezione rappresentava pur sempre un primo premio, solo e tutto per lui. Qualcosa di più concreto e articolato sullo stato di grazia cui va incontro l’euro-parlamentare ha detto quella specie di Bocca della Verità della vita pubblica italiana che risponde al nome dell’onorevole Clemente Mastella. Questi, prima delle ultime elezioni, ha dato conto di una confidenza fattagli dal non ancora presidente della Camera Pier Ferdinando Casini: "Lo sapete che mi ha confessato una volta ? Che alla fine della legislatura un eurodeputato può aver messo da parte anche un miliardo. Un miliardo, capito ?". Capito. "Ecco perché - insisteva Mastella - vogliono tutti candidarsi a Strasburgo: i leader, i sindaci, tutti". E già . Anche se allora non esisteva l’euro, la testimonianza ha un suo rilievo, non solo contabile. E vero: al Parlamento europeo si lavora circa 120 giorni l’anno, in cambio di circa 10 mila euro al mese. E’ vero pure che ci sono due mesi di ferie estive, più venti giorni a Natale, una settimana a febbraio, un’altra fra aprile e maggio e un’altra ancora a ottobre. Sui soldi, d’altra parte, vige la più intricata giungla retributiva e fiscale, oltretutto diversa da un Paese all’altro. Non solo, ma un po’ come avviene a Montecitorio e a Palazzo Madama la pacchia cerca di mascherarsi dietro una fitta coltre di accorgimenti ragionieristici tra i più indecifrabili e stralunati, per cui all’indennità vanno aggiunti (o tolti, a seconda dei diversi regimi fiscali) diarie, rimborsi, rifusioni, benefit e indennizzi, anche per i collaboratori. Senza contare - ma l’inchiesta dell’Herald Tribune li conta, eccome - gli insperati magheggi sui registri di presenza, sui biglietti aerei, sui chilometraggi, sulle mogli e i parenti assunti come portaborse. Quest’ultima pratica è esplicitamente interdetta agli italiani, ma la leggenda è che almeno in passato i nostri euro-rappresentanti si scambiassero le mogli, nel senso beninteso che l’uno assumeva come portaborse quella dell’altro. Vai a sapere. Al Parlamento europeo, inoltre, è sempre sul punto di essere approvata una qualche riforma salvifica, moderatrice e livellatrice. Chi pensa e parla male è dunque accontentato. Va da sé che quella riforma è sistematicamente rinviata sine die, e che le spese aumentano di pari passo con l’assenza di un vero potere, e di una qualche speranza di insediarlo. Il miliardone evocato da Mastella è cifra anche se non soprattutto simbolica. Fa ritornare amaramente alla memoria l’avventura del Signor Bonaventura, immiserisce profetiche conquiste della storia, trasforma Bruxelles e Strasburgo in Bengodi o nel Paese della Cuccagna. Del resto, la carne è debole e a loro modo prebende e privilegi annullano in via definitiva l’antica massima di Giorgio Amendola sugli eurodeputati, che per indicarne il ruolo minore sosteneva: "Metà di loro arrivano rimbecilliti, l’altra metà rischiano di diventarlo". Ecco, oggi questa lapidaria sentenza si è ribaltata, e il rappresentante europeo è tutt’altro che rimbecillito. Va da sé che si tratta di una furbizia sconsolante, per gli elettori, ma forse occorre anche aggiungere che è così ormai da parecchio tempo. Nel 1992, anno europeo per eccellenza, si scoprì che 21 eurodeputati italiani, su un totale di 81, non avevano mai messo piede nelle sedi per l’appunto europee. E addirittura in 11 non avevano mai neppure presentato uno straccio di interrogazione. Così, l’anno seguente, parve abbastanza logico e naturale che per valutare l’impegno dei parlamentari italiani un istituto di ricerche, l’Eurispes, chiamasse come testimonial Diabolik, un grande ladro internazionale, dedicando quell’indagine al "Grande colpo del Palais Berlaymont". In altre parole: una volta arrivati a Strasburgo, parecchi eletti sparivano nelle nebbie, e chi s’è visto s’è visto: lontano dagli occhi, lontano dal cuore. Ovvio che c’è anche (e sempre) chi fa il proprio dovere, e perfino con fatica e ridottissima gratificazione. I media in effetti riservano una scarsa attenzione a questo andazzo. Non di rado sottolineano l’irrilevanza dei temi trattati in sede europea, dal tubo di scappamento delle motozappe alle dimensioni del cetriolo (che deve raggiungere i 180 grammi se coltivato all’aperto e i 211 se in serra). Di tanto in tanto, qualche vampata di indignato sarcasmo, come s’intuisce da titoli come "Strasburgo, o cara", "Gli europarassiti", "Gli euroinutili", "Gli allegri compari di Strasburgo", "I paperoni d’Europa", "Sulle tracce dei nostri eurodeputati" e così via. Ma il dato che più addolora - e su cui fortunatamente l’Herald Tribune non ha infierito - è che, fra tutti, proprio gli italiani sono quelli che beccano più soldi e al tempo stesso fanno più assenze. Così risulta da uno studio realizzato nel 2000 dalla London School of Economics. Tra i 18 più assidui, nemmeno un italiano. Prodi stesso, l’anno seguente, è dovuto intervenire: "Provo un profondo disagio per assenze tanto cospicue". La pacchia, dunque, come causa ed effetto del declino parlamentare. Addio spirito di servizio: quando l’elezione diventa puro traguardo personale, il mestiere di deputato si svolge come una confortevole sinecura legittimata dalla sacralità del voto. E l’unica consolazione, in fondo, è che solo parlarne può servire ai prossimi eurodeputati a sentirsi meno soli.
lunedì, maggio 24, 2004
Mio figlio Nick ha pagato al posto di Bush
di Michael Berg (Copyright "The Guardian")
Mio figlio Nick era il mio insegnante e il mio eroe. Era l’uomo più gentile che io abbia conosciuto. Anzi, il più gentile essere umano che io abbia mai conosciuto. Aveva lasciato i Boy Scouts perché volevano insegnargli a caricare un fucile. E’ Nick che mi ha dato la forza di cui avevo, e di cui ho ancora bisogno per parlare al mondo di lui. La gente mi chiede perché dò colpa all’amministrazione Bush per la tragica e atroce fine di mio figlio. Mi chiedono: "Non accusi i cinque uomini che lo hanno ucciso ?". Rispondo che non li accuso né più né meno dell’amministrazione Bush, ma mi sbaglio: sono sicuro, conoscendo mio figlio, che in qualche modo nel periodo in cui sono stati a contatto con lui quegli uomini hanno capito che uomo straordinario era. Mi dà conforto pensare che quando hanno fatto quella cosa orribile non erano così convinti come avrebbero dovuto essere. Sono sicuro che sono arrivati ad ammirarlo. Sono sicuro che quello che impugnava il coltello ha sentito il respiro di Nick sulla sua mano e ha saputo che lì c’era un essere umano. Sono sicuro che gli altri hanno guardato negli occhi mio figlio e hanno colto almeno un lampo di quello che ha visto il resto del mondo. E sono sicuro che quegli assassini, almeno per un momento, hanno odiato quello che stavano facendo. George Bush non ha mai guardato mio figlio negli occhi. George Bush non conosce mio figlio. George Bush, anche se è un padre, non può sentire il mio dolore, o quello della mia famiglia, o il mondo che piange per Nick, perché è un politico e non è obbligato a sopportare le conseguenze delle sue azioni. George Bush non può vedere il cuore di Nick né quello degli americani, per non parlare degli iracheni che la sua politica uccide quotidianamente. Donald Rumsfeld ha detto che si prende la responsabilità delle torture ai prigionieri iracheni. Come può prendersi la responsabilità se non ha avuto nessuna conseguenza ? Le conseguenze sono ricadute su Nick. Ancora più degli assassini di mio figlio, non posso sopportare chi sieda al suo posto e faccia politica e tolga delle vite. Nick non era un soldato, ma aveva la disciplina e lo spirito di sacrificio di un soldato. Nick Berg era in Iraq per aiutare la gente senza aspettarsi nessun guadagno. Era solo un uomo, ma con la sua morte è diventato molti uomini. Lo spirito disinteressato di chi si dà profondamente anche se sa che può essere pericoloso, questo spirito si è diffuso tra le persone che conoscevano Nick e attraverso loro in tutto il mondo. Cosa avremmo dovuto fare in America quando siamo stati attaccati l’11 settembre, quel giorno infame ? Io credo che avremmo dovuto fare qualcosa che non abbiamo mai fatto: smettere di parlare alla gente che consideriamo nemica e incominciare ad ascoltarla. Smettere di porre condizioni per la coesistenza pacifica in questo piccolo pianeta e incominciare a onorare ogni bisogno umano di vivere autonomamente, rispettare davvero la sovranità di ogni Stato. Smettere di fare regole secondo le quali devono vivere gli altri e regole separate per noi stessi. La leadership inefficace di George Bush è un’arma di distruzione di massa e ha permesso una reazione a catena di eventi che hanno portato alla detenzione illegale di mio figlio in un mondo di violenza. Non fosse stato per quella detenzione, l’avrei ancora stretto tra le braccia. Il lavoro di mio figlio va avanti. Dove c’era un operatore di pace adesso vedo migliaia di operatori di pace. Nick era un uomo che agiva secondo i suoi ideali. Noi oggi abbiamo bisogno di agire secondo i nostri ideali. Abbiamo bisogno di dire a tutti coloro che fanno del male da entrambe le rive dell’Atlantico che siamo stanchi di guerra. Siamo stanchi dell’uccisione e del bombardamento di innocenti. Siamo stanchi di bugie. Siamo stanchi del fallimento del dialogo tra Israele e Palestina. Siamo stanchi di conferenze di pace che non portano alla pace. Vogliamo la pace adesso. Molti si sono offerti di pregare per Nick e per la mia famiglia. Apprezzo questo pensiero, ma chiedo a tutti di includere una preghiera per la pace. E chiedo a tutti di far qualcosa di più di pregare. Dobbiamo chiedere la pace adesso.
domenica, maggio 23, 2004
Buoni a niente, ma capaci di tutto
di Eugenio Scalfari (Copyright "La Repubblica")
Non ci voleva molto a prevedere che il voto del Parlamento sulla permanenza in Iraq del corpo di spedizione italiano avrebbe suscitato le prefiche dei fautori dell'"ammucchiata". Infatti così è puntualmente avvenuto. Il centrismo nazionale non è quantitativamente rilevante; operativamente è un fenomeno solo virtuale di fronte alla tenaglia del sistema elettorale maggioritario. Dispone però di molte tribune mediatiche e le usa senza risparmio tutte le volte che può. A differenza della vecchia Dc, titolare d'un centrismo numericamente imponente che, secondo la definizione di De Gasperi, marciava verso sinistra, quello attuale è striminzito e marcia verso destra. Avrebbe voluto tirarsi appresso la parte "responsabile" dell'Ulivo. Patrocinare il taglio alle ali (ma solo all'ala sinistra) classica aspirazione dei moderati di tutti i tempi. Isolare la sinistra massimalista. Convincere i riformisti di Prodi che la svolta in Iraq è già avvenuta e sarà infallibilmente formalizzata e solennizzata tra la fine di maggio e quella di giugno e indurli, di conseguenza, a un voto d'astensione se non addirittura di confluenza sulla mozione del governo e sulle dichiarazioni del presidente del Consiglio. Poiché tutto quello che avevano immaginato non è avvenuto, i fautori dell'"ammucchiata" hanno dato sfogo alle lamentazioni salmodiando la fine del riformismo, il trionfo di Bertinotti, la resa di Prodi, Fassino, Rutelli al massimalismo girotondista e piazzaiolo, intonando insomma il "Miserere" e il "Parce sepultum". In questa operazione (che non è affatto sorprendente perché ampiamente prevedibile e prevista), si distinguono i soliti noti. Tralascio di proposito i nomi di quelli che scrivono sui giornali e dicono la loro nei salotti tv. Segnalo invece la posizione del partito di Follini e di Buttiglione, schiacciato come un tappeto sulle tesi militaresche di Forza Italia. E, memorabile tra tutti, la posizione di Berlusconi che ha aperto il dibattito alla Camera con un incipit clamoroso: "M'ero illuso che questa volta l'opposizione si comportasse in modo responsabile". Pensava veramente che la lista dei riformisti considerasse il suo "spot" propagandistico sulla svolta come un approccio serio di un governo serio a una situazione drammaticamente seria ? I berlusconologhi giurano di sì, che lo pensava veramente. Come spessissimo gli capita, s'era autoconvinto che le sue bugie propagandistiche riflettessero la realtà . Quest'uomo è formidabile. Per lui e per i suoi sodali, politici e giornalistici, vale la pena di usare una classica definizione di Flaiano: "Un gruppo di buoni a nulla, capaci di tutto". Sembra tagliato su misura. La svolta. Si discute sulla svolta. Se ci sia stata, se ci sarà , se l'abbia effettuata Bush su pressione di Blair oppure di Powell oppure (udite udite) di Berlusconi. O piuttosto per la pressione dei fatti iracheni e le impellenti necessità ch'essi creano sul terreno. Mi ha sommamente divertito leggere l'altro ieri sul Corriere della Sera due articoli di prima pagina sul tema, appunto, della suddetta svolta. Uno è firmato da Angelo Panebianco e ha come titolo "La disfatta del riformismo"; autore dell'altro è Gian Antonio Stella e il titolo recita "La svolta rettilinea del Cavaliere". Mi hanno divertito perché sostengono l'uno l'opposto dell'altro. Secondo il primo i riformisti sono in rotta, succubi di Bertinotti, non avendo capito che Berlusconi era finalmente arrivato sulle posizioni da loro fino a quel momento sostenute e proprio in quel momento da loro stessi abbandonate. Ma Stella dimostra invece esattamente il contrario e cioè che la predetta svolta è del tutto inesistente e che comunque il nostro presidente del Consiglio, dopo avere per oltre un anno sbeffeggiato all'Onu seguendo pedissequamente gli sberleffi lanciati dai neoconservatori americani, dal Pentagono e dalla stessa Casa Bianca contro il Palazzo di Vetro, ha compiuto "una svolta rettilinea", sempre al seguito dei suoi protettori di Washington, affermando da pochi giorni in qua il contrario di quanto ha per un anno conclamato ai quattro venti. Ora, la verità è quella descritta da Panebianco o quella motteggiata da Stella ? La risposta è nei fatti reali e non in quelli virtuali. Del resto i compromessi si possono fare sulle tasse, sulle pensioni, sul mercato del lavoro, sulla patente a punti, sulle regole societarie e su tante altre cose ancora; ma se c'è una questione che richiede e anzi impone scelte nette e non equivoche, quella è la questione della pace e della guerra. Lì la bugia non è ammessa, il sotterfugio non è consentito, la tergiversazione non può aver luogo. Lì si sta da una parte o dall'altra. Lì il popolo è e dev'essere davvero sovrano perché "ne va la vita". Il presidente del Consiglio ha insultato l'opposizione accusandola di abbandonare i nostri soldati proprio nel momento in cui sono sotto il fuoco della guerriglia. Ma chi li ha mandati a prendersi le fucilate della guerriglia e le autobombe del terrorismo ? Invece che inviare in Iraq medici, tecnici, operatori di pace ? Chi ha manipolato il mandato del capo dello Stato e del Consiglio supremo di Difesa che avevano autorizzato soltanto una missione umanitaria ? Chi ha accettato che i militari spediti come presidio degli operatori di pace fossero invece impiegati come forza d'occupazione di un territorio ad essi affidato, sotto il comando angloamericano che non è certo lì per ragioni umanitarie ma politiche e d'ordine pubblico ? Infine: chi ha la responsabilità politica di quelle morti e delle altre che possono ancora avvenire ? Un capo di governo serio e responsabile avrebbe dovuto dire al Parlamento e al paese la verità fin dal primo momento e comunque ammetterla l'altro ieri di fronte all'evidenza dei fatti. E la verità è che i 3 mila militari italiani sono nella regione di Nassiriya truppe occupanti, esattamente come gli inglesi e gli americani. Tanto è che da quelli prendono ordini e come loro hanno una zona di territorio assegnata nella quale inglesi e americani non vanno se non su richiesta del comandante italiano. E non ci vanno per la semplice ragione che lì ci sono gli italiani a svolgere lo stesso ruolo e gli stessi compiti che gli angloamericani svolgono nelle altre zone dell'Iraq. Queste cose avrebbe dovuto dire il presidente del Consiglio. Ma si sarebbe imbattuto nell'ostacolo costituzionale e quindi ha scelto la bugia. Del resto ci riesce benissimo perché una cosa è certa: come bugiardo non ha rivali in tutto il pianeta. E' la cosa che meglio gli riesce. E' un guinness. All'estero ce lo invidiano. In un certo senso l'Onu è già in Iraq perché il segretario generale Annan ha inviato un suo rappresentante, l'algerino Brahimi, con il compito di suggerire nomi credibili per la formazione di un nuovo governo provvisorio che sarà installato dalla coalizione entro il 30 giugno. Quest'iniziativa rientra nei poteri del segretario generale, infatti non c'è stato bisogno di nessuna apposita risoluzione del Consiglio di sicurezza. Egualmente rientra nei poteri di Annan di delegare a suoi rappresentanti un ruolo di consulenza per preparare insieme al governo provvisorio le elezioni da tenersi nel prossimo gennaio. E' questa la svolta ? No, non è questa. Sarà una presenza importante quella dei delegati del segretario generale dell'Onu ? La risposta l'ha data ufficialmente lo stesso Brahimi: "Una presenza e un ruolo molto limitati". Del resto Brahimi lavora al suo progetto da oltre due mesi e da oltre due mesi le date per l'insediamento del governo provvisorio e per le elezioni nel gennaio 2005 sono arcinote. Le notizie comunicate al Parlamento da Berlusconi come prova della svolta sono sui giornali di tutto il mondo dallo scorso marzo. La sorpresa, il risultato eclatante del viaggio americano del nostro presidente del Consiglio sono sull'Ansa di sessanta giorni fa. La strombazzata sovranità del governo provvisorio sarà puramente simbolica, anche questo è risaputo. Più interessante sarà invece l'organizzazione della sicurezza sul terreno. Per quanto se ne sa (ma Berlusconi nulla ha detto in proposito nelle sue comunicazioni al Parlamento) essa si articolerà nei seguenti punti.
1. Responsabile della sicurezza e dell'ordine pubblico nelle città saranno la polizia e l'esercito iracheno, coordinati naturalmente dal Comando della coalizione.
2. La seconda linea situata alla cintura esterna delle città sarà affidata a truppe che dovrebbero affluire da paesi non attualmente occupanti. Soprattutto da paesi appartenenti alla Lega araba o da altri Stati musulmani.
3. L'attuale armata d'occupazione dovrebbe acquartierarsi nelle basi già predisposte, pronta tuttavia a interventi d'emergenza - specie con aerei ed elicotteri da combattimento - in casi di emergenza.
4. La lotta al terrorismo proseguirà affidata a intelligence e a corpi speciali.
5. Questo schieramento, basato su tre anelli, entrerà in vigore quando l'attuale guerriglia e le attuali insorgenze saranno state domate e quando polizia ed esercito iracheni saranno in grado d'assolvere ai compiti di cui al numero 1.
Cioè quando ? Non si sa, non c'è risposta. Quale sarà il ruolo dell'Onu in tema di sicurezza ? Non c'è risposta. I paesi della Lega araba sono pronti a inviare truppe ? Sono già stati consultati ? Non c'è risposta. Altri paesi europei, la Russia, la Cina, l'India, sono disponibili ? La Germania ha già detto: grazie, per ora no. La Russia idem. Idem la Cina. La Francia ha detto di più: non manderemo truppe né ora né poi, neppure sotto bandiera Onu. Chi dunque s'unirà all'attuale coalizione e quando ? Non c'è risposta. Tutti sono invece pronti a mandare medici, tecnici, operatori di pace. Anche subito. Truppe no. E' questa la svolta ? Le nostre vedove centriste e terziste (è quasi la stessa cosa) hanno compianto Prodi, trascinato suo malgrado a fianco di Bertinotti. Ma Prodi ha parlato ieri a Milano agli stati generali del centrosinistra. Ha detto sulla guerra irachena, sul dopoguerra, sull'America, sulle torture, parole ancora più dure di quelle di Bertinotti. Possono essere non condivise o addirittura deplorate ma nessuna persona intellettualmente perbene potrà continuare a sostenere che Prodi è stato "messo in mezzo" suo malgrado. Resta la questione della nuova risoluzione del Consiglio di sicurezza. Berlusconi, con l'aria di un Pierino, ha dichiarato che la risoluzione ci sarà entro il mese di giugno. Può darsi, ma lui che ne sa ? E che cosa dirà quella risoluzione ? L'Italia non fa parte del Consiglio di sicurezza. La Francia ha già specificato la propria posizione: vuole una conferenza internazionale che decida la sorte dell'Iraq nel quadro dell'intero riassetto della regione mesopotamica e mediorientale; vuole una data-limite entro la quale le truppe d'occupazione se ne debbano andare; vuole che il governo iracheno dopo le elezioni sia sovrano e indipendente; vuole che il petrolio sia subito restituito agli iracheni. Non vuole che la Nato sia utilizzata in Iraq. Germania e Russia sono sulla stessa linea. In compenso Berlusconi, quando li incontra, dà e riceve pacche sulle spalle e qualche bacio da Putin, da Chirac, da Blair, ovviamente da Bush e - con qualche riserbo in più - anche da Schröder e Zapatero. Questo è lo stato delle cose. Il riformismo è stato sconfitto ? Non sembra. S'è messo al rimorchio dei massimalisti ? Non direi perché la sua posizione è sempre la stessa fin dall'aprile del 2003 quando scoppiò la guerra irachena. Per votare la prosecuzione della missione italiana in Iraq voleva e vuole che il Consiglio di sicurezza dell'Onu voti la sostituzione dell'autorità d'occupazione angloamericana con una coalizione agli ordini dell'Onu che abbia autorità insieme politica e militare. Non è accaduto e ovviamente non accadrà , perciò tutto il centrosinistra ha votato per il ritiro delle truppe. Le quali, naturalmente, restano dove sono poiché il nostro governo segue Bush punto e basta. Buoni a niente, ma capaci di tutto. Lapidario.
sabato, maggio 22, 2004
La marchetta in diretta
(Copyright "L'Unità ")
"Mi hanno fatto scadere come uno yogurt. Abbastanza curioso e contraddittorio per uno che fa lo Zorro da anni, che fa il difensore civico alla radio, e che era stato chiamato per bonificare una situazione paludosa a Rai-Sport". Oliviero Beha la scorsa settimana ci ha rimesso il posto: non è più vicedirettore di Rai Sport, spiega, semplicemente perché - per la prima volta nella storia della Rai - nessuno si è "ricordato" di confermargli il contratto con l’incarico direzionale. Spiegazioni ? Lapalissiane: "Ci spiace, è scaduto...". Ma il fatto è che Beha ha anche qualche sassolino da togliersi su questa storia di "marchette" in giro per la Rai, un giro d’affari da 81 milioni di euro (o 160 miliardi di lire, se fa più impressione dirlo così) di pubblicità occulte, che nessuno ha mai fatturato, ma che alla Rai hanno provato a contabilizzare. Anzi, Beha le ha anche scritte molte cose, in un carteggio infinito con il direttore generale, il direttore dello sport, il consiglio d’amministrazione..."La questione morale...Altroché: qui è questione materiale ! Quando sono stato assunto, nell’estate del 2002, il presidente Baldassarre mi ha dato un mandato chiaro: al primo punto dovevo provare a bonificare lo sport, visto che le "voci" su questo settore non sono né di ieri né dell’altro ieri, e che su Rai Sport grava un equivoco di fondo: non si è mai sciolto il nodo se si tratti di un’agenzia di servizi per le altre testate Rai o di una testata vera, con una sua linea, né quale ruolo doveva avere per la tv satellitare e, ora, per quella digitale. Insomma, c’erano varie cose che non andavano. Inoltre mi veniva chiesto di dare una sterzata culturale, accrescere la consistenza della testata: Paolo Francia era il direttore del dipartimento, io dovevo essere il suo vicario nella testata giornalistica". E poi ? "E poi per mesi non succede quasi niente di interessante. Non mi arrivava, e non mi è mai arrivata, la formalizzazione del vicariato, e sono riuscito a malapena a fare un paio di trasmissioni sui diritti sportivi e sulle magagne del calcio. In novembre c’è stato l’avvicendamento dei direttori, un avvicendamento "d’area", e al posto di Francia è arrivato Maffei. Ma proprio in quei giorni Francia ha avuto una audizione in Vigilanza in cui ha detto cose pesantissime: tra le tante, pubbliche, anche che c’era qualcuno in direzione che faceva magheggi non chiari con gli eventi sportivi. Per me leggere questo è stato un colpo duro. Ho scritto un appunto urgente a Cattaneo e gli ho chiesto di essere ricevuto. Mi ha chiamato un mese dopo (e da allora non l’ho mai più rivisto): "Ho letto questo sui giornali...", gli ho detto; "Mbè ? Mica parla di lei...", "Benissimo, però o lo si denuncia per calunnia o si apre un’inchiesta per chiarire"; "Ma non si preoccupi, se ne è sempre parlato...", ed è finita lì. Ora leggo sui giornali che ha telefonato a Antonio Ricci, a Striscia la notizia, per ringraziarli delle denunce". Parlava di un carteggio: cosa scriveva alla direzione Rai ? "Ho incominciato quando ho avuto una delega a metà con Andrea Giubilo sui notiziari. Cosa significa ? Che dirigevamo una settimana per uno...Comunque, ho scritto per esempio dopo il "Porta a porta" con Biscardi: che cosa ci stava a fare lì ? Che senso ha una trasmissione che prima fa parlare Violante sull’Intifada e poi intervista Biscardi sullo "spalmacalcio" ? E’ questa la qualità dell’informazione sportiva ?". Che altro ? "Quando c’è stato Berlusconi alla "Domenica sportiva" è sfuggito ai più che in studio era presente anche Pasquale Casillo. Non solo, il giorno prima, sabato, Casillo era stato ospite di altre due trasmissioni. Ebbene, Casillo ha scontato un anno e mezzo di carcere per collusioni con la camorra, è indagato dalla Digos, ha una nomea non piacevole, e viene invitato alla Rai come patron dell’Avellino: "patron", perché per la Federcalcio, visti i suoi trascorsi, non può fare il presidente. E noi lo invitiamo alla Rai, a fronte di una richiesta di moralità , presentabilità , onorabilità ...Altro che interviste a Bilancia ! Maffei ha reagito molto male, tanto che poi ho dovuto chiedere tutela allo stesso Cattaneo...". La polemica di queste ore è sul giro di denaro per pubblicità occulta. "Non ho mai avuto a che fare con diritti, acquisti, cessioni". Ormai quella è addirittura un’altra struttura, diretta da Antonio Marano: ma le telecamere che insistono ad inquadrare i loghi, le pubblicità a fondo campo, le scritte sulle magliette dei giocatori, non fanno parte di una struttura acquisti e vendite. Che cosa ha visto lei ? "Quello che vedono i telespettatori: nonostante sia stato nominato un anno e mezzo fa, non ho mai avuto l’autonomia per controllare e verificare. Solo negli ultimi mesi, con il notiziario, me ne sono occupato direttamente. E’ tutta una questione di decenza e di limiti: se intervisti Vieri che fai, gli chiedi di togliersi la maglietta ? Bisogna vigilare sui limiti e sulla buona fede. E con me nessuno si è mai permesso di chiedere un’inquadratura di troppo".
venerdì, maggio 21, 2004
Una sola mozione: miracolo ulivista
di Curzio Maltese (Copyright "La Repubblica")
Chi si aspettava novità sull'Iraq dal discorso di Berlusconi, reduce dal viaggio in America, era destinato a rimanere deluso. Il discorso del premier alle Camere, a essere onesti, non è stato neppure un discorso di politica estera ma un comizio a uso interno, un'interminabile e lagnosa giaculatoria contro "le sinistre", colpevoli di tutto, anche di "offrire sponde politiche al terrorismo". Perfino la povera sinistra italiana, così moderata e responsabile da abbracciare l'idea del ritiro all'ultimo momento, in fondo a mesi di tormento, nonostante la forza del movimento pacifista. Ogni politico ha le sue ossessioni e quella di Berlusconi è nota a tutti. E' la stessa che gli suggerisce, alla festa degli italoamericani di Washington, la clamorosa rivelazione "è stato il comunismo ad attaccare le Torri Gemelle", la stessa che lo porta a collezionare ex comunisti come portavoce e portaborse per il piacere di vederli insultare il proprio passato. Però anche alle ossessioni ci dovrebbe essere un limite, quando il gioco si fa troppo serio. Non è stato così per il Berlusconi di ritorno dagli Stati Uniti e da un tour internazionale dove, come sempre, ha dato ragione a tutti, da Putin a Blair, da Kofi Annan a Bush. L'immagine di statista internazionale, lucidata con cura dai telegiornali, si è dissolta appena ha rimesso piede in patria. Alle Camere Berlusconi non ha informato sugli sviluppi della situazione irachena, sulle novità negative o positive. Non un cenno alle difficoltà politiche e militari dell'occupazione, alla condizione del nostro contingente a Nassiriya. Tantomeno una parola sul destino dei tre ostaggi italiani, com'era prevedibile. Siamo fermi al "cauto ottimismo" ? Ma neppure il premier ha offerto una convincente spiegazione della famosa "svolta Onu", del perché insomma tutti di colpo si siano messi a sventolare la bandierina blu messa sotto i piedi per un anno, derisa, umiliata. Si è limitato a comunicare che dal 30 giugno la nuova parola d'ordine è "forza Onu". Con la stessa sicumera spiegava fino a una settimana fa che l'intervento dell'Onu era inutile, o peggio, e ha raccontato per mesi che il Palazzo di Vetro era il comodo rifugio di una banda di dittatori. Bush gli ha comunicato la nuova linea e lui l'ha ripetuta. Per il resto il comizio del premier è stato un tentativo di tradurre in berlusconese la retorica e la violenza ideologica dei discorsi di Bush. Insomma un'americanata bella e buona di quelle che piacciono alle mosche cocchiere del neo conservatorismo alle vongole, con la correzione provinciale di un asse del male incentrato su Fassino e Rutelli. Nel suo piccolo, il nostro premier è stato fedele anche all'errore capitale della Casa Bianca. Come Bush è riuscito a unificare le fazioni irachene, così Berlusconi ha compiuto il miracolo di ricomporre le litigiose opposizioni. Il contrario esatto del divide et impera. Alla Camera per la prima volta da molti anni s'è sentita una sola lingua nell'Ulivo, da Bertinotti a Boselli, passando per il discorso puntuto di Fassino, che non ha mancato di ricordare l'episodio grottesco della morte di Matteo Vanzan appresa dal premier fra i saltelli della festa milanista. L'unica notizia data da Berlusconi in Parlamento è che l'inviato dell'Onu Brahimi sta lavorando per l'insediamento di un nuovo governo a Bagdad. Non c'era bisogno di andare a Washington, come ha notato Fassino "bastava leggere i giornali". E' una notizia vecchia di mesi e ormai imbolsita dagli eventi. Sarà ben difficile insediare a Bagdad un governo in grado di varcare le soglie del palazzo presidenziale, come d'altra parte accade già a Kabul con il fantoccio Karzai. Sarebbe stato interessante se Berlusconi avesse chiarito davvero le possibilità concrete di una svolta, di uno spiraglio di pace; se avesse preso atto pragmaticamente del fallimento di un'ideologia e indicato una strada d'uscita dalla palude irachena. Ma allora non sarebbe stato più lui, con le sue ossessioni, gli slogan, l'abitudine e anzi il gusto di negare l'evidenza. Dal viaggio in America Berlusconi ha portato un album di foto, tante pacche sulle spalle. Oltre l'immagine, nulla. "L'Italia rimarrà in Iraq fino alla fine". Ma si tratta, al solito, di una fermezza trattabile. La fine di chi ? Di Bush e Blair, di Berlusconi stesso ? Agli italo americani di Washington ha raccontato che la stragrande maggioranza dei connazionali è contraria al ritiro delle nostre truppe. Quelli lo hanno applaudito, ma sarà più difficile farlo credere agli italiani di Roma, Milano e delle cento città dei comizi elettorali. Fra tre settimane si vota anche sulla crisi in Iraq e finora il partito della guerra ha sempre perso, ovunque.
martedì, maggio 18, 2004
Lo scudetto nella bara
di Vittorio Zucconi (Copyright "La Repubblica")
Negli anni più torvi della guerra fredda e di quella ossessione ideologica che stregò brevemente la democrazia americana con il volto di un senatore chiamato McCarthy, l'edificio di oscenità e di menzogne creato dalla caccia alla streghe crollò simbolicamente e definitivamente quando l'avvocato difensore di uno degli accusati chiese, in diretta televisiva, al senatore: "Ma lei non ha più alcun senso di dignità e di pudore ?". Ci sarà qualcuno che avrà il coraggio di ripetere quella domanda, nell'Italia della televisione addomesticata e anestetizzata, al capo dell'esecutivo italiano, al nostro Presidente del Consiglio che festeggiava la propria miserabile gloriuzza in uno (scandaloso) torneo di pallone mentre i suoi soldati, i suoi fratelli d'Italia, si battevano per lui, per la stoltezza dellle sue decisioni di stratega dilettante ? Esiste ancora qualche decenza, qualche comune senso del pudore e del rispetto umano, nel leader politico nazionale che preferisce dedicare un pomeriggio al Milan piuttosto che restare in quello studio a Palazzo Chigi dove noi cittadini lo abbiamo cortesemente inviato a spese e per conto nostro, per mostrare, per almeno creare l'impressione che le gambe di soldati italiani impegnati in battaglia siano più importanti delle gambe dei calciatori miliardari che hanno preso a pedate un pallone per lui ? Sapevamo tutti, domenica pomeriggio che lo scontro di Nassiriya non era un incidente qualsiasi nè una "operazione di pace" andata storta, come la grottesca finzione ufficiale ancora pretende di definire la situazione dei nostri reparti combattenti nel sud dell'Iraq. Eppure la voglia propagandistica di sfruttare ancora una volta le pailettes di un successo sportivo, la vanagloria del tifoso e padrone che vuole apparire il condottiero trionfante di una infantile guerra sportiva vinta mentre è in corso la disfatta nella guerra reale è stata irresistibille. Non basta certamente per salvarsi la coscienza essere informati "minuto per minuto" come se la cronaca di una battaglia fosse l'equivalente di un radiocronaca calcistica e la vita di soldati spediti con l'inganno fosse assimilabile a un rigore o a un gol. Se a chi ci governa fosse rimasto un briciolo di quel pudore e di quella dignità che l'avvocato difensore delle vittime dell'inquisizione maccarthysta non trovò in quell'America tanto lontana e purtroppo tanto vicina, il solo atteggiamento dignitoso e realmente patriottico, anche se ormai inutile, sarebbe stato almeno evitare la festa dell'idiozia pallonara e rinchiudersi nel riserbo del padre che trema per la vita dei propri figli. George Bush, che pure del nostro Presidente sarebbe il maestro di pensiero e il protettore internazionale, ha rinunciato in questi giorni addirittura a partecipare alla cerimonia della laura delle figlie, uno dei momenti di maggiore e giusto orgoglio per un padre, per non creare l'impressione di rallegrarsi per successi privati mentre la famiglia americana subiva i traumi delle torture, dei rovesci militari e delle morti atroci degli ostaggi. Il nostro Presidente non ha rinunciato alla festa del Milan. I soldati italiani che combattono e muoiono in Iraq sotto la bandiera di una menzogna sfacciata portano cucito sulla manica uno scudetto tricolore, come la squadra che vince il campionato, ma per 18 di loro non ci saranno feste nè premi partita, nè sorrisi compiaciuti e servili di dirigenti tronfi e ciambellani e giullari convocati alla corte del signore. Per loro, soltanto le bare, fasciate nel patriottismo falso di chi li ha mandati a morire, ma, mentre morivano, preferiva "esultare". La sola coppa possibile, per quelli che restano ancora, sarebbe il ritorno a casa, da una missione falsa, non sconfitti dal nemico, ma da chi li ha adoperati come giocatori di quarta serie, come carne da cannone, senza decenza, senza dignità , senza verità . E ora dovranno subire anche l'ultima umiliazione della retorica patriottarda e impudente di chi accoglierà la bara, tra lacrime di coccodrillo e alè olè alè.
lunedì, maggio 17, 2004
Esposti al museo dell'erotismo i genitali del monaco Rasputin
(Copyright "Il Corriere delle Alpi")
La principale attrazione del museo dell'erotismo a San Pietroburgo sarà il membro virile del monaco russo Rasputin, morto nel 1916. Il sessuologo Igor Kniazkin, fondatore del museo, ha definito l'organo sessuale del controverso religioso, "un oggetto unico e prezioso". Kniazkin sostiene di averlo acquistato alcuni anni fa per 8.000 dollari da un francese che lo avrebbe a sua volta ottenuto da una dama di corte russa, amante del santone taumaturgo. Rasputin fu ucciso in una congiura di palazzo.
Inseguito da agente morde il cane poliziotto
(Copyright "Alto Adige")
Un uomo inseguito dalla polizia ha morso il cane poliziotto dell'agente che voleva arrestarlo. L'individuo fuggiva da una casa dove aveva abusato di una giovane ragazza sotto la minaccia di un coltello. Sul posto è stata inviata una pattuglia cinofila. Il cane sta bene, l'uomo sarà incriminato per rapina e violenza sessuale.
sabato, maggio 15, 2004
Si dirà che in fondo occorre aver pietà per i torturatori: "Essi non sanno quel che fanno". Ma non sapere quel che si fa non è una scusante e nessuno può garantire che Gesù abbia detto queste parole con indulgenza, sulla croce. Chi non sa quel che fa è tanto più colpevole: perchè crudele, e perchè non sa cosa sia il male.
Barbara Spinelli
venerdì, maggio 14, 2004
Porno-Lynndie
(Copyright Dagospia.com)
Cominciano ad uscire le prime dichiarazioni dei deputati e senatori americani che hanno visionato le nuove immagini messe a disposizione dal Pentagono sugli abusi nella prigione di Abu Ghraib. E tra il collettivo sdegno e la descrizione di ulteriori sevizie, trova spazio anche un dettaglio di sapore diverso. Intervistata ieri da una tv americana la soldatessa Lynndie England aveva voluto dare di sé un’immagine innocente: "Sono stata costretta, mi ordinavano di farlo, non mi piaceva". Ma a quanto pare tra le immagini analizzate oggi dai parlamentari americani ce ne sono alcune nelle quali i prigionieri iracheni sono solo spettatori. "Lynndie fa sesso con diversi partner, e sembra sempre consenziente", dice un deputato. Sembra davvero difficile che un qualunque ordine superiore possa aver costretto i militari ad accoppiarsi in gruppo davanti agli iracheni: "Sono quasi tutti nudi tutto il tempo", afferma un altro onorevole. "E' davvero disgustoso, certo non quello che ti aspetti dalle truppe americane", aggiunge il senatore repubblicano Norm Coleman, "C’è un sacco di sesso, ma non degli iracheni, ma dei nostri soldati". "E' incredibile che tutto questo succeda in una base militare", dice la senatrice democratica Dianne Feinstein. Ma anche se le prestazioni sessuali della England hanno attratto l’attenzione, altre testimonianze delle torture sui prigionieri iracheni sono state messe agli atti. E molti politici hanno lasciato la sala disgustati, prima ancora che si arrivasse alle performance di Lynndie. C’è sesso anche negli abusi sui prigionieri: donne costrette a mostrare il seno, uomini che si masturbano e una collezione di altre deviazioni che ha lasciato senza parole i deputati. Il senatore democratico Charles Schumer ha dichiarato: "Di solito sto sempre dalla parte della trasparenza e della pubblicazione anche di materiale scabroso. Ma queste sono prove.....". Prove che mettono nei guai l’allegro soldato Lynndie.
mercoledì, maggio 12, 2004
L'inevitabile destino dell'uomo di Mosca
di Giulietto Chiesa (Copyright "La Stampa")
Al quinto tentativo l'hanno fatto saltare in aria. Akhmad Kadyrov, il presidente della Cecenia che fu eletto lo scorso 6 ottobre con un 80 per cento dei voti ai quali aveva creduto soltanto il presidente delle Russie rimaste, Vladimir Putin, è morto ieri mattina alle nove e cinque minuti nello stadio di Grozny. Grande giocatore d'azzardo, se è riuscito a rendersene conto, prima di morire, non dev'essere rimasto sorpreso. Gli attentatori sono riusciti, pare, a mettere addirittura due bombe sotto le tribune dove sedevano tutti i dignitari della Cecenia pro-moscovita. Il che induce a pensare che a tradire Kadyrov siano stati suoi intimi amici, che non hanno fatto nemmeno i controlli più elementari. L'ex muftì di Cecenia era stato un combattente indipendentista nella prima guerra cecena (1994-1996) e si era seduto al tavolo dei negoziati di Khasaviurt al fianco del vincitore, appunto Maskhadov, proprio di fronte allo sconfitto generale Aleksandr Lebed, allora segretario per la sicurezza nazionale del Cremino. Ieri mattina lo ha raggiunto nel mondo dei più, dove un elicottero malconcio aveva portato il generale Lebed qualche anno fa. Aveva 53 anni, molti dei quali vissuti pericolosamente. Presidente artificiale della Cecenia, aveva un esercito ufficiale di 13 mila ceceni, pagato direttamente da Mosca, e un esercito ufficioso di almeno 5000 uomini - i famigerati "kadyrovzi" - che costituivano la sua guardia personale, sotto il comando del figlio maggiore, Zelimkhan Akhmadovic. L'uno e l'altro non sono stati sufficienti a salvarlo. Il suo clan era di Gudermes, seconda città della Cecenia. Ma lui era nato nelle steppe di Karagandà , dove la sua famiglia era arrivata sui treni organizzati da Stalin. Rientrato nella terra degli avi, all'inizio degli Anni 80 aveva ottenuto una borsa di studio per una scuola di teologia islamica nell'Uzbekistan sovietico. Andrà poi a perfezionarsi in Giordania, giusto in tempo per ritornare in una Cecenia che, nel frattempo, era diventata indipendente con Dzhokar Dudaev. Si era guadagnato la fiducia di Aslan Maskhadov come comandante militare. E la tenne fino al momento in cui Shamil Bassaev invase il Daghestan, nell'agosto del 1999. A quel punto cambiò bandiera e si mise dalla parte di Mosca. Fu l'inizio della sua ascesa, questa volta sotto la bandiera del Cremlino. Che gli è costata la vita. Shamil Bassaev aveva messo una taglia di 100 mila dollari sulla sua testa. Islamista piuttosto indifferente alle dispute teologiche, Kadyrov aveva preferito i rubli alla compagnia dei wahhabiti di Qattab. Ma nemmeno il moderato Askan Maskhadov aveva digerito il suo collaborazionismo con i russi e lo aveva condannato a morte come "nemico del popolo". Del resto non si può dire che Kadyrov fosse molto amato in Cecenia, salvo che nella sua natia Gudermes, e salvo che nel suo clan. La sua banda si era caratterizzata, nell'interregno tra il 1996 e il 1999, come una delle più attive nei sequestri e nello scambio di sequestrati. La sua ascesa alla presidenza lo aveva "legalizzato", ma non poteva ripulirlo dall'odio contro i russi e contro gli infedeli, che gli si era stampato addosso e dal quale non poteva emanciparsi. Putin aveva puntato tutte le sue carte su di lui per realizzare una normalizzazione della Cecenia senza trattative con i ceceni, cioè tutta russa. Prima lo aveva messo al governo della repubblica ribelle, facendogli guidare un processo costituzionale che sarebbe approdato nell'approvazione della nuova costituzione mediante referendum. Il che avvenne nel marzo dello scorso anno, con il solito esito plebiscitario di sovietica memoria: il 90 per cento dei ceceni avrebbero votato a favore di una costituzione scritta a Mosca, che esordiva con la proclamazione della Cecenia come "parte integrante della Federazione Russa". Votarono, insieme ai ceceni, anche i soldati russi che occupavano il territorio. Ma i pochi osservatori esterni, anche russi, cedettero a quelle cifre. Inoltre l'affluenza alle urne non era stata per niente plebiscitaria, come invece sostenevano le fonti ufficiali russe. Al massimo aveva votato il 30 per cento degli aventi diritto. Elezioni invalide come, del resto, quelle con cui Kadyrov divenne presidente. Comunque la strategia di Putin aveva messo a segno due bersagli: una costituzione e un presidente. Restavano da compiere gli altri atti procedurali: elezioni del parlamento, trasferimento dei poteri a un governo legittimamente costituito, spartizione in dettaglio dei poteri tra la Repubblica autonoma di Cecenia e la Federazione Russa. Adesso tutto torna in alto mare. Il rompicapo di Putin non sarà facile da sciogliere. Nominare un plenipotenziario di Mosca sarebbe come riconoscere che il Cremlino non ha il controllo della situazione. Indire nuove elezioni sarà indispensabile, ma i quattro mesi costituzionalmente obbligatori non saranno un intervallo di tempo pacifico. Del resto le stesse modalità dell'attentato dicono che Kadyrov era totalmente isolato con la sua guardia del corpo. E, in ogni caso, la strage ha decapitato l'intero gruppo dirigente che lo sosteneva, incluso il comandante militare russo, che è sopravvissuto perdendo una gamba. Chi ha liquidato Kadyrov non sarà facile da individuare. Maskhadov o Bassaev ? Gli indipendentisti della prima ora, sostenuti dai servizi segreti turchi, o i gruppi islamici finanziati dai miliardari sauditi ? E’ comunque evidente che la strategia del Cremlino ha subìto un colpo durissimo, insieme al prestigio di Putin che, proprio ieri, si è insediato al potere con una cerimonia sontuosa e barocca, simile a quella che Boris Eltsin aveva concepito per sé. Chi ha organizzato quest’ ultimo, sanguinoso attentato, oltre a sancire la fine di Kadyrov intendeva anche fare uno scarabocchio sanguinoso sul trono del nuovo zar. Di colui che può tutto, ma non fermare qualche centinaio di ribelli.
martedì, maggio 11, 2004
Per un giorno si può
di Stefano Benni (Copyright "Il Manifesto")
Cosa tiene insieme il fallimentare regime rumeno-arcorese di Berlusconescu e la sua orda di ventriloqui, leccaculi, censori, corruttori, compagni di loggia, chirughi plastici, cartellonisti, stipendiati palesi e nascosti ? La pura occupazione militare dei media ? Il patto d'affari con speculatori, palazzinari e mafiosi che cercano di arraffare gli ultimi saldi di appalti e panorami ? Il sonno della sinistra istituzionale che rimuginando strategie per il possibile dopo, non fa quasi nulla per l'adesso, continuando a bearsi nelle insalivate poltrone di Vespa ? O la poca combattività di tanti comici e cantanti e registi, assai pronti al lamento ma prudentissimi nel dispiacere al Minculpop, per poi ritrovarsi in qualche ecumenica premiazione televisiva, o melassa di videoclip ? Arrabbiati o indifferenti, contempliamo il declino di un paese che certo non sfolgora a sinistra, ma da un pezzo non è più berlusconiano. Un paese oppresso da un governucolo codardo e incapace che cede ai ricatti degli straricchi e scappa davanti a ogni problema sociale, e a ogni opinione pubblica non manipolabile e tenace, come la maggioranza pacifista. Un governucolo pauroso di ogni critica, che ha bisogno di sei televisioni per puntellare lo zero delle sue ragioni. Che arranca verso uno scomodo voto, chiedendosi quale uso privato potrà farne. Ampliare l'azienda Berlusconescu ? Garantirgli la fuga col bottino ? Preparare un governo Amato in differita con Andreotti al mixer ? Ma questo fallimento è mascherato da una precisa ideologia. Che non è il totalitarismo Stalinvest di Berlusconescu né la farsa del bipartisan. E' la vecchia italica filosofia del giorno per giorno, fetente e necessaria quando riguarda la sopravvivenza dei singoli, ipocrita e impotente quando la applica uno stato. Cosa insegna questa filosofia, o filoflussia o one-day-swindle o new improvisology, come direbbe il creativo Tremonti ? Che per un giorno si può commettere qualsiasi truffa o reato. Basta aspettare qualche giorno perché tutto sia dimenticato, o frullato nella propaganda. Ogni giorno, una patacca nuova per nascondere la patacca vecchia. Impotenza travestita da forza, con tanto di cerone, lifting, e depilazione dei media. Esempi. Per rilanciare l'economia, per un giorno possiamo riciclare il danaro sporco, falsare i bilanci o esportare i capitali all'estero, l'ha detto il premier e l'ha confermato il ministro al Tracollo, onorevole Tremonti, detto anche "vieni avanti creativo". Per un giorno si può mandare Previti a corrompere i giudici. Quando arriva la condanna, parliamone un giorno e poi più. Per un giorno è lecito torturare anche in Italia e Usa e Inghilterra. Basta dichiararsi nauseati subito dopo. Se in quel giorno il torturato muore, cazzi suoi: non ha afferrato lo spirito del carpe diem. Si può dire un giorno che in Iraq la guerra è finita e che i soldati restano come contingente di pace. Se il giorno dopo la guerra riscoppia, beh, ormai siamo lì. Per un giorno un premier logorroico che da mesi sproloquia e fa propaganda sulla guerra, può chiedere il silenzio stampa. Per un giorno possiamo collegarci in diretta coi nostri soldati e far finta che sia tutta una telenovela, ma il giorno dopo torneranno a essere facili bersagli. Per un giorno in parlamento può andare in scena la centesima replica della farsa "A noi non ci dà ordini nessuno", da parte di leghisti matricianizzati, poltronari di aenne, e portaborse di centro e il giorno dopo tutti in riga a servire il premier. Per un giorno si può delirare del ponte di Messina e dell'Impero romano, tanto il week end successivo saremo in fila sulle autostrade collassate, o sulla tangenziale di Mestre o Milano, e la prima frana o alluvione distruggerà un altro pezzo di paese. Per un giorno si possono condannare i generali bugiardi, poi verrà la prescrizione. Per un giorno Mortisia Moratti può chiamare grande riforma scolastica un pasticcio da somari (in inglese donkeys) che gli insegnanti hanno già bocciato. Per un giorno possiamo chiamare ministro della cultura uno come Urbani che è pronto a vendere Capri a Michael Jackson. Per un giorno possiamo affidare il servizio pubblico a Cattaneo e a Gasparri, che dimostrano come il futuro della comunicazione abbia due grandi potenzialità : la banda larga e la banda dei ruffiani di Silvio. Per un giorno si possono caricare gli operai perché hanno affossato la Fiat, o insultare i dipendenti Alitalia perché si sono intascati i bond, oppure sostenere che il crac Parmalat nasce dal costo della ricotta e dall'avidità delle mucche. Per un giorno si può scatenare la polizia a Genova, per un giorno si può inseguire il rapinatore fino a dieci chilometri dal negozio, per un giorno si può intervistare un serial-killer come se fosse un guru. Per un giorno, il 4 giugno, si potrà militarizzare l'Italia e trasformare la televisione in un McDonald's, confidando che la Cia o Putin o qualche nuova sigla abbiano qualche buona idea per ribaltare un risultato elettorale scomodo. Per un giorno, per proteggere e servire Bush, il contribuente spenderà quello che servirebbe alla protezione civile in un mese. Per un giorno, per far divertire il presidente Usa nella villa sarda di Berlusconescu, il geniale Lunardi costruirà un bunker dotato di un campo da golf sotterraneo con buche sul soffitto. Per un giorno si può pensare che l'opposizione a tutto questo si faccia un giorno sì e dieci no. Per un giorno si può firmare un appello e poi sentirsi appagati per il resto dell'anno. Per un giorno si può fondare un movimento, un corteo, un'occupazione, un comitato e scioglierlo quando i giornalisti se ne vanno o è finita la birra. Per un giorno si può dire la democrazia è in pericolo ma poi la televisione ti intervista un paio di volte e la democrazia è ristabilita. Per un giorno possiamo dire che siamo a controfavorenò ma anche a procontrosì nei confronti della guerra, e intanto i giorni passano. Per un giorno ci dà grande conforto constatare che tanti, tantissimi tengono duro ogni giorno, sapendo che questo governo si dichiara longevo, ma la storia dell'opposizione in Italia è molto più lunga, e non finirà in un giorno. E in tanti dimostrano coraggio anche senza cavalcare un blindato. Per un giorno li ringrazio, e tra questi c'è l'obsoleto manipolo del manifesto. Per un giorno dimentico tutte le volte che mi sono incazzato con loro (spesso giustamente ricambiato). Per un giorno vorrei che tutti quelli che lo comprano un giorno alla settimana, specialmente in caso di apocalissi, ecatombi e onde anomale, lo acquistassero normalmente tutti i giorni. Per un giorno, anche se so che è difficile, mi piacerebbe che arrivasse puntualmente in tutte le edicole vicine e lontane. Per un giorno, vorrei che il volto stanco e ironico di Luigi Pintor ci ritornasse in mente, come esempio di una vita piena, battagliera, che nessun dolore o delusione politica cancellerà , e che continua a darci forza. Per un giorno, penso che questo sia un piccolo, dubbioso, schizofrenico, generoso giornale da difendere a spada tratta, o un giorno lo rimpiangeremo.
lunedì, maggio 10, 2004
Il fusibile salva democrazia
(Copyright "La Repubblica")
Nel fetido pozzo scoperchiato dal caso delle torture, nel quale sta inabissandosi quel poco di credibilità che ancora la "guerra del Bene contro il Male" conservava, c'è un elemento trascurato che l'opinione pubblica italiana dovrebbe osservare con spasmodica attenzione. Non è vero che lo scoppio dello scandalo e le misure punitive, e vili, adottate finora contro un gruppo di soldatini di infimo rango, le comode "mele marce" accusate di essere marce dai padroni del frutteto che le hanno coltivate, siano la prova luminosa della salute democratica di questa America 2004. Al contrario, se fosse dipeso soltanto da Bush, tenuto serenamente all'oscuro di tutto come il nonno un po' cagionevole e rimabambito al quale non bisogna far salire la pressione arteriosa con brutte notizie, dallo spudorato Rumsfeld, dallo stato maggiore militare, dalla inspiegabilmente esaltata Condoleeza Rice, dal timido e ossequiente Powell non sapremmo nulla, assolutamente nulla di quanto avveniva in quella villa triste di tormenti e di idiozie. Se abbiamo visto, se siamo qui a parlarne, se vediamo finalmente muoversi la ruotina della pseudo giustizia e delle scuse a buoi scappati, è perché ha funzionato non la democrazia istituzionale, ma l'ultimo fusibile della democrazia reale. Ha funzionato la libera informazione televisiva. Non sono stati la magistratura ordinaria o militare, il Parlamento, le commissioni d'inchiesta segrete a scoperchiare la fossa settica di Abu Grahib. E' stata una trasmissione televisiva di vero approfondimento, non di basso servizio al governo in carica, il magazine "60 Minutes" della Cbs, a mettere in onda le prime fotografie, scattate con una macchinetta digitale da uno dei carcerieri nauseato che le aveva passate sperando che qualcuno avrebbe avuto il coraggio di diffonderle. Addirittura il capo di stato maggiore della difesa, generale Myers, la massima autorità militare della nazione, aveva chiesto di persona, implorato, quasi comandato, il giornalista Dan Rather e i produttori di "60 minutes" a lasciar perdere, a rinviare, promettendo che il Pentagono avrebbe rivelato tutto di propria iniziativa. Quando, per due settimane, Rather e i suoi non hanno visto né saputo nulla, sono andati in onda e il fetore si è sprigionato. La macchina arrugginita della democrazia istituzionale ha cominciato, lentamente, cigolando, barcollando, a muoversi, spinta dalla democrazia reale della informazione autonoma e perciò, implicitamente, critica. Ora provate a trasportare il caso nella Italia del "conflitto d'interesse", pudica e noiosa espressione che nasconde il controllo ormai canceroso dello stesso uomo su tutti i gangli fondamentali dell'informazione televisiva nazionale. Immaginate Rai e Mediaset, le reti private del governo e quelle pubbliche, i conduttori "amici" e fiancheggiatori sistematicamente piazzati sulle poltrone che contano, sbattere la porta a porta in faccia al governo, ai ministri, agli alti comandi, ai funzionari di partito, ai portaborse che telefonano concitati da Roma per zittire e mandarli, come ha fatto la Cbs che non è un'organizzazione pacifista né antiamericana, ma appartiene a un colosso aziendale attento ai profitti chiamato Viacom, cortesemente a farsi benedire. In una democrazia perfetta, popolata da cittadini esemplari, da "angeli e arcangeli" come avrebbe detto Schumpeter, le torture non avverrebbero, le Guantanamo e le ville tristi non ci sarebbero, i presidenti, i ministri, i parlamentari, non avrebbero mai bisogno di chiedere scusa e non ci sarebbe nessun pozzo nero da scoperchiare. In una democrazia reale e profondamente imperfetta perché umana, la stessa Cbs, con Walter Cronkite, inchioda nel 1968 un presidente democratco, Johnson, alla sua sconfitta in Vietnam. Un settimanale come Newsweek, "sospettato" di sinistrismo, investiga nel 1998 il caso Lewinski, scippato da un sito Internet dopo che i giornalisti del settimanale avevano pronto il dossier, e inguaia un presidente ideologicamente "amico", facendo il gioco non della destra o della sinistra, ma dell'informazione. E ora è di nuovo la Cbs fare quello che il Parlamento imbelle, e il governo americano, non avevano osato fare, costringere l'America della sbornia patriottarda e dopo il trauma di Manhattan a guardarsi allo specchio. Il fusibile della libertà di stampa, e soprattutto della cruciale televisione, è scattato, forse in extremis, per impedire il corto circuito della democrazia. Per questo, negli Stati Uniti d'America, anche in uno dei momento più amari della loro storia, c'è ancora speranza. E per noi, sempre meno.
domenica, maggio 09, 2004
Negli ultimi due anni Rumsfeld è diventato arrogante e affetto da una crescente, voluta cecità . Con l’approvazione del suo Presidente ha inviato truppe americane in un’area di cui non si è mai curato di approfondire la natura né i rischi. E' ora che se ne vada.
(Copyright "The New York Times")
sabato, maggio 08, 2004
"L'interferenza dei sanitari nel processo di autopulizia del corpo attraverso l'introduzione di più veleni, sotto forma di vaccini e medicine, non fa altro che posticipare l'inevitabile e se continuato porta in ultimo a delle condizioni croniche, quali il cancro, la malattia cardiaca, l'artrite ed altre, dato che il corpo si deteriora a causa di questo abusivismo medico, che impedisce la normale pulizia e i processi autoguaritativi naturali".
Dott. Herbert Shelton
venerdì, maggio 07, 2004
L'epopea del "Marzullone"
di Filippo Ceccarelli (Copyright "La Stampa")
Chi ha rinviato in extremis la nomina di Gigi Marzullo ? La vita infatti è piena di sorprese; per non dire che una mano invisibile - magari quella che ieri è riuscita a bloccare la promozione dell'"Uomo della Notte" - ha calato sulla realtà del potere televisivo un ulteriore velo di apparenza, una patina illusoria, una coltre che obnubila la comprensione, ma senza dubbio si riverbera su tutto ciò che da viale Mazzini viene mandato in onda, specie a tarda ora. "Si vive per lo più persuasi intimamente - scrive Elémire Zolla in "Verità segrete esposte in evidenza" (Marsilio, 1990) - della nettezza vivace di certi contrasti, come quello che divide la veglia dal sonno, e dal sogno". Ebbene: "Verrà un giorno chi saprà approfittare di questa stordita certezza". Ecco dunque Marzullo, che da "Mezzanotte e dintorni" in poi trae vantaggio dallo stato di coma vigile che ottenebra milioni di italiani davanti a lui. Crudele ingiustizia, perciò. Questa Rai si meritava il Marzullone vicedirettore di Rai1. Chi altri sennò ? Quando Lucia Annunziata faceva ancora la giornalista, a Rai3, girava su e giù per lo studio come una fiera in gabbia. Studiava l'ospite e faceva domande secche. Poi, sbuffando ai primi sintomi di reticenza, poteva anche capitarle di girare le spalle all'interlocutore, pronunciando freddamente l'invito: "Mi dia una risposta più plausibile". Non che questo sia il modello unico per un'intervista televisiva. Ma certo si colloca agli antipodi dello stile marzulliano. Gigi appare nella sua più compiuta fissità , un monoscopio umano, pallido e rassicurante. Sorride soave, mette a suo agio l'ospite, quindi gli rivolge anche lui il suo invito: "Si faccia una domanda e si dia una risposta". Sembra una formula inventata da qualche rovinoso pensatore situazionista. Ma così è. Pochi altri personaggi incarnano meglio di Marzullo il vuoto catodico dell'oggi, la potenza indispensabile della banalità , la dedizione sacerdotale nei confronti di un potere che vive ormai di mirabolanti rappresentazioni. Nato demitiano, ha recato in dote al berlusconismo la deriva terminale del vecchio servizio pubblico. E allora, di nuovo: quale impietosa forza ha graffiato via il nome di Marzullo dall'organigramma del dopo-Annunziata ? Da anni le sue trasmissioni avevano realizzato la sospiratissima osmosi culturale, aprendo varchi all'unico dominio compatibile, quello di MediaRai, o di RaiSet. Dialoghi notturni che richiamavano a pieno titolo la legge psicofisica di Aldo Grasso secondo cui una trasmissione che raggiunga il limite di sopportabilità diventa "altro da sé", qualcosa di assolutamente imprevisto che in genere attrae e orripila al tempo stesso. Una più approfondita, ma non per questo meno brillante fenomenologia del marzullianesimo si deve a Gianluca Nicoletti, che l'ha tratteggiata nel suo "Ectoplasmi" (Baskerville, 1994). Vale senz'altro la pena di riportarne l'incipit: "Cà pita, soprattutto nel periodo dell'estro felino, di vedere un gatto spiaccicato ai bordi della carreggiata". L'effetto gatto-spiaccicato "è l'unica spiegazione all'esistenza televisiva del personaggio che anima le visioni di oltre mezzanotte. Forse già nel sembiante (Marzullo) esercita una sorta di sinistro magnetismo in ragione del quale, nel corso di un sonnacchioso zapping notturno, nessuno può fare a meno di fermare lo sguardo sull'inquisitore occhialuto che passa al setaccio il narcisismo dell'ospite di turno. Razionalmente si percepisce l'orrore di quanto sta accadendo, per il medesimo meccanismo d'attrazione non si riesce a distogliere lo sguardo e ci si lascia rapire dalla trance ipnotica della reiterazione delle formule". Varrà giusto la pena di ricordare che lo stesso Marzullo, e lo stesso Nicoletti, accettarono di dare poi vita a un programma televisivo: insieme. Fra le virtù del personaggio c'è anche quella di non offendersi mai, di assecondare con serenità ogni canzonatura, non di rado attivando la complessa categoria televisiva dell'auto-dileggio. Quanto alla "reiterazione delle formule" è giocoforza rammentare il celebre dilemma: "Ma la vita è un sogno, o i sogni aiutano a vivere meglio ?". Il sogno di Gigi è cominciato ad Avellino. Per l'esattezza in quel breve tratto che separa Piazza Libertà da Piazza Matteotti, più o meno dove sorgeva l'antico caffè Lanzara, luogo deputato alle chiacchiere e ai pettegolezzi municipali. O almeno: è qui che l'onorevole Gianfranco Rotondi, nella sua opera giovanile "Trenta Irpini" (Progetto, 1987), fissa la "frontiera inviolabile" dei Marzulli, il papà Gerardo e lo zio prete Michele, entrambi ardentemente democristiani e tifosi dell'Avellino Calcio. Per farla breve, De Mita sistemò il giovane Gigi alla Rai. Ma, per maggior sicurezza, collaborava anche al Mattino. Quando, sul finire degli anni ottanta, l'ex segretario della Cisl Pierre Carniti fu sul punto di diventare presidente della Rai, e faceva lo schizzinoso sull'"azienda delle 13 mila tessere", molte nullafacenti o troppofacenti, Gigi si presentò a una conferenza del temibile sindacalista. Era più o meno quello di adesso, profetico blazer blu, pantaloni grigi, camicia a righe azzurre (ne ha 60) e capelli fluenti, il massimo della trasgressione allora consentita nello scudo crociato. Con il consueto garbo si presentò: "Sono Gigi Marzullo, della Rai e del Mattino...". Carniti non lo fece nemmeno finire: "Ah - bofonchiò allargando sconsolato le braccia - un caso lampante di doppiolavorismo !". Però Carniti non divenne mai presidente. Marzullone invece seguitò a fare carriera. Ebbe premi e programmi, scrisse libri, collezionò "ospitate". Mai una polemica, neanche quando fece coprire la maggiorata Angela Cavagna. Presentò il Premio Strega, la Mostra del Cinema di Venezia. E aspirò, evidentemente, a Rai1. Gliela fecero vedere, annusare. Poi niente: "Per evitare - sottolineano fonti della direzione generale - false e stupide strumentalizzazioni". Come se ce ne potessero essere di vere e soprattutto di intelligenti.
mercoledì, maggio 05, 2004
Usa. Minaccia insegnante con biscotto, 12enne sospeso da scuola
(Copyright "La Gazzetta di Mantova")
Voleva uccidere il suo insegnante con biscotti al burro di noccioline in grado di provocare una reazione allergica mortale al professore. Per questo motivo Jules Gabriel, uno studente di prima media della South Orange Middle School (New Jersey) è stato sospeso da scuola.
lunedì, maggio 03, 2004
I talebani della RAI
(Copyright "L'Unità ")
Nuovi inquietanti messaggi giungono dai sequestratori che da due anni e mezzo tengono in ostaggio la Rai. Abdel Salam Flav al Cattan comunica minaccioso a una prigioniera: "Tu non mi hai ancora visto incazzato, ti faccio vedere i sorci verdi, ti caccio a calci in culo". Tarok Insett Portaport al Vesp rincara la dose con un messaggio decisamente jettatorio: "La vita mi ha insegnato che chiunque mi abbia fatto del male, alla fine non ne ha tratto benefici. Mi riferisco a uno che poi è morto". Più oscuro (ma la traduzione di "Al Jazera" potrebbe rivelarsi approssimativa) l'avvertimento del giovane kamikaze Mohamed Paol Bilanc al Bonol, che compare in un videomessaggio registrato al fianco di un serial-killer: "L'intervista a Bilancia si inserisce nel percorso che "Domenica In" sta facendo. Abbiamo parlato di fede, di maternità , di diritto alla vita, di Dio e domenica del lato oscuro della mente umana". Si accettano scommesse sulla prossima tappa del "percorso", e soprattutto sul prossimo ospite. Si era provato con un tecnico super partes, un certo dottor Mengele, ma pare che sia prematuramente scomparso. Mentre scriviamo, ci comunicano che i tre sequestratori sono italiani e lavorano per il servizio pubblico radiotelevisivo. Lo stesso servizio pubblico che manda una lettera di diffida al dirigente Loris Mazzetti per un articolo sul "L'Unità ", mentre continua a far dirigere le tribune politiche a una signora indagata a Cosenza con richiesta di arresto per aver venduto poltrone del suo programma in cambio di servizi catering per feste private. Lo stesso servizio pubblico che, in nome della par condicio, oscura "Blu notte" sulla mafia e poi manda in onda un'intervista a un serial killer: un conto è regalare un microfono a Donato Bilancia, un altro è parlare di Falcone senza contraddittorio, in campagna elettorale per giunta. Oltretutto con "Ciao Darwin" Bonolis aveva anticipato di qualche anno la riforma Moratti. Onore al merito. Si apprende poi che Cattaneo, direttore generale Rai, riconosce di essere "andato oltre i limiti". Una buona notizia: significa che persino Cattaneo ha dei limiti. Vespa invece rivela di essere sotto scorta della polizia per le minacce che riceve da "L'Unità " e da "Europa" ("187 in 50 giorni"). Resta da capire chi, con grave sprezzo del pericolo, abbia mai osato "fare del male" a Vespa. Se non ricordiamo male, l'insetto è in onda dalla notte dei tempi, da quando annunciò trionfante, dalla questura di Milano, che il mostro di piazza Fontana era Pietro Valpreda e, nel 1980, dalla stazione di Bologna, che era scoppiata una caldaia (essendo il 2 agosto, era la prima cosa che veniva in mente). La brillante carriera proseguì con pezzi di grande televisione come l'intervista sottobraccio all'imputato Forlani (allora suo "editore di riferimento"). O l'intervista al capezzale del ministro della malsanità De Lorenzo, che pareva moribondo salvo poi tornare prodigiosamente in salute e farsi sorprendere pochi giorni dopo a banchettare a quattro palmenti in un locale decisamente autobiografico: "I due ladroni". Se resta ignoto lo sfortunato nemico di Vespa, non altrettanto si può dire dei suoi amici. Che sono arcinoti, almeno quanto i benefìci ricevuti. Per esempio Scattone e Ferraro, i fucilatori di Marta Russo, ricompensati con 260 milioni (il denaro, tratto dal canone degli italiani, fu versato dalla Rai sui conti di un prestanome, per aggirare la richiesta di sequestro dei beni dei due condannati avanzata dai parenti della vittima); o, per citare soltanto i grandi nomi, Monica Lewinsky, anch'essa attirata dai lauti compensi che la Rai riserva coi soldi nostri agli intellettuali del suo calibro. Senonchè, nel bel mezzo della registrazione di "Porta a Porta", la ragazza si alzò di scatto dal divano bianco e fuggì a gambe levate. E dire che di interviste in ginocchio se ne intendeva. Un gesto eroico, il suo, rimasto purtroppo isolato. Anche Mediaset ha scoperto all'improvviso la par condicio (che fino a un mese fa il padrone voleva abrogare in quanto "illiberale"). Ma non per i telegiornali di regime, e nemmeno per i programmi di cosiddetta informazione dei vari Taradash, Fede, Giordano, Del Debbio, Vigorelli, Belpietro. Solo per la Gialappa's. "La legge - spiega l'azienda, restando seria - ci obbliga a non influenzare, anche in modo surrettizio e allusivo, le libere scelte degli elettori". E questa, signori, è satira allo stato puro. Chapeau.
domenica, maggio 02, 2004
Il regista di "Matrix" pronto al cambio di sesso
(Copyright "Chicago Sun Times")
L’operazione chirurgica che dovrebbe trasformare Larry Wachowski, uno degli autori di "Matrix", in Linda Wachowski sarebbe molto vicina. Sembrerebbero dunque attendibili le voci sparse ormai un anno fa, all’uscita di "Matrix Revolution", che sostenevano che il maggiore dei fratelli registi (Andy è di due anni più giovane), fosse deciso a cambiare sesso. Molti amici di vecchia data di Larry (che sta divorziando dalla moglie Thea Bloom) dicono che si sente pronto per il grande passo.
sabato, maggio 01, 2004
Il pensiero debole
di Luciana Littizzetto (Copyright "Torinosette")
Lavorare stanca. Se poi, a peggiorare la musica, ci si mettono anche le colleghe è la fine. Piuttosto che varcare la soglia del tuo ufficio preferiresti di gran lunga spalare il letame anche tu nella Fattoria, gomito a gomito con Daniel Ducruet. Tutto pur di non rivedere ancora quel brutto muso della tua collega di scrivania. Quella che definire stronza è farle un complimento. Lei ci ha proprio tracce di cacca nel DNA. Così dedita al lavoro, così solerte. Una apessa sempre pronta a conficcarti il suo pungiglione nelle carni. La perfida Alexis di Dynasty. Coriacea. Mai un coccolone, mai un’influenza, mai una diarrea come si deve. Ercolina sempre in piedi. E’ persino tornata a lavorare ancora con le croste della varicella impestando tutto l’ufficio. Lei e la sua mania delle piante. Con gli anni ha messo su un piccolo dipartimento forestale. Una giungla pluviale di begonie e ficus che d’estate fanno salire l’umidità dell’ottanta per cento. Il tuo è l’unico ufficio in Torino dove ci nidificano le zanzare tigre. Molto meglio la Bela Tulera. La collega sempre perfetta. Quella che prima di uscire di casa fa il bagno nell’Opium. Per venire in ufficio si veste come se dovesse andare a ricevere dalle mani di Pippo Baudo il David di Donatello. Tutta despansè. Tubino nero delle dimensioni di un cerotto, tacco a spina di cactus, trucco leggero da Dragqueen, giacchetta strizzatette, messa in pieghissima. Mai un cedimento. E tu non ce la fai a starle dietro. Perché a te i capelli si sporcano, come a tutti gli esseri umani. Dopo un giorno sembra che ti abbiano gettato sulla testa una secchiata di lumache, la pelle ti si ingrigisce come quella del merluzzo, i tacchi ti fanno gonfiare i piedi, il tubino ha l’orlo scucito da mesi e non hai mai tempo di rimetterlo a posto. Così arrivi in ufficio con i jeans slandronati, il maglione prugna che fa i pallini, e la coda di cavallo moscia. Però la giacca ce l’hai anche tu e si distingue dalle altre. Sulla tua ha vomitato tuo figlio mentre lo portavi all’asilo. Ultima tipologia di collega è la Malata Immaginaria. Quella che ne ha sempre una. Se non ha mal di gola, ha mal di schiena. Se non ha mal di schiena ha mal di testa. Se non ha mal di testa ha mal d’orecchie. Insomma. Una giaculatoria perenne di lamenti. Un catorcio piagato per otto ore consecutive. Solo per non sentire ancora le sue grida di dolore ti lasci commuovere e fai anche la sua razione di lavoro. Poi scattano le cinque e papam. Un grillo. Una locusta. Devi vedere come salta via dalla scrivania. Sdeng. Sembra la palla pazza che strumpallazza. Risorge Lazzaro. Il miracolo della cartolina bollata. Un consiglio ? Non fatevi impietosire. Sei in fin di vita, collega mia ? Ok, ti faccio dire una messa.
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