La Gazzetta del Prione


venerdì, aprile 30, 2004
 

I soldati americani torturano i prigionieri

(Copyright "La Repubblica")

In uno di quei giorni surreali che ormai sono diventati la realtà quotidiana della guerra in Iraq, George Bush riceve la commissione d'inchiesta sull'11 settembre nello Studio ovale per una tazza di caffè e due chiacchiere cordiali, mentre uno dei suoi generali è rimosso da Bagdad perché torturava prigionieri nella stessa prigione degli orrori saddamiti e altri dieci marines saltano in aria. Questi mondi paralleli, di fantapolitica e di guerra reale, di propaganda ottimista e di notiziari terrificanti, continuano a viaggiare senza incrociarsi più da tempo, nell'universo immaginario di Bush. Ma non c'è nulla di immaginario, purtroppo, nel piccolo mondo di orrore carcerario che uno dei suoi generali, anzi, una generalessa, aveva creato proprio nel ventre più truce dell'Iraq di Saddam, il carcere di Abu Grahib, dove i prigionieri degli americani erano, secondo l'inchiesta dell'avvocatura generale dell'esercito, torturati. Non sevizie psicologiche, o semplici maltrattamenti o detenzioni illegittime come a Guantanamo, ma proprio classiche, inconfondibili torture. Prigionieri ammucchiati come tronchi in fascina, per soffocarsi reciprocamente. Scritte e tatuaggi infamanti sui loro corpi. "Atti indecenti", sodomizzazioni forzate e pubbliche, di fronte agli occhi dei poliziotti militari e gli immancabili classici della tortura, già applicati con passione dai parà francesi nella loro guerra contro gli insorti musulmani algerini, gli elettrodi ai testicoli. Il vortice delle operazioni antiguerriglia, sempre, conduce a My Lai, all'Algeria, alla Somalia, all'odio. Se oggi, 14 mesi dopo la "liberazione" questo segreto vergognoso è venuto a galla, lo dobbiamo a un sergente sconvolto da quel che vedeva, che ha contrabbandato fuori dal Abu Grahib foto proibite e dalla pronta inchiesta degli uffici legali della Us Army che hanno ottenuto la rimozione della generalessa comandante, Janice e la cacciata di cinque suoi subordinati, nella dimostrazione che i meccanismi dell'informazione e della legalità ancora reggono, nonostante gli sforzi del potere per piegarli alla proprio volontà. Ma le torture nella vecchia "Villa Triste" di Saddam, proprio quelle azioni che l'invasione avrebbe dovuto cancellare, dimostrano un'altra, ancora più acida verità. Che in ogni guerra senza quartiere come questa, in ogni scontro che assuma il sapore dello "scontro di civiltà" sempre le truppe occupanti sono esposte al rischio della rabbia e della vendetta più feroce scatenata dalla frustrazione dall'impotenza. "Non posso credere che i miei soldati abbiano fatto questa cose" ha mormorato il generale Kimmit vedendo le foto che gli mostrava il giornalista Dan Rather. Ora ci crede. Di questi inevitabili orrori, nulla è arrivato a Washington, in quella Casa Bianca dove la grottesca rappresentazione dell'interrogatorio che non era un interrogatorio si svolgeva ieri mattina, sul palcoscenico del teatro dell'assurdo bushiano. Per rispondere alla blanda fatica della commissione, Bush si era fatto affiancare, come nelle scuole della nostra infanzia, da un padre o da chi ne fa le veci, da Dick Cheney, il suo tutore e maestro, anche se l'incontro non avveniva sotto giuramento, non era una deposizione, non sarà messo a verbale nè registrato su nastri video o audio, tutto per poter negare, smentire, ritrattare domani. "Una cordiale chiacchierata" l'ha definita lui alla fine, "un utile incontro per meglio proteggere l'America dal terrorismo". Insomma un breakfast tra signore in salotto, ad ascoltare Bush, caffè e ciambelle servite nell'argenteria ufficiale e nelle porcellane di casa, mentre altri dieci marines morivano in Iraq, le cannoniere volanti C130 Spectre tornavano a battere Falluja con cannoni da 105 mm abbandonando ogni finzione "chirurgica" e a Bagdad il carcere delle torture vomitava i suoi segreti. Mentre il presidente riceveva i dieci commissari seduto davanti al caminetto dello Studio Ovale con Cheney per coprirgli le spalle, il termometro dei sondaggi pubblicati poche ore prima dal New York Times e dalla Cbs tv, avvertiva che il sostegno popolare della nazione a questa guerra di occupazione sta sciogliendosi. Un'opinione pubblica che aveva appoggiato la guerra "al terrorismo" e alle "armi di distruzioni di massa", come l'invasione dell'Iraq era stata presentata, con percentuali fino al 75%, e ancora la approvava con il 63% al momento della cattura di Saddam in dicembre, oggi è ridotta per la prima volta a una minoranza, al 47%. Se la battaglia di Falluja, che il prudente Henry Kissinger ha definito "il punto di svolta" della guerra dovesse trascinarsi ancora a lungo, questa slavina del consenso potrebbe riversarsi contro lo stesso Bush che ancora non ne paga, grazie alla inconsistente evanescenza dell'avversario John Kerry, il prezzo nei sondaggi elettorali. Qualcosa, nel fronte interno ammirevolmente e ostinatamente compatto finora attorno alla guerra si sta incrinando. Mostrano crepe i grandi media indipendenti, rompendo l'omertà patriottica, abbandonando gli eufemismi e gli ottimismi "politically correct" usati dai propagandisti di Bush, rivelando il caso della generalessa torturatrice, soprattutto restituendo un volto e un nome alle fredde statistiche dei caduti e feriti. Cnn e Washington Post pubblicano ormai regolarmente il ruolino dei morti, ormai arrivati a 740, gli effettivi di un battaglione intero inghiottito al fronte, il massimo numero di soldati americani uccisi dopo il Vietnam. "Nightline", una delle trasmissioni giornalistiche più rispettate e serie della seconda serata condotta da Ted Koppel, dedicherà un'intera puntata, lunedì sera, ai "fallen", ai caduti, lasciando scorrere in silenzio quelle facce di giovani uomini e donne sacrificati sull'altare della tronfia "teologia della liberazione" e degli interessi della destra estrema che proprio Cheney, la "governante" che il padre mise accanto al figlio inesperto quando entrò alla Casa Bianca, incarna.

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mercoledì, aprile 28, 2004
 

Il frigo di Pantani

di Massimo Gramellini (Copyright "La Stampa")
 
A lasciare esterrefatti - nella prima intervista della ex fidanzata di Pantani - non è la cocaina, ma il doping. Non il racconto purtroppo immaginabile della deriva degli ultimi anni. Ma la rivelazione che il Pirata, quando ancora era tale, si iniettava le sostanze proibite da solo e con la regolarità di un abitudinario, custodendo i flaconi nel frigo di casa. "Devo prendere queste porcherie per avere successo", si giustificava con lei. A che scopo fare tanta fatica, se non si metteva nelle condizioni degli altri ? Soltanto a parità di doping la sua classe avrebbe scavato la differenza. Perché se tutti si dopano, non esistono alternative: o ti ritiri, o ti dopi anche tu. Pantani è stato ucciso dalla dolorosa scoperta che il suo mondo non lo tutelava più e preferiva sacrificare il pesce grosso trovato con le mani nel sacco, anzi nel frigo, piuttosto che condividerne la colpa, diluendola in quelle di un intero sistema. Lo stesso meccanismo omertoso della mafia e dei partiti di Tangentopoli. Il destino aveva offerto a Pantani l'opportunità di diventare il Sansone che si trascinava dietro tutti i filistei. Una denuncia avrebbe salvato molte vite, a cominciare forse dalla sua. Non l'ha mai fatta perché era un fragile: anche per questo gli volevamo così bene. Ma il silenzio di piombo con cui lo sport ha accolto le parole della sua donna dimostra che nemmeno la morte del Pirata ha saputo dare ai suoi colleghi la forza per spezzare il colossale autoinganno nel quale galleggiano centinaia di atleti e milioni di tifosi.



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martedì, aprile 27, 2004
 

"Sono le ore 14,12 e prendo atto della tua telefonata, che è durata un minuto e nella quale, a proposito della mia lettera odierna sulla vicenda Bonolis-Bilancia, mi ha detto "tu non mi hai ancora visto incazzato", "ti faccio vedere i sorci verdi", e "ti caccio a calci in culo". Prima di sbattermi il telefono in faccia".

Lucia Annunziata (presidente RAI) a proposito di un colloquio telefonico con Flavio Cattaneo (direttore generale RAI)

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lunedì, aprile 26, 2004
 

Gatto obeso inizia sciopero della fame 
 
(Copyright "Libero")
 
La "bestiola" di oltre 18 chili è sei volte sovrappeso rispetto al normale e soffre per questo di problemi di cuore: i veterinari avevano così raccomandato un regime alimentare ridotto e controllato. Ma Michesch, questo il nome del gatto, non ne vuole sapere e per protesta non si nutre più. Ora il micio è stato temporaneamente affidato alla protezione animale e ci sono buone speranze che ritorni presto in forma.





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domenica, aprile 25, 2004
 

La magnifica ossessione di un visionario della tavola

(Copyright "La Repubblica")

Pollenzo è un sogno, un quadrato magico che racchiude i sapori del popolo e i saperi dei chierici in miracolosa, spettacolosa armonia. Il suo inventore, Carlo Petrini, sopporta allegramente la sua fama prevalente, che è quella del ghiottone, o peggio del gastro-filologo snob, maniaco del formaggio di fossa e dell'ortaggio in via di estinzione. Pietra su pietra, la sua Università è la monumentale smentita di ogni logica di nicchia, di evasione decadente, di sfizio per pochi amiconi di sinistra che compensano a tavola le frustrazioni della politica. Petrini sopporta e se la ride perché Petrini sa che c'è più politica in Pollenzo (e in Slow Food) che in mille convention dove i partiti ulivisti si intignano nel gioco acido delle alleanze. Acquisto e ristrutturazione (magnifica) della proprietà ex Savoia sono costati meno di tre milioni di lire al metro quadrato: venti milioni di euro raccolti tra gli imprenditori agricoli della zona, una public company (socio al 25 per cento la Regione Piemonte) che ha realizzato in meno di quattro anni la prima università mondiale di Scienze gastronomiche, una Banca del vino che fa invidia ai francesi, un albergo di lusso a prezzi accessibili (140 euro una stanza doppia, a Milano e Roma con quei soldi si dorme in una topaia), un ristorante d'eccellenza, il celebratissimo Guido. Un campus "diffuso" (molti studenti saranno ospiti, a prezzi controllati, nelle case private della vicina Bra) che trasformerà un borgo di passaggio in una piccola città universitaria. Rapporti internazionali (Slow Food, centomila soci dei quali ventimila negli Usa, è consulente della Fao) che porteranno a Pollenzo studenti e docenti da ogni parte della Terra. La sfida di Slow Food va intesa, specie oggi che Pollenzo sta per aprire i battenti, in tutta la sua ostinata (ed eversiva) sostanza: mettere la qualità al centro di ogni intenzione e di ogni azione, e soprattutto credere fermamente che la qualità possa e debba diventare "democratica". E' l'esatto rovesciamento della logica dei consumi omologati e della cultura di massa, il cui paradigma (pensate alla televisione, pensate all'edilizia popolare, pensate all'industria del turismo) è che la qualità sia escludente e dunque vada esclusa, che la qualità sia nemica della penetrazione diffusa dei prodotti e delle idee. E' totalmente paradossale, in questo senso, che Petrini sia, presso i suoi detrattori, in fama di snobismo elitario. Veramente snob ed elitaria, veramente classista, a ben vedere, è la rassegnata e/o sprezzante idea che alla "gente", massa indistinta, spetti solo mediocrità e bruttezza. Non per caso la prima "battaglia" di Petrini fu contro il livello scadente della ristorazione alle popolarissime Feste dell'Unità: in Italia, soprattutto in Italia, si può fare cucina popolare ad alto livello e a prezzi contenutissimi, dunque è un delitto non farla. Pareva solo un'amena discussione con il tovagliolo allacciato, era (e lo è a maggior ragione adesso) una discussione nevralgica sul significato stesso del termine "popolare". E una sinistra che, in larga parte, ha perduto il popolo, e lo vede con diffidenza come audience addomesticata, dovrebbe riflettere sulla parabola vincente di Carlo Petrini, uomo di territorio e uomo del popolo (parla spesso e volentieri in dialetto) che delle sue radici contadine ha saputo fare, come si diceva una volta, contro-cultura, oggi vale la pena dire cultura tout-court, perché il solo fatto di fare cultura è "contro". Incapace di accettare che si debba, per sopravvivere, imitare i modi e le intenzioni degli "altri", amico di contadini e di artisti, alieno alla televisione (dove va di rado e con grande sacrificio), politicamente rosso antico ma molto socievole nella prassi (ha rapporti con quasi tutti, parla parecchio bene del ministro Alemanno), Carlo Petrini ha dimostrato che su un'idea radicale (il buon vivere, e un vivere gentile, dev'essere il vero obiettivo della politica) si può fondare una prassi vincente. La bellezza di Pollenzo, dove tutto è armonioso e semplice, stra-comodo ma sobrio - detto con un ossimoro: lussuosamente monastico - parla di un'Italia d'eccellenza, colta e alla mano, ospitale e orgogliosa, dolcevitosa e seria, cosciente della sua secolare ricchezza interiore, dei sontuosi paesaggi agricoli, dei vitigni, delle geometrie della terra, delle architetture rurali. Un'Italia di intellettuali e di popolo (così come amava definirsi la sinistra dei tempi che furono): la sera prima dell'inaugurazione ufficiale di Pollenzo, gli anziani della zona saranno a cena da Guido. Altissima cucina e musiche della banda della Polizia, con il prefetto di Cuneo alla batteria. Ho visitato Pollenzo insieme al priore di Bose Enzo Bianchi, teologo di fama e cuoco di vaglia, piemontese e cosmopolita come Petrini. Mentre Petrini faceva da cicerone, quasi incredulo di essere riuscito a mettere in piedi un progetto così smisurato, Bianchi gli ha cucito addosso un vecchio proverbio locale: "Se uno l'è propi matt, vuol dir c'l'è anche furb". La pazzia di Pollenzo sta a dimostrarlo: solo sognare in grande costringe a risolvere i problemi. E preserva dalla mediocrità, la stessa mediocrità che ci sta impastoiando.



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sabato, aprile 24, 2004
 

Gli americani vedono per la prima volta le bare dei loro caduti

(Copyright "La Repubblica")

La donna che fotografò la bugia voleva soltanto essere "una madre" e compiere un gesto di pietà per tutti quei figli caduti. Non sapeva che anche una foto può costare più cara di una battaglia perduta e fare di lei una "traditrice della patria" o un'eroina, con un semplice click. Ma quando Tami Silicio, impiegata di una ditta che lavora per il Pentagono all'aeroporto internazionale del Kuwait, ha scattato le foto delle bare disposte in ordine perfetto come tessere di un domino infinito per essere spedite a casa, e la foto è arrivata a un'America che non ne aveva mai viste tante, i generali, i ministri, la Casa Bianca, i falchi da scrivania che giocano ai soldatini con le vite degli altri hanno sbuffato, tuonato, gridato al tradimento della patria. La signora è stata licenziata in tronco, e con lei anche il marito, che non c'entrava niente, per buon peso. La gente non deve vedere quale sia il costo della guerra di Bush. Tami Silicio è uno strano Silvio Pellico, per caso e senza volerlo. A cinquant'anni, con un figlio morto bambino per un tumore al cervello e un figlio ventenne che vorrebbe arruolarsi nei marines, non è un'attivista, né una pacifista. Dopo avere lavorato come decoratrice di ricevimenti nel suo stato di Washington e poi come camionista in Bosnia insieme con il marito, Tami accettò l'offerta di una società civile di supporto logistico, la Maytag, una delle centinaia che assistono i militari in guerra, appaltatori civili di servizi che i soldati non fanno. La sua azienda la mandò con il marito in Kuwait, dunque nelle retrovie, per dare una mano al carico e allo scarico di materiali destinati al fronte e la sera del 7 aprile scorso, quando ventuno bare di alluminio coperte dalle bandiere americane perfettamente, militarmente allineate, furono caricate in una sola notte nel ventre di un C17, non seppe resistere e scattò con la sua macchinetta digitale. Mandò le foto al figlio aspirante marine all'altro capo del mondo, a Seattle, e poche ore dopo le foto erano arrivate al giornale locale, al Seattle Times che giustamente le ha sparate in prima pagina. Senza, giurano tutti, pagare un centesimo alla signora. Se un sospetto è legittimo è semmai che i soldati abbiano permesso e incoraggiato quelle foto, che un piccolo "complotto della verità" sia stato organizzato dalla truppa, per far vedere finalmente all'America quello che si vorrebbe tenerle nascosto. Non c'è nulla di grottesco, né di orribile in quelle immagini che ormai sono dilagate su Internet e nessuno potrà mai più riacciuffare, neppure il Pentagono, la Air Force, la Casa Bianca, che tanto si erano adoperati perché non arrivassero mai al pubblico. Per questo commuovono davvero. Le bare sono tante, ventuno, e ordinatamente allineate sui rulli del vano da carico, in uno schieramento da parata che testimonia l'affetto, la cura, la tenerezza con la quale i soldati ancora vivi trattano i loro "bro'", i loro fratelli morti. Le lunghe strisce rosse delle bandiere americane che le avvolgono tutte come le coperte perfettamente squadrate sulle brande pronte per l'ispezione, formano linee parallele dirette all'infinito, come se volessero indicare un futuro di altre strisce e di altre bare. Sono tutte anonime, nella foto, perché il cartellino che identifica i resti di chi c'è dentro, dei 706 giovani e meno giovani già caduti per abbattere Saddam Hussein e per rieleggere George Bush, non è visibile nelle foto. Non c'è nulla di visivamente offensivo, che giustifichi il blackout ordinato dal Pentagono "per non invadere la privacy delle famiglie", come dicono con sfacciata ipocrisia, quasi fosse la visione delle bare, e non la morte, a offendere le famiglie. Il divieto è soltanto un'arma nella guerra psicologica, nella "propaganda war", voluto da politici e da generali ossessionati dal timore di perdere la guerra sul fronte del morale interno, di ripiombare in quella "sindrome del Vietnam" che tutti proclamano estinta nelle parole e poi tentano ogni giorno di esorcizzare nei comportamenti pratici. Il divieto fu introdotto nel 1991, quando scoppiò la Guerra del Golfo Part I, tra Bush il Vecchio e Saddam per liberare e per democratizzare lo sceiccato del Kuwait e Washington temeva che lo scontro con l'armata dei raìs potesse essere prolungato e sanguinoso. E' rimasto in vigore, ma sotto il regno di George il Giovane è divenuto implacabile. Suo padre (come già Reagan prima di lui) e poi Clinton, ebbero almeno il coraggio civile di partecipare a qualche funerale, di guardare negli occhi i parenti dei caduti, fino alla fase più straziante della cerimonia, quando il sergente del plotone d'onore ripiega la bandiera sulla bara a forma di triangolo perfetto, per commemorare il tricorno dei ribelli che liberarono l'America, e la consegna alla famiglia. Bush non ha mai voluto essere presente a nessuno dei 706 funerali (finora), limitandosi a commemorare i caduti in qualche discorso e a visitare un gruppo dei 3.600 feriti (finora), con le due figlie, il giorno di Pasqua. Si commuoverebbe troppo, dicono, un cuore troppo tenero. E in serata è stato proprio il suo portavoce Trent Duffy a dire che George W., vedendo le foto delle bare, è rimasto "commosso". La grande colpa della signora Silicio, licenziata volontariamente dalla Maytag insieme con il marito per calmare il governo e non perdere il ghiotto contratto, è di avere alzato un lembo del sudario e proprio in questo aprile di sangue che ha visto oltre 100 soldati americani uccisi, un record, e nel quale la Casa Bianca si prepara a fingere - ormai è chiaro e ufficiale - di trasferire la sovranità a un altro gruppo di pupazzi iracheni, ex ufficiali e funzionari baathisti e saddamiti compresi. L'ultimo viaggio delle bare doveva avvenire sempre di notte, nel buio degli obbiettivi e dell'opinione pubblica. Dovevano essere trasportare alla chetichella tra la morgue di raccolta di tutte le salme, nel Kuwait, all'obitorio militare principale della Air Force, la base aerea di Dover, sull'estuario del fiume Delaware e poi essere consegnate alle famiglie per la sepoltura definitiva. Soltanto allora, se le famiglie lo avessero voluto, giornali e tv avrebbero potuto assistere e raccontare. Ma ora la politica del sudario ufficiale è stata sollevata dalla signora con la macchina fotografica. Poche ore prima della diffusione delle foto, inaspettatamente il Pentagono si era affrettato a mettere in Internet le proprie foto ufficiali del trasporto delle salme, che poi ha di nuovo oscurato. Un "riesame della decisione" è in corso, tra Casa Bianca, militari, sondaggisti, esperti di media, avvocati che hanno fatto ricorso ai tribunali per spezzare il blackout, per rompere anche questa dissennata bugia di guerra, incrinata da una donna di mezza età con una macchina fotografica.



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venerdì, aprile 23, 2004
 

E' morto Pat Tillman

(Copyright Dagospia.com)

Gli Stati Uniti hanno il loro eroe nella guerra al terrorismo. Il lancio d’agenzia sta facendo aggiornare i siti delle maggiori testate americane e sarà la notizia principale dei quotidiani di domani. E' morto Pat Tillman, un ex giocatore della squadra di football americano degli Arizona Cardinals che dopo l’undici settembre ha rinunciato alla carriera sportiva per andare a combattere in Afghanistan. Oggi, in un’imboscata nell’est del paese è rimasto ucciso. Unica vittima del suo plotone di Rangers, nel quale è arruolato anche il fratello Kevin. Tillman ha rifiutato un contratto da 3,6 milioni di dollari per andarne a guadagnare 18 mila nell’esercito, una scelta che gli è costata la vita, ma che l’ha probabilmente fatto entrare nella storia.

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mercoledì, aprile 21, 2004
 

I disastri della diplomazia italiana

(Copyright "La Velina Azzurra")

La verità, sempre complessa per i cervelli limpidi, è addirittura schematica per "Il Riformista" di stamane: il merito diplomatico della futura (speriamo) liberazione degli ostaggi sarebbe tutto di Gianni Castellaneta e della sua missione in Medio Oriente. Mettendo in campo il suo consigliere diplomatico Berlusconi avrebbe fatto la mossa vincente. Al contrario, secondo il quotidiano anglo-dalemiano, il Cavaliere sarebbe infuriato con Frattini e avrebbe già deciso di consegnare gli esteri a Gianfranco Fini nel rimpasto prevedibile dopo le elezioni europee. La manovra de "Il Riformista" ha fatto scattare gli uffici del ministro. Le interpretazioni dell’articolo stanno rimbalzando da stamane al primo piano della Farnesina, tra il servizio stampa di Valensise e il gabinetto di Ragaglini. Nessuno riesce a capire il significato del nuovo siluro a Frattini. Da un lato il quotidiano dell’ex merchant bank di palazzo Chigi ha enfatizzato il profilo di Castellaneta con toni epici e picchi di umorismo superiori al celebre ritratto che gli dedicò "Panorama", ribattezzandolo Johnny Rice in quanto interfaccia da Roma di Condoleeza Rice. E fin qui nulla di nuovo. Il socialista Castellaneta, che venne chiamato dall’Australia a Palazzo Chigi da Giuliano Amato prima del passaggio delle consegne con il governo Berlusconi, ha sempre mantenuto cordiali e discreti rapporti con il gruppo riformista che gravita attorno al quotidiano di Claudio Velardi. La novità clamorosa è che per la prima volta il nome di Castellaneta viene utilizzato da quella stessa lobby per attaccare il ministro degli esteri in persona. Ma come, ci si chiede alla Farnesina, Castellaneta non stava con Frattini ? Non stava insieme a Ragaglini, Sessa, Bisogniero nel gruppo dei fidatissimi del ministro ? Che cosa sta accadendo ? Ve lo diciamo noi. Castellaneta è sempre stato ed è l’uomo di De Michelis, non di altri. Ed entrambi pensano ad un futuro in cui non c’è più posto per Frattini che li ha pure delusi. Perché il ministro avrà i suoi difetti e i suoi torti, ma due cose non si possono negare: che è "una persona per bene", come ha rivendicato di essere, e che, per sua personale formazione e cultura, è un uomo dello Stato e non, come altri, un avventuriero della politica. E dunque, non poteva certo accettare l’invadente e pervasiva protezione di un ex ministro della prima repubblica che i veneziani tentarono di gettare in laguna. L’unica, tenace e irremovibile ambizione di De Michelis è sempre stata quella di tornare alla guida della Farnesina. Da qualche tempo l’ex ministro non si fa più chiamare solo "consigliere speciale di Berlusconi per la politica estera", ma anche "Segretario del nuovo Psi". Si fa intervistare come alleato del Cavaliere, come membro della Casa della libertà, un passo indietro agli altri, ma con pari dignità. Adesso ritiene che i tempi siano maturi, la sua pressione sta aumentando. Non si perde un talk show. La manovra è chiara: da un lato De Michelis finge di fare da battistrada a Gianfranco Fini per bruciare Frattini e dall’altro si prepara ad offrirsi personalmente a Berlusconi come candidato tecnico alla guida della diplomazia italiana. Intanto, come ha dimostrato l’intervento del Riformista, si avvicina al gruppo social-riformista dei vecchi amici Amato e D’Alema in vista di un eventuale cambio di maggioranza. Per Frattini è giunto dunque il momento di distinguere bene tra veri amici e veri nemici, tra i collaboratori fidati e quelli infidi, anche per capire quanto la manovra di De Michelis sia penetrata ai vertici del ministero. L’incidente di "Porta a Porta" è stato una montatura ignobile e sospetta. Informare i congiunti di Fabrizio Quattrocchi non spettava certo al ministro, ma agli alti funzionari che gli stavano attorno in quella vicenda e a quell’ora di notte: il capo di gabinetto Cesare Ragaglini, il capo del servizio stampa Michele Valensise, il capo dell’unità di crisi Alessandro Cevese. Quella sera maledetta, il ministro è rimasto chiuso nello studio di Vespa senza contatti con l’esterno e con i telefonini inutilizzabili. Valensise, che l’aveva accompagnato e che avrebbe dovuto tenere lui in contatti diretti con l’ambasciata di Doha e con "Al Jazira", era placidamente seduto anche lui nello studio di "Porta a Porta", isolato dal ministero. Ragaglini era al ministero (o almeno avrebbe dovuto esserci). Quando all’unità di crisi dipende dalla Segreteria generale, ma l’informazione preventiva alle famiglie delle vittime all’estero è un suo dovere tanto fondamentale quanto ordinario. Era Cevese che doveva pensarci insieme a Ragaglini e in collegamento con Valensise. Le manovre contro Frattini sono iniziate con la partenza improvvisa per il Medio Oriente di Gianni Castellaneta, la notte del 14 aprile, dalla quale la Farnesina è stata totalmente esclusa. E’ stato fatto tutto da Palazzo Chigi. Per quanto ci risulta, fu Gianni Letta a telefonare al consigliere diplomatico per ordine di Berlusconi, comunicandogli di partire immediatamente. L’idea sarebbe stata dello stesso Cavaliere. Lo scopo della missione non era chiaro, anzi era assai confuso. Conoscendo Berlusconi, è probabile che si trattasse della classica sceneggiata italica del tipo "facìte la muina". Castellaneta non ebbe problemi ad atterrare a Doha, ma li ebbe quando dovette sbarcare a Teheran perché la visita non era stata comunicata attraverso i canali diplomatici giusti. All’ultimo istante, venne aggiunta una puntata a Damasco. Poi il ritorno a casa. L’inviato personale del primo ministro di un qualsiasi altro Paese sarebbe andato a Baghdad, si sarebbe insediato all’ambasciata d’Italia e da lì avrebbe coordinato le operazioni per la liberazione degli ostaggi. Castellaneta non se l’è sentita ed nessuno gli ha detto di farlo. Per quanto innocua e inutile, la missione di Castellaneta ha suscitato critiche feroci nell’ambito di uno scontro in casa nostra tra "partito iraniano" e "partito israeliano". Il "Corriere della Sera" ha pubblicato un editoriale senza precedenti dello "sceicco" (così lo chiama Dagospia) Magdi Allam, accusando il governo di aver provocato l’uccisione di Fabrizio Quattrocchi. Questa la tesi: siccome il rapimento è stato fatto da un gruppo sunnita, aver privilegiato l’Iran come interlocutore ha provocato la reazione omicida dei rapitori. La colpa dunque sarebbe di Berlusconi. Mai nella sua esistenza il "Corriere della Sera" s’era permesso un’accusa così violenta al Governo su un tema così sensibile come un sequestro di ostaggi. Per giunta l’attacco è stato persino firmato da un giornalista straniero che ha fatto molta fortuna in Italia e che il "Corriere" ha eccezionalmente assunto con la qualifica di vicedirettore ed uno stipendio da favola. Stefano Folli si è permesso tanta audacia solo perché aveva l’appoggio del Quirinale e dell’intero "partito israeliano". Non a caso Massimo Bordin, direttore della radio di Pannella, commentando nella sua rassegna stampa la foto dell’incontro Berlusconi-Kharrazi sui quotidiani di lunedì ha dichiarato: "Ecco la foto della stretta di mano con la quale il governo iraniano, certo non un governo democratico, viene legittimato dal presidente del consiglio. Una scelta davvero discutibile". Andando a Nassirja in territorio sciita l’Italia ha favorito inevitabilmente l’Iran a danno dei sunniti che infatti hanno sequestrato quattro connazionali. Israele ha interesse invece a che il profilo internazionale dell’Iran e la sua influenza sul nuovo Iraq siano contenuti. Da qui gli attacchi di certe lobby nostrane contro Palazzo Chigi. Gli uomini-chiave che hanno gestito il sequestro tra Palazzo Chigi e la Farnesina appartengono invece al "partito iraniano". Castellaneta, consigliere diplomatico del Cavaliere, non è soltanto un ex ambasciatore italiano in Iran, ma ha sposato un’iraniana, conosciuta quando era capomissione a Teheran e lei lavorava come contrattista all’ambasciata d’Italia. Inoltre la signora Castellaneta appartiene ad una potente famiglia di imprenditori, ritenuta anche influente sul potere politico degli ayatollah. E Castellaneta fa parte come rappresentante del governo del consiglio d’amministrazione di Finmeccanica (forniture militari).

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lunedì, aprile 19, 2004
 

Brasile. Deputato regala Viagra ai cittadini in cambio di voti

(Copyright "Il Gazzettino")

Un parlamentare brasiliano è stato destituito e multato per aver donato, durante il periodo elettorale, pillole di Viagra con il preciso intento di "accaparrarsi" voti. Il protagonista dell'insolita vicenda di "corruzione" è Antonio Josè Marae Sousa, eletto nel 2002 a larga maggioranza.





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domenica, aprile 18, 2004
 

"Non ho mai visto una faccia come il culo presidenziale"

(Copyright Michaelmoore.com)

Non ho mai visto una faccia come il culo presidenziale, come quella della "conferenza stampa" data l’altra sera da George W. Bush. E' ancora lì che parla di trovare le "armi di distruzione di massa", stavolta "nell’allevamento di tacchini di Saddam", o magari in Turchia ("Tacchini" e "Turchia" in inglese sono entrambi "Turkey", da cui il gioco di parole di Michael - NdT). Evidentemente la Casa Bianca pensa che nei 17 stati indecisi ci siano abbastanza idioti che se la berranno. Credo che avranno un brutto risveglio. Primo: possiamo smetterla con questo linguaggio orwelliano e cominciare a chiamare le cose con il loro nome ? In Iraq non ci sono "appaltatori". Non sono lì per costruire un tetto o asfaltare una strada. Sono mercenari e soldati di fortuna. Sono lì per i soldi, e si fanno un sacco di soldi, se vivi abbastanza per goderteli. Halliburton non è una società che fa affari in Iraq. Speculano sulla guerra, rubando milioni dalle tasche dei cittadini americani. Nelle guerre del passato sarebbero stati arrestati, se non peggio. Gli iracheni che si oppongono all’occupazione non sono "ribelli", "terroristi" o "nemici". Sono la rivoluzione, l’uomo della strada e il loro numero crescerà e vinceranno. Chiaro Mister Bush ? Hai chiuso un giornale che leggevano in 10 mila persone, tu grande portatore di libertà e democrazia ! E si è scatenato l’inferno. Che hai da ridere ? Molti tra gli oppositori di Bush sostengono che dovremmo passare la grana all’ONU. Ma perché altre nazioni del mondo, che hanno cercato di convincerci a non combinare questo casino dovrebbero risolverlo per noi ? Mi dispiace, ma la maggioranza degli americani ha sostenuto l’intervento e, per quanto triste, sarà questa maggioranza a dover sacrificare i suoi figli fino a che abbastanza sangue non sarà versato e, forse, Dio e gli iracheni vorranno perdonarci. Ricordatevi, gli americani non sono tanto stupidi. Certo, possono spaventarci e spingerci a fare la guerra, ma impariamo la lezione presto o tardi. E stavolta non sarà come il Vietnam, perché non ci sono voluti quattro anni per capire di essere stati presi in giro.

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sabato, aprile 17, 2004
 

Frattini a "Porta a Porta": cento minuti di bugie

(Copyright "L'Unità")

La ricostruzione di quelle due ore è impietosa e lascia di stucco. Nel salotto di Vespa, di fronte ai familiari degli ostaggi, le facce straziate dall’angoscia di un’attesa snervante, il ministro degli Esteri Frattini sapeva la verità fin dall’inizio. La sapeva due ore prima dell’annuncio dell’uccisione di Quattrocchi data dal vicedirettore di "Libero", Renato Farina. Di certo Frattini, secondo la ricostruzione, era stato avvisato dalla Farnesina. Avrebbe dunque finto davanti alle telecamere di non sapere. E alla fine di tutta questa pantomima la famiglia Quattrocchi ha appreso dell’assassinio del suo congiunto proprio dalla tv. La versione peggiore del "Grande fratello". La morte in diretta. Ora Renato Farina accusa: se avessi saputo che i familiari non erano stati avvisati "non mi sarei mai permesso di infliggere quella tremenda punizione". Ma il ministro, dice, mi aveva assicurato che erano stati avvisati. Vespa conferma che di fronte alla richiesta specifica (sono stati avvisati i familiari ?) il ministro aveva annuito, e scarica la responsabilità. Un pasticcio che comunque lo giri è inquietante.

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giovedì, aprile 15, 2004
 

Figlio di nobile famiglia, quando le tue proiezioni si manifestano in questo modo, non avere paura. Hai un corpo mentale fatto di tendenze inconsce, anche se vieni ucciso e tagliato a pezzi non puoi morire. Sei realmente la forma naturale della vacuità, non devi avere paura. Anche i signori della morte emergono dalla tua mente radiosa, non hanno sostanza concreta. La vacuità non può nuocere alla vacuità. Le divinità pacifiche e infuriate esteriori, gli heruka bevitori di sangue, le divinità con teste di animali, la luce d'arcobaleno, le forme terrificanti dei signori della morte e così via, non hanno sostanza, ma sorgono come manifestazioni spontanee della mente. Se comprendi questo, la paura svanisce e tu, fondendoti con essa, diventerai un buddha.

(da "Il libro tibetano dei morti")

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mercoledì, aprile 14, 2004
 

Strani intrecci bianconeri

(Copyright "Il Manifesto")

Via del Carmine è una lunga strada del centro di Torino, che ha più di un legame con il calcio cittadino. Verso la fine, e precisamente al numero civico 29, vi si trova infatti la sede della società granata, mentre poco dopo averla imboccata da piazza Savoia, al numero 2, c'è lo studio del presidente della Juventus, l'avvocato Franzo Grande Stevens. Proseguendo per circa duecento metri, al numero civico 10, sorge invece un palazzo signorile che fa angolo con via dei Quartieri. Al secondo piano, nello stesso ufficio, ci sono le sedi di due società fiduciarie: la Nomenfid e la Simonfid. In realtà, secondo le visure della Camera di Commercio, in quello stesso palazzo c'è anche la sede di una terza fiduciaria, la Sofegi, che controlla con il 76,72% la Simonfid. Ma al citofono la Sofegi non appare. Tutte e tre hanno un legame particolare con il mondo del calcio, che scopriremo tra poche righe. E' utile fare ora un passo all'indietro nel tempo e ricordare cosa è accaduto lo scorso luglio 2003: il giorno 15, il Comune di Torino e la Juventus hanno stipulato l'atto con il quale è stato costituito il diritto di superficie per 99 anni sullo stadio Delle Alpi e sulle aree adiacenti: in cambio della ormai famosa mancia di 25 milioni di euro (la miseria di 4,68 euro annui al metro quadro, quando solo per installare un banco per la vendita di libri usati o di fiori ne occorrono 76,65) la società bianconera ha avuto il diritto di edificare su un'area di 54mila metri quadrati un centro commerciale, una multisala cinematografica, la sede e il proprio museo. L'area complessiva è peraltro di circa 350mila metri quadrati. Dunque, tra le altre cose, la gestione del Delle Alpi è passata dal Comune alle mani bianconere. Occorreva perciò trovare chi se ne occupasse: con la rapidità che contraddistingue i vertici dirigenziali, il 28 luglio la Juventus ha costituito una nuova società, la Semana, della quale detiene il 30% del capitale. Il restante 70% è in mano alla E.S.E., un'azienda, come si legge nel bilancio bianconero, "operante nel settore della gestione degli impianti sportivi". Infine, il 12 agosto la Juventus ha sottoscritto con la Semana un contratto di appalto per la fornitura dei servizi relativi alla gestione del Delle Alpi. Tutto normale ? Non proprio. La professionalità dei dirigenti di corso Galileo Ferraris è continuamente riconosciuta: e allora perché affidare la gestione dello stadio alla E.S.E., che, come risulta dal Registro delle imprese tenuto dalla Camera di Commercio di Torino, è stata costituita l'8 maggio 2002 ? Quali esperienze nella gestione degli impianti sportivi poteva vantare per essere scelta per un'operazione così importante ? Forse, la società era di nascita recente, ma i suoi soci avevano maturato esperienze significative. E qui si amplia il mistero. Degli azionisti della E.S.E. si sa soltanto che sono due, ma non se ne conosce l'identità: il 90% del capitale è infatti custodito dalla Simonfid, il restante 10% dalla Nomenfid. La Juventus se ne sarà domandata il perché ? Certo, è una curiosa casualità che due soci distinti affidino le proprie quote a due diverse fiduciarie, la cui sede si trova però nello stesso, identico ufficio. Non è l'unica gustosa coincidenza: della Simonfid si è già detto che il controllo appartiene ad un'altra fiduciaria, la Sofegi. A sua volta, essa ha tre soci: Franzo, Riccardo e Cristina Grande Stevens, ovvero padre presidente bianconero e relativi rampolli. E la Nomenfid ? E' controllata dai soli figliuoli: il 52% è di Riccardo, il 18% di Cristina. Ricapitolando, la Juventus ha affidato la gestione dello stadio Delle Alpi a una neonata società, la Semana, il cui controllo è nelle mani della E.S.E., a sua volta nata da poco, i cui azionisti hanno scelto due fiduciarie controllate dalla famiglia Grande Stevens per farsi custodire le quote. Anche qui, come nel caso della Gea World, ci sono intrecci tra figli e genitori famosi. Saltando da un nodo all'altro, come presidente e amministratore delegato della Semana è stato nominato Alessandro Gilardi. E' un cognome che ricorre nelle vicende di casa Juve dal 30 giugno 2003: egli è proprio l'amministratore delegato di quella Costruzioni Generali Gilardi Spa che ha permesso alla società di corso Galileo Ferraris di chiudere con un modesto utile di 2 milioni e 150mila euro il bilancio dello scorso anno. Tutto grazie all'originale scambio imperniato sulla cessione del 27,2% della Campi di Vinovo Spa, controllata dalla Juventus e proprietaria dei terreni di Vinovo e Nichelino sui quali sorgerà il progetto cosiddetto Mondo Juve (con i futuri campi di allenamento delle squadre bianconere oltre a una nuova colata di cemento per mettere su un centro commerciale) al prezzo di 37 milioni e 300mila euro, con una plusvalenza di ben 32 milioni e mezzo di euro. Perché originale ? Perché, contestualmente, la Juventus ha concesso alla Gilardi il diritto di rivenderle la stessa quota appena acquistata allo stesso prezzo. Si potrebbe obiettare che se il 27,2% della Campi di Vinovo è stato valutato 37 milioni e 300 mila euro quella cifra sia congrua. Macché: facendo una semplice proporzione, quel prezzo equivale a una valutazione totale della Campi di Vinovo pari a 137 milioni e 132 mila euro. Nell'ultimo bilancio annuale, chiuso al 30 giugno 2003, essa ha ottenuto un utile complessivo pari a 4mila euro. C'è un indicatore rozzo ma efficace per capire se la valutazione è in linea con i fondamentali economici: è il rapporto tra prezzo e utili. Il valore medio storico per le società quotate in Borsa, dunque estremamente significativo, si aggira intorno a 13. Vuol dire che, a parità di utili conseguiti, l'investimento iniziale viene ripagato in 13 anni. Come si verifica facilmente, nel caso della Campi di Vinovo, il rapporto è pari a 34.283: un imbattibile record mondiale. Peraltro, non c'è nulla di nuovo sotto il sole: pane (nella veste moderna di tanti soldi), amore (sotto forma di intrecci familiari) e fantasia (nelle valutazioni di bilancio). Ma purtroppo non è bello come il film di Luigi Comencini, interpretato da Vittorio De Sica e Gina Lollobrigida.

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martedì, aprile 13, 2004
 

Non doveva succedere

(Copyright "Il Corriere della Sera")

Un mese e cinque giorni prima dell'11 settembre 2001, il presidente Bush era stato informato, durante un briefing top secret nel suo ranch texano di Crawford, che seguaci di Bin Laden stavano preparando un attacco all'interno degli Stati Uniti servendosi di aerei dirottati ed esplosivi. La rivelazione, già anticipata da funzionari del governo Usa ai mass-media, è stata confermata ieri notte dalla stessa Casa Bianca che ha declassificato la nota di una pagina e mezzo ricevuta il 6 agosto 2001. Quella stessa nota dei servizi segreti che durante il "Presidential Daily Briefing" Bush visionò e che era stata redatta dallo zar antiterrorismo Richard Clarke, con il titolo "Osama Bin Laden determinato a colpire gli Stati Uniti all'interno del territorio nazionale". Il testo, che la Casa Bianca ha "ridimensionato" dietro pressioni della commissione d'inchiesta sull'11 settembre, rivela che l’Fbi aveva scoperto "segnali di attività sospette nel Paese, consistenti nella preparazione di dirottamenti o di altri tipi di attacchi, e nella sorveglianza di edifici federali a New York". Il documento non precisava possibili date né obiettivi precisi degli attacchi, ma faceva indirettamente accenno alle Torri Gemelle, ricordando che precedenti memorandum indicavano la possibilità di un dirottamento aereo da parte di Al Qaeda per ottenere la liberazione degli autori dell’attentato al World Trade Center nel 1993. Secondo i media Usa, il memorandum rischia ora di trasformarsi nella "pallottola d'argento" in grado di inchiodare l'amministrazione Bush alle proprie responsabilità per non aver saputo prevenire l'attacco terroristico più cruento della storia.

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lunedì, aprile 12, 2004
 

Affari di cuore

(Copyright "La Repubblica")

Mai mettere il becco negli affari di cuore. Ma qui è impossibile non farlo. Perché questo è un affare di cuore in senso stretto. Letteralmente: c'è il cuore, e ci sono gli affari. Il sentimento (una forte amicizia), forse. Ma, in fondo, quando ci sono in ballo milioni di euro, quando un'idea nata a tavola tra una battuta e una strizzatina di occhi alla modella/attrice/velina di turno diventa business, il sentimento è un accessorio. Uno si chiama Christian Vieri detto Bobo, di mestiere fa il centravanti dell'Inter e della Nazionale, stipendio 6 milioni l'anno. Carattere tra il guascone e il musone, un'infanzia in Australia, Bobo, figlio d'arte, 31 anni, 32 di maglia, nella vita si diverte a cambiare: paese, squadre, donne, auto, look. Anche lavoro, ogni tanto: infatti ha aperto un ristorante (preso a bottigliate dagli ultrà interisti) e si è pure improvvisato stilista (con successo). Vieri è anche un buon presenzialista festaiolo. Quando non gioca a pallone, magari dopo una mano di briscola con l'amico-confidente ristoratore (il bomber abita a un passo da Brera, è single e di cenare in casa non se ne parla), Bobo cerca di non deludere chi lo invita alle feste. Anche a costo di dare forfait in campo, come racconta un maligno retroscena della recente partita di Coppa Italia Udinese-Inter: sul cellulare di Bobo, in partenza per la trasferta in Friuli, arriva una telefonata degli amici Dolce e Gabbana: scatta l'invito a una festa irrinunciabile (presente l'ex flirt Naomi Campbell), e scatta anche un improvviso indolenzimento muscolare che costringe il centravanti con l'orecchino a restare a Milano. Leggenda metropolitana o leggerezza da campione ? Chissà. Questo, comunque, è Bobo Vieri. L'altro si chiama Mauro Russo. Il nome dice poco a chi non ha mai frequentato la curva di San Siro e gli ambienti dell'estrema destra milanese. E tutto quel mondo che ruota intorno ai calciatori rossonerazzurri: le feste e le cene per pochi, le notti in discoteca, i ristoranti di riferimento, i privé e le domeniche del pallone, le tribune vip affollate di bellone e facce tronfie e abbronzate. Mauro Russo di questo mare è un navigatore esperto. Classe '58, capelli brizzolati, è erede (insieme al fratello Aldo, marito della sorella del terzino del Milan Paolo Maldini) di una famiglia di parcheggiatori: i Russo gestiscono alcuni spazi intorno a San Siro; a loro è andato l'appalto per la gestione del parcheggio sotterraneo, un posto auto 25 euro. Mauro è un tipo intraprendente, uno che sa vivere, come si dice. Nella sua agenda nomi eccellenti, i parlamentari La Russa e Santanchè, Flavio Briatore, la Milano che ostenta. Ma quando frequenta bene, Russo, difficilmente ricorda il suo passato da acceso e impavido militante missino. Meno agevole per lui nascondere 30 anni di militanza ultrà, ovviamente sponda interista. Credere, obbedire, tifare. Una carriera curvaiola folgorante, la sua: Russo scala le militaresche gerarchie della Nord di San Siro, si impone nello storico gruppo dei Boys; cori razzisti, canti fascisti e bandiere con croci celtiche. Da almeno dieci anni sui Boys si sono posati gli occhi della Digos e, in certi casi, i riflettori della magistratura. Il filo che ha legato e lega gli ultrà della Nord alla destra militante è storia nota. Né è più un segreto, per chi segue l'Inter da vicino e bazzica in curva, la strana amicizia che da un paio d'anni unisce Bobo Vieri e Mauro Russo. Bobo & Maurone. Il giocatore simbolo (sempre e comunque discusso) dell'Inter e il capo ultrà. Uno in perenne tensione odio-amore con i suoi tifosi, mai troppo prudente nelle esternazioni (ha più volte ribadito che andarsene da Milano non gli dispiacerebbe); l'altro sicuro di sé e del suo ruolo a metà tra il capo popolo e l'attento imprenditore bon vivant. Un rapporto che si è materializzato nel tempo, consolidandosi con un business enorme. Un giorno a Bobo viene l'idea delle magliette con il cuore stilizzato. Nasce il fortunato marchio "Sweet Years". Il suo primo socio è Maurone. Se ne aggiungono altri sei, tra cui Paolo Maldini (cognato di Maurone e rivale in campo di Vieri). Ronaldo no: Russo voleva coinvolgerlo, ma re Bobo non gradiva. Il giovane grafico Gabriele Aquilini disegna il logo, un cuore. Un lavoro che non gli verrà mai pagato, e per il quale il giovane porta Vieri in tribunale. L'affare di cuore intanto si ingrossa. Centinaia di migliaia di t-shirt vendute a un prezzo che va da 60 euro in su. Vieri, testimonial di se stesso, ogni volta che segna un gol si alza la maglia nerazzurra e mostra il cuore rosso stilizzato. Russo diffonde la moda un po' civettuola delle magliette tra i duri della curva, dove esercita un certo peso. Gli altri capi, alla lunga, storcono il naso. Russo ormai è "il socio di Vieri": ed essere troppo vicini a un giocatore, nel codice ultrà, è sempre un poco scivoloso. La frattura tra Russo e i vertici dei Boys si consuma con una dura contestazione di una parte della curva nei confronti di Vieri. A febbraio l'attentato contro il ristorante "Baci & Abbracci" (di cui il giocatore è proprietario). Sull'insegna del locale, andata in fumo, c'è il simbolo di una mela. Somiglia ad un cuore. E quando c'è di mezzo il cuore, come dice il saggio, è inutile metterci il becco.

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domenica, aprile 11, 2004
 

Aridatece Saddam

(Copyright "L’Indipendente")

Dice: "A me mi sa che gli iracheni non ci vogliono". Ahò, non ci crederai, ma mi sa pure e me. Vuoi vedere che questi, con tutto che gli stiamo a portare la democrazia e la libertà, manco sono contenti ? "Chi ve lo ha chiesto", pare dicano incazzati. Noi non abbiamo fatto tutte ‘ste storie quando ci hanno liberato a noi. Certe feste. Pare che non aspettassimo altro. Loro no, ‘sti stronzi. Dice: "Ma è una minoranza". Ah, e a te chi te lo ha detto ? "La televisione". Mi compiaccio. Però fanno vedere solo quelli: gli altri dove stanno, a casa di Cicchitto ? A me mi sa che ci siamo infilati in un casino. Ci vorrebbe un colpo di genio: magari potremmo rimandargli Saddam e s'arrangiasse lui. Dice: "Vabbe', ma che dovevamo fare ? Lascia stare le armi di distruzione di massa: l’intervento Usa in Iraq era storicamente necessitato. Pure a Roma, ai suoi tempi, non si poteva - come dice Kierkegaard - far cagare il cazzo dalle mosche". Ho capito, erano necessitati. Gli Usa però, mica noi. A noi ci ha necessitato lo Sborone. Dice: "Vabbe', ma mo' ci stiamo, mica te ne puoi andare". Certo, non puoi sempre fare quello che comincia la guerra da una parte e la finisce dall'altra, la gente si stufa; anche se stavolta lo stronzo che si sfila per primo lo avremmo già trovato. Però dice Lucio Caracciolo - un amico mio di "Limes" - che almeno, se vai in guerra, ci devi guadagnare. E devi pure contare. Cavour in Crimea, fatti conto. Ma noi niente, manco questo. Povero mio padre, invece, diceva che in guerra sarebbe meglio non andarci, ma se proprio ci devi andare è meglio vincere. Andarci e perdere è da coglioni. Io poi non ho neanche tanta fiducia nei comandi. A me mi sa che quella base non era difesa tanto bene. Dice: "Ma non riuscirono a entrare". Figurati se entravano. Diciannove morti e distruzione totale. Lissa. Custoza. Era difeso meglio il collettivo di via dei Volsci. Chi li porta mo' sulla coscienza, quei morti, solo i terroristi ? Comunque gli altri stanno là. Dice: "Sono pagati". Sì, però stanno là. Lui nemmeno ci va: "Non ciò tempo, non ci posso andare". Cià tutte le inaugurazioni da fare, tutte quelle che aveva già inaugurato Prodi (o Di Pietro addirittura). Ci manda gli altri. Chissà se ha fatto il militare. Il ministro della Guerra pare di no. Però almeno questa volta non abbiamo avuto morti. Li abbiamo solo fatti. Chi li porta, mo', sulla coscienza, quella donna e quel bambino ? Dice: "Be', il bersagliere no". Sono d'accordo. "Quello fa il suo mestiere, ce lo abbiamo mandato noi, la democrazia, la libertà, i diritti dell'uomo, il conflitto di civiltà, gli standard di vita: povere creature, mi dispiace per loro, ma sono gli accidenti della Storia". Perfetto: il soldato non è eticamente responsabile a livello individuale, essendo espressione di una volontà collettiva. Bene. Si dà però il caso che è lo stesso ragionamento che fa Cesare Battisti. Era un combattente. Forse non per gli stessi motivi, ma per motivi che avevano per lui la stessa validità. Dici: "Ma quale combattente, quello è un criminale: io mica l'avevo dichiarata quella guerra". Sì, ma manco gli iracheni. Sono gli accidenti della Storia.

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sabato, aprile 10, 2004
 

L'ultima frontiera del body piercing

(Copyright Dagospia.com)

Jannemiek Sonneveld e Deborah Boer sono due ragazze olandesi che portano fiere un piccolo cuoricino di platino impiantato sotto la cornea e che non è visibile se l’occhio non viene girato. L’operazione costa tra i 500 e i 1000 euro ed è stata fatta da un gruppo di chirurghi dell’istituto olandese per "Innovative chirurgie oculistiche" di Rotterdam, diretto dal dottor Gerrit Melles. La procedura consiste nell’inserire un minuscolo gioiello (3 millimetri e mezzo) fatto apposta e chiamato "JewelEye", nella congiuntiva dell’occhio. Un esperimento tentato con successo su sei donne e un uomo. Melles, parlando come un vero e proprio chirurgo estetico, afferma: "Dal mio punto di vista è qualcosa di più delicato del classico piercing. E' più spiritoso e può diventare qualcosa di molto personale per la gente". Si tratta di un’operazione in anestesia locale che dura circa un quarto d’ora. Finora, conferma il medico, le "cavie" usate per l’esperimento, tra cui Jannemiek e Deborah, non hanno mostrato alcuno sgradito effetto collaterale. E l’istituto di Rotterdam, che collabora con un’altra clinica oculistica nella città di Utrecht, ha fatto sapere di avere già una lista di attesa per futuri impianti.

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venerdì, aprile 09, 2004
 

"Quanto più invecchio, tanto più mi sembra enigmatico ciò che l'uomo propriamente rappresenta in quanto fenomeno zoologico. Non è un animale, ma quello che egli sia è talmente inquietante e infido che per giorni interi non posso più posare gli occhi su una faccia".

Gottfried Benn

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mercoledì, aprile 07, 2004
 

Prete si toglie la vita. La Chiesa sotto choc

(Copyright "La Stampa")

Un biglietto d’addio di poche righe appoggiato sul tavolo della cucina. Le auto posteggiate in cortile, quasi nascoste dietro un muro perché non si notassero dall’esterno, le porte della parrocchia sprangate. E il corpo di don Ettore, ormai senza vita, in quella posizione innaturale, su una scala a pioli, appeso al balcone della canonica. Dal piazzale della chiesa di Santa Margherita non si vede la città: lo sguardo spazia sulla collina inciampando nelle poche case costruite in mezzo al verde. Qui, nel retro di questa chiesa immersa in un paesaggio dolcissimo, l’altra mattina don Ettore Rollé, 57 anni ad agosto, s’è tolto la vita. A penna, su un foglio a quadretti strappato da un’agenda, ha scritto: "La malattia non mi lascia scampo. Tutto questo è troppo per le mie forze...". Poi è sceso in cortile e l’ha fatta finita: era ancora notte fonda. Alle 9,30 di ieri Salvatore, uno degli inservienti della materna di Santa Margherita, ha iniziato il giro di controllo delle aule prima dell’arrivo degli alunni. "Lo faccio sempre - dice -, è il mio lavoro". Scuola e parrocchia sono lì, una accanto all’altra: le finestre della materna s’affacciano sul cortile della canonica. "Era così strana, così irreale, quell’immagine in cortile. Don Ettore era in cima alla scala, immobile. Sembrava dormisse. Poi ho visto la corda e ho capito. Sono corso fuori, gridando alle maestre di tener lontani i bambini... ". Poi sono arrivate le ambulanze, la polizia, il diacono che aiutava don Ettore, Giuseppe Biancotto. E i primi fedeli. Nel piazzale davanti alla chiesa, in un attimo, si raduna un gruppo di parrocchiani. Con loro c’è Giovanni, un uomo solitario, un barbone che dorme sotto un portico a villa Genero. Quando gli dicono che don Ettore è morto, scappa via urlando. Lo ritrovano poco dopo nel suo rifugio. "Eravamo amici - racconta -. Ogni mattina salivo a spazzare il piazzale e lui, alle 8, quando apriva la chiesa, m’invitava a prendere un caffè in parrocchia, prima di messa". Ma ieri, inutilmente, ha atteso l’arrivo del sacerdote. Ha visto alcune donne entrare in chiesa e poi uscirne dopo qualche minuto. Parlavano di don Ettore. "Sarà già partito - dicevano -. E’ strano, aveva detto che non ci sarebbe stato per qualche giorno, ma a cominicare da martedì". Giovanni ha ascoltato con interesse. S’è messo anche lui a discutere dei malanni di don Ettore, del diabete che gli rendeva impossibile la vita, che lo costringeva a controllarsi su tutto, a sottoporsi di continuo ad analisi e visite mediche. Nessuno ancora sospettava una fine così. Adesso la gente della parrocchia di Santa Margherita cerca nei gesti dei giorni scorsi e nelle parole del sacerdote qualche segnale della disperazione che lo spinto al suicidio. Qualcuno ricorda la fatica del suo ministero: "Sabato mattina ha celebrato un funerale. Al pomeriggio due matrimoni". Altri parlano della messa di domenica, quella delle 11: "Al momento dello scambio del segno della pace ha fatto il giro di tutti i suoi fedeli. E per tutti ha avuto una parola di speranza. Ci ha accarezzati, ci ha detto che bisogna avere fiducia. Chissà cosa pensava...". Già, chissà cosa aveva in quel momento nel cuore don Ettore ? Chissà se aveva già in mente tutto, se aveva già deciso ? Lui non ha spiegato nulla, non ha lasciato scritto nulla. Tranne quel breve biglietto d’addio.

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lunedì, aprile 05, 2004
 

Londra, scandalo per l’aborto in tv su "Channel 4"

(Copyright "La Stampa")

E' polemica a Londra, e ancora una volta la protagonista è la televisione. Il canale indipendente "Channel 4" ha deciso di trasmettere il filmato di un aborto su un feto di quattro settimane. E anche se la messa in onda non avverrà fino alla fine del mese, le proteste non si sono fatte attendere. Dunque, dopo interventi chirurgici, cadaveri e moribondi, il piccolo schermo si appresta a infrangere un altro tabù. "My foetus" (Il mio feto) mostra le immagini di una donna incinta di quattro settimane sottoposta ad un raschiamento. Durante la trasmissione andranno in onda le immagini di feti abortiti a dieci o ventuno settimane, quando il volto e gli arti dei bambini sono già delineati. Immagini simili, in passato, sono state bandite da altre emittenti perchè considerate offensive. Ma "Channel 4" non sembra aver dubbi sull’opportunità della scelta, e la giustifica sostenendo che le immagini sono utilizzate solo nel contesto del dibattito sull’interruzione di gravidanza. Nel Regno Unito ogni anno vengono eseguiti 180 mila aborti.



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domenica, aprile 04, 2004
 

E' morta Gabriella Ferri, la voce della canzone popolare

(Copyright "La Repubblica")

Con Gabriella Ferri si spegne una delle voci più celebri della canzone popolare romana. Nata a Roma 63 anni fa, la cantante aveva iniziato la carriera negli anni Sessanta, ottenendo grandi consensi con la rivisitazione dei successi della canzone romana. Con "La società dei magnaccioni" arrivò a vendere un milione e 700 mila copie. Mancava dalle scene da molto tempo, ma non era mai stata dimenticata. L'annuncio del suo ritorno era diventato una malinconica consuetudine per i suoi ammiratori. "Non abito più a Campo dei Fiori, ma dopo trent'anni ogni volta che ci torno la gente mi abbraccia. Ecco perché mi manca tanto. Ciò che mi manca di più però è il canto. In questi anni molti artisti sono tornati a casa: l'ho fatto anch'io, mi ci vedete a cantare "Le Mantellate" tra un quiz e un altro ?". In questo autoritratto Gabriella Ferri ha riassunto tutte le cose più importanti della sua vita, Roma, la musica, la frattura insanabile con la realtà del presente. Gabriella Ferri rimane un caso unico di artista che, pur rimanendo coerentemente fedele alle sue origini d'interprete folk, è riuscita a portare la sua arte al grande pubblico e, soprattutto, a rimanere nell'affetto della gente anche a dispetto delle mode e dei cambiamenti di stili e di epoche. Aveva cominciato, lei che è uno dei simboli della Roma della poesia e della canzone, all'"Intras Club" di Milano negli anni 60. Poi al "Bagaglino" di Roma ha trovato il palcoscenico da dove cominciare la sua avventura con gli stornelli romani. Con il successo sono arrivate anche le apparizioni in televisione dove il suo temperamento naturalmente teatrale ha trovato l'evoluzione ideale: erano gli anni 70 ed erano ancora i tempi dei grandi varietà televisivi come "Senza rete" e "Dove sta Zazà" dove con "Sempre", la sigla di chiusura, ha lasciato una delle pagine più belle della storia della musica italiana. Sono venuti poi titoli famosi come "Mazzabubù", "Giochiamo al varietà" e, più di recente, nell'ambito di uno dei suoi tanti ritorni, "Biberon". La Ferri ha anche saputo interpretare in modo personale e profondo i temi della tradizione napoletana, l'altro grande patrimonio della nostra cultura popolare. "Se tu ragazzo mio", "Ciccio Formaggio", "Lassatece passà", "Rosamunda", "Tutti al mare", "Vecchia Roma" sono alcuni dei titoli più famosi che Gabriella Ferri ha nel suo curriculum. Poi la depressione, i momenti difficili, la partenza per l'America, l'esilio volontario nel viterbese, la lunga assenza dalle scene inframmezzata da qualche rara apparizione televisiva, ospite di Maurizio Costanzo e di Pippo Baudo e, alla fine di gennaio, dello show di Enrico Montesano su RaiUno. Nonostante l'inevitabile declino, Gabriella Ferri era rimasta uno spirito libero che non riusciva a trovare un posto nella scena attuale, troppo lontana dai valori su cui la Ferri ha costruito la propria vita. Non è un caso che siano stati numerosi i musicisti delle nuove generazioni che hanno voluto o tentato di collaborare con lei, primi tra tutti alcuni componenti della Piccola Orchestra Avion Travel. La pubblicazione poco tempo fa del suo ultimo disco, "Ritorno al futuro" aveva fatto sperare in un autentico ritorno, ma così non è stato.



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sabato, aprile 03, 2004
 

Marmo di Carraro

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Dategli un avviso di garanzia e vi solleverà il mondo. Franco Carraro ci è abituato. All’ultimo, ha risposto come al penultimo; e al penultimo, aveva replicato come agli altri: "Assoluta serenità, totale riserbo, massimo rispetto nei confronti della magistratura". Gliel’hanno giurata a Firenze e a Catania, ombelico dell’estate spazzatura che consegnò il calcio alla legge del Tar West, con Luciano Gaucci nei panni, ridicoli, dello sceriffo e Ignazio La Russa in quelli, non meno grotteschi, di (ri)pescatore di squadre, nel senso che, catanese, sussurrò all’orecchio del capo del governo che, a moltiplicare i pani e i pesci della serie B, ci avrebbero guadagnato tutti, a cominciare dalla Casa delle molte Libertà. Di Carraro, Gianfranco Fini farebbe volentieri a meno, Gianni Rivera non parliamone, ma se c’è un’ipotesi che toglie il sonno a Silvio Berlusconi è l’incubo di una Federazione in mano alla sinistra. Hanno provato in tanti, a "eliminarlo". Ci è riuscito soltanto Byron Moreno, l’arbitro ecuadoriano di Corea del Sud - Italia. Antonio Matarrese pagherebbe di tasca sua, lui che si fece offrire la presidenza di Gioco Calcio, la piattaforma alternativa così alternativa che in pochi mesi è scomparsa, con i pastori di Sky costretti (?) a raccogliere le pecorelle smarrite. Carraro è il più politico dei dirigenti sportivi prodotti dal nostro ondivago vivaio. Figlio d’arte, è stato tutto: presidente della Federazione sci nautico, poi del Milan, della Figc, della Lega, del Coni, ancora della Lega, ancora della Federazione. Membro dell’esecutivo Cio e ad aprile, forse, dell’esecutivo Uefa. Ex sindaco di Roma, ex ministro del Turismo e dello spettacolo, presidente del comitato organizzatore dei Mondiali ‘90, quelli delle notti magiche e delle pupille allucinate di Totò Schillaci. Presidente di Mediocredito centrale, cioè Capitalia, cioè Cesare Geronzi, cioè Lazio, Perugia, Roma, Parma, coriandoli di Pirelli e, dunque, di Inter. Un uomo di marmo. Marmo di Carraro. Il suo mandato scade il 30 giugno. Ha giurato che non si ricandiderà. Ha ammesso, bontà sua, di aver tenuto un atteggiamento troppo liberista in materia di mercato. E a tutti coloro che, invano, l’hanno invitato o spinto a dimettersi, ha sempre opposto il no, fiero e feroce, del comandante che non abbandona la nave nel momento del naufragio. Più lo incalzano, più si chiude a testuggine e bussa alla porta di Gianni Letta. Pur di disinnescare la "bomba" dei Tar, ha accettato l’allargamento della serie B. Pur di salvare il salvabile, ha definito assolutamente "congruo" il decreto spalma-ammortamenti. Continua ad andare a letto presto la sera e a svegliarsi prestissimo la mattina. Ha attraversato - e, spesso, pilotato - quarant’anni di sport italiano, dai trionfi alle miserie. E oggi, sono soprattutto le miserie che gli vengono rinfacciate: doping di stato, passaportopoli, doppio designatore in campo arbitrale, fideiussioni taroccate, bilanci allo sfascio, controllori distratti. E' sempre lì, al suo posto di combattimento, le spalle coperte, gli avversari a corto di munizioni. L’ultimo Veltroni veste Volta (&) Gabbana, adesso strilla come un ultrà contro il fine di lucro delle società, dimenticando che fu proprio lui, in qualità di vice presidente del Consiglio, a battersi per la trasformazione. Era il 1996, mica il Medio Evo. Matarrese si aggira come uno zombie, Carraro se li mangia tutti, ha memoria, le sue ritirate sono esclusivamente strategiche, Berlusconi lo protegge dall’alto, Adriano Galliani dal basso, il gregge si agita scomposto, così in bolletta, così nudo, da potersi permettere, al massimo, un sit-in sotto le finestre della Federazione. Carraro non è un poltrone: è una poltrona. Inutile illudersi: a 64 anni, le cariche continuano a dargli la carica.





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venerdì, aprile 02, 2004
 

L'autovelox lo "pizzica" e lui gli dà fuoco

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Era passato con il rosso convinto di farla franca, ma l'automobilista indisciplinato si è subito accorto di essere stato fotografato da un atovelox mentre commetteva l'infrazione. Senza perdesi d'animo, l'uomo ha dunque deciso di fare marcia indietro e dare fuoco all'apparecchio.





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