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sabato, gennaio 31, 2004
"La scuola ti dà una infarinatura culturale e non è suo compito formarti interiormente, anche perché ogni insegnante intende svolgere il rispettivo programma".
Manuela Arcuri
venerdì, gennaio 30, 2004
L’uomo nero della bambina era il parroco
(Copyright "Leggo")
"Don Roberto mi ha toccato il seno e le parti intime. Mi ha detto di non dire niente, altrimenti avrei avuto guai". E' l'agghiacciante confessione di una bambina di 12 anni ai propri genitori. Don Roberto Volaterra, 30 anni, parroco della chiesa San Pietro in Vincoli a Castagnole Piemonte, è arrivato nel paesino due anni fa. Elisa, la chiameremo così, frequenta la seconda media e abita lì da sempre. E' intelligente, ma non certo maliziosa né procace. I suoi genitori lavorano entrambi e durante il pomeriggio affidano la loro unica figlia al prete che l'aiuta a fare i compiti. E' proprio un pomeriggio di un anno fa che don Roberto smette gli abiti talari e si trasforma in un orco cattivo. Dapprima le sfiora il seno poi, col passare del tempo, le sue attenzioni diventano più audaci e pesanti. Il padre e la madre di Elisa si accorgono che la loro bambina è sempre più taciturna. Fanno domande, la mettono alle strette e lei confessa. Scatta la denuncia ai carabinieri, che fanno subito una perquisizione a casa della ragazzina. Nascoste in un cassetto nella cameretta, i militari trovano una ventina di lettere d'amore scritte dal parroco. Missive giudicate dagli inquirenti "allucinanti e morbose". Durante una telefonata, ascoltata in vivavoce dai genitori, il religioso dice: "Non voglio più fare il prete, voglio stare con te". I carabinieri di Pinerolo, coordinati dal pm Ciro Santoriello, ieri all'alba sono andati a casa del parroco e lo hanno arrestato. Poco dopo è finito in manette anche Luciano Sismondi, 25 anni, animatore nella stessa parrocchia di don Roberto. Anche lui è accusato di aver molestato Elisa. "Il prete non sembrava sorpreso - spiega il pm - Ha subito detto che era Elisa a provocarlo". Nel computer di don Roberto i militari hanno trovato altre tre lettere compromettenti destinate alla bambina. Ora il curato di campagna è rinchiuso nel carcere di Saluzzo.
giovedì, gennaio 29, 2004
Il ketchup "Mato Mato" della Kraft è cancerogeno
(Copyright ANSA)
Sequestrato nel Cremonese, nel Lazio e in Sicilia il ketchup "Mato Mato" (Kraft): contiene un colorante ritenuto cancerogeno vietato dall'Unione Europea. Il ministro delle Politiche Agricole Alemanno ha annunciato un'intensificazione dei controlli per difendere i consumatori.
mercoledì, gennaio 28, 2004
Cassazione. E' lecito dire: "Signora, si tocchi" durante l'ecografia
(Copyright "Il Tempo")
Per la Cassazione un medico può richiedere ad un paziente di ricorrere alla masturbazione per migliorare la qualità degli esami. Il caso riguarda uno specialista endocrinologo di un ospedale di Siena processato perchè aveva chiesto a una sua paziente di masturbarsi durante un'ecografia vulvare.
martedì, gennaio 27, 2004
Non ha i soldi per il funerale, mette la nonna nel frigo
(Copyright Libero.it)
Cosa non si farebbe per rimanere vicino ai propri cari anche dopo la morte ? Un venezuelano ha risolto il problema in modo originale: mettendo il corpo della nonna nel frigorifero. Naturalmente l'uomo è stato arrestato dalla polizia. Durante l'interrogatorio il 65enne ha raccontato di non avere abbastanza soldi per sostenere i costi di un funerale e di non sapere cos'altro fare.
lunedì, gennaio 26, 2004
E’ Bin Laden il manager dell’anno. "Pochi investimenti, grandi risultati"
(Copyright "La Stampa")
C’è il capo di una azienda che ha ottenuto risultati immensi con investimenti relativamente modesti e tecnologie a disposizione di tutti: ora il suo marchio - recita un esperto di management, nel suo gergo da specialista - è senza dubbio il più noto al mondo. Ha conseguito "una straordinaria sinergia tra il messaggio al pubblico e il reclutamento del personale". Ha motivato i suoi dipendenti "fino a spingerne alcuni all'estremo sacrificio". L'impresa ora sopravvive in un ambiente assolutamente ostile. Ma non siamo alla business school di Harvard o di Yale, anche se alcuni degli intervenuti vi insegnano e altri vi si sono diplomati. Siamo al World Economic Forum, al convegno annuale dei più potenti e navigati manager del mondo. E il "marchio" aziendale di cui si parla è naturalmente Al Qaeda. L'imprenditore, di cui non si sa se sia ancora in vita o no, è Osama bin Laden. A due anni e mezzo dalla tragedia delle Torri gemelle, il Forum ha giudicato praticabile un seminario dal tema "che cosa le aziende possono imparare dai terroristi". Qualcuno ci vedrà la conferma che ai manager del capitalismo si continuino a proporre ancora modelli di comportamento spietati e cinici, in contrasto rivelatore con il buonismo di facciata, con l'attenzione ai poveri e agli esclusi, che prevale da qualche tempo nei discorsi ufficiali a Davos. Ma il seminario in questione ha condotto invece a un risultato inatteso: mettere in discussione le strategie con cui la superpotenza americana ha risposto ad Al Qaeda. Ha detto per esempio uno dei manager intervenuti, Robert Beauchamp dell'azienda americana di software Bmc: "Quando una grande azienda risponde all'offensiva di una piccola, deve stare attenta a non darle troppa importanza in pubblico. Deve dare fondo a tutte le sue risorse per sconfiggerla, ma senza fare chiasso. Deve schiacciarla con il sorriso sulle labbra, per non dare una immagine di prepotenza". Tolto dal gergo aziendale, il concetto somiglia alle critiche agli Usa pronunciate nella sala grande del palazzo dei congressi di Davos, sempre ieri, dal segretario generale dell'Onu Kofi Annan. Va più in là un altro manager del software, Aart de Geus della Synopsis: "La risposta del governo degli Stati Uniti ha in qualche modo dato legittimità a Bin Laden. L'eccesso di durezza e di enfasi gli ha fornito una piattaforma per diffondere il suo messaggio con grande efficacia, per reclutare nuovi impiegati e per rendere più fedele la clientela". Le similitudini aziendali, si insiste, sono giustificate, perché Bin Laden ha trascorso la giovinezza a curare i capitalistici affari di famiglia, perché ha studiato l'economia e la gestione aziendale, non soltanto il Corano. "Sono queste qualità a renderlo unico - ha detto l'esperto di terrorismo Bruce Hoffman della Rand Corporation - e a fare così temibile la sua organizzazione. Ha rigorosamente applicato le dottrine della gestione aziendale, costruendo una organizzazione agile e senza troppi livelli gerarchici, pronta a recepire le idee nuove". E, purtroppo, anche "con una linea di successione ai vertici già ben definita" in caso di assenza o morte del capo (a cui "il Pakistan è assolutamente in grado di dare la caccia da solo", nel frattempo assicurava in un'altra sala il presidente Pervez Musharraf). Una volta capito tutto questo, gli esperti di management hanno suggerimenti da fare per mettere Al Qaeda in condizione di non nuocere ? Di idee se ne sono ascoltate diverse, ma nessuna ha riscosso consenso vasto. C'è perfino chi sostiene che per rendere meno efficace il "marchio" bisognerebbe attribuire eventuali nuovi attentati a qualche altra sigla, magari inventata, specie se si tratta di Paesi dove Al Qaeda non era segnalata prima.
domenica, gennaio 25, 2004
I conti del Vaticano (terza puntata)
Copyright ("Panorama Economy")
Sono laici. Sono tutti uomini selezionati nel gotha della finanza e dell'economia mondiali. Manovrano l'intero impero economico vaticano insieme con un gruppo di porporati scelti tra i vertici della Curia Romana. Li ha indicati il Papa. Lui li ha nominati personalmente. E, alla sua scomparsa, il loro incarico cesserà. Lo ha stabilito lo stesso Giovanni Paolo II con la costituzione apostolica Pastor Bonus. Ma sarà difficile che questi superconsulenti abbandonino davvero i loro incarichi nella città leonina. Conoscono tutto e tutti, hanno rapporti consolidati in Vaticano. E, forse, sono diventati troppo potenti. Sono tre i punti cardinali lungo i quali si dispiega la mappa degli uomini chiave delle finanze vaticane: la Prefettura degli affari economici, l'Amministrazione del patrimonio della Sede Apostolica (Apsa) e l'Istituto per le opere religiose (Ior). La Prefettura e l'Apsa si reggono su un collegio cardinalizio supportato da un gruppo di consultori laici. Mentre nello Ior, dal 1989, ai cardinali è riservato, almeno sulla carta, solo un ruolo di vigilanza. Giovanni Paolo II, dopo lo scandalo del Banco Ambrosiano, ha affidato a cinque laici l'intera gestione del patrimonio finanziario. E anche tutta la responsabilità. "Con l'entrata in vigore del nuovo statuto dello Ior" disse il portavoce vaticano Navarro Valls il 20 giugno 1989 "la professionalità laica acquisisce molta forza all'interno dell'istituto". A capo del consiglio di Sovrintendenza dello Ior, Karol Wojtyla nel 1989 chiamò un banchiere: Angelo Caloia, consigliere dell'Abi e presidente del Mediocredito Lombardo dal 1980 al 1998, quando divenne vicepresidente del Banco Ambroveneto che in quello stesso anno, insieme con Cariplo, costituì Banca Intesa. E alla corte di Giovanni Bazoli il presidente dello Ior mantiene ancora oggi un ruolo di primo piano. Presiede, infatti, due società chiave: Sirefid spa, fiduciaria italiana della banca, e Société Européenne de Banque, il terminale lussemburghese del gruppo. Ma non è tutto. Caloia, coordinatore del cenacolo culturale "Cultura, etica e finanza" che raggruppa il top del potere economico di area cattolica, siede anche nel consiglio d'amministrazione di Enertad, la società di servizi ambientali della famiglia Agarini quotata in Borsa, e fino all'anno scorso era ordinario di Economia politica dell'università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Oggi, abbandonata la docenza, è nel consiglio d'ateneo dell'istituto, nei consigli d'amministrazione della Facoltà teologica dell'Italia settentrionale eretta da Leone XIII, della fondazione Don Carlo Gnocchi, della fondazione Vittorino Colombo. E presiede il Centro sociale ambrosiano, da sempre vicino alla diocesi milanese guidata dal cardinale Dionigi Tettamanzi. Il presidente del consiglio di Sorveglianza dello Ior è l'uomo di fiducia del Papa non solo per le questioni economiche, ma anche per quelle politiche: Caloia, infatti, è tra i nove consiglieri di Stato del Vaticano, insieme con l'ex collega dell'università Alberto Quadrio Curzio, decano della facoltà di Scienze politiche. Un incarico di prestigio condiviso anche dal vice di Caloia allo Ior, Virgil Dechant, un cattolico abituato a maneggiare somme di denaro immense. L'americano, infatti, è il cavaliere supremo dei Knights of Columbus, l'ordine cattolico che gestisce negli Usa un fondo assicurativo da 47 miliardi di dollari. Anche gli altri tre membri del consiglio di Sovrintendenza dello Ior sono stati scelti dal Papa fra i vertici della finanza mondiale. Chi sono ? Il tedesco Theodor Pietzcker, tenente della Wehrmacht durante la Seconda guerra mondiale e dal 1946 in Deutsche Bank, istituto del quale era uno dei direttori centrali (era fra i collaboratori più stretti del presidente Alfred Herrausen assassinato il 30 novembre 1989); lo spagnolo José Angel Sànchez Asiain, ex presidente del Banco Bilbao Vizcaya Argentaria, e lo svizzero Robert Studer, al vertice dell'Unione Banche Svizzere fino al 1998. Con l'Ubs, lo Ior ha un filo diretto: prima di Studer, nel Consiglio di Sovrintendenza sedeva un altro ex presidente della banca elvetica: Philippe De Weck. Sopra questi laici, il Papa ha voluto l'occhio vigile dei suoi porporati di fiducia. A marcare stretto i cinque consiglieri dello Ior ci sono altrettanti cardinali, scelti tra i più potenti del Vaticano. Primus inter pares, ammette Caloia, è Angelo Sodano, Segretario di Stato e membro della Pontificia commissione per lo Stato della Città del Vaticano assieme allo slovacco Jozef Tomko. Gli altri quattro sono lo spagnolo Eduardo Martínez Somalo, che siede nel Consiglio di cardinali e vescovi della segreteria di Stato ed è Prefetto per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica (che sono tra i principali clienti dello Ior), il messicano Juan Iñíguez Sandoval, membro anche del collegio cardinalizio dell'Apsa, e infine l'americano Adam Joseph Maida, che oltre a far parte della Congregazione per il clero e della Congregazione per l'educazione cattolica (che si occupa dei seminari e delle scuole cattoliche), è anche a capo della diocesi del paradiso fiscale delle Isole Cayman. Anche l'avvocato dello Ior, Franzo Grande Stevens (il legale di fiducia della famiglia Agnelli) ha sottolineato, in una dichiarazione inedita rilasciata nel 2000 alla Corte di San Francisco, il livello altissimo dei porporati scelti per controllare l'Istituto: "Sono stati membri del Consiglio di cardinali e vescovi della segreteria di Stato, un componente è il Segretario di Stato e tutti hanno alti incarichi nella Santa Sede". Nomi eccellenti della finanza internazionale si trovano anche tra i consultori del Vaticano, figure che ricoprono un ruolo a metà strada tra quello di consulenti e quello di amministratori del patrimonio della Santa Sede. Qualche nome ? Nella Sezione straordinaria dell'Apsa che gestisce valuta, titoli e obbligazioni il Papa ha voluto Lord Thomas Camoy, ex presidente della casa d'aste Sotheby's, già ciambellano della regina Elisabetta II, che oggi siede nel consiglio di amministrazione di 3I, uno dei più grandi fondi di private equity del mondo. Con lui ci sono William Schreyer, ex numero uno di Merrill Lynch, l'italiano Marco Orazi, vicepresidente di Colomba Sim ed ex direttore generale dell'Ufficio italiano cambi, e il francese Antoine Chappuis, a capo di Acland Capital Investissement, società parigina che gestisce fondi per 198 milioni di euro. Nella Sezione ordinaria dell'Apsa, quella che si occupa degli immobili, tra i consultori non figurano finanzieri, né banchieri, ma un architetto. Si tratta di Sandro Benedetti, talmente legato agli ambienti vaticani da essere stato nominato Architetto della fabbrica di San Pietro. E' stato lui a progettare e a dirigere i lavori di restauro della facciata maderniana della basilica. I porporati che, con ruoli gestionali e di indirizzo, siedono ai vertici dell'Apsa, il ministero delle finanze della Santa Sede, non sono meno importanti di quelli che controllano lo lor. Qualche esempio ? L'inventore dell'8 per mille che quest'anno farà incassare alla Conferenza episcopale italiana (Cei) più di 1 miliardo di euro, presiede l'Amministrazione del patrimonio della Sede Apostolica: è Attilio Nicora, tra i nuovi cardinali nominati da Giovanni Paolo II nel concistoro del 21 ottobre scorso. Sempre nel Collegio cardinalizio dell'Apsa si trovano, tra gli altri, Camillo Ruini, vicario generale di Sua Santità per la diocesi romana, membro della Congregazione per i vescovi, e presidente della Conferenza episcopale italiana. Ma l'Apsa non è gestito soltanto da italiani. Accanto ai cardinali di casa nostra siedono nel consiglio il colombiano Dario Castrillón Hoyos, prefetto della Congregazione per il clero, e il belga Jan Pieter Schotte, segretario generale del Sinodo dei vescovi e presidente dell'Ufficio del lavoro della Sede Apostolica. Tra i consultori della Prefettura degli affari economici figurano altri specialisti degli affari. Il più rappresentativo è Giampietro Nattino, vicepresidente di Borsa italiana spa, consigliere di Banca Fideuram, e di Caltagirone Editore, amministratore delegato di Banca Finnat Euramerica e presidente di Unione Immobiliare. Insieme con lui lavorano al servizio del Vaticano uomini come Ettore Quadrani, presidente di Fidindustria Lazio e azionista delle Terme demaniali di Acqui che, grazie alla fusione del febbraio 2003, hanno portato la Finnat di Nattino in Borsa; Maurizio Prato, tra gli amministratori di Finmeccanica ed ex direttore centrale dell'Iri; l'economista Giovambattista Santucci ed Edoardo Boitani, uno dei tre avvocati del Vaticano per il foro civile. E tra gli otto cardinali nel collegio della Prefettura degli affari economici, presieduta da Sergio Sebastiani, il porporato che ha organizzato il Giubileo del 2000, troviamo Tettamanzi, il già citato controllore dello Ior Iñíguez Sandoval, il presidente della Consociatio catholica pro Medio Oriente Edward Michael Egan (americano), che insieme con altri due cardinali della Prefettura, Ivan Dias (indiano) e Severino Poletto, è nella Pontificia commissione per i beni culturali della Chiesa. Che amministra l'inestimabile patrimonio costituito dalle opere d'arte vaticane in musei, biblioteche, pinacoteche e archivi.
sabato, gennaio 24, 2004
"A tavola sovente i cani gli si avvicinavano e Gianni Agnelli li nutriva con lo stesso cucchiaio o la stessa forchetta con cui mangiava. Ho visto alcuni ospiti fare altrettanto in uno slancio adulatorio".
Jas Gawronski
venerdì, gennaio 23, 2004
Un popolo di analfabeti
(Copyright Clarence.com)
Da una ricerca condotta dell'OCSE all'inizio di quest'anno ed elaborata dal Centro Europeo dell'Educazione, risulta che più del 60% della popolazione italiana fatica a leggere, è spesso incapace di costruire una frase corretta sul piano grammaticale, non riesce a comprendere il senso di un articolo o ad arrivare alla fine della prima pagina di un romanzo. Le percentuali più alte si concentrano sulla fascia dai 45 ai 65 anni: una popolazione adulta che pesa negativamente sui livelli culturali dei più giovani. Ma non finisce qui, pare infatti che ben due milioni di italiani siano classificati come analfabeti totali.
giovedì, gennaio 22, 2004
Carabinieri derubavano pompa di benzina. Smascherati da telecamere
(Copyright "Il Gazzettino del Veneto")
Hanno confessato di aver commesso cinque furti tra giugno e metà dicembre. Autori dei colpi, ai danni di una pompa di benzina, sono stati due carabinieri in servizio presso la stazione di Cairo Montenotte, in provincia di Savona. I due, scoperti grazie alle telecamere, sono ora indagati. Il gestore della pompa, dopo aver scoperto che i responsabili dei furti erano i due militari, aveva anche tentato di coprirli.
mercoledì, gennaio 21, 2004
"Non ho la cintura, ho mangiato troppo"
(Copyright "Leggo")
"Mi sono scottato con il sole, e adesso ho un’invalidità temporanea che mi impedisce di usare la cintura di sicurezza". "Ho le orecchie a sventola e quindi il casco mi fa male". Sono le giustificazioni più bizzarre inventate dagli italiani in auto o in moto per evitare le multe. Ed i vigili devono conoscerle molto bene, visto che una di loro ha deciso di scriverci un libro. L’autrice è Barbara Bonanni, 33 anni, vice-sovrintendente della polizia stradale di Pisa. "Lo scusario dell’automobilista", questo il nome del testo, raccoglie le frasi più bizzarre che la Bonanni ha ascoltato in undici anni di lavoro e pattugliamenti sulla strada. Ecco le migliori: "Col casco sudo così tanto che la visiera si appanna impedendomi di vedere", "Lo so che mi ha visto al cellulare, ma stavo solo ascoltando", "Non ho messo la cintura perché ho mangiato troppo e ho dovuto slacciare anche quella dei pantaloni. Se vuole le faccio vedere...".
martedì, gennaio 20, 2004
Muore in ufficio, ignorato per due giorni
(Copyright ANSA)
Un impiegato finlandese è rimasto per due giorni morto, seduto alla sua scrivania, prima che i suoi colleghi si accorgessero dell'accaduto. L'uomo, 60 anni, aveva l'abitudine di lavorare spesso da solo senza avere contatti con gli altri. Il decesso è avvenuto martedì scorso, ma i colleghi se ne sono accorti solo giovedì. Erano tutti convinti che fosse assorto davanti ad una pila di dichiarazioni dei redditi da esaminare.
lunedì, gennaio 19, 2004
Qualcuno tortura Hawking
(Copyright Libero.it)
La polizia di Cambridge ha avviato un'indagine su una serie di presunte violenze fisiche subite dal famoso scienziato inglese Stephen Hawking. Costretto su una sedia a rotelle senza potersi muovere e parlare, lo studioso si trova adesso in terapia intensiva per un grave attacco di polmonite. Un'analoga inchiesta era già stata aperta nel 2000, ma poi chiusa per l'ostinato silenzio di Hawking. Adesso, tra gli indagati, potrebbe esserci la sua seconda moglie.
domenica, gennaio 18, 2004
Scoperto su Marte un ex brigatista
di Lia Celi (Copyright Clarence.com)
La sonda Spirit, da poco atterrata sulla superficie di Marte, individua Piercesare Carabattoli, esponente della colonna Isaac Asimov: implicato nel rapimento Moro, era il brigatista che durante il sequestro prestava al presidente della Dc i suoi romanzi di «Urania». Latitante dal '79, si era rifatto una vita nello spazio come insospettabile impiegato in una biblioteca di cratere. Stupefatti i suoi conoscenti marziani: «Asghrdzzk bip bipzzz - afferma un collega di lavoro -, hxyzrap sgnak wazzlr» (traduzione: "Sapevo che era un brigatista, ma non immaginavo fosse un terrestre"). Gli ex compagni lo ricordano come un duro: "Ripeteva sempre: il sistema solare si abbatte, non si cambia". Impossibile per ora trasferire Carabattoli in Italia: non è mai stato stipulato un trattato di estradizione con Marte.
sabato, gennaio 17, 2004
I conti del Vaticano (seconda puntata)
Copyright ("Panorama Economy")
L’ultima volta che se ne parlò fu alla fine degli anni Ottanta, quando si chiuse il caso del Banco Ambrosiano. Per uscire dal crac lo Ior, allora guidato da monsignor Paul Marcinkus, pagò 250 milioni di dollari ai liquidatori della ex banca di Roberto Calvi (meno di un quarto dei 1.159 milioni che, secondo il ministro del Tesoro dell’epoca, Beniamino Andreatta, doveva alle consociate estere dell’azienda di credito milanese). Da quegli anni nell’Istituto per le opere religiose molte cose sono cambiate, altre sono rimaste identiche. Giovanni Paolo II lo ha riformato nel 1990, affidandone la responsabilità a "laici cattolici competenti" e riservando ai prelati una funzione di vigilanza. Dal 1989 alla guida dell’istituto siede Angelo Caloia, professore dell’università Cattolica di Milano, ex presidente del Mediocredito Lombardo e oggi a capo di due società di Banca Intesa, una delle quali costituita in Lussemburgo. Identico rispetto a 20 anni fa, invece, è il riserbo che circonda le attività della banca vaticana. Lo Ior ha una sola sede, naturalmente dentro le mura della Città Stato. Non ha altri sportelli e dispone di un unico bancomat. All’estero, Italia compresa, non ha un ufficio, una rappresentanza, un punto d'appoggio fisico. E non ha neppure accesso diretto ai circuiti finanziari internazionali. Per operare in Europa si avvale di due grandi banche, una tedesca e una italiana. Si fa il nome di Banca Intesa, della quale lo Ior possiede il 3,37% insieme con la Banca Lombarda e la Mittel (il cosiddetto Gruppo bresciano dei soci), e di Deutsche Bank; ma nessuno lo conferma con certezza. E non aderisce alle norme antiriciclaggio sulla trasparenza dei conti. Una banca strana, regolata dalla consegna del silenzio in nome del segreto di Stato. Il riferimento è la Segreteria di Stato del cardinale Angelo Sodano. È stato lo stesso Caloia a spiegare l’essenza dello Ior in un documento inedito che "Panorama Economy" pubblica in esclusiva. In una dichiarazione scritta per la corte distrettuale della California e presentata attraverso Franzo Grande Stevens, da 15 anni avvocato dello Ior e membro nel consiglio di amministrazione di Ifil, la finanziaria che controlla Fiat, il presidente della banca vaticana ha rivelato che "i depositanti sono i dipendenti del Vaticano, i membri della Santa Sede, gli ordini religiosi e le persone che depositano denaro destinato, almeno in parte, a opere di beneficenza". Almeno in parte. Caloia ha affermato che "nel mio ufficio è la norma fare riferimento al cardinale Angelo Sodano". E ha aggiunto: "Il segretario di Stato ha un notevole controllo sulla progettazione e l’esecuzione di tutte le nostre attività, compresi i budget e le operazioni". Una lunga e illuminante dichiarazione che termina sottolineando la peculiarità dell’Istituto: l’immunità che deriva dall’essere una banca di Stato, non sottomessa ad alcuna legislazione, né nazionale né internazionale. "Niente in questa dichiarazione" ha infatti ribadito Caloia, concludendo la sua testimonianza, "va inteso, né può essere preso come una sottomissione alla giurisdizione di questa Corte, o una rinuncia a qualsiasi diritto di immunità sovrana". Al suo arrivo allo Ior, 13 anni fa, Caloia trovò nei forzieri 5 mila miliardi di lire e titoli soprattutto esteri. Oggi lo Ior amministra un patrimonio stimato di 5 miliardi di euro e funziona come un fondo chiuso, come ha spiegato sempre Caloia. In pratica, ha rendimenti da hedge fund, visto che ai suoi clienti garantisce interessi medi annui superiori al 12%. Anche per depositi di lieve consistenza. Un esempio ? La Jcma, un’associazione di medici cattolici giapponesi, nel 1998 ha depositato 35 mila dollari presso la banca vaticana. A quattro anni di distanza si è ritrovata sul conto quasi 55 mila dollari: il 56% in più. E se i clienti guadagnano il 12% medio annuo, vuol dire che i fondi dell’Istituto rendono ancora di più. Quanto, però, non è dato saperlo. Quindi lo Ior investe bene. Secondo un rapporto del giugno 2002 del Dipartimento del Tesoro americano, basato su stime della Fed, solo in titoli Usa il Vaticano ha 298 milioni di dollari: 195 in azioni, 102 in obbligazioni a lungo termine (49 milioni in bond societari, 36 milioni in emissioni delle agenzie governative e 17 milioni in titoli governativi) più 1 milione di euro in obbligazioni a breve del Tesoro. E l’advisor inglese "The Guthrie Group" nei suoi tabulati segnala una joint venture da 273,6 milioni di euro tra Ior e partner Usa. Di più è impossibile sapere. Soprattutto sulle società partecipate all’estero dall’istituto presieduto da Caloia. Basta un esempio per capire dove i segreti vengono conservati: le Isole Cayman, il paradiso fiscale caraibico, spiritualmente guidato dal cardinale Adam Joseph Maida che, tra l’altro, siede nel collegio di vigilanza dello Ior. Le Cayman sono state sottratte al controllo della diocesi giamaicana di Kingston per essere proclamate Missio sui iuris, alle dipendenze dirette del Vaticano. E in Italia ? Anche Oltretevere lo Ior mantiene il senso degli affari. I diritti di voto dei 45 milioni di quote di Banca Intesa (per un valore in Borsa di circa 130 milioni di euro) sono stati concessi alla Mittel di Giovanni Bazoli in cambio di un dividendo maggiorato rispetto a quello di competenza. E quando la Borsa tira, gli affari si moltiplicano. Un esempio ? Nel 1998 non sfuggì a molti l’ottimo investimento (100 miliardi di lire) deciso da Caloia nelle azioni della Banca popolare di Brescia: in meno di 12 mesi il capitale si quadruplicò, naturalmente molto prima del crollo del titolo Bipop. Ma il patrimonio dello Ior non è solo mobile. E dell’Istituto si parla anche in relazione alle beghe con gli inquilini di quattro condomini di Roma e Frascati che lo Ior, a cavallo fra il 2002 e il 2003, ha venduto alla società Marine Investimenti Sud, all’epoca di proprietà al 90% della Finnat Fiduciaria di Giampietro Nattino, uno dei laici della Prefettura degli affari economici della Santa Sede, e oggi in mano alla lussemburghese Longueville. Gli inquilini, però, affermano di sentirsi chiedere il pagamento del canone di locazione ancora dallo Ior. Che nei documenti ufficiali compare anche come Ocrot: Officia pro caritatis religionisque operibus tutandis, con il codice fiscale italiano dell’istituto: 80206390587. Per il 25esimo anniversario di pontificato, Giovanni Paolo II il 25 ottobre 2003 ha ricevuto un assegno da 2,5 milioni di dollari, la rendita di un fondo d’investimento americano da 20 milioni di dollari dedicato a lui, il Vicarius Christi Fund. Il denaro è gestito dall’ordine cavalleresco cattolico più grande del mondo: "The Knights of Columbus", i "Cavalieri di Colombo", che conta su 1,6 milioni di membri tra Stati Uniti, Canada, Messico, Porto Rico, Repubblica Dominicana, Filippine, Bahamas, Guatemala, Guam, Saipan e Isole Vergini. Alla Congregazione per le cause dei santi stanno vagliando la canonizzazione di Michael McGivney, che ha fondato l’ordine 122 anni fa nel Connecticut. Un omaggio a un’associazione che da anni vanta legami molto stretti con la Santa Sede. Il suo cavaliere supremo, Virgil Dechant, è uno dei nove consiglieri dello Stato Città del Vaticano e anche vicepresidente dello Ior. Mentre gli utili del Vicarius Christi Fund, nato nel 1981, sono consegnati ogni anno a Giovanni Paolo II nel corso di un’udienza riservata ai cavalieri americani. Con i 2,5 milioni di dollari regalati a Karol Wojtyla il 9 ottobre scorso, il totale delle donazioni dell’ordine cavalleresco al vicario di Cristo ha superato i 35 milioni di dollari. Nulla, in confronto ai 47 miliardi di dollari del fondo assicurativo sulla vita gestito dai "Cavalieri di Colombo", al quale Standard & Poor’s assegna da anni il rating più elevato. L’ordine investe nei corporate bond emessi da più di 740 società statunitensi e canadesi e solo nel 2002, piazzando polizze sulla vita e servizi di assistenza domiciliare ai suoi iscritti attraverso 1.400 agenti, ha incassato 4,5 miliardi di dollari (il 3,4% in più rispetto al 2001). Una parte delle entrate, 128,5 milioni di dollari, è stata girata a diocesi, ordini religiosi, seminari, scuole cattoliche e, ovviamente, al Vaticano che nel 2002, tra la rendita del fondo del Papa, gli assegni alle nunziature apostoliche di Usa e Jugoslavia, il contributo alla Santa Sede nella sua missione di osservatore permanente all’ONU e quello per il restauro della basilica di San Pietro, ha ricevuto dai Cavalieri di Colombo 1,98 milioni di dollari.
venerdì, gennaio 16, 2004
“Il nostro collega Blair ? E' una testa di cazzo integrale. Un autentico imbecille”.
Jose Bono (deputato del Partito Socialista Spagnolo)
Ang Lee dirigerà il primo western gay
(Copyright ANSA)
Il regista di origine taiwanese Ang Lee, a cui si devono pellicole come "Hulk" e "La Tigre e il Dragone", dirigerà il primo western gay della storia del cinema. Protagonisti dell'insolito film saranno Eath Ledger e Jake Gyllenhaal. La pellicola, che si ispira a un famoso romanzo di E. Anne Proulx, si intitolerà "Brokeback Mountain". Il libro racconta la relazione omosessuale fra due cowboy che si incontrano nell'estate del 1961 nel Wyoming e vivono una lunga storia d'amore.
giovedì, gennaio 15, 2004
Bocciate il presidente e la sua aberrante dottrina
di George Soros (Copyright "La Stampa")
Non mi sono mai occupato della politica di partito, ma ora sono profondamente urtato dalla direzione che l’America ha preso sotto George Bush. Non è una questione di partito né di animosità personale nei confronti del presidente. Io considero essenziale che le politiche dell’Amministrazione Bush vengano respinte alle prossime elezioni. Permettetemi di spiegare perché. Il presidente Bush è stato eletto nel 2000 sulla base di una piattaforma elettorale che prometteva una politica estera di basso profilo. E invece, sin dal suo primo giorno di mandato, è subito deragliato dai suoi stessi binari denunciando accordi e istituzioni internazionali. Poi è arrivato l’attacco terroristico dell’11 settembre che, secondo lui, ha cambiato tutto. Così ha usato la guerra al terrore come pretesto per perseguire un sogno di supremazia americana che non è né raggiungibile né desiderabile: mette in pericolo le libertà civili in patria e ci coinvolge in avventure militari all’estero. C’è stata una pericolosa discontinuità nel modo in cui attualmente conduciamo i nostri affari: ci impegniamo in comportamenti che in tempi normali sarebbero stati considerati inaccettabili. Il nostro nuovo atteggiamento in fatto di sicurezza nazionale è stato incarnato dalla dottrina Bush. Essa poggia su due pilastri. Primo: gli Stati Uniti non tollereranno rivalità militari, in nessuna regione del mondo. Secondo: abbiamo il diritto all’azione militare preventiva. Insieme, questi due pilastri reggono due livelli di sovranità: quella degli Stati Uniti è sacrosanta ed esente da qualunque limite imposto dalla legge internazionale, quella di tutti gli altri Stati è sottoposta all’azione preventiva degli Stati Uniti. Alla base della dottrina Bush c’è l’idea che le relazioni internazionali sono relazioni di potere e non di legge e che la legge internazionale serve semplicemente a ratificare gli esiti dell’uso del potere. Questo dogma può essere molto allettante quando sei potente, ma contraddice i valori che hanno fatto grande l’America. E il resto del mondo non può accettarlo, come si è ben visto nel caso dell’Iraq, prima applicazione pratica della dottrina Bush alla quale il resto del mondo ha avuto una reazione fortemente allergica. Se rieleggeremo Bush, vuol dire che approviamo la sua dottrina. E dovremo vivere con le conseguenze di questa scelta. Saremo guardati con diffusa ostilità e i terroristi potranno contare su molti simpatizzanti in tutto il mondo. E’ probabile poi che restiamo intrappolati in un circolo vizioso di violenza, come sta già accadendo in Iraq. Se invece bocceremo Bush, potremo cancellare la sua dottrina come un’aberrazione temporanea e riprendere nel mondo il nostro posto pacifico di nazione potente ma amante della pace. Le prossime presidenziali non sono elezioni ordinarie: sono un referendum sulla dottrina Bush. Sconfiggere il presidente però non basta: dobbiamo anche sviluppare e adottare una visione più costruttiva. Proprio perché l’America è così potente, è importante decidere che ruolo vogliamo giocare nel mondo. Siamo noi americani a decidere l’agenda: il resto del mondo può solo rispondere, qualunque azione noi decidiamo. Il nostro predominio ci impone una responsabilità che a nessun altro compete: dobbiamo avere una visione più ampia del nostro tornaconto e preoccuparci del benessere del mondo. Questo però non è il modo in cui il presidente Bush e il gruppo di potere intorno a lui - i neoconservatori - vedono il mondo. Per loro, la vita è una lotta per la supremazia e il risultato dipende in larga parte dal potere militare. E’ importante però chiarire che il punto non è se vogliamo o no che l’America sia più sicura. Siamo tutti d’accordo che quello è il nostro obiettivo. Il punto è scegliere le politiche più adatte a raggiungerlo. Io non sono contrario all’uso della forza militare: l’ho esplicitamente richiesta per la Bosnia e il Kosovo e ho appoggiato l’invasione dell’Afghanistan. Ma ho tracciato una linea divisoria davanti all’azione unilaterale contro l’Iraq. La forza militare dovrebbe essere l’ultima risorsa e non un mezzo per affermare il nostro primato e imporre la nostra volontà al mondo. Le mie idee sono state sbeffeggiate dalla macchina della propaganda di Bush. Non lasciatevi ingannare: è la politica estera americana ad aver deragliato, non io. La dottrina Bush ci sta rendendo meno, non più, sicuri e non ci aiuta a promuovere nel mondo società libere e aperte. Io ho fatto del rifiuto della dottrina Bush il progetto centrale della mia vita per il 2004. Questo può suonare pretenzioso ma non è la prima volta che dedico tutte le mie energie alla promozione dei valori di una società aperta. Quando, sui mercati finanziari, ho guadagnato più denaro di quanto non me ne servisse per i miei usi personali, ho creato una Fondazione votata a quell’obiettivo. Era il 1979. Da allora ho finanziato progetti in una trentina di Paesi. Quando è stato eletto Bush - e ancor più dopo l’11 settembre - decisi che dovevo prestare più attenzione agli Stati Uniti, non solo perché sono loro che stabiliscono l’agenda mondiale, ma soprattutto perché il presidente Bush ci sta portando nella direzione sbagliata. E adesso ho scritto un libro, "The Bubble of American Supremacy", che illustra nel dettaglio una visione più costruttiva del ruolo dell’America nel mondo. Vogliamo imporre la nostra volontà al mondo o vogliamo portarlo a un futuro più prospero e più pacifico ? Questo è il punto. Nel mio libro io chiedo un intervento diverso rispetto a quello che è stato fatto in Iraq: un’azione preventiva di natura costruttiva. In estrema sintesi, parlo di una Comunità delle Democrazie magari a guida americana, di un nuovo concetto di sovranità - la sovranità del popolo - e della responsabilità di proteggere il popolo da quei governanti che abusano del loro potere. Se insisto sull’Iraq, è perché lo considero il tema determinante per le sorti delle elezioni di novembre. Molti esperti di politica diranno che il pantano iracheno non sarà sufficiente per assicurare il rifiuto della dottrina Bush. Secondo loro il tema più importante è l’economia e l’Amministrazione Bush ha fatto tutto ciò che era in suo potere per pomparla in vista delle elezioni, anche se ciò significa prelevare dalle risorse future e mettere le basi di un immediato regresso appena passate le elezioni. Io ho paura che abbiano ragione ed è per questo che mi sono deciso a parlare e a mettere il mio denaro dove la lingua batte. Le elezioni 2004 non sono la solita faccenda. C’è stato un cambiamento radicale nel comportamento del governo. Nel mio libro io paragono la situazione attuale a una bolla azionaria: possiamo sgonfiarla prima che faccia ulteriori danni o rafforzare la dottrina Bush e sopportarne le conseguenze.
mercoledì, gennaio 14, 2004
I conti del Vaticano (prima puntata)
(Copyright "Panorama Economy")
Ogni mattina suor Maria Sebastiana attraversa via Porta Angelica sino alla cancellata di Sant’Anna. Varca le due colonne e percorre un centinaio di metri. Oltrepassa il portale di legno di un piccolo cortile triangolare e passa sotto l’arco che sorregge un'antica costruzione. A sinistra, nella piazza nel cuore di Roma, due lift in divisa nera gallonata l’attendono davanti a un ascensore di cui le aprono le porte. La religiosa entra, il cancello di ferro e i battenti di mogano e vetro si chiudono alle sue spalle. Sale. La corsa si interrompe all’ultimo piano del palazzo, il quinto. Qui la piccola suora della Misericordia fa la minutante, ossia la segretaria e sul suo tavolo passano documenti che, solo nel 2002, hanno fatto girare almeno 230 milioni di euro. Lavora nel cuore pulsante della Città del Vaticano, cioè nell’ufficio del cardinale Angelo Sodano. Nato a Isola d’Asti 76 anni fa, conoscitore di tutte le stanze della Curia Romana, il porporato è Segretario di Stato, cioè il numero due dell’organigramma pontificio dopo il Papa. E custodisce le chiavi del forziere che contiene il Tesoro Vaticano. Si tratta di una cifra importante: fonti attendibili - interne alla Curia Romana - parlano di 5,7 miliardi di euro tra contanti, oro, valute, azioni e titoli (escludendo quindi gli immobili e gli inestimabili tesori d’arte), ma potrebbero essere il doppio o dieci volte tanto, perché nessuno può dirlo con certezza visto il riserbo che copre le finanze della Santa Sede. Sono molti gli interrogativi irrisolti che si è posto chi - studiosi, analisti, economisti - ha cercato di dipanare la complicata matassa. Perché la consistenza patrimoniale della Santa Sede non è mai stata calcolata nell’ultimo millennio. E il cardinale Sodano è il perno intorno al quale tutto ruota. I suoi uffici sono nel Palazzo Apostolico. Allo stesso piano vive Karol Wojtyla, Giovanni Paolo II. Una multinazionale con 4.649 diocesi. Il Papa è il monarca assoluto dello Stato più piccolo e al tempo stesso più ricco del mondo in termini relativi. La Città del Vaticano si estende su 44 ettari di superficie e conta 911 residenti, solo 532 dei quali hanno anche la cittadinanza. Non produce beni e i suoi servizi sono gratuiti, o quasi. Per analizzarne i ricavi non è possibile fare riferimento all’incalcolabile patrimonio, ma solo ai profitti conosciuti dei suoi investimenti, mobili e immobili, e ai versamenti delle diocesi per il sostentamento dell’organizzazione centrale della Chiesa: un totale di oltre 216 milioni di euro all’anno, quelli iscritti ufficialmente nel bilancio dell’Amministrazione patrimonio Sede Apostolica (Apsa). Partendo da questo dato, il prodotto nazionale lordo pro capite di ognuno dei 532 cittadini è di 407.095 euro, oltre dieci volte quello del Lussemburgo (38.830 dollari nel 2002), che sta in testa alle classifiche della Banca Mondiale, mentre l’Italia è al 27° posto con 18.960 dollari all’anno. C’è però un altro elemento di cui tener conto: se la Chiesa cattolica è universale, non lo sono i suoi bilanci. Ogni diocesi - compreso il Vicariato di Roma - e ogni ordine religioso fanno storia a sé. Ciascuno gestisce un patrimonio proprio, fatto di immobili, titoli e, spesso, anche società, si finanzia con le offerte dei fedeli, redige un consuntivo ogni anno. Il Vaticano pure. Anche se le cifre e la complessità della struttura finanziaria sono di ben altro livello. Perché il Papa è il capo della Chiesa più potente del mondo, quella cattolica, con 4,9 milioni tra vescovi, sacerdoti, diaconi e professi, 792 mila religiose e 1 miliardo di fedeli. Un’organizzazione imponente, articolata in 4.649 diocesi riunite in 110 conferenze episcopali. Anche il concetto stesso di Vaticano è complicato: rappresenta allo stesso tempo tre entità distinte, lo Stato, la Santa Sede e la Curia Romana, che si sovrappongono senza confini giuridici ben delineati. In teoria la Città del Vaticano è l’entità territoriale, la Santa Sede è il vertice della Chiesa e la Curia Romana è la struttura organizzativa. Ma, in pratica, non esiste una distinzione tra le tre personalità giuridiche. Gli intrecci tra i ruoli, le funzioni e le responsabilità sono inestricabili. E utili. Quando il Vaticano ha bisogno dell’extraterritorialità è uno Stato sovrano che non deve rispondere alle leggi delle altre nazioni. Quando serve il peso morale e religioso è Santa Sede. Quando il problema è organizzativo entra in gioco la Curia Romana. Un rompicapo: e la struttura economica e finanziaria rispecchia queste interconnessioni. La Prefettura per gli affari economici, l’organo della Curia Romana guidato dal cardinale Sergio Sebastiani, formalmente controlla i bilanci della Città del Vaticano. Ma anche quelli della Santa Sede, che usa l’Apsa per le questioni finanziarie. E quelli dell’Istituto per le opere di religione (Ior), la banca vaticana. Sulla quale da più di 20 anni, dopo lo scandalo legato al crac del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, vige la consegna del silenzio. Eppure lo Ior è più attivo che mai: ai suoi correntisti offre rendimenti degni dei migliori hedge fund e si stima che nelle sue casse siano custoditi più di 5 miliardi di euro. Meno misteriosa la Santa Sede lo è sui propri conti: l’ultima volta che Sebastiani ne ha parlato ha esibito un rosso di 13,5 milioni di euro, più altri 16 per lo Stato del Vaticano. Ma si trattava dei bilanci del 2002. Nei quali, peraltro, non figurano né le offerte dei fedeli e delle istituzioni, né i proventi delle università pontificie o delle strutture sanitarie come l’Ospedale Bambin Gesù di Roma.
martedì, gennaio 13, 2004
"Ebbi una svolta legata ad una folgorante esperienza mistica. Il Signore mi ispirò su posizioni che anticipavano Forza Italia".
Don Gianni Baget Bozzo (consigliere di Silvio Berlusconi)
lunedì, gennaio 12, 2004
L'Italia e i ragionieri
di Filippo Ceccarelli (Copyright "La Stampa")
Ma dove mai, ma quando mai un vero ragioniere si sarebbe azzardato, come invece questo Fausto Tonna, ad augurare ai giornalisti e alle loro famiglie "una morte lenta e dolorosa" ? E ad augurargliela tre volte, neanche fosse Toni Negri dopo la strage di Nassiriya ? Dopo aver fatto l’Italia, sembra che i ragionieri abbiano preso gusto a sfasciarla. Di ragionieri è lastricata la storiaccia della Parmalat. Oltre al rag. Tonna, apprendista stregone della finanza creativa, è ragioniere Calisto Tanzi; è ragioniere lo stratega della catastrofe sudamericana Giovanni Bonici; è ragioniere pure quell’altro impiegato e prestanome, Angelo Ugolotti, che l’altro giorno si è scoperto, ahilui, alla guida di 25 società disastrate. "Cherchez le contable": sul Messaggero di ieri Corrado Giustiniani ha contabilizzato appunto sette ragionieri nello scandalo, fra arrestati e inquisiti. Si oscura dunque l’umile gloria della ragioneria, arte onorata di far tornare i conti, non di farseli tornare. Se non altro è un fatto di quantità: anche il presidente del Banco Ambrosiano Roberto Calvi, artefice e vittima del più clamoroso crack finanziario degli anni ottanta, era un ragioniere. Ma uno solo. Mentre sette-ragionieri-sette impelagati nel buco Parmalat indicano qualcosa di più, una deriva d’autolesionismo al tempo stesso predone e scialacquatore, una devianza intimamente corporativa, un rapporto impossibile ormai con la matematica e la realtà. Comunque un’onta, una macchia nera nera. Verrebbe voglia di seguire i rivolgimenti nella tomba di Gugliemo Giannini, interprete e profeta dell’eterno qualunquismo nazionale, che in cima al suo programma per un’Italia disperata e distrutta dalla guerra, come panacea di ogni vizio e purificazione di ogni peccato del potere, energicamente poneva: "Un buon ragioniere che entri in carica il primo gennaio, che se ne vada il 31 dicembre, e che non sia rieleggibile per nessuna ragione". Là dove in tutta evidenza la rispettabilità della categoria riposava, oltre che nella discrezione, nella più generosa provvisorietà dell’impiego, dell’incarico, del ruolo, della "mission", direbbe oggi Berlusconi. Ecco: dal centro al nord dello stivale, da Capitalia all’ex Telekom, dal ragioniere marinese Cesare Geronzi al ragiunatt padano Roberto Colaninno, dagli iper-banchieri ai raider di Borsa, insomma, l’impressione è che si sia disperso l’alto ufficio originario della ragioneria. Quella specie di passione che nei disegni di Novello proprio qui sulla Stampa, in quella sua Italia antica e così a modo, arrivava a immaginare e a raffigurare un giovane che, pur votato alla musica dai suoi genitori prescrittivi, approfittava delle ore notturne, al tavolino, quasi clandestinamente, "per dare libero sfogo ai prediletti studi di ragioneria". E adesso, invece, ecco Tonna e i suoi colleghi. Davvero un po’ sveltini, per potersi dire ragionieri, e perlomeno autoindulgenti rispetto a tutti quei miliardi che andavano, venivano e svanivano come fantasmi esotici, caraibici, transoceanici e intercontinentali. Fino al punto, fino al sospetto per così dire terminale di tutta la faccenda. Che la società del successo, della brillantezza e dell’apparenza non abbia più bisogno di "veri" ragionieri; e che il calcolo fedele dei quattrini si sia a tal punto ingarbugliato e disintenzionalizzato da capovolgersi nel suo contrario: la truffa. E non solo. A maggior ragione ridate perciò un ragioniere agli italiani. Ma bravo e degno di questo titolo. Si investa della questione, gravemente, il presidente del Senato Marcello Pera, che è certamente un gran filosofo, ma prima di diventarlo ebbe modo di diplomarsi in ragioneria all’istituto "Carrara" di Lucca, e lavorò pure come impiegato alla Banca Toscana, filiale di Agliana. Si chieda un’allegra consulenza al ragionier Roberto D’Agostino, già contabile alla Romanazzi e alla Cassa di Risparmio di Roma, trent’anni dopo fondatore di Dagospia e come tale del gossip telematico all’italiana. Il tradimento dei ragionieri è questione all’ordine del giorno. E certo non aiutano a inquadrarla, tanto meno a risolverla, gli stereotipi che di tanto in tanto, dovutamente irrispettosi se non inconsapevolmente razzisti, si levano dal mondo politico. Il ministro Ripa di Meana, ad esempio, che prende di petto il collega durante il Consiglio dei ministri (1992): "E no, caro Reviglio, tu sei solo un ragioniere !". Oppure Occhetto che a proposito di chissà quale travagliato passaggio accusa D’Alema di "ragionamenti ragioneristici". Come se la Ragione, che appunto alimenta la radice linguistica e semantica di quel mestiere così duramente necessario, fosse poi una cosetta trascurabile, o un pretesto per sentirsi superiori, o farci su gli spiritosi. Invitò una volta don Benedetto Croce un gruppo di senatori a onorare il primato di Cesare Merzagora, che attraversava qualche metro in là il Salone Garibaldi, a Palazzo Madama: "E sapete perché ? - gli chiese con opportuna ed enfatica solennità - Perché è un ragioniere". Non lo era in realtà, in senso tecnico, Merzagora. Ma quelli, per forza, erano anni di precisione e di sacrifici. Standosene curvi sulle cifre, stabilendo un ordine e incolonnandone via via gli effetti entro sapienti procedure, l’armata anonima e invisibile dei ragionieri metteva in caldo lo sviluppo, il boom. Per certi versi furono loro la spina dorsale intorno a cui prese corpo lo sviluppo negli anni cinquanta e sessanta. Alcuni restarono dignitosamente "rag." e al massimo "cav.". Altri, come Vittorio De Sica o Sandro Penna, si permisero il lusso della poesia. altri ancora fecero soldi a palate e divennero "cumenda". Il successo baciò in fronte i ragionieri misuratori del progresso e per la verità anche i loro colleghi geometri, la cui spinta propulsiva durò un decennio in più grazie ai molteplici condoni edilizi dell’era nicolazziana. Fabbrichette, condomini, commerci vari. Per lungo tempo, le discipline contabili contribuirono a sagomare la società, quasi sempre rimanendo fedeli alla concretezza, alla mansuetudine e alla modestia, virtù oggi ritenute preistoriche quanto le mezzemaniche del travet. C’era anche, come è ovvio, di che sorridere o sganasciarsi. Come maschera dell’eterna commedia italiana, semmai, il ragioniere si tirava appresso un sovrappiù di sottomissione. La letteratura, il cinema e la televisione misero sotto tutela questo eccesso di ossequio e di acquiescenza impiegatizia e vi si esercitarono fino a creare la straordinaria saga del ragionier Ugo Fantozzi e dei suoi colleghi Filini e Silvagni, con i loro congiuntivi spropositati. Allo stesso modo, e secondo lo stesso paradigma meta-clownesco, agisce e reagisce Alberto Sordi nei panni del burocrate della contabilità ministeriale nel "Borghese piccolo piccolo". Ora, non è chiaro esattamente quando quel modello antropologico di ragioniere fece bancarotta, pur senza dichiarare fallimento. Chissà quando e in che modo si approfondì quella frattura che ormai ben oltre il limite di sopportabilità avrebbe costretto l’antico e venerando mestiere a tramutarsi in qualche cosa d’altro, non prevedibile né previsto. Ma l’Italia offre sempre mille spunti fantastici a cui aggrapparsi per collocare i fenomeni entro una più che accettabile cronologia. E allora, nella leggenda nera di Collecchio c’è forse un momento preciso, un episodio simbolico, un evento rituale e spettacolare che sanziona la fine di un’epoca e conduce alle conseguenze estreme l’inesorabile infedeltà della categoria. Quando un giorno il solito Tonna, ebbro di numeri e infastidito per chissà quale operazione algebrica, compie il sacrilegio dei sacrilegi scagliando l’indispensabile calcolatrice dalla finestra del suo ufficio. Ecco: in quel breve volo pesante, e ancora di più nell’implicito proposito di fare a meno di quello strumento si misura la rinuncia, l’abbandono, il rifiuto, la sconfessione dell’umile orgoglio del ragioniere. O almeno. Da quel momento il direttore finanziario della Parmalat non è più tale. E’ un uomo di Borsa. Vive di espedienti contabili e ne dà pure conto ai giornali e nelle scuole. Suscita più ammirazione che mai. Aggira le vecchie regole della realtà, ne inventa di nuove. Cresce inerpicandosi sulle moltiplicazioni, aggiustandosi i numeri, creandone da zero e rovesciandoseli nel loro contrario. Oramai fa la finanza creativa, lui. E’ tutta un’altra storia, però, il contrario esatto della scienza ragionieristica. E’ roba da maghi, tuttavia, un procedere ineffabile, cerimoniale, per realizzare un contatto con la divinità e operare in virtù di questa unione, ben al di là delle isole Cayman. Soldi più soldi uguale meno soldi. Però è anche roba da codice penale. Gli azionisti restano fregati. I potenti litigano. I ministri danno fuoco alla coda di paglia della Banca centrale. I giornali strepitano. Sono guai che, al limite, via, ci si aspetta da un commercialista. Ma che a troppi ragionieri, sia pure rinnegati, non si perdonano tanto facilmente.
domenica, gennaio 11, 2004
Le sigarette "light" fanno male come le altre
(Copyright "Il Corriere della Sera")
Comprare sigarette a basso contenuto di catrame nella speranza di salvaguardare la salute è una perdita di tempo. E' questa la conclusione a cui è arrivato uno studio americano pubblicato sul giornale scientifico inglese "British Medical Journal". Gli scienziati dell'American Cancer Society hanno analizzato il legame tra i valori della produzione di catrame delle sigarette e l'incidenza del cancro ai polmoni in 364.239 uomini e 576.535 donne di età superiore ai trent'anni.
Pacco regalo con ladro a sorpresa
(Copyright Libero.it)
Credevano fosse una specie di bomba, invece era un pacco con un ladro all'interno. Il singolare "regalino" è stato ritrovato quasi per caso a Medellin (Colombia) e poco ci mancava che non ci scappasse il morto. Gli artificieri che sono intervenuti su segnalazione dei vigilantes hanno scoperto con loro grande sorpresa che dall'involucro fuoriusciva una mano che stringendo un coltello stava cercando di tagliare il nastro dell'imballo. Quando hanno aperto lo scatolone ecco la sorpresa: all'interno c'era un ladro un po' maldestro che, come poi è stato accertato, aveva pensato di svaligiare una casa facendosi recapitare nel pacco. Solo che nel progettare il suo piano non ha pensato di praticare anche qualche foro nel cartone e per questo ha rischiato di soffocare.
sabato, gennaio 10, 2004
Bevande "al gusto di frutta"
(Copyright "La Repubblica")
La frutta ci sarà, ma solo in fotografia. Eppure sembrerebbe inequivocabile anche il messaggio sulla confezione del succo che acquisteremo al supermercato: "Bevanda al gusto (o al sapore) di limone, arancia, pesca e frutta varia". In realtà, grazie ad una circolare ministeriale, dentro a quel liquido zuccheroso e colorato le aziende saranno autorizzate a mettere ben poca roba: aromatizzanti, coloranti, acqua e zucchero. "Un modo per legalizzare la pubblicità ingannevole". Non ha dubbi il presidente di "Altroconsumo" (Paolo Martinello) che spiega come "non sia certo la prima volta che ci appelliamo all'Antitrust per denunciare iniziative di pubblicità ingannevole come sembrerebbe essere anche in questo caso". L'ultima ? "Un prodotto di pesce fresco che si reclamizzava "trancio" e invece era semplice polpa di granchio".
Rapiscono il cadavere dell'amica e lo portano al bar
(Copyright Libero.it)
Alcune donne peruviane si sono introdotte furtivamente nell'obitorio dove era custodito il cadavere della loro amica Olga Riva e lo hanno portato a farsi un goccetto alla sua salute. Ma la bravata è durata assai poco. La polizia è infatti intervenuta restituendo il corpo della defunta alla famiglia ed arrestando le protagoniste dello "scherzetto".
Sulla Liguria la congiura della pioggia
(Copyright "La Stampa")
Non fa il tempo che fa, ma il tempo che vogliono. C'è una congiura in atto ai danni della Liguria. Lo dicono dalle Cinque Terre a Grimaldi, commercianti e funzionari dell'Ente del Turismo. Le previsioni meteorologiche trasmesse dalla RAI sarebbero errate, sempre all'insegna della pioggia e del nuvoloso, del perturbato continuo. E i danni che ne conseguono, mica pochi. Con quel tempo da lumache i turisti avrebbero preso il largo, anzi non si sarebbero fatti vedere del tutto, lasciando una Riviera in stato d'abbandono e solitudine. Liguri furibondi starebbero per denunciare la RAI e chiederne i danni, quantificabili goccia a goccia, nuvoletta a nuvoletta. Verrebbe voglia di ridere ma la storia è seria. Chi sta sabotando la Liguria ? Ci sono regioni "forti" che stanno tramando ai suoi danni con l'aiuto dell'Azienda Pubblica e in combutta con qualche compiacente meteorologo ? Qualche Spectre si è impadronita del Satellite Del Tempo Che Farà e ne ha truccato la visuale ? Non lo sappiamo. Siamo solo certi che Fabio Fazio non è colpevole e che dipendesse da lui in Liguria farebbe sole anche di notte. Prima che si arrivi ai responsabili del tempo si potrebbe suggerire una diversa strategia, lanciare slogan sulla bellezza di una giornata di pioggia a Laigueglia, dell'unicità di un tifone sulle spiagge d'Alassio, sulla purezza di una nevicata a Borgio Verezzi, sulla magnificenza tonica che il vento di Mistral porta sugli arenili di Bordighera. Controbattere con una costruttiva filosofia del "brutto tempo", in barba alla combutta mediatica. "Maltempo e Mugugno della Costa Ligure" potrebbe essere lo slogan per un nuovo corso, con vacanze e acquisti sotto l'acqua e se va bene anche quel bel po’ di nebbia che si vedeva una volta in Val Padana. E se poi c'è chi vuol continuare a coltivare il mito del sole e del tepore, peggio per loro. Meteorologi RAI compresi.
venerdì, gennaio 09, 2004
Velivoli Airbus in cambio di gamberetti
(Copyright "Bangkok Post")
La versione thailandese della globalizzazione si chiama baratto. Oggetto dello scambio: aerei Airbus contro tonnellate di gamberetti di cui il paese asiatico è grande esportatore. Questa è in sintesi la proposta che la Thailandia ha fatto all'Unione Europea. Se l'Europa rifiuterà l'offerta, i thailandesi si rivolgeranno alla concorrenza, cioè alla Boeing.
giovedì, gennaio 08, 2004
"All’inizio, quando vedevo che lavorava giorno e notte e non si divertiva mai, mi chiedevo: ma questo Gianni Letta non sarà mica gay ?".
Silvio Berlusconi
Anche un prete per il "Grande Fratello"
(Copyright ANSA)
Un prete nel confessionale del "Grande Fratello": la casa piu' spiata d'Italia quest'anno apre le sue porte ad un concorrente in abito talare. Dalle prime indiscrezioni, infatti, si apprende che tra i 12 inquilini che si contenderanno il consistente montepremi di 300.000 euro ci sara' anche un religioso. Per il momento si sa solo che è meridionale e non ha ancora compiuto 40 anni. La sua presenza avrebbe suscitato un ampio dibattito all'interno dello staff degli autori ma è ormai data per sicura.
mercoledì, gennaio 07, 2004
"Auguro a voi e alle vostre famiglie una morte lenta e dolorosa".
Fausto Tonna (ex manager Parmalat) rivolto ad un gruppo di giornalisti
martedì, gennaio 06, 2004
Tratto da "Licenziare i padroni ?"
(Copyright "Feltrinelli Editore")
Come le bollette degli italiani mantengono i francesi dell'EDF
A questo punto, si possono fare due osservazioni. Si può anzitutto constatare che, dopo 36 anni di non sempre onorevole carriera, chiude i battenti una delle star del capitalismo italiano, la Montedison, per lasciare posto a una società, la Edison, di ben più limitate ambizioni. Si può osservare poi che la selezione del padrone vincente non l’ha fatta il mercato, ma, nonostante le tante chiacchiere neoliberiste, la Banca d’Italia con l’unanime consenso di governo e opposizione. La Vigilanza ha sempre seguito le grandi crisi industriali perché coinvolgono l’attività creditizia sottoposta per legge al suo controllo. L’attenzione al salvataggio del gruppo Ferruzzi nel 1993 rientrava perfettamente in questa casistica ordinaria. Nella quale, invece, si fatica a ricondurre la battaglia per il potere che si è scatenata nel 2001 in Foro Bonaparte, arbitro e regista il governatore Antonio Fazio. Una volta le carte le dava Mediobanca, adesso le distribuisce la Banca d’Italia. E' un cambiamento. Di grande rilievo, certo, ma di utilità tutta da scoprire. A questo proposito, una prima cartina di tornasole sarà la rispondenza tra l’obiettivo dichiarato di evitare l’invasione dell’industria elettrica italiana a opera di un monopolio di stato estero e i risultati che verranno in concreto raggiunti. Francesco Cossiga se ne è già fatto un’idea. Intervistato da "L’Espresso", l'ex picconatore ha definito la Fiat il cavallo di Troia dell’Edf e il suo presidente d’onore Giovanni Agnelli "il testimonial dei francesi come tale generosamente retribuito". Un’informazione più tecnica l’ha fornita il banchiere torinese Alfonso Iozzo nel corso della citata indagine parlamentare sulla crisi della Fiat. L’amministratore delegato del Sanpaolo Imi ha spiegato che, in seguito a nuovi accordi, la Fiat cede alle banche il 14 per cento di Italenergia in cambio di finanziamenti necessari a superare il suo difficile momento. Queste banche, a loro volta, hanno la facoltà di vendere a Edf il loro 23 per cento di Italenergia a partire dal 2005. Analoga possibilità ha ottenuto la Tassara per il suo 20 per cento. Morale: fra tre anni, il monopolio di stato francese avrà la maggioranza assoluta della Edison. L’unica speranza che questa furbata non si consumi è riposta nella possibilità che, nel 2005, la Fiat sia tornata a profitti tali da poter effettuare un grande investimento: ricomprarsi la quota di Italenergia appena ceduta alle banche, assieme alla partecipazione che queste già avevano nella stessa Italenergia. In quel caso, la Fiat, da sola o con uno o più partner, avrà la maggioranza assoluta di Edison e l’Edf una minoranza assai robusta. Attenzione alle date: il 2005 viene dopo il 2004, quando la Fiat potrà vendere la Fiat Auto alla General Motors. La seconda cartina di tornasole è rappresentata dal destino della conglomerata di Foro Bonaparte. Al termine delle due offerte pubbliche d’acquisto il debito consolidato del raggruppamento Italenergia-Montedison-Edison sfiora i 14 miliardi di euro. Non si può dire che sia lo stesso che portò al crac i Ferruzzi nel 1993, ma è comunque così alto da precludere ai nuovi padroni qualsiasi possibilità di guadagno. Di qui la decisione di smontare la conglomerata e venderla a pezzi. Una linea di condotta che viene perseguita con determinazione dal nuovo management insediato dalla Fiat. La morale non è entusiasmante. Tanta profusione di intelligenze e di denari, di ambizioni smisurate e machiavelliche alleanze, che hanno riempito le cronache dei giornali e i portafogli degli speculatori più fortunati, ha finito con l’espellere dall’Italia quanto di buono c’era in origine e con il partorire un mostriciattolo. Nel 1960, la Montecatini era capace di depositare 1500 brevetti, oggi in Foro Bonaparte non sanno nemmeno più dirti se ne hanno realizzato ancora qualcuno nell’ultimo ventennio del secolo. Negli anni ottanta, Serafino Ferruzzi aveva costruito una vera e propria multinazionale dello zucchero. Sparita, venduta a pezzi e bocconi. Di quello che fu il secondo gruppo industriale privato italiano resta l’azienda elettrica Edison. E la Edison, nonostante i suoi bravi ingegneri, deve essere considerata un mostriciattolo perché, azienda privata, fa i suoi utili in misura preponderante alle spalle della cittadinanza grazie al provvedimento numero 6 adottato il 29 aprile 1992 dal Comitato interministeriale prezzi, il famigerato Cip 6. Quel documento è il frutto di un accordo scandaloso tra il "meglio" del capitalismo italiano, l’Enel e il governo Amato che merita di essere ricostruito perché minaccia di trasformare il finale dell’affare Montedison in un’autentica beffa. Facciamo dunque un altro passo indietro e torniamo di nuovo agli inizi degli anni novanta. In quel tempo l’Italia avverte il bisogno di nuove centrali per soddisfare una crescente domanda di energia elettrica. Le potrebbe costruire l’Enel, monopolio di stato. Ma alcuni industriali privati, ai quali era stato concesso fin dai tempi della nazionalizzazione di produrre energia elettrica a uso e consumo delle proprie fabbriche, chiedono di poter essere loro a provvedere. Tra i primi a muoversi sono la Edison (gruppo Montedison) e la Sondel (gruppo Falck), l’Eni, i petrolieri privati, i Moratti e i Garrone in testa, ansiosi di trasformare un costo (lo smaltimento degli scarti di raffineria) in un ricavo, anzi in una rendita. Più tardi entrano in partita anche Vittorio Merloni e Luigi Lucchini. Insomma, molti dei più grandi e dei più potenti fiutano l’affare. Il ministero dell’Industria sta predisponendo una legge, la numero 9 del 1991, per premiare le energie pulite quando agli industriali viene l’idea vincente: perché non chiedere per le centrali a gas naturale di nuova costruzione, e per le altre che verranno innalzate a lato delle raffinerie, tariffe simili a quelle che saranno riconosciute agli impianti idroelettrici, eolici o alimentati da biomasse ? La pretesa è un po’ forte: il gas non è una fonte rinnovabile. Ma non saranno le parole a fermare una buona idea e alla fine il gas naturale diventa una fonte assimilata. Proprio così: la legge parla di fonti rinnovabili e assimilate. Non simili, perché non lo sono, ma rese tali: assimilate per decisione del Principe. Trovato l’escamotage semantico-ideologico, si entra nel merito: chi compra e a quali prezzi. L’Enel, allora presieduto da Franco Viezzoli, cerca di affondare l’iniquo progetto che veniva spacciato per un inizio di concorrenza. Ma non ce la fa. Non resta che applicare la legge: l’Enel deve comprare tutto a un prezzo da stabilire che poi concorrerà a formare la bolletta degli italiani. Avendo trovato, dopo l’escamotage, anche un comodo compratore unico, ai sedicenti concorrenti viene consentito un colpo incredibile: anziché ribassare un po’ le pretese, riescono a raddoppiare o quasi le agevolazioni. Che avranno la durata di quindici anni dall’entrata in funzione della centrale, se ammessa alla lista del Cip 6. La tariffa è un vero miracolo italiano. Anzitutto, va a coprire i costi che l’Enel avrebbe dovuto sostenere per costruire nuove centrali. Si prende a modello una centrale Enel a ciclo combinato (quella non troppo efficiente di Trino Vercellese) e si pattuisce che il costo evitato di impianto rappresenta un prezzo base di 2,3 centesimi di euro al chilowattora. La legge 9 prevede che questo sia un costo mobile: aggiornato al rialzo in seguito all’incidenza dell’inflazione secondo l’Istat, ma anche corretto al ribasso perché, migliorando le tecnologie, i costi di impianto e di esercizio calano. Secondo stime dell’Enel, infatti, l’incidenza del costo evitato reale di impianto è sceso nel 2000 a 1-1,3 centesimi al chilowattora. Incredibile a dirsi, il ministero concede il ritocco per l’inflazione e si dimentica il ribasso in seguito all’aggiornamento tecnologico. La seconda componente della tariffa è data dal costo dei combustibili che l’Enel evita di comprare: un costo variabile per definizione, ma tendenzialmente superiore a quello reale che scende con il miglioramento tecnologico degli impianti. Infine c’è l’incentivo diretto pari a 2,3 centesimi di euro per chilowattora. L’Enel garantisce l’acquisto dell’intera produzione per otto anni a questa tariffa di gran favore, e poi per altri sette anni a una tariffa che non comprende più l’incentivo diretto e tuttavia resta ugualmente assai più alta dei valori di mercato. Siccome gli incassi sono sicuri, la costruzione delle nuove centrali si paga con capitali presi a prestito dalle banche italiane e internazionali. E' l’epopea del project financing a rischio zero: una pacchia da non credere, tanto è vero che, per scongiurare il pericolo di un ripensamento da parte del Comitato interministeriale prezzi, che cambia al variare dei governi, l’ormai potente lobby degli elettrici privati ottiene il consolidamento legislativo del beneficio. Per una beffa della storia, questo aiuto pubblico diventa legge dello stato nel corpo dello stesso provvedimento che costituisce l’Autorità per l’energia alla quale viene deputato il duplice compito di tutelare la concorrenza e ridurre le tariffe. La Commissione Ue, di solito occhiuta, non interviene perché gli italiani inviano a Bruxelles la legge 9 del 1991, ma non il provvedimento Cip 6, modesto atto amministrativo. E quando nel gennaio del 2002 il ministro Antonio Marzano cerca di toccare qualcosa, sono gli ambasciatori di Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti a intimare al governo italiano di rispettare le promesse del 1992. E il governo fa subito marcia indietro. Con la liberalizzazione del mercato elettrico va anche peggio. All’Enel si è sostituito il Gestore della rete di trasmissione nazionale, che a partire dal 2001 ritira l’energia Cip 6 ai prezzi Cip 6 e poi la mette in gran parte all’asta sul mercato libero. Nell’anno d’esordio, il Gestore compra 47 mila gigawattora dai produttori Cip 6 pagandoli 8370 miliardi di lire e li rivende a poco più della metà ai grandi consumatori, che hanno accesso al mercato libero. I 3190 miliardi di differenza ce li rimettono le famiglie e le piccole imprese che sono servite dall’Enel in regime di mercato vincolato, e cioè con tariffe decise dall’Autorità per l’energia e il gas, tenendo conto del "buco" da coprire. Poiché le agevolazioni durano quindici anni, il trasferimento di ricchezza dalle tasche dei cittadini a quelle di pochi privilegiati ammonta, secondo stime provvisorie, alla bellezza di 60 mila miliardi di lire. Una torta che gli imprenditori dividono con le banche che li hanno finanziati in questa bella avventura. L’Enel ha già accertato che, nel periodo 1992-2000, passano dalle tasche dei clienti a quelle dei produttori Cip 6 ben 25 mila miliardi di lire. Senza questo onere improprio, le tariffe elettriche sarebbero mediamente più leggere del 7 per cento. Se si pensa al trambusto che suscitò la decisione del governo Berlusconi di congelare per tre mesi un aggiornamento tariffario dell’ordine dello 0,6 per cento su base annua, si potrà meglio capire quale inaccettabile privilegio rappresenti il provvedimento Cip 6. Nel caso della nuova Montedison, che ha assorbito le centrali Sondel e Fiat, la rendita di posizione è enorme. Da questo aggregato di aziende elettriche viene il 42 per cento dell’intera produzione Cip 6 e addirittura il 58 per cento di quella da fonti assimilate, quelle dell’ingegnoso escamotage per intenderci. Il Gestore della Rete ha acquistato 21 mila gigawattora e li ha rivenduti sul mercato libero perdendo 1600 miliardi di lire che ha scaricato sulle bollette degli italiani. Questo costo per la collettività rappresenta, visto dalla parte di Montedison, il 72 per cento del suo risultato operativo. Insomma, dopo il danno, la beffa. Anzi, le beffe. La prima è a danno dei cittadini. Grazie alla Banca d’Italia che ha diretto le danze per portare il gruppo di Foro Bonaparte al provvisorio abbraccio con la Fiat, saranno i cittadini italiani a ingrassare il monopolio di stato francese, padrone in pectore della Edison assistita dal Cip 6. Edison può vendere l’energia prodotta dai suoi impianti Cip 6 a 8,8 centesimi al chilowattora al Gestore della Rete e riacquistarla alle aste tenute dallo stesso Gestore a 3,6 centesimi per i suoi usi interni oppure a 5 centesimi per rivenderla poi, in qualità di trader, sul mercato a prezzi maggiori di almeno un centesimo. Oggi lo fa una Edison targata Fiat, e non è una gran consolazione. Domani lo farà una Edison in mano all’Edf, monopolio statale estero, e sarà anche peggio. Un capolavoro per un banchiere centrale nazionalista come Fazio. L’altra beffa è a danno dell’azionariato. La Montedison, già Compart, già Ferruzzi Finanziaria, ha distrutto la ricchezza dei soci. Naturalmente sappiamo bene che chi ha comprato e venduto i titoli con accortezza ha pure guadagnato. Ma la compagine sociale può essere vista come capitalista collettivo, che c’era nel 1988, quando la Ferruzzi si quotò in Borsa, e c’è anche oggi, al di là della sua variabile composizione. Ebbene, applicando i criteri di misurazione già usati per la Fiat, risulta che in Foro Bonaparte sono cambiati i padroni, ma non è cambiata la tendenza a bruciare risorse. Ecco la prova. Prendiamo il valore del capitale di rischio nel 1988, aggiungiamo gli aumenti di capitale al netto dei rari dividendi più quello che abbiamo chiamato costo opportunità e scopriremo che l’investimento finanziario fatto nel tempo equivale, a fine 2001, a qualcosa come 18.517 miliardi di lire. Alla stessa data Montedison capitalizza in Borsa 9237 miliardi. La distruzione di ricchezza ammonta a 9280 miliardi. Poiché nel periodo considerato il potere viene esercitato prima dai Ferruzzi e poi da Mediobanca, è legittima la curiosità di conoscere la ripartizione dell’insuccesso tra i due padroni. I primi hanno "fatto fuori" 5692 miliardi. Per la seconda l’analisi è più complicata. Il banchiere padrone non è stato in grado di turare la falla. Tanto è vero che la distruzione di ricchezza alla fine aumenta di altri 3588 miliardi. Se tuttavia consideriamo il valore di mercato dell’investimento dell’azionariato, che Mediobanca eredita a metà 1993 e che era pari a non più di 589 miliardi, allora, rifacendo i conti, si scopre che il banchiere padrone, affidandosi al manager Enrico Bondi, ha creato ricchezza per 739 miliardi di lire. Un successo ? Andiamoci piano. Durante il regno di Raul Gardini e dei suoi parenti (da fine 1988 a metà 1993), la Borsa ha perso il 10 per cento. Durante la stagione di Mediobanca (da metà 1993 al 2001), la Borsa ha guadagnato in media il 169 per cento. Quando ha fatto il padrone, anche Maranghi non ha combinato granché: ha creato ricchezza in misura minore al generale andamento dei mercati nonostante la spinta al rialzo impressa al titolo Montedison da scalate e controscalate. Insomma, anche Mediobanca ha fallito, al di là delle plusvalenze pur realizzate al momento dell’uscita di scena. Che dire? Forse, sarebbe valsa la pena di lasciar fare al mercato e ai tribunali il loro duro lavoro nel 1993. Fino in fondo e senza rete. Ma nell’Italia di allora non ci aveva seriamente pensato nessuno. E sono in pochi a pensarci anche adesso.
Massimo Mucchetti - "Licenziare i padroni ?" - 237 pagine - Feltrinelli Editore
lunedì, gennaio 05, 2004
Morire per due arance
(Copyright "La Stampa")
In viaggio verso Praga, Mozart giunge nei pressi del castello di un conte. Senza pensarci troppo, e incline com’è a comportamenti buffi e bambineschi, coglie una bella arancia matura da un albero. Un giardiniere lo ferma e il compositore chiede di poter porgere le proprie scuse alla contessa. La nobildonna, lieta di conoscerlo, lo invita ad una festa di fidanzamento ed il genio, per sdebitarsi, suona alcune arie del "Don Giovanni", l’opera che ha appena finito di scrivere e che si appresta a far mettere in scena nella capitale boema. Al turista bergamasco in vacanza a Borgio Verezzi (Savona) il destino ha riservato ieri un epilogo assai più amaro di quello immaginato per Mozart da Eduard Morike nella sua gentile novella. L’uomo infatti, che aveva 63 anni e forse soffriva di cuore, è stato sorpreso dal legittimo proprietario mentre coglieva alcune arance da un albero durante una passeggiata con la figlia. L’uomo - difficile chiamarlo ladro - è fuggito, ha avuto un malore ed è morto. Il cronista non precisa se sia morto con le sue arance tra le mani, ma aggiunge che la figlia, rintracciata dai carabinieri, è stata denunciata per furto. Rubare un frutto da un albero è un gesto che si pensava ormai affidato ai ricordi della nostra fanciullezza e alla memoria di un mondo dove la frutta cresceva sugli alberi. Chiunque abbia compiuto quel gesto birbante e insieme delicato ne ricorderà il piacere innocente e la calda sensazione di libertà. Un frutto maturo, come una spiaggia o la vetta di una montagna, dovrebbe essere di tutti. Nella tragedia assurda di Borgio Verezzi c’è un risvolto nascosto che ci regala un tiepido sorriso, e persino una goccia d’invidia: quell’uomo è morto libero. Non è stata una volgare ragazzata, la sua, ma il gesto leggero di un ragazzo.
domenica, gennaio 04, 2004
"Non capisce; ma non capisce con grande autorità e competenza".
Leo Longanesi
Clonano la carta di credito di Arafat
(Copyright "Yediot Ahronot")
Il presidente palestinese Yasser Arafat è stato derubato senza che se ne rendesse neppure conto. Oltre un migliaio di euro gli sono stati addebitati da una banca israeliana per acquisti mai compiuti dopo che una delle sue carte di credito è stata clonata da due falsari della Galilea. A scoprire la truffa è stato un investigatore della polizia incaricato di ricercare i responsabili della duplicazione di numerose carte di credito "IsraCard".
sabato, gennaio 03, 2004
Parigi, rapinatori portano a casa la vittima per il cenone di Natale (Copyright Libero.it)
Alcuni ladri "gentiluomini" il giorno di Natale hanno svuotato un furgone carico di abiti firmati, ma hanno poi riportato a casa la vittima dell'assalto per permettergli di cenare con la famiglia. E' accaduto alle porte di Parigi, dove due uomini alla guida di un'auto con lampeggianti e sirena hanno fatto fermare un veicolo pieno di vestiti di Gucci e Yves Saint Laurent per poi rivelarsi rapinatori armati. Il malcapitato autista, prima di consumare il pasto natalizio, ha regolarmente sporto denuncia.
venerdì, gennaio 02, 2004
Uomo chiede soccorso in un bar. Gli scoprono proiettile in testa
(Copyright "Il Corriere della Sera")
A Rho (Milano) un uomo è entrato in un bar e dicendo di essere ferito ha chiesto aiuto al proprietario del locale. Chiamato il 118, è stato trasportato al pronto soccorso dove i medici gli hanno trovato un proiettile in testa. E' stato subito ricoverato al reparto di neuropsichiatria dell'ospedale "Fatebenefratelli" di Milano e operato. La sua prognosi è riservata.
Disastri finanziari
(Copyright "The New York Times")
Dopo lo scandalo Enron il Congresso americano ha approvato immediatamente leggi per prevenire simili abusi. L’Italia, invece, se n’è andata per la sua strada. Guidata dal premier Silvio Berlusconi ha approvato leggi per impedire che siano punite le frodi in bilancio. In tal modo si è preparata la strada per lo scandalo Parmalat.
giovedì, gennaio 01, 2004
La leggenda del santo sparatore
(Copyright "La Stampa")
Imbraccia il kalashnikov, simbolo della sua santità insieme all'aureola che gli cinge il capo. Le sue icone, tuta mimetica, mitra e volto tondo da ragazzo di campagna, guardano dagli altari della santa Russia. Verso la sua tomba c'è un pellegrinaggio incessante, i suoi santini sono nel taschino sul petto dei soldati mandati nel Caucaso, le sue apparizioni miracolose - uniforme, mantello rosso sangue, mitra in mano e croce sul petto - conducono fuori dal pericolo. Non è ancora stato beatificato ufficialmente - "questione di tempo", dicono al patriarcato - ma in attesa del verdetto del Sinodo è già stato inaugurato un culto semiclandestino e appassionato di un nuovo santo: Evghenij Rodionov, soldato dell'ex Armata Rossa e martire per mano dei guerriglieri ceceni. L'agiografia sembra copiata dagli opuscoli della propaganda sovietica - russo, famiglia semplice di un piccolo villaggio vicino Mosca, scolaro diligente, poi operaio laborioso e modesto, fino alla chiamata alle armi - con l'aggiunta mistica dei presagi al momento della nascita. Evghenij Rodionov sognava di fare il cuoco, ma è finito in Cecenia, buttato tra le montagne senza istruzioni e aiuto e sequestrato dai ceceni nel 1996. Per nascondere l'incidente, i comandanti l'hanno denunciato come disertore. Dopo tre mesi di torture, il giorno in cui ha compiuto 19 anni è stato decapitato, dopo aver rifiutato di guadagnarsi la vita convertendosi all'islam. La madre Liubov Vassilievna, in una sua via crucis personale, ha ritrovato il corpo mutilato, riconoscendolo dalla croce che il figlio aveva sul collo. Ha maledetto i suoi carnefici che sono stati puntualmente raggiunti dalla giustizia divina (che ha preso la forma di una bomba russa). Gli ingredienti della legenda a quel punto c'erano tutti, ed Evghenij è diventato la risposta della chiesa russa alle kamikaze cecene che si fanno esplodere in nome di allah. Il suo culto ancora non riconosciuto è però fervente: in alcune chiese l'icona di "Evghenij il guerriero" è accanto a quella della Madonna, gli si dedicano liturgie e preghiere, guarnigioni di provincia stanno costruendo cappelle dedicate al soldato martire. E' un culto che sposa incredibilmente la bandiera rossa dell'esercito e le icone, la propaganda sovietica e i miracoli, covando nelle frange più reazionarie e xenofobe della fede ortodossa, quelle che vorrebbero beatificare anche Ivan il Terribile. Fieramente antipacifista, il nuovo martire cui la Russia chiede l'intercessione, è un santo che non perdona.
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